TYPE O NEGATIVE

Life Is Killing Me

2003 - Roadrunner Records

A CURA DI
NIMA TAYEBIAN
30/06/2014
TEMPO DI LETTURA:
9

Recensione

2003. Dopo una lunga pausa (inframezzata dall'uscita del best of "The Least Worst Of Type O Negative") viene pubblicato finalmente il nuovo parto discografico dei Type O Negative, "Life Is Killing Me". Sono passati ben quattro anni dall'uscita del loro ultimo full, "World Coming Down", disco pesantemente criticato da qualcuno per via delle sonorità cupe e asfissianti poco fruibili soprattutto rispetto al precedente "October Rust", ben più catchy. Lo stesso Peter Steele risulta molto critico nei confronti di W.C.D. arrivando a considerarlo il loro peggior album di sempre (pare più per motivi personali che per l'effettivo contenuto del suddetto platter). Quindi, come dicevo, a questo disco corrispondono un bel nugolo di critiche, ma trattandosi dei T.O.N. non c'è da stupirsi: abbiamo visto come tutti gli album (salvo sicuramente "Bloody Kisses", che i più etichettano come loro capolavoro) nel bene o nel male siano stati soggetti a critiche: da "Slow Deep And Hard" (sessista, discriminatorio...ma non lo erano forse anche i dischi dei Carnivore?) a "The Origin Of The Feces" (una presa per i fondelli) da "October Rust" (troppo easy listening e patinato) a "World Coming Down" (troppo poco easy listening, un mattone, inascoltabile, opprimente). Mi viene dunque da sorridere pensando che gli ultimi due dischi non fanno certo eccezione in tal senso. Su "Dead Again" ritornerò successivamente (non è certo lo spazio più appropriato per perdermi in digressioni sull'ultimo lavoro ufficiale dei nostri), focalizzando adesso l'attenzione sul penultimo parto di Pete and co, ossia "Life is Killing Me". Anche qui di critiche ne sono state fatte a bizzeffe, e basterebbe fare un giro nel web come nel cartaceo, tra recensioni, critiche e commenti per rendersi conto di come il lavoro abbia lasciato solo una inestricabile nuvolaglia di confusione. C'è chi lo etichetta come un capolavoro, chi spazzatura a tutti gli effetti, chi dice che si tratta di un bel passo avanti rispetto al poco riuscito (?) "World Coming Down", chi un passo indietro rispetto al più riuscito precedente (mah...). La verità come al solito sta nel mezzo. Sembra una frase fatta, forse lo è, ma spiega un po' la situazione. "Life Is Killing Me" non è un capolavoro assoluto né un disco da buttare, ma una naturale evoluzione del sound dei TON, una creatura che non ha mai osato crogiolarsi sugli allori e che neanche stavolta si adagia sulla manieristica ripetizione o riproposizione di ruffiani stilemi al fine di spillare qualche soldino in più, ma continua sulla personalissima strada della crescita anche ripescando qua e la qualcosa del mood dei precedenti dischi. La cosa più importante è crescere, andare avanti e soprattutto continuare ad essere veri, contrariamente a molti artisti che si imbattono nella giusta formulina e la ripetono ad libidum sino a provocare nel pubblico più accorto un collasso testicolare. Dunque cosa cambia rispetto al più recente passato? La formula è sicuramente meno claustrofobica di "World Coming Down", sicuramente più fruibile, ma senza rincanalarsi nella tormentata passionalità di "October Rust". Un disco dunque estremamente piacevole, godibile, e capace ancora di suscitare sensazioni, senza erigere muri di angoscia necrofoba o stordire tramite zaffate fortissime di spleen esistenzialista. Il tutto viene gestito molto bene, in maniera più soffice, ma non tradendo il vero spirito dell'ensemble di Peter e compagnia. Altra cosa da tenere in considerazione è la minor durata complessiva dei brani: di quindici brani ben nove non superano i cinque minuti e mezzo, mentre solo due superano la soglia dei sette minuti ("...A Dish Best Served Coldly" di quasi sette minuti e un quarto e "How Could She?" di oltre sette minuti e mezzo). Dunque, evitando ulteriori chiacchiere sposterei l'attenzione sull'analisi del suddetto disco, composto da ben quindici tracce.



