TYPE O NEGATIVE

October Rust

1996 - Roadrunner Records

A CURA DI
NIMA TAYEBIAN
28/04/2014
TEMPO DI LETTURA:
9,5

Recensione

1996. Non paghi dell'incisività del precedente Bloody Kisses i Type O Negative, capitanati dal nerboruto Peter Steele, mettono a segno un'altro colpo da maestri pubblicando un album eccellente (e sicuramente ancor meglio focalizzato del precedente) il cui titolo risponde al nome di "October Rust (Ruggine D'Ottobre)". Accantonate completamente le scorie thrashcore parte del passato retaggio musicale di Steele, i nostri approdano in toto a sonorità ossianiche, grasse e possenti, un sound che se in "Bloody Kisses" assume un degno ruolo da comprimario, ora si erge a protagonista assoluto. Il precedente si caratterizza per un carosello di sonorità differenti seppur ottimamente amalgamate tra loro, dove non si fa fatica ad evincere un percorso vario, tra impennate thrashcore, "frammenti sonori" disturbati e disturbanti (della durata di pochi secondi, i cosiddetti intermezzi) e pezzi monolitici seminali, di indiscutibile importanza. Ora si mette meglio a fuoco un preciso discorso musicale, impostato su quei "pezzi monolitici" di cui parlavo poc'anzi. Il minutaggio  si mantiene alto (una buona parte dei brani è superiore ai sei minuti; la finale Haunted arriva ai dieci), mentre cambia l'approccio sonoro: non più deraglianti song di denuncia alternate a scheggie sonore e a lugubri mastodonti pregni di "passione e tormento", ma solo pezzi mediamente lenti, "gotici", decadenti, crepuscolari. Una scia di mammuth che percorrono desolanti sentieri per cercare il posto in cui esalare l'ultimo respiro. Uniche "stravaganze" l'introduzione "Bad Ground", il secondo e l'ulimo pezzo senza titolo e  la dodicesima traccia che risponde all'intricato titolo di "The Glorious Liberation Of The People's Technocratic Republic Of Vinnland by The Combined Forces Of The United Territories Of Europa": la prima traccia è uno scherzo di quasi quaranta secondi che dovrebbe rimandare a degli amplificatori mal posizionati; la seconda e l'ultima sono rispettivamente un'intro e un'outro "recitate" nelle quali dapprima Steele si augura che l'ascolto del disco possa essere di gradimento, e successivamente in cui spera che l'ascolto abbia sortito un "effetto positivo"; la dodicesima impronunciabile traccia è invece una breve strumentale.  L'album viene accolto molto bene (pur non ottenendo il platino di BK arriva al traguardo del disco d'oro) per quanto il "senso vellutato" che si respira tra questi solchi fa gridare allo scandalo qualche purista (?), che li accusa senza mezzi termini di essersi "ammorbiditi". Si arriva a considerare il disco come "patinato", "leccato", ma sono etichette abbastanza fuorvianti. A conti fatti ci si trova di fronte ad un nuovo capolavoro, oltre che ad un capitolo nuovo nella discografia dei T0N. Dando un veloce sguardo alla scaletta, prima di perderci in un'analisi ben più dettagliata, abbiamo nel disco in questione (il primo con Johnny Kelly alle pelli, dopo l'abbandono di Sal Abruscato) una manciata di pezzi lenti, dal gusto introspettivo tra i più amati della suddetta band: brani come "Love You To Death", "In Praise Of Bacchus", "Green Man", "Red Water" sono destinati ad essere ricordati come alcuni dei pezzi più belli nella discografia dei T0N. Non manca l'ennesima cover: mentre in BK godiamo della rivisitazione di "Summer Breeze", stavolta i nostri ci deliziano con la trasmutazione di "Cinnamon Girl" di Neil Young. Detto ciò non resta che addentrarci in maniera più minuziosa nel qui presente capolavoro, gioiello incontrastabile di una band incredibile ed ineguagliata.



