TYPE O NEGATIVE

The Origin Of The Feces (Not Live At Brighton Beach)

1992 - Roadrunner Records

A CURA DI
NIMA TAYEBIAN
16/06/2014
TEMPO DI LETTURA:
8

Recensione

Dopo aver impostato le nostre precedenti analisi sul "terzetto storico" dei Type O Negative (dunque "Bloody Kisses""October Rust" e "World Coming Down") e sul primo loro full ufficiale, ossia "Slow, Deep And Hard", la nostra attenzione si sposta ora sull secondo full "non ufficiale", "The Origin Of The Feces (Not Live At Brighton Beach)" del 1992, il cui nome sembra essere un aperto omaggio nei confronti di Charles Darwin e il suo "L'Origine Della Specie". Secondo full non ufficiale? In che senso, direte voi? Nel senso che il qui presente disco non è concepito come un nuovo florilegio di inediti e degna prosecuzione del precedente Lp, ma come una sorta di "finto live", nella cui scaletta sono riproposti per intero i brani tratti da "Slow Deep And Hard", seppur modificati nei titoli. O meglio, titoli tratti da tronconi dei celebri capolavori che hanno reso grande il disco in questione. Il perché di questa bizzarra operazione è da ricercarsi nell'insperato ed inatteso successo del già citato primo disco che spinge Monte Conner, grande capo della "Roadrunner" (etichetta che accoglie Steele già dai tempi dei Carnivore) a richiedere dai nostri un disco dal vivo, elargendo loro qualche migliaio di dollari. Un successo dovuto comunque alla molta pubblicità “negativa” ricevuta dai Type O Negative in seguito agli argomenti “scomodi” trattati in “Slow, Deep and Hard”, per giunta posti in maniera del tutto cruda e volutamente volgare. “L’importante è che se ne parli”, questo devono aver pensato i cervelli della Roadrunner, cogliendo inaspettatamente due piccioni con una fava: Peter Steele, da buon perfezionista, ben presto risultò addirittura deluso dalla qualità in studio dei brani di “Slow..”, arrivando a desiderare di rimettere mano sul prodotto per farne uscire una versione che più si addicesse ai suoi mutevoli gusti. I nostri, dunque, non si fanno pregare e, trasportato tutto il materiale necessario in una cantina, organizzano questo farlocco live, autentica messa in scena in cui tutto è assolutamente fasullo, frutto di una goliardica, sarcastica, bizzarra dissimulazione. Dagli scambi di battute tra Steele e il "pubblico" ai lanci di bottiglie udibili in sottofondo. Uno scenario apocalittico degno di un concerto di G.G. Allin, un’ostilità nemmeno troppo dissimulata, visto che “The Origin..” altro non è che, nella sua “essenza live”, una cronistoria di un disastroso tour intrapreso dai T0N a supporto del loro primo disco. Se musicalmente il tutto sembrò avere un successo strepitoso, i testi intrisi di violenza e tematiche spazianti dalla politica all’elogio del suicidio procurarono alla band non pochi problemi. Sommando le passate polemiche che Steele si trascinò dietro sin dai tempi dei Carnivore, poi, le cose non poterono fare a meno di peggiorare. Persino delle icone Punk come gli Exploited cominciarono ad aver paura di associare il loro nome a quello dei Type O Negative (il gruppo difatti cancellò molte delle date da spartirsi con i TON proprio per paura di rimetterci in quanto a reputazione), e così i nostri si videro in pochissimo tempo etichettati come dei mostri da boicottare e sabotare in ogni modo, in America come in Europa. Il tour per promuovere il disco d'esordio fu infatti diviso fra terra natia e varie date in paesi come Olanda e Germania, anche se dovunque l'accoglienza fu unanime: boicottare, urlare e cacciare via Peter Steele dal palcoscenico. Fu soprattutto il vecchio continente, in futuro la roccaforte dei TON, a divenire il luogo maggiormente ostile alla loro ironia ed al loro sarcasmo. I racconti di Josh Silver in merito a quel periodo in giro per il mondo sono difatti agghiaccianti: etichettati come “fascisti”, i