Si inizia con "Thir13teen", immancabile strumentale della durata di un minuto circa. Funerea, catacombale nell'incedere sembra il degno preambolo per un successivo brano altrettanto greve e funesto, ma le premesse non trovano alcun riscontro dato che la successiva "I Don’t Wanna Be Me" (Io Non Voglio Essere Me) si presenta come un brano ben più ritmato, avvincente, dotato di una carica antitetica rispetto al putrido acquitrino iniziale. Brano abbastanza lineare inizia con una frase riciclata nel refrain ("I don't wanna be me anymore...") declamata con voce suadente da Peter. Subito i ritmi si fanno dinamici, seppur scevri da un eccessiva aggressività, colorati con grazia da singulti chitarristici sul malinconico andante (che a dirla tutta sembrano subodorare seppur vagamente di un lontano flavour post-punk). La voce di Peter acquista maggiore tono mentre i ritmi si mantengono grintosi, pieni di arrembante carica. Arrivando al refrain vediamo come la voce di Peter non cambi di mezza virgola mantenendosi molto energica e ben lontana dall'interpretazione depressogena che in tanti hanno imparato ad amare. Verso i due minuti e dieci un break in cui la voce di Peter, stavolta più languida e sussurrata, si erge a protagonista, mentre lo sfondo strumentale è tratteggiato in maniera ovattata e funzionale, dai connotati "ambientali", con la sola batteria delegata a dettare i ritmi. Un intervento solistico della chitarra riporta il brano sui binari dinamici di base prima di un nuovo, brevissimo smorzamento dei toni speculare a quanto sentito precedentemente. Dunque si ricomincia, di nuovo su ritmi sostenuti ed arrembanti. Il pezzo vero e proprio sembra finire verso i tre minuti e quarantacinque, mentre il restante minuto e un quarto si trascina spento su suoni ambientali e lugubri. Il testo è, a onor del vero, molto criptico, e lascia spazio per un ampio ventaglio di interpretazioni. Sostanzialmente, comunque, ci troviamo d'innanzi a liriche molto intime e sentite nelle quali Peter parla di un problema che lo accompagna da sempre: il giudizio dall’apparenza. Nonostante la sua statura imponente e la sua attitudine “da macho nerboruto” egli era in realtà un ragazzo molto fragile, sensibile ed insicuro. Eppure, nessuno lo ha mai capito, in particolar modo il genere femminile. Le ragazze erano (e sono) unicamente interessate al suo aspetto fisico ed egli ne soffriva immensamente, in quanto avrebbe più di ogni altra cosa voluto trovare una donna capace veramente di amarlo e comprenderlo per quel che realmente era. Nel videoclip del brano, inoltre, vediamo un uomo afflitto da una routine disarmante (orari "marziali", lavoro ecc.): una volta in casa da solo, il tale entra in una stanza dove è celato un suo personale guardaroba “segreto” e si diverte ad interpretare, travestendosi come loro, migliaia di personaggi diversi, dalla Monroe a Michael Jackson, ed anche lo stesso Peter Steele. Quindi, la tematica del vero Io imprigionato in una maschera è quella dominante. L’unico modo per liberarsi di tutte le sofferenze dovute al peso dell’apparenza è inevitabilmente morire. ("Io non voglio più essere me stesso!!/ Sempre rinchiuso dentro questa casa,/ due case di vetro, venti mattoni./ Quattordici gialli, sei azzurri./ Potrebbe andare peggio di così? …ne dubito."). "Less than Zero (<0)"  ( Meno di Zero (<0) ) è inaugurata da pochi suoni ambientali e ovattati, scorie possibilmente del precedente brano, che defluiscono in breve in una struttura sommessa, ben più pacata rispetto al suo diretto predecessore, caratterizzata inizialmente da un botta e risposta tra la voce di Peter (dai toni pressochè narcotizzati) e un sitar. Verso il minuto e quaranta si defluisce verso una parte più maestosa in cui Peter si diletta in toni più evocativi e magnetici. Dopo trenta secondi inizia un'alternanza tra un riffone grasso di chiara ascendenza sabbathiana e inframezzi più "ambientali" strutturati sulla voce di Steele filtrata e metallica. Un'ultima ripetizione del suddetto riff ci riporta alle coordinate di base, meste, venate di una certa malinconia di fondo. Il sigillo viene posto allo scoccare del quinto minuto, mentre gli ultimi venticinque secondi sono ancora una volta ambientali e sulfurei. Stavolta il testo risulta essere una riflessione su quella che per Peter è la vera natura umana. In un impeto di pessimismo cosmico, Steele arriva a sostenere che tutti gli umani non sono altro che degli insignificanti esseri privi di valore. Che difatti valgono meno di zero, nonostante essi si considerino degli