Si parte con "Bad Ground (Terra Arida)". Uno scherzo, come puntualizzavo precedentemente, un divertissement: una traccia di trentotto secondi composta da un flusso sonoro disturbato, un ronzio. Un pre - preambolo abbastanza bizzarro che ci porta in breve alla seconda traccia, "senza titolo", ancora abbastanza assurda. Il vero preambolo, in cui Steele e soci tra le risate ringraziano per l'acquisto del disco e si augurano che possa essere di gradimento dell'ascoltatore. Si arriva così alla prima vera track, ossia "Love You To Death (Ti Amerò sino alla Morte)" e neanche a farlo apposta, al primo capolavoro incontrastato del disco, una nera perla di inenarrabile bellezza, giostrata su ritmi lenti tanto funerei quanto sensuali. Poche note di pianoforte introducono la voce di Steele, bassa, greve; guaiti cupi ma allo stesso tempo languidi; in meno di un minuto si apre una struttura doomeggiante impostata su ritmiche ribassate nelle quali la voce di Peter assume toni più decisi, fieri, per poi confluire in frangenti maggiormente "lattiginosi" ed evanescenti in prossimità del refrain in cui laconico ripete "Let me Love You/Let Me Love You To Death". Assolutamente degni di nota i ricami di pianoforte in più frangenti, capaci di donare maggiormente un carattere "romantico" a tutto il brano. Ancora una volta, come già nel precedente "Bloody Kisses", il brano di apertura (intro escluse) è caratterizzato da una struttura cangiante, a più tempi. In questo caso due. Infatti, solleticato ancora da bellissime note di piano, il brano, neanche alla soglia dei cinque minuti confluisce in una parte lievemente differente da quanto ascoltato: la voce languida di Steele ripete ancora, per l'ennesima volta il refrain, quindi ritmi estremamente evocativi iniziano a prendere forma sullo sfondo. Ritmi un pizzico più eterei ma comunque impostati su una base doomeggiante (imbevuta sino al midollo di romanticismo), e un Peter Steele che con voce pacata ma comunque decisa ripete "Hey, Am I Good Enough For You?". Con il pezzo in questione Steele mette in scena la carica passionale provata nei confronti di una donna bellissima, la quintessenza della carnalità, una donna che Peter vorrebbe possedere sessualmente ("i suoi fianchi si muovono, ondeggiano, e riesco a capire cosa dicono./ Dicono che la bestia che è in me sta per prenderti… sta per prenderti.."). Piccoli gesti da parte di lei aumentano la pulsione irrefrenabile di Peter che sembra impaziente di farla sua a costo di essere suo schiavo o comunque di essere trattato come tale ("Il suo rossetto nero lascia un’impronta sul suo bicchiere di vino rosso../ sono il tuo servo, posso accendere la tua sigaretta?") Ma un dubbio si insinua nella mente di Peter, il dubbio di essere veramente considerato alla sua stregua ("Hey…sono alla tua altezza?/ Sono alla tua altezza?/ Lo sono?"), parte dotata di un inequivocabile valore "realistico" data la debolezza del Peter uomo, incapace di nascondere la sua fragilità e il suo senso di inadeguatezza dietro alla maschera del ciclopico vampiro. I ritmi sembrano farsi più decisi con la successiva "Be My Druidess (Sii la mia Sacerdotessa)", lasciando da parte, se non altro per i primi quattro minuti circa, le atmosfere stile "malinconico andante" del precedente brano a favore di una struttura (almeno nella prima parte) più dinamica, impostata su un main riff dai toni bassi ma dal gusto più rockeggiante. Certo non ci muoviamo più di tanto a livello tematico (si parla ancora di desiderio) ma il sapore più deciso del primo troncone riesce a dare una gustosa impennata al disco per evitare di farlo sprofondare negli abissi della malinconia. Ma già a partire da piccoli break che si insinuano nella song, in cui la voce di Peter che da languida torna cupa, catacombale, intuiamo possibili cambi di rotta. Infatti già dal minuto e