Type O vedevano spesso il loro tour bus preso a mattonate ed inquietanti manifesti raffiguranti Peter, (affissi sui muri e sui pali della luce riportando la dicitura “uccidete quest’uomo”) circolavano in ogni metropoli europea nella quale dovevano esibirsi. Tafferugli ai concerti, lanci di oggetti, il coro “fascisti!” che si innalzava ogni qual volta si presentavano on stage.. insomma, le urla ed i cori udibili in tutte le tracce di “The Origin..” sono si un espediente narrativo, ma anche la volontà di ironizzare su una situazione che, nel momento in cui fu vissuta, spaventò e scosse molto i ragazzi americani. Peter Steele ricorda spesso come dovette difendersi più volte dall’assalto dei giornalisti, che cercavano in tutti i modi di portarlo ad ammettere e sposare una presunta fede nazifascista (tradita, secondo gli aguzzini, dal brano “Der Untermensch”). Ad un certo punto, ricorda il frontman, cominciò a non poterne più, tanto che durante una conferenza stampa sbottò ordinando a tutti i presenti di “succhiargli l’uccello”, tanto era provato ed infastidito da quelle ridicole accuse. Il senso di “Slow, Deep And Hard” era stato più volte spiegato, ma nessuno in quel dannato continente sembrava volerlo capire, e nemmeno in casa le cose andavano benissimo. Fra l’altro, la faccenda assunse toni ridicoli soprattutto per il fatto che, all’interno dei Type O Negative, militava un ebreo: lo stesso Josh Silver. Le accuse continuarono: fascismo, misoginia, incitamento alla violenza carnale.. un polverone che comunque fruttò ai Type O una visibilità inaspettata e tanta, tanta pubblicità gratuita. Non tutto il male viene per nuocere, come si suol dire, ed i “cervelloni” della Roadrunner c’erano arrivati prima di tutti. Il materiale di “Slow..” venne quindi ripassato a dovere da Steele e company. I nostri erano soliti fidarsi unicamente delle loro competenze e non hanno mai usato un produttore esterno imposto dalla “Roadrunner”; anzi, lo stesso Steele dichiarò in un’intervista che i soldi ottenuti dall’etichetta per la realizzazione dei dischi venivano spesso spesi per scopi personali come l’acquisto di motociclette, proprio perché il gruppo sapeva bene dove e come realizzare i propri lavori, spendendo il minimo ed ottenendo il massimo. Dopo il “ripasso” vennero dunque aggiunti gli spettatori rabbiosi ed arroganti, per ottenere come prodotto finale un disco concepito anche in risposta ad un pubblico che sembra non aver ben compreso una fondamentale realtà, ovvero la grande ironia e volontà di provocazione alla base della musica di Steele e soci. Un pubblico stupido, pregiudiziale (eh si, chi applica la vera gogna del pregiudizio è proprio quest'ultimo), dotato di paraocchi, incapace di intravedere appieno la tagliente ironia del mastodontico artista e della sua pruriginosa creatura. Un pubblico che nonostante ciò, paradossalmente decreta il successo artistico del quartetto newyorkese, nonostante gli "storcimenti di naso" nel sentir parlare di rabbia, odio, discriminazione. Ma in realtà è un gioco di parti, tra artista e pubblico, che nel rock pesante a onor del vero c'è sempre stato (ricordate le polemiche sui Sabbath presunti satanisti per la croce al contrario nel loro primo disco omonimo?). E così Steele risponde con un disco "incazzato" (scusate il francesismo) che riprende il discorso da dove era stato lasciato, dotato di una copertina altrettanto diretta (ed essenziale), ossia il "traforo anale" di Peter raffigurato in primissimo piano (più le sue mani, immortalate nell'atto di separare le natiche per evidenziare maggiormente il "buco d'uscita"). Tale copertina, per qualcuno pietra dello scandalo, viene successivamente cambiata: si opta per una più sobria "totentanz", ossia una danza della morte. La nuova copertina, virata su toni verdi e neri, raffigura cinque scheletri di cui tre colti nel