esseri perfetti in virtù dei traguardi tecnologici e scientifici raggiunti nel corso dei secoli. Data la profonda inutilità della nostra stirpe, Peter arriva addirittura a chiedersi se la nostra esistenza non sia altro che uno scherzo divino, proprio perché noi umani quasi sembriamo messi lì a vagare senza una meta o ragione per far divertire qualcuno che ci osserva compiaciuto dall’alto. Ancora una volta, è la morte la risposta a tutte le domande, ed è solo la Grande Consolatrice a poterci portare via da certe sofferenze ("Nel riflesso di quest’ombra/ sia benedetta la mia morte./ L’ultima anima in pena incontra il Deus Ex Machina/ Dio, se mi ami… perché non mi lasci libero?/ Non ho chiamate in attesa.../ Hey, Ma ti prendi gioco di me???/ La Realtà non è mai poca,/ e nulla è reale./ Il Re degli Idioti./ La punizione?/ Vittime che si prestano a ciò,/ per l’eternità./ Siete tutti volontari."). I suddetti rumori evocativi ed ambientali confluiscono nel terzo brano, "Todd's Ship Gods - Above All Things" (Todd’s Ship Gods – Le Cose più Importanti): inizialmente un pizzico incerti, si delineano presto come versi di gabbiani e boati di navi che attraccano. Dopo pochi secondi ha inizio il brano vero e proprio, che si assesta inizialmente in un alternanza tra un riff pachidermico di retaggio doom e frangenti più delicati, sostenuti dalla voce trasognata di Peter. A spezzare questo uno-due ci pensa il refrain, soave quanto maestoso ("I want cry - "Above all things boy, be a man"). Verso i due minuti e dieci il riff di cui sopra defluisce in uno stacco strumentale venato di  sottile malinconia, che si ricollega nell'arco di una ventina di secondi con un frangente caratterizzato da una performance più cupa e tenebrosa di Steele, addizionata ad un fondale impostato su feedback e sonorità minimali. Finale sostanzialmente strutturato sulla ripetizione a più riprese del refrain. Il pezzo in questione è stato composto da Peter pensando a suo padre (venuto purtroppo a mancare) e ai suoi insegnamenti. Per Peter il rapporto con suo padre era di vitale importanza, sulla sua figura severa ma comunque dolce aveva basato la sua vita, e in questo testo ricorda con nostalgia il più grande insegnamento che il suo genitore seppe dargli, quando era ancora in vita: il non sbandierare troppo i propri sentimenti ai primi che passano, saperli domare e tenerli dentro quando è necessario, proprio per divenire più forti ed affrontare la vita con maggiore decisione. Il titolo è ispirato in parte al cantiere navale dove il padre lavorava (chiamato appunto "Todd’s Ship Gods") ed in parte a questi insegnamenti, ovvero “le cose più importanti” ("Brillantina, Sudore, Caffè… immagini sbiadite di quel cantiere, il Gigante che conoscevo, che abitava qui…/ autore di quegli insegnamenti testosteronici,/ dove sei andato?/ Ora mi ricordo di quel che mi disse, quella volta,/ quando caddi dalla bicicletta e mi sbucciai il ginocchio:/ “Se devi piangere non farlo mai alla luce del sole,/ così nessuno ti vedrà”/ Io non voglio piangere. “Sii superiore, figliolo. Sii un uomo!”). Con "I Like Goils" (Mi piacciono le Ragazze) i ritmi si fanno nuovamente dinamici. La song, che può richiamare alcune soluzioni proprie dei primissimi TON, risulta fresca e vivace, addirittura divertente. Il brano, della durata complessiva di due minuti e trentacinque, risulta pressochè lineare, impostato su un andamento veloce e scanzonato fomentato dall'ugola ruggente di Steele. L'unica variazione sostanziale è rappresentata da un piccolo break in prossimità dei due minuti, in cui la voce di Pete si fa più seriosa e gli strumenti cessano di "ruggire" dando spazio ancora una volta ad una "zona" più sfumata e "color pastello". I Like Goils (Goils sta a significare, nel dialetto di Brooklyn, "girls") presenta un testo molto cinico, spietatamente satirico e a tratti “cattivo”, dedicato a tutti gli uomini che ebbero la brillante idea di provarci in maniera alquanto spinta con Peter. Dopo il suo famoso servizio fotografico di nudo integrale per la rivista “Playgirl”, infatti, Peter venne a scoprire con sommo rammarico che quella rivista non era propriamente un giornale “per sole signore”. Paradossalmente, erano più gli uomini a comprarla, anziché le donne. Da quel momento, egli divenne involontariamente un’icona Gay, ed un sacco di uomini cercarono di “insidiarlo”, addirittura lanciandosi contro di lui nei backstage dei concerti o facendogli avances molto spinte, in continuazione. Peter, sicuramente non omofobo, arrivò molto presto al limite della sopportazione e decise di mettere in chiaro che chiunque può essere quello che vuole, nella vita… ma che a lui piacciono le donne! Il testo difatti non è un’invettiva contro gli omosessuali, ma unicamente contro quelli sfacciati, insistenti ed irrispettosi nei suoi riguardi. Contro i suoi “stalker”, insomma ("Dimenticati del barattolo di Vaselina!