quaranta, dopo il secondo dei suddetti break, in cui Pete declama "I'll Do Anithing To Make You Come", ci si incanala in un frangente ben più lento, dai toni mesti, avviliti. Ripetendo a più riprese la precedente frase Peter scivola lento come una lumaca verso la fine scortato da ritmi dolenti, lasciandosi dietro esattamente come il suddetto animale, una scia, in questo caso di rassegnata dannazione. Come precedentemente accennato il pezzo si muove a livello di lyrics sulle stesse coordinate del suo predecessore: un tete a tete di Steele con una donna nei meandri di un bosco, una figura femminile capace di infiammare letteralmente il nerboruto Peter, con cui si appresta a fare l'amore. Steele immagina la donna come sua druidessa, mentre si prepara a consumare il rapporto carnale in uno scenario che subodora di ritualistico, tra fuochi accesi e cerchi sciamanici ("Attorno al Falò, un cerchio di tredici/ dovunque in questa foresta, urla estasiate…/ Faremo l’amore adesso, alla luce del fuoco,/ un’altissima fiammata accende la notte..."). I due fanno sesso in preda ad una carica animalesca, letteralmente infiammati: lei stringe Peter così forte da ferirlo con le sue lunghe unghie da femme fatale, lui è totalmente accecato dalla passione, e come recita, con voce torva, smorzata, ad un certo punto, "farebbe qualsiasi cosa per farla venire". Con "Green Man (L'Uomo in Verde)" ci troviamo di fronte senza mezzi termini ad un altro capolavoro, esemplare nel racchiudere (così come i precedenti) l'essenza del nuovo corso della band. Lineare e senza cambi di tempo e di atmosfere, il brano, inaugurato da un cinguettio soave di uccellini, si struttura su binari lenti e malinconici. Il sapore tardo romantico prevale nettamente sull'apparato doomeggiante presente in maniera più o meno evidente nei precedenti brani creando un atmosfera gotica soffusa ed evocativa. La stessa interpretazione vocale di Steele ha il pregio di essere maggiormente pregna di evocatività, intrecciandosi magistralmente con le trame crepuscolari del suddetto brano, autunnale e carico di un livido grigiore. Stesso dicasi per le lyrics, impostate su pensieri decadenti e malinconici di Peter, dal sapore fortemente esistenzialista, nei quali si riflette sul destino ultimo dell'uomo, sul suo rapporto con il creato, sul trascorrere del tempo e delle stagioni ("La primavera non vuole arrivare, la necessità di un conflitto,/ di lottare per essere liberati da questo arido terreno/ Il/ solstizio d’estate, dolce momento,/ disperde le ombre dei dubbi dal mio viso./ Il sole di metà giornata, dalle caustiche sfumature,/ si riflette ancora nel lago./ L’autunno nel suo vestito fiammante/ colorato di foglie arancioni, marroni e dorate../Il respiro dell’inverno, la sporca neve,/ sentieri ghiacciati che conducono nell’Ignoto…/ La vita è ormai giunta al termine?"). Per quanto riguarda il titolo, Green Man, non è difficile ricondurre questo appellativo a quella che è stata l'esperienza di Steele nella cura e salvaguardia dei parchi. Peter immerso nel verde. Un verde destinato a divenire in qualche maniera la sua icona. Neanche un momento per riprenderci dopo un viaggio catartico tra tanto ben di Dio che ci ritroviamo tra le spire della successiva "Red Water - Christmas Mourning (L'Acqua Rossa - Il Lutto Natalizio)", neanche a dirlo un'altro capolavoro di indiscutibile forza e bellezza. E ci si addentra in questi frangenti in un viaggio quasi lisergico tra trame lente ed ipnotiche soavemente carezzate dalla voce mesta di Steele, che nella prima parte assume i connotati di narcotici (e narcotizzati) sussurri. Dal terzo minuto circa la voce si fa più dolente, carica di pathos e dramma, comunque ritornando in maniera sparuta ai binari espressivi precedentemente tratteggiati. I ritmi stavolta sono sicuramente più doomeggianti, pregni di un solenne decadentismo. Lenti e crepuscolari inizialmente si aprono ad un certo punto verso trame decisamente più evocative.  