momento della danza, uno nell'atto di suonare uno strumento a fiato e l'ultimo disteso a terra quasi a godersi lo spettacolo. Il disco assume i connotati di un'operazione "manzoniana" (Piero Manzoni, celebre artista italiano che, in risposta ad un pubblico cieco e stupido - ma in quel caso benevolente, famelico, disposto a qulunque cosa per un pezzo con il suo nome - arrivò a mercificare i propri escrementi con la famosa "Merda D'Artista", per la serie: "Sono Manzoni, i collezionisti comprerebbero anche la mia "merda"? Bene, questo è ciò che darò loro") ed anche qui vengono commercializzate le proprie "deiezioni", solo che queste ultime si concretizzano in "escrementi metaforici" gettati addosso al fruitore pagante. Rabbia mercificata espressa proprio contro quella frangia di pubblico incapace di discernere tra realtà e finzione, sempre pronta a puntare il dito contro ciò che non ritiene politicamente corretto. Comunque, tornando al lato più "concreto", troviamo a comporre questo nuovo parto discografico una collezione di otto pezzi (sette in originale, più l'aggiunta della cover di "Paranoid" dei padri Black Sabbath, tratta dall'album omonimo del 1970): il grosso delle tracce è una sorta di recupero di quanto già fatto nel precedente album, con titoli differenti e una forma lievemente diversa. A queste si aggiungono la cover dei Black Sabbath e un omaggio a Jimi Hendrix che porta il titolo di "Hey Pete" (palese la citazione di "Hey Joe" del celebre chitarrista). Otto tracce caustiche e potenti per quello che può essere considerato uno dei punti più alti del dissacrante sarcasmo di Steele (seppur, a livello artistico, niente più che un bel divertissement).



A dare fuoco alle polveri ci pensa la prima track, "I Know Your Fucking Someone Else" (Lo so che ti stai fottendo qualcun altro), che pesca in toto sin dal titolo dal terzo troncone del primo brano (“Unsuccessfully Coping with the Natural Beauty of Infidelity” ossia “L’impossibilità di competere contro la naturale bellezza dell’infedeltà”) del disco precedente. Per chi non lo sapesse, o si fosse perso la precedente recensione, i vari brani di "Slow Deep And Hard" sono tutti (strumentali escluse) divisi in tronconi: la prima, a cui questo pezzo fa riferimento, è suddivisa in tre parti, ossia "Anorganic Trasmutagenesis", "Coitus Interruptus" e (per l'appunto) "I Know Your Fucking Someone Else". L'inizio è affidato a un coretto malsano da parte del "pubblico" che si diverte a dileggiare i nostri scandendo un pesante "You Suck!!" ("Fate Schifo!"). Questo evidentemente grazie alla fama che Peter and co. si sono costruiti, ossia di razzisti, misogini e fascisti. Ma Peter, un Peter a onor del vero quasi del tutto indifferente, risponde a tono "Ci dite che facciamo schifo? Essere qua stasera a dircelo vi è costato 15 dollari. Siete delle merde.". Viene dunque in mente quanto detto in precedenza, a proposito di possibili rimandi "manzoniani" in quest'operazione. Il pubblico, quello finto che non apprezza, e paga 15 dollari per qualcosa che ritiene una deiezione. Lo stesso pubblico, stavolta vero, si perde in inutili critiche, ma spende soldi per acquistare il disco. A seguito di questo botta e risposta indicativo della "stima reciproca" tra Steele e il pubblico, il pezzo vero e proprio inizia. Le prime battute ci offrono una pozza putrida di suoni pescati a man bassa da qualche catacomba, cupi e monolitici. Giri di chitarra crepuscolari, tutti basati su note basse e prolungate. Verso i due minuti e un quarto, al termine di questa greve introduzione  ci incanaliamo nella tessitura della "vera song", la riedizione finto-live del terzo "capitolo" del primo brano di S.D.A.H. . Si evidenziano ben poche differenze rispetto all'originale: la struttura si mantiene bene o male la stessa, i ritmi sono al solito belli pompati e aggressivi e Peter canta