/ Hey, ricco ragazzo-puttana, non sarò mai la tua regina!! Ok??/ Puoi sbavare, supplicarmi, sperare…/ ma non c’è modo e maniera che io ti raccolga la saponetta!!!/ Va bene che sono strano, ma non sono un froc#o,/ prendi la tua rabbia e sparisci,/ e sono orgoglioso di non essere politicamente corretto!!!/ A me piacciono le Ragazze!/ Le ragazzacce di tutto il mondo![...] Sono un porco sessista? Penso sia vero!/ Io odio tutti gli uomini incluso te!!!/ E non mi importa quel che pensi di me!/ guarda il mio culo, c’è scritto “Solo Uscita”!/ La sodomia non mi interessa, perché…/ ...a me piacciono le ragazze!/ Le ragazzacce di tutto il mondo!!"). Molto più scura, torbida la successiva "…A Dish Best served Coldly" (…un Piatto che va servito Freddo). Plumbea e impostata su ritmiche maggiormente rallentate, sembra un ideale incrocio tra quanto proposto su "October Rust" e su "World Coming Down". Si parte con essenziali ed evocativi ricami chitarristici presto raggiunti dal vocione greve e catacombale di Steele. La voce viene inframezzata da un singulto basso di chitarra, che sembra voler inaugurare un rifferama basso e cupo ma inizialmente abortisce sul nascere. A circa un minuto il macilento riff doomeggiante è libero di partire, accompagnato da urla strozzate e lontane. A meno di un minuto e venti si riprende con un incedere funereo, sempre scortato dalla voce cavernosa di Peter, quindi si ha una riproposizione pedissiqua di quanto già sentito nei primi istanti. Oltrepassata la soglia dei due minuti la chitarra cesella pattern più aperti che sembrano lasciar intravedere qualche raggio solare, seppur adagiato in un contesto mefitico e decadente. Dopo i due minuti e mezzo la voce di Peter si fa più languida e trasognata, in perfetta sintonia con lo sfondo evocativo e dal flavour trascendentale. Un nuovo riff sempre di retaggio doom verso i tre minuti permette a Steele di liberare la sua grinta repressa: qui il vocalist assume un'impostazione vocale maggiormente "urlata" e ferale. Il brano in toto si presenta ben più articolato rispetto ai suoi predecessori, forte di cambi strutturali e umorali che ne aumentano lo spessore musicale senza renderlo dispersivo o annacquato. Il brano in questione fa perno su un testo che parla di un rapporto finito, sia d’amore sia d’amicizia. In questo senso, notiamo come il protagonista del brano sia risoluto e non dispiaciuto, per quello che è successo. Anzi, è machiavellico e cinico quanto basta per far “rimbalzare” su di se tutte le proposte di “scuse” che gli arrivano dai traditori, in quanto lui ha ormai capito come di certa gente non ci si possa fidare, e che non vale d'altro canto la pena di piangerci su o a disperarsi. Prima o poi ognuno fa i conti con le sue cattive azioni e ne paga le amarissime conseguenze, e paradossalmente lo farà proprio nel momento in cui tutto sembra andare per il verso giusto ("Cosa ti fa pensare di aver vinto,/ quando la battaglia è solo all’inizio?/ Lascia che la pena sia consona al crimine commesso,/ le cose brutte capitano proprio nei momenti migliori./ Il mio errore è stato metterti davanti ad ogni cosa,/ era ancora troppo presto per scoppiare le ingannevoli bolle / ti chiesi solamente di credere in noi,/ ora la mia fede giace nel MIO concetto di giustizia./ Quante volte debbo dirti che non sono dispiaciuto?/ In quanti modi e maniere debbo mostrarti che non me ne frega nulla?"). Risate compiaciute fungono da preambolo alla seguente "How Could She?" (Come ha potuto Lei?), song strutturata soprattutto nei primi frangenti su un andamento pacato, rilassato, a cui si aggiungono le vocals perlopiù eteree di Steele. A seguito della seconda ripetizione del laconico refrain ("How could she?...") si impongono tempi più cadenzati per venticinque secondi circa scanditi dalla voce fiera di Peter (adornata da coretti). Il tutto su una base di riff stoppati. Oltrepassata la soglia dei due minuti e quaranta ci incanaliamo in un frangente strumentale rallentato e caotico, un amalgama sonora nera come la pece e altrettanto vischiosa. Tre minuti e quarantacinque: applausi scroscianti da parte del (finto) pubblico  e si riparte con un surplus di energia e testosterone, su ritmi più