Ma l'atmosfera è e resta rassegnata, dai connotati sepolcrali. Sembra di essere in balia del destino, la cui ineluttabilità sembra soffocare, accecare la mente. Del resto a livello contenutistico il brano si muove esattamente in questa direzione: morte, destino, fatalità. Spettri che non accennano ad andarsene. Peter commemora la memoria delle persone a lui care ormai passate a miglior vita e rimembra i momenti in cui i "cari estinti" erano ancora su questo mondo. Un albero addobbato con luci nere e foglie di agrifoglio secco ci suggerisce che siamo a Natale ("Appese per chi non c’è più,/ per chi dorme sei piedi sotto di me./ Luci nere da appendere all’albero,/ cenni d’agrifoglio morto...) mentre i fantasmi che si manifestano a Peter potrebbero essere semplicemente frutto di allucinazioni dovute all'alcool unite a insanabili paranoie sulla morte. Paranoie date dalla constatazione che prima o poi chi abbiamo vicino è destinato al trapasso. Non importa quando. Il destino è imprevedibile e uguale per tutti. Strutturalmente più ritmata e possibilmente vivace la successiva "My Girlfriend's Girlfriend (La Fidanzata della mia Ragazza)". Essenzialmente un brano lineare dai connotati rockeggianti, salvo una piccola parentesi eterea verso il terzo minuto: introdotta da un giro evocativo di tastiere si snoda su ritmiche più dirette e in qualche maniera meno cupe, pur arricchita dalla voce, stavolta cavernosa, impostata su timbri bassi, di Peter. Degno di nota un brillante assolo intorno ai due minuti di chiaro stampo hard rock, che ci catapulta nell'arco di una ventina di secondi verso un break "evanescente" e trasognante.Il brano è giocato sulle fantasie sessuali di Peter, che immagina un rapporto ambiguo tra la sua ragazza e quella che definisce "la ragazza della sua ragazza", una ninfa lesbo che ama perdersi in giochi erotici con la sua donna. Peter puntualizza che oltre ad essere la ragazza della sua ragazza è in qualche modo anche la sua fidanzata, una donna come tante, una donna normalissima, ma che ama i rapporti a tre. Il legame che unisce il terzetto è visibilmente ambiguo, ma Pete non sembra preoccuparsi di ciò che la gente dice ("Mi tengono al caldo nelle notti fredde,/ siamo proprio uno spettacolo…/ nel nostro triangolo di carne,/ tutti aggrovigliati, adesso…/  siamo una coppia inusuale, noi tre../ ma non ci interessa di quel che dice la gente/ quando camminiamo mano nella mano lungo King’s Highway..."). Ricamata nel più puro tessuto della malinconia la seguente "Die With Me (Muori assieme a Me)", song pregna di innegabile delicatezza nella quale Peter rimembra con nostalgia la sua donna volata lontana per seguire il suo destino. Una figura femminile a cui era ed è tremendamente attaccato e a cui continua a ripensare con dolore. I ricordi vanno a quei momenti in cui lei è salita su quel maledetto aereo per andarsene da lui e non fare più ritorno. E il dolore lo porta ad autoannichilirsi ripensando a un qualcosa di bello che suo malgrado è dovuto finire così presto. Vorrebbe averla ancora tra le sue braccia, vorrebbe che quel giorno non fosse mai arrivato, che l'aereo non fosse mai partito. Ma così non è andata. Il destino non si può cambiare, per quanto ci sforziamo e lottiamo con tutte le nostre forze. Il destino è ineluttabile. (Come un uccello/ lei volò via,/ per inseguire i suoi sogni/ di libri e gloria,/ ancora mi manca…/ si mi manca,/ da quando se n’è andata.). E la consapevolezza di ciò lo porta verso riflessioni decadenti: vorrebbe morire con lei, magari arso dal fuoco. Ma non è possibile, lei non è più qui. Lei è solo un ricordo. ("Donna, io voglio morire con te./ Fra le nostre braccia/ annegheremo nel fuoco."). Strutturalmente ci troviamo ancora una volta incanalati