facendo uso dei medesimi registri già sfruttati nel brano di riferimento. Non si esplicitano dunque visibili cambiamenti. Verso i quattro minuti e mezzo una piccola pausa. Il pubblico come al solito dimostra il suo disprezzo, e Pete ancora una volta sembra fregarsene del tutto canticchiando un motivetto come se niente fosse. Questo sembra imbestialire ancora di più il pubblico, che con sprezzo incita cori contro di lui (neanche fossimo allo stadio...), ma Peter, mai così noncurante, finisce di cantare e ridacchia compiaciuto, mandando anche a quel paese qualcuno. A questo punto (e siamo già oltre i cinque minuti), pochi accordi ribassati danno nuovamente il via alle danze: a cinque minuti e venti circa si riparte, sulla scorta di ritmi più granitici e macilenti destinati ad auto-affossarsi in una atmosferica zona introspettiva, "ombrosa", ben più lenta e soffocante (intorno ai sei minuti) screziata dai vagiti di una femmina in calore. Un urlaccio di Steele (sette minuti e un quarto, più o meno) porta il brano a morire gradualmente, ad auto-soffocarsi, a stritolarsi nella morsa della disperazione. Un gigante di granito che sta affondando in una simbolica palude. Verso gli otto minuti i ritmi si rivitalizzano, si fuoriesce da quel magma melmoso in cui si sembrava ormai impantanati senza possibilità di fuga. Si ritorna così alle coordinate portanti, dinamiche, deflagranti, di retaggio hardcore thrash. Da qui in poi sono pochi gli elementi degni di vero interesse, considerando che le novità rispetto all'originale sono pressochè nulle. Esattamente come il suo "fratellone", il pezzo in questione tratta di un uomo innamorato conscio che la sua ragazza lo tradisce in tutti i modi possibili ed immaginabili. Per quanto la rabbia sia tanta, è il dolore che prende il sopravvento, ed al malcapitato non resta altro da fare che ubriacarsi per dimenticare le sue pene ("Unghie smaltate e rossetto,/ vestito di due taglie più piccolo./ La sua lingua giù nella tua gola, la sua mano sulla tua gonna./ Si, sono un uomo… ma fa comunque male./ Puttana, troia, zoccola."). Il pubblico strepita ancora. Parte la successiva "Are You Afraid?" (Hai Paura?), ottima song stavolta "originale", che ci delizia nelle prime battute con atmosfere gotiche pennellate attraverso una base di synth. Steele (la cui voce subentra già dopo il trentesimo secondo) usa in questi frangenti modalità espressive a lui più consone, destinate a divenire successivamente il suo marchio di fabbrica, ossia quei toni dimessi, mesti gestiti attraverso registri grevi e funerei. Del resto l'argomento, come evinciamo da questo primo minuto, non è dei più allegri ("Are you afraid to die?"- "Hai paura di morire...)". Ci allontaniamo gradualmente dal primo minuto e i toni si fanno più accesi. Sulla scorta di riff quadrati e roboanti la voce di Peter acquista tono, rincanalandosi in registri più urlati e hardcoreggianti. Brano decisamente corto (due minuti e tredici), fa perno su un testo inerente alle sofferenze d’amore che spinsero Peter a tentare il suicidio, proprio tagliandosi le vene dei polsi. Il tutto è documentato ampiamente nel pezzo “In Praise of Bacchus” dell’album “October Rust”, nel quale Steele descrive le visioni ed i momenti subito contemporanei e successivi ai tagli. Un Peter in preda ai fumi alcolici. Un uomo disperato che cerca riparo nei paradisi artificiali per dimenticare l’addio della sua ragazza ("Hai paura della Morte?/ Non avere paura del suicidio./ Prendi una lametta,/ taglia il tuo polso sino all’osso,/ muori ridendo!"). Notevole. Un urlazzo ("One, Two, Three, Four...") e prende il via la seguente "Gravity" (Gravità), sorellina di "Gravitational Constant: G = 6.67 x 10?8 cm?³ gm?¹ sec?²" (Costante gravitazionale: G = 6.67 x 10?8 cm?³ gm?¹ sec?