indiavolati, esagitati, ancora una volta memori dei primi vagiti dei TON. Da sottolineare come, prima che il brano si riassesti sulle coordinate di base (quindi ritmi eterei ed evanescenti, screziati da sussurri di sitar) gli applausi sembrano piovere a catinelle. Più e più volte. Non può non venire in mente un collegamento con il finto live "The Origin Of The Feces", dove invece il pubblico (farlocco) osteggiava, denigrava ed insultava Peter e la sua band arrivando addirittura a lanciare sul palco degli oggetti (bottiglie). Come notiamo analizzando la parte lirica però la realtà è un pizzico diversa: gli applausi sentiti non sono di un pubblico vero, ma della tv che il protagonista del brano sta guardando in preda alla depressione. Scendendo nel dettaglio, il testo (uno dei più particolari presenti in questo disco) ci mostra un uomo estremamente depresso che si chiede come la sua ragazza abbia potuto lasciarlo. Passando le sue giornate da solo, triste e sconsolato in casa, non fa altro che guardare la tv, ed ogni donna presente in tutti gli sceneggiati, sit-com o cartoni animati che si ritrova a vedere, gli ricordano la sua Lei. Ecco perché sono citate molte personalità del piccolo schermo, come Wilma Flintstone, moglie di Fred, o Marcia Brady, del telefilm “La Famiglia Brady”, o Catwoman, Wonder Woman, il cartoon “Penelope Pitstop” e così via ("Wilma Flintstone, Marcia Brady,/ Alice Kramden, Gladys Kravitz, Laverne and Shirley, Jeannie/ Morticia Adams, Aunt Esther,/ Sweet Polly Purebread, Natasha,/ Mrs. MacGillicuddy…/ Come ha potuto, lei??/ Ginger, Mary Anne, Mrs. Howell,/ Samantha Stevens, Lieutentant Uhura,/ Judy Jetson/ Olive Oyl, Ethel Mertz,/ Edith Bunker, Marilyn Munster,/ Rhoda, Penny Robinson/ Come ha potuto?/ Perché non mi ama più?/ Sono abbastanza alterato, confuso, annoiato a morte./ Non ho bisogno di nulla se non della tv."). La title track "Life Is Killing Me" (La Vita mi sta Uccidendo) si presenta abbastanza semplice nella struttura, ma sicuramente efficace. Un'introduzione simil ambient cozza dopo una trentina di secondi con un riff ribassato grasso e macilento, doomeggiante destinato a spegnersi di nuovo in una nuvola lattiginosa, evanescente strutturata su lontani suoni di synth su cui si inserisce dopo poco il vocione da orco di Peter. Poco dopo i due minuti il brano si assesta su ritmi più violenti inaugurati dal refrain, semplice ma di sicuro impatto, urlato letteralmente da Peter: "Life Is Killing Me". Il brano si mantiene dinamico ed arrembante (con la voce di Peter stavolta su tonalità fiere e declamate) sino ai tre minuti e mezzo, quando un riff decisamente sabbathiano impone un cambio di tempo dando modo al brano di assestarsi su ritmiche più doomeggianti: in questi frangenti si avverte con forza come lo spirito del Sabba Nero si faccia prepotentemente sentire. A seguito di un nuovo inframezzo etereo giostrato sul sintetizzatore il brano si rincanala nelle coordinate veloci e deflagranti di base (05:46). Il brano in questione venne composto da Peter pensando alle vicissitudini ospedaliere di sua madre. La donna, in quel periodo molto anziana, era gravemente malata di diabete. Peter cercò in tutti i modi di alleviare le sue sofferenze portandola da un bravo specialista che avesse potuto prestargli le cure giuste, ma purtroppo per loro, la madre dovette “rimbalzare” da un dottore all’altro, visto che, a detta di Peter: “nessuno dei medici designati ad aiutarla sembrava interessato a risolvere il problema. Ho passato mesi assieme a lei vagando da un dottore all’altro, spesso le medicine prescritte erano in netto contrasto con quelle che le assegnavano la volta precedente. Mescolare tutte quelle medicine rischiò di tramutarsi in un cocktail mortale, per lei… ognuno di questi “Signori” della Medicina è lì solamente per cercare di spillare più denaro possibile ai suoi pazienti, e mia madre ai loro occhi era solo una manciata di dollari che camminava. Se uccideranno mia madre, io li attenderò uno dopo l’altro davanti ai loro costosi studi e li massacrerò di botte. Promesso. Quanto è vero che mi chiamo Peter Steele”. E’ dunque una profonda invettiva al sistema sanitario degli Stati Uniti (Come un ebreo nell’antica Spagna, che nel nome di Cristo pativa il dolore,/ oggi la moderna inquisizione…/ qual è il collegamento fra questi due mestieri?