in binari romantici, che in  parte (specie nella parte iniziale) si lasciano alle spalle le possenti strutture doom per abbracciare un flavour più etereo (come si evince anche dalle modalità espressive di Peter, che in questi frangenti preferisce usare perlopiù una timbrica trasognata). Da antologia un evocativo, affascinante solo guitar verso i quattro minuti e venti, capace assolutamente di donare un plusvalore ad un pezzo già di suo perfetto. "Burnt Flowers Fallen (Cadono Fiori Bruciati)" si struttura su una base ben più ritmata e diretta (ancora una volta di retaggio hard rock) e su un testo "scheletrico" ("Yeah I Think She's Falling Out Of Love/All Off The Flowers I Gave Her/ She Burned Them") che rimanda direttamente ad alcuni brani del precedente Bloody Kisses ("Kill All The White People", "Set Me On Fire", "Can't Lose You"). Il brano si mantiene su coordinate dinamiche per buona parte della sua durata, impreziosito da solenni ricami di hammond, per aprirsi ad un primo break evocativo verso i tre minuti e mezzo, nel quale gli strumenti cessano di imbastire ritmiche possenti e ridondanti per lasciare spazio alla voce languida e delicata di Peter, quindi un minuto dopo, ove il copione si ripete specularmente per poi defluire in una parte malinconica, in cui le chitarre tratteggiano scenari mesti, dolenti, autunnali. Uno scenario che rievoca lacrime versate e fiori consunti, gli stessi bruciati dall'ex ragazza di Steele che ora non ama più. E infatti, come già accennato in precedenza è proprio di questo che si parla. I sentimenti di Peter calpestati da una sua ex che brucia tutti i fiori che questi le ha donato. E qui, ancora una volta si evidenzia la fragilità del mastodontico Peter, che riflette su un gesto così stupido, infantile, ma che può fare davvero male. Tinta di grigio, bellissima, si presenta alle nostre orecchie la decima traccia "In Praise Of Bacchus (In Onore di Bacco)", uno dei capolavori assoluti dell'album nonchè probabilmente uno dei brani più belli ed incisivi mai partoriti dalla fervida mente di Steele. Un'introduzione soffusa imbastita su poche note di chitarra e sulla voce di Peter delicata e sofferta ci porta in breve alla texture principale del brano, strutturato su una base di chiaro retaggio doom ma pregna di inequivocabile dolore e tristezza. I ritmi sono macilenti quanto grassi e ridondanti, gestiti su chitarre ribassate che in maniera decisamente perentoria comunicano un inenarrabile senso di angoscia esistenziale. A tre minuti e mezzo circa abbiamo magnifici inserti di vocals femminili, che aumentano il pathos crescente, amplificato ulteriormente da tristissimi quanto flebili ricami di tastiera (neanche due minuti dopo). Finale in crescendo, in cui la voce di Steele si va intreccando alla soave voce femminile e a backing vocals imbastite per aumentare il climax in maniera esponenziale. Il testo, privo apparentemente di un filo logico è, da quanto riportano le cronache, frutto di visioni di un Peter Steele in preda ai fumi alcolici mentre cerca di togliersi la vita dopo la rottura con la sua ex. Il mastodontico Pete si trova nella sua auto, piove. Non troppo distante da lui si trova il ponte di Brooklin. La sua mente immagina una figura femminile a guardia del letto del fiume che sembra stimolarlo al suicidio. Gli dice che bruceranno assieme ("sono totalmente schiavo dell’alcool/ Una ragazza in blu, solitaria, fa la guardia al letto del fiume,/ scuote la sua torcia marrone dinnanzi alla marea/ Mi disse/ bruciamo, bruciamo assieme..) mentre nel contempo continuano a vorticare idee strane nella sua mente sempre più confusa: leggiamo "fermerò il treno per dire <<ciao>>". Difficile capire se il treno è allegoricamente un mezzo con cui immagina di morire, da questi travolto e dare così un ultimo commiato (il "ciao" potrebbe essere un definitivo