² ), tratta dall’album “Slow, Deep And Hard”. Il pezzo ancora una volta è non troppo dissimile dall'originale: ritmi di retaggio hard rock arricchiti dalla voce aggressiva di Peter e un botta e risposta tra il vocalist e i"cori" nello scandire "Unjustifiable Existence". Oltrepassata la soglia dei due minuti si cade in un allegorico "buco nero", che prende le sembianze di una parte scura dai toni prepotentemente atmosferici. Oltrepassata la soglia dei tre minuti e dieci un incisivo coro inizia a declamare ad libidum "die, die, die!". Quasi giunti ai quattro minuti abbiamo una breve pausa. Gli spettatori continuano a urlare insofferenti, mentre Peter cerca di rabbonirli esclamando "Relax, relax...". Si riparte subito, tornando alle coordinate di base, le stesse del "vagamente omonimo" presente nel precedente disco. Quindi ancora una volta i soliti ritmi granitici strutturati su tempi medi e, a sorpresa, il "famoso" martello pneumatico di Prelude To Agony che si inserisce nel tessuto sonoro verso i cinque minuti e mezzo. Finale affidato sul solito scambio di battute dai connotati poco amichevoli tra Steele e l'"amato" pubblico. Il testo è ancora una volta incentrato sulle idee suicide del protagonista (Peter?). Vivere è talmente difficile che questi si sente letteralmente schiacciato sia dalla forza di gravità sia dal mondo tutto ("1,2,3,4, non voglio più vivere./ Bene, non ho altri motivi per vivere,/ e non ho più amore da dare./ Questa sera è la Sera, tingerò la città di rosso,/ mi farò un altro buco in testa,/ Che vita inutile,/ ammazzati, ora!!"). Continuano gli schiamazzi, come da registro. Si sente un rumore di sirena in sottofondo, una sirena d'ambulanza. Dopo un breve sound-check e una stringata nota di Peter (che presenta il brano) si ricomincia. Stavolta viene effettuato un recupero di "Prelude To Agony" (Preludio all'Agonia), tramite un pezzo, qui ribattezzato "Pain" (Dolore) che ripesca direttamente dalla terza e quarta parte del suddetto brano (rispettivamente Jackhammer e Pain - Is Irrilevant). Dunque si passa da ritmi travolgenti e arrembanti (fino al minuto e mezzo, dai due minuti e venti ai tre minuti) a paludose zone plumbee e ristagnanti, strutturate su tempi lenti ed esacerbatamente cupi (dal minuto e mezzo ai due minuti e venti, dai tre minuti in poi). nel finale sentiamo Pete etichettare gli spettatori come "morons" (cretini). Il testo fa perno stavolta sulla reazione carica di sdegno di Peter, che, stanco di essere trattato come un pupazzo dalle sue donne, decide di "usarle" come feticci sessuali, donando loro del sesso crudo, esplicito, senza amore o sentimenti. La donna è così ridotta per una volta ad essere lei un oggetto, in balia di un uomo che non vuole farsi abbindolare da sentimenti o occhi dolci. E’ lui che comanda, lei deve solo sottomettersi al “martello pneumatico”. Non è un vero e proprio stupro, questo è difatti unicamente un termine forte per indicare un rapporto esclusivamente carnale ("Agonia ed Estasi,/ il tuo pianto di dolore è il mio Piacere!/ Fai conoscenza fino in fondo del mio arnese,/ il tuo tormento è il mio tesoro!/ Sperma misto a sangue,/ il tuo urlo e la mia risata,/ il compressore agisce dolcemente,/ questa è la mia vendetta."). Mentre il baccano continua, Pete prosegue presentando la successiva "Kill You Tonight" (Ti Ammazzo Stanotte) song tratta da "Xero Tollerance" ("Tolleranza "X"zero"), e in particolare dai primi due capitoli, ossia "Type "A" Personality Disorder" e "Kill You Tonight". Siamo quindi catapultati in una prima parte fortemente thrashcoreggiante, potente e deragliante,arricchita dalla voce fiera ed impetuosa di Peter, seguita da una parte melmosa e lenta (dal minuto e venti) in cui il nostro Pete ripete per alcune volte "I Kill You Tonight...".Sul finale sentiamo Peter alludere ad un lancio di oggetti da parte del pubblico contro la band. Il testo, naturalmente, è un estratto dal brano originale: si evidenzia