/ Dottori e ladri,/ entrambi portano una maschera,/ Maghi stra-pagati./ La vita mi sta uccidendo/ Con il tuo dottorato di ricerca/ posso solo pulirmici il sedere intriso di feci,/ non curerai i miei dolori,/ Dr Jekyll e Mengele/ Ed ai vostri occhi, loro non erano altro che confusione".). La successiva "Nettie" (Nettie) rappresenta uno dei brani più sentiti e struggenti del lotto (il brano è dedicato alla madre di Peter). A un introduzione crepuscolare caratterizzata dal vocione cavernoso (stavolta davvero cupo) di Steele fa seguito una struttura forte di un misurato dinamismo, strutturata su tempi medi e granitici, che si va stemperando nel drammatico ritornello ("Nettie, no need to cry/ Let me wipe those tear drops from your eyes"). A due minuti e quaranta uno stacco in cui Peter ritorna con enfasi su tonalità espressive cupe e grevi scortato da ritmi solenni. Come già accennato in precedenza il qui presente brano, molto intimo ed emozionale, è stato composto da Peter pensando alla propria madre.Oltre a decantarne la bellezza sia interiore sia esteriore, Peter mette in mostra le sue qualità e la sua dolcezza caratteriale (veniamo a conoscenza di quanto la donna fosse sensibile e si prodigasse sempre per tutti, a costo di star lei male e di soffrire il doppio). Il figlio, inoltre, sembra quasi chiederle perdono per tutti gli errori che egli ha commesso nei suoi riguardi. Peter ammette di aver causato alla madre molti dolori e preoccupazioni a causa del suo stile di vita (incluse dipendenze da alcool e droghe) ma nonostante questo, Nettie gli è rimasta accanto sempre, non abbandonandolo mai. Peter la considera l’unica donna che in vita sua abbia saputo capirlo veramente ("Nettie, non devi piangere./ Lasciami asciugare queste lacrime che colano dai tuoi occhi./ Eletta Miss Red Hook nel 1922,/ hai sempre sofferto per il dolore degli altri,/ ogni notte un rosario e tante lacrime./ Una vittima della maledizione dell’Empatia,/ la sua ricompensa per la compassione? Il dolore./ [...]Le mie mancanze, lo so, le hanno causato dolore./ Ma lei mi vuole ancora bene.. quasi non ci credo!/ Non mi ha mai risposto con rabbia, ma con una preghiera./ Il Paradiso per me è a sud est di Cobble Hill"). Senza ombra di smentite un piccolo capolavoro, uno dei gioielli più splendenti dell'album. Cosa aspettarci dopo un capolavoro come il brano precedente? Un altro capolavoro, è logico."(We Were) Electrocute"  (Eravamo Fulminati) si presenta come un brano lineare, molto triste, malinconico, strutturato su architetture soffici sulle quali l'ugola suadente, delicata di Peter è libera di volteggiare. La song prende il via sulle note minimali e rassegnate di un pianoforte su cui dopo poco si intrufola la voce di Pete con un innocente "la, la, la...". Dopo poco il brano si assesta su una struttura venata di "ennuì" gestita su note di chitarra aperte ed evocative, trovando spazio per frangenti più sincopati (come vediamo a un minuto e venti e a due minuti e trenta) comunque soffici e con il pregio di preservare la grande tristezza di fondo, avvinghiata stretta a questo bellissimo pezzo e incapace di staccarsi da esso. A regnare sovrana tra queste trame è la nostalgia, l'amarezza, la rassegnazione, come evinciamo dalle liriche: il pezzo è con tutta probabilità dedicato ad Elizabeth, la fidanzata “storica” di Peter, famosa per averlo indotto in una profonda depressione dopo averlo lasciato senza apparente motivo. Lui le aveva dato tutto e lei lo ha piantato senza troppe spiegazioni. Si pensa che questa Elizabeth sia un po’ il cardine e il soggetto di tutti i testi in cui Peter parla di amori finiti e rapporti degenerati in silenzi ed indifferenza. In questo pezzo, Peter si ricorda a distanza di 10 anni dei vecchi tempi con la sua amata, con grande amarezza e nostalgia. Il titolo e un gioco di parole. “Electrocute” vuol dire “Fulminati”, ma la parola Cute da sola vuol significare anche “carino”. Lo scherzo linguistico si riferisce al fatto che, quando tutti dicevano ai ragazzi quanto fossero carini assieme, Peter rispondeva sempre: “Of Course, we’re Electro-cute”. “Fulminati” nel senso che il loro amore era stato un vero e proprio colpo di fulmine ("Eravamo fulminati,/ nei nostri vestiti stile anni ’80,/ Così fulminati,/ lo diceva chiunque ci conosceva, era vero./ Il periodo in cui anche chi non conoscevamo ci conosceva,/ dopo dieci anni mi ritrovo a dire: “che vergogna…”/ Eravamo fulminati,/ cercare di capire, adesso, sarebbe inutile./ così fulminati…/ Come ho potuto sprecare la mia giovinezza con te?