saluto al mondo) oppure, se altrettanto poeticamente il treno è il mezzo con cui la sua ex ha dato definitivamente forfait (troviamo così affinità con la ottava traccia, "Die With Me"), eclissandosi dalla sua vita, e lui nella sua immaginazione vorrebbe fremarlo per poterle dare un ultimo saluto. Ma sono ipotesi. Difficile scavare in una mente agonizzante e permeata di dolore. Quelle che sono visioni spesso sono destinate a rimanere tali, senza la stretta necessità di un indagine chiarificatrice. Per citare i primi versi di "Misery", di Stephen King: "Ogni tanto i suoni si affievolivano, come il dolore, e allora restava solo la nebbia. Prima della nebbia ricordava l'oscurità: l'oscurità totale. [...] Erano esistiti quei suoni nell'oscurità? Non era in grado di dare risposta ad alcune di quelle domande. Aveva senso porsele? No...". Arriviamo così alla cover di "Cinnamon Girl (Ragazza "Cannella")", celebre pezzo di Neil Young contenuto in "Everybody Knows This Is Nowhere" (1970). Sulla genesi del brano originale le cronache ci informano che Young ebbe modo di scriverne il testo mentre era bloccato a letto con la febbre a quaranta. Il brano viene poi interpretato da Young con la sua Gibson Les Paul "Old Black". "Cinnamon Girl" sembra un pezzo scritto apposta per Peter Steele, considerando il testo che non si discosta assolutamente dal suo modus operandi: tra le liriche evinciamo che il protagonista vorrebbe incontrare la ragazza dei suoi sogni, una ragazza definita in maniera quantomeno bizzarra "ragazza cannella" (per via del colore dei capelli? Difficile dare interpretazioni). Il pezzo di Young viene sottoposto ad un trattamento testosteronico non spersonalizzante. Il brano risulta perfettamente riconoscibile, ma correlato di suoni più grassi e corposi, e abbellito dalla voce sempre estremamente espressiva di Steele che si diletta a variare il suo timbro da toni più languidi a frangenti più bassi e rochi. La dodicesima traccia, dal titolo pantagruelico e gargantuesco di "The Glorious Liberation Of The People's Technocratic Republic Of Vinnland by The Combined Forces Of The United Territories Of Europa (La gloriosa liberazione della Republica popolare Tecnocratica di Vinnland avvenuta per mano delle forze combinate di tutte le nazioni Europee)" è poco più che uno scherzo "strumentale" riguardante lo stato immaginario del Vinnland, inventato a seguito della lettura di testi sulle antiche culture del nord europa da parte di Steele. Il pezzo parte con il rumore di un'attacco aereo per poi snodarsi per un minuto abbondante su vocals disturbate e dal flavour militaresco (che ripetono ad libidum "Ein, Zwei, Drei, Vier" ossia "Uno, Due, Tre, Quattro in tedesco) accompagnate da una batteria macilenta e da un riff oscuro e sepolcrale. Maledizioni, licantropia e una luna pregna di incanto e dannazione: questa è "Wolf Moon - Including Zoanthropic Paranoia (Luna Lupina - Inclusa paranoia Zoantropica)", track dal sapore catacombale, che ci fionda nuovamente in binari dal sapore doom, nei quali aleggia un flavour tetro e opprimente. Dopo un inizio ancora una volta soffuso, strutturato in crescendo, si arriva nell'arco di un minuto al main riff, sepolcrale e desolato; Steele si esibisce con una timbrica venata di disperazione che ben si aggancia con il pattern sullo sfondo,le cui tessiture sembrano fatte della materia di cui è composto il concetto stesso di rassegnazione. Il brano procede compatto e lineare per tutto l'arco della sua durata per poi aprirsi, nelle ultime battute a frangenti più ariosi e quasi solari (per usare un termine quantomeno azzardato). Comunque a creare una piccola frattura venata di poesia ci pensa un breve break verso i tre minuti e venti, in cui i ritmi si distendono totalmente in un passaggio atmosferico ed evocativo. Da menzionare in questo contesto, la riapparizione di