come una delusione d’amore gradualmente degeneri portando il protagonista a covare dei veri e propri sentimenti d’odio e morte nei riguardi della sua ex ragazza ("L’odio mi ossessiona,/ l’odio mi possiede,/ la rabbia mi brucia,/ la rabbia mi tramuta in un qualcosa che non riconosco./ Questa furia che mi scuote,/ questa furia che mi tramuta in un qualcosa che non conosco./ Ti ammazzerò stanotte.Si, ti ammazzerò stanotte."). Il proseguo è affidato a una bella rivisitazione di "Hey Joe", brano blues che trova la sua paternità assoluta possibilmente in Billy Roberts (il quale si dice che per la realizzazione di questo pezzo si sia ispirato a ben tre song, ossia "Little Sadie", ballad tradizionale di inizio Novecento, "Hey Joe" di "Carol Smith", un pezzo country del 1953 e "Baby, please don't go" del 1955, concepito da Niela Miller, che tra l'altro aveva un rapporto sentimentale con l'autore), ma come tutti sappiamo, reso celebre grazie alla cover di Jimi Hendrix contenuta in "Are You Experienced" del 1967, primo album di Hendrix. La versione di Steele, ribattezzata "Hey Pete", sembra essere un incrocio modernizzato (e metallizzato) tra quest'ultima rivisitazione e quella di Tim Rose. Per essere più precisi, di quest'ultima conserva in qualche modo la lentezza, mentre l'energia è mutuata dal lavoro di Hendrix, il tutto soggetto a una notevole dose di cromatura. Una rivisitazione metallica dall'andamento doomeggiante pregna dello spirito T.O.N. .Anche a livello tematico ci muoviamo in lidi cari a Pete e alla sua creatura: qui Il delirio di prima trova un’ulteriore evoluzione. La mente del protagonista è ufficialmente alla deriva, i sentimenti di morte e la volontà di uccidere si fanno più forti, ma sono ancora a livelli di cupe e macabre fantasie che sfiorano comunque il ridicolo, ben lungi dal tramutarsi in un vero e proprio atto. Da notare, scavando nel dettaglio, come il testo originale sia soggetto a pochi significativi cambiamenti: il protagonista di "Hey Joe" usa una pistola per compiere l'insano gesto, mentre il protagonista di "Hey Pete" usa un'ascia. Dopo aver ucciso l'odiata donna il protagonista del pezzo originale decide di andare a sud, verso il messico, mentre l'alter ego di Peter opta per la settima baia di Brighton Beach.("Hey Pete!! Dove vai con quell’accetta in mano?/ Vado ad ammazzare la mia ragazza,/ perché l’ho sorpresa a farsi fottere da un altro uomo!/ Vado ad ammazzare la mia ragazza,/ perché l’ho sorpresa a farsi fottere da un altro uomo!/ Davvero non la tollero, questa/ merda!! Hey Peter! Ho sentito che hai tagliato in due la tua puttana!Hey Peter! Dove vai? Mi piacerebbe molto saperlo./ Dove vai?/ Prenderò il Treno D per Brighton Beach,/ vado alla settima baia./ Prenderò il treno D per Brighton Beach."). Si continua con "I Kill You Tonight - Reprise" (Ti Ammazzo Stasera - Ripresa), introdotta dal sensuale vocione di Peter. Il pezzo in questione risulta ancora una volta un'estratto da "Xero Tollerance", per l'esattezza un ripescaggio della parte centrale di "Kill You Tonight" (secondo "capitolo" del brano). Dunque dopo un frangente introduttivo in cui è l'organo a farla da padrone, abbiamo un inserimento della batteria, quindi un'accelerazione dei tempi (in maniera graduale, dal minuto e mezzo in poi). Prima la batteria detta tempi più dinamici, quindi la chitarra inizia a vergare giri roboanti. Successivamente si inserisce la voce di Peter, in modalità urlata, mentre il brano sembra assetarsi su una struttura fragorosa, di reminiscenza hardcore punk. Andando avanti nel brano ci si ritrova in balia di una seconda parte spenta, esangue, claudicante. Nulla di così diverso da quanto ascoltato nella versione originale, solo rafforzato da una farlocca (e divertente) interpretazione "live"(?). Di cosa tratta il brano stavolta? Della follia del protagonista di "Xero