/ I tuoi occhi freddi, di Coney Island"). Il pezzo assume il valore di una preziosissima perla in questo diadema. Da schiaffare in faccia ai vari detrattori di questo disco, a tutti coloro che se ne escono ancora con affermazioni tipo "è meno avvincente rispetto ai precedenti..."). Altrettanto bella la successiva "IYDKMIGTHTKY" ossia "If you don’t Kill me i’m going to Have to Kill You (Gimme That)"Se non mi ammazzi, allora io ammazzerò te (Dammelo) ) song ancora una volta strutturata su un andamento pressochè lineare, scevra da particolari cambi di tempo o di atmosfere. Il pezzo in questione risulta architettato su un mid tempo granitico sorretto da un rifferama di stampo doom che trova il suo acme possibilmente nell'enfatico ritornello ("If you don't kill me/I'm going to have to kill you...you-who"). Finale affidato alla ripetizione ossessiva di una mantrica litania (You must decide/ We're out of time/no place to hide/ Your choice, not mine!").Il testo è assai criptico, ma da quel poco che si capisce, sembra imperniato su una storia finita malissimo fra due innamorati. Lei non vuole più saperne di lui, e così l’uomo impazzisce, divenendo il suo stalker e cominciando a tormentarla. Non potendo metterlo in galera per via della sua infermità mentale, l'uomo torna a tormentarla fino ad ucciderla ("Si era ritrovato di colpo ossessionato,/ aveva fatto dei progetti ma non aveva detto nulla a nessuno,/ aveva atteso così tanto, per udire le sue ultime parole:/ “è una decisione che ho preso da sola”./ La teoria della futilità./ Ora la conosci, sii pronto./ Se non mi ammazzi,/ allora io ammazzerò te."). Un introduzione del tutto simile a quella di "I Don't Wanna Be Me" da il via alla succesiva "Angry Inch" (Pollice Arrabbiato), brano frenetico, convulso e tarantolato strutturato su ritmi hardcoreggianti screziati dal cantato isterico di Steele. Il pezzo in questione non manca di aprirsi verso frangenti meno tirati, come il break verso il minuto e mezzo, nel quale la voce di Steele viene filtrata tramite una sorta di "effetto telefono". Il break, inizialmente più atmosferico, è gestito su note aperte si incanala in un preciso frangente sorretto da un riff di retaggio doom. "Angry Inch", che inizia a spegnersi già verso i due minuti e cinquanta, ci regala un ultima parte dai connotati più ossianici e severi decisamente rallentati. Per il brano in questione la traduzione più corretta sarebbe comunque “Pene Arrabbiato” in quanto “Inch” si riferisce sia all’unità di misura americana (“Pollice”) sia al pene (nei casi in cui le misure non abbondano, soprattutto), in "slang". La canzone è inoltre la cover di un brano, “Angry Inch” appunto, eseguito dalla band fittizia “Hedwig and the Angry Inch”, gruppo divenuto famoso grazie al musical “Hedwig – La Diva con qualcosa in più”, diretto da John Cameron. La storia narrata nel brano parla infatti di Hedwig, un ragazzo con alle spalle un passato difficile e con davanti un presente ancora più sfortunato. Cresciuto nel terribile clima di Berlino Est durante la Guerra Fredda, si scopre trans gender e decide di sottoporsi ad un operazione per cambiare totalmente sesso. L’operazione si rivela comunque un fallimento ed il malcapitato si ritrova ad avere… “un po’ di quello ed un po’ di quell’altro”, insomma, quasi rasentando l’ermafroditismo. Tutto ciò gioca comunque a suo favore: la forte carica provocante ed ambigua lo aiuta a realizzare il suo sogno, divenire una Rock Star ("L’operazione per il cambio di sesso/ è andata malissimo,/ il mio angelo custode doveva essersi addormentato!/ …adesso mi ritrovo con il pube di Barbie/ ed un pollice arrabbiato!/ Sei pollici in fuori e cinque pollici in dentro,/ Ho un pollice arrabbiato!/ Sei pollici in fuori e cinque pollici in dentro,/ Ho un pollice arrabbiato!/ Vengo da un posto nel quale ancora puoi sentire urla e pianti,/ dovevo andarmene da lì,/ recidere tutti i legami,/ cambiai il mio nome,/ decisi di travestirmi...). Il proseguo è affidato ad uno dei capolavori dell'album, ossia "Anesthesia" (Anestesia), brano tormentato e passionale basato su una performance molto sofferta di Steele, carica di pathos e dolore. Il suddetto, che sembra appartenere ad una session di "October Rust", si affida a un mood molto intenso ed emotivamente forte. A magnificare queste sofferenti tessiture ci pensa, oltre ad un interpretazine davvero sentita di Peter, l'uso a più riprese di romantiche note di piano. A dare il via alle danze ci pensa un freddo giro di chitarra accompagnato dalla voce oscura e greve di Peter. A meno di un minuto i ritmi acquistano vigore sulla scorta di un pachidermico rifferama screziato a tratti dalle già menzionate note al pianoforte pregne di un afflato post romantico. Sul tappeto ritmico testè creatosi si insinua