quei cori simil gregoriani (verso i quattro minuti e mezzo) già sentiti in quel capolavoro assoluto che risponde al nome di "Christian Woman". Come già accennato, argomento del brano è la dannazione di una donna, colpita dall'incantesimo della luna, una donna divenuta un licantropo. Steele, possibilmente innamorato della sfortunata figura femminile, implora la luna di gettare anche su di lui quella maledizione ("Il ventottesimo giorno/ lei sanguinerà ancora/ e con fare lupesco,/ noi allevieremo il suo dolore.../ "Luna del Lupo,/ vieni, getta su di me il tuo incantesimo!). Dal finale si intuisce (in maniera abbsatanza vaga) che la maledizione è completa, che anche Peter ora è un licantropo, libero finalmente di essere felice con la donna maledetta che lui ama ("E così in questa foschia/ ci incontriamo di nuovo…/ in questo gran bel giorno,/ ti stuzzicherò come sempre.."). Colma di dannazione anche la successiva "Haunted (Perseguitato), ufficialmente l'ultimo brano del lotto, track che si trascina lenta percorrendo mesta i binari del più assoluto torpore. A regnare in questi dieci minuti (è la track più lunga del disco) vi è solo disperazione, amaro melodiare. La sensazione è quella di essere lentamente avvolti da un nero drappo, da un sudario che ci stritola gradualmente tra le sue spire funeree. Note di piano si inseriscono a più riprese contribuendo a strutturare un'atmosfera generale tra il malinconico e il depressivo. Finale dall'effetto "troncato", destinato a suscitate quasi uno shock nell'ascoltatore intrappolato tra le tessiture ipnotiche, lisergiche di questo brano. Un sogno, meglio ancora un incubo che finisce in maniera improvvisa. Le sensazioni suscitate dal brano vanno perfettamente a braccetto con quello che rappresenta l'apparato testuale: Peter è perseguitato da un'apparizione notturna, una donna che non cessa di infestare i suoi sogni. Difficile credere che possa trattarsi veramente di uno spettro. E' più facile pensare che sia il ricordo di una donna a cui Peter teneva profondamente che non cessa di perseguitarlo, un ricordo doloroso che continua a manifestarsi a più riprese tormentando il povero Pete. ("...Fra le lenzuola dove aspetto il suo arrivo… / Sono perseguitato/ Invade il mio sonno con cattive intenzioni, Ade, forse ti è scappato un demone!"). Ultimo brano "Senza Titolo". Peter ringrazia gli ascoltatori. Poi solo il silenzio. Fine dello spettacolo. 





Giunti così al termine non possiamo che constatare che con questo "October Rust" i nostri riescono a piazzare un nuovo centro: l'album è senza ombra di dubbio perfetto, omogeneo e ricco di brani di ottima fattura. Il disco si inserisce in una sorta di trilogia ideale di masterpieces assoluti del periodo più gotico dei T0N, iniziata con "Bloody Kisses" e conclusa con il successivo "World Coming Down". In questo contesto aumentano, rispetto al suo celebratissimo precedente, i colpi da maestro: sono davvero numerosi i brani capaci di far gridare al miracolo, suadenti ed efficaci. Certo è meno evidente una certa varietà stilistica, di cui il suo diretto predecessore si fa forza, ma il fascino del qui presente lavoro risiede piu che altro nella sua compattezza, capace di donare fluidità all'ascolto dall'inizio alla fine. Dunque un opera da avere, da amare, da custodire gelosamente. Un opera che rappresenta il concetto di gothic/doom nella sua più alta accezione.


1) Bad Ground
2) -
3) Love You To Death
4) Be My Druidess
5) Green Man
6) Red Water 
7) My Girlfriend's Girlfriend
8) Die With Me
9) Burnt Flowers Fallen
10) In Praise Of Bacchus
11) Cinnamon Girl
12) The Glorious Liberation of The Peoples
Technocratic Republic Of Vinnland By The Combined Forces
Of The United Territories Of Europa
13) Wolf Moon (Including Zoanthropic Paranoia)
14) Haunted
15 -   -

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