Tollerance", giunta purtroppo allo stadio terminale. In questa canzone assistiamo alla lucida ed inquietante presa di coscienza dell’uomo, che si decide ad uccidere realmente la sua ex. Per questo si reca dove immagina di trovarla, cioè su una spiaggia di Brighton, dove lei è intenta a fare l’amore col suo nuovo fidanzato. Possibilmente, sa di trovarla lì perchè quando erano ancora insieme, lui e la sua ex si recavano in quella locazione per lo stesso motivo. Cogliendola in flagrante con il suo nuovo uomo, il protagonista non esita ad uccidere entrambi. ("Ho un piccone nel bagagliaio della mia macchina,/ adopererò l’affilatore per renderlo ancora più appuntito./ C’è un brutto mostro verde nella mia testa,/ non mi lascerà in pace finché non sarai morta./ Ti ho chiamato a casa ma non c’eri,/ così ho preso il Treno D per Brighton Beach,/ Lo stai facendo con un uomo nuovo di zecca,/ guardando le stelle, facendoti sbattere sulla sabbia. Vi osservo abbracciati e sudati,/ posiziono il mio arnese fra le vostre facce./ Bene, amichetto caro… spero tu te la sia goduta,/ perché io sono un assassino che concede gli stessi diritti…/ Vi ammazzo./ Vi ammazzerò stanotte."). Ciliegina sulla torta troviamo un'interessantissima bonus track, il primo pezzo in assoluto mai registrato con John Kelly alla batteria, ossia la rivisitazione di "Paranoid" dei maestri Black Sabbath (tra le innegabili fonti di ispirazione primarie di Steele and co), tratta dall'album omonimo del 1970. Assente dalla versione originale, troviamo la traccia in questione nella versione re-released del 1994, ristampata con la copertina differente (la raffigurazione del baccanale di scheletri). Plumbea, mortifera, la song è strutturata su sostanziali rallentamenti rispetto alla più "dinamica" interpretazione di Iommi, Osbourne and co. A rendere il pezzo più ricco troviamo citazioni anche di "Iron Man", quarta traccia dello stesso album (è possibile ascoltare il riffone principale del brano verso i due minuti e cinquanta). Il brano trova sbocchi goticheggianti verso i cinque minuti incanalandosi in frangenti "romantici" che sembrano appartenere ad una session di "October Rust", affrescati tramite vocals languide e ritmi più eterei e trasognati. Il testo è ancora una volta estremamente inerente alla dimensione di Steele: screzi con la donna incapace di aiutarlo ad affrontare la sua paranoia, la volontà di trovare qualcuno che possa aiutarlo a combattere la peggiore delle malattie, ossia la solitudine ("Ho troncato con la mia donna perché non poteva aiutarmi con la mia testa,/ la gente pensa che io sia pazzo perché sono arrabbiato tutto il tempo,/ Tutto il giorno penso a delle cose, ma nulla sembra soddisfarmi.../ Penso che perderò la testa se non troverò qualcosa che mi dia pace./ Puoi aiutarmi a tenere impegnato il mio cervello?/ Ho bisogno di qualcuno che mi aiuti a trovare ciò che nella vita non riesco a trovare,/ Non riesco a vedere ciò che dona la vera felicità, devo essere cieco.").



L'album risulta uno specchio del sarcasmo di Steele, mai più (forse) a questi livelli. Mentre ritroveremo lo stesso humor nero ben dosato all'interno dei pezzi dei successivi album non avremo più un album concepito di sana pianta proprio su quest'elemento, ossia la volontà di irridere, di burlarsi di un pubblico incapace di vedere determinate cose con la loro reale profondità. Un pubblico dotato di uno sguardo bidimensionale troppo spesso accecato dal "sonno della ragione" (per citare il sommo Goya). Un disco da avere e da custodire gelosamente, Ma soprattutto uno specchio del sano cinismo di Steele, grande artista che il fatto ci ha portato via troppo presto.


1) I Know You're Fucking Someone
Else
2) Are You Afraid
3) Gravity
4) Pain
5) Kill You Tonight
6) Hey Pete
7) Kill You Tonight (Reprise)
8) Paranoid

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