fiera, maestosa la voce di Peter. A due minuti e un quarto il riff portante diviene più severo, greve, mentre Peter con enfasi urla "I don't need love...". Poco dopo, e siamo ai due minuti e quaranta,  la carica di vigore si stempera in un momento di vacuo silenzio rotto solo da un laconico, minimale giro acustico. Pochi secondi dopo si riprende con enfasi: Steele declama tonante "I don't need love" per due volte, accompagnato da ricami di hammond, dopodichè una breve parentesi strumentale decreta un cambio di rotta, con Steele che, scortato da un riff sincopato, si fa strada attraverso modalità espressive più trasognate. Verso i cinque minuti il muro sonoro eretto a sostegno di Peter sembra evaporare a favore di soluzioni di fondo più soffici, ma si tratta solo di una parentesi, dato che già meno di una trentina di secondi dopo si riprende con ancora più vigore, con Steele che si lacera le corde vocali ululando "I dont' feel anything...". Il brano risulta essere una toccante parabola sulle delusioni sia d’amore sia nella vita. Il protagonista non è nuovo a provare dolore per una donna che lo ha solo usato e poi scartato, tuttavia riesce ancora di sperarsi come se questo fosse la prima volta che accade. Trovandosi a riflettere sull’egoismo delle persone e sulla loro totale noncuranza nei riguardi del prossimo, egli arriva a pensare che l’unica soluzione per vivere felici non sarebbe neanche la morte, ma uno stato totale di apatia (l’anestesia, appunto) in cui non si sente nulla e non si è colpiti da nulla, sia nel bene sia nel male ("Come un raggio di luce in una notte senza fine,/ la Vita è intrappolata fra due entità oscure./ Ha inizio l’illusione quando cominci a fidarti di qualcuno../ Non c’è modo di prevederlo.. la disperazione comincia./ Dissero, molto crudelemente: “E’ meglio aver amato ed aver perso che non aver mai amato”./ L’Ignoranza è Beatitudine, non avrei mai voluto conoscere i tuoi baci./ Sono stato ferito così tante volte, ancora non imparo la lezione./ Ricordate, solo il desiderio mantiene vivo il fuoco. Bugie!"). Con "Drunk In Paris" (Ubriaco a Parigi) ci troviamo d'innanzi a uno strumentale di breve durata (1:27) ma pregno di inenarrabile bellezza. I toni sono malinconici, mesti, carichi di rassegnazione. Sembra di ritrovarsi in qualche bistrot a Saint Michel o a Montmartre completamente ubriachi ed in preda a indefinibili angosce esistenziali mentre la gente sfila davanti ai nostri occhi assumendo le spettrali sembianze di vuoti fantasmi. Figure vacue che i fumi alcolici impediscono di decifrare nella loro reale corporeità. La conclusione è affidata a "The Dream Is Dead" (Il Sogno è Morto), pezzo che inizialmente avrebbe dovuto dare il nome all'album in questione. Titolo scartato in un secondo momento (per non dare modo ai fans di pensare che il suddetto album sarebbe stato l'ultimo) a favore del meno "allarmante" Life Is Killing Me. Il pezzo si trascina nell'arco dei sue cinque minuti abbondanti su  tessiture crepuscolari e decadenti raggiungendo picchi emotivi nell'ultimo minuto quando Steele inizia a declamare "The Dream Is Dead...". Il pezzo viene inaugurato da un alternanza tra un riff grasso e ridondante di reminiscenze doom addizionato alla voce venata di epos di Steele con il suono allucinogeno di una chitarra narcotica. Il pezzo acquista tono in prossimità del refrain verso un minuto e quaranta: un rifferama possente sembra fare da contraltare alle urla belluine di Steele, caricato di veemente foga. Un ultima ripetizione del refrain (3:40) ci porta all'enfatico finale, impostato come già specificato in precedenza sulla declamazione ossessiva di una frase pesante come una insostenibile cappa di piombo: "the dream is dead...". Il testo del brano in questione è tanto semplice quanto eloquente:. Il protagonista si ritrova da solo il giorno di San Valentino, rimpiangendo quando lo passava con la sua amata, che molto probabilmente lo ha lasciato in maniera piuttosto brutale ("Una coppa di champagne colma di vino e sangue,/ ceno con dei cioccolatini a forma di cuore,/ le candele piangono lacrime di cera./ Dieci rose ogni volta, ogni anno. E’ scomparsa./ Le frecce marciscono nel mio cuore,/ per ogni ricordo un altro dardo./ Amore e Morte, entrambi colorati di rosso,/ mi mostrano il mio passato, il Sogno è morto./ Un altro Giorno di San Valentino passato da solo,/ davvero non posso credere che sia finita così./ Pensavo a quanto ho odiato vederti andare via,/ ma sapevo che le cose sarebbero andate così."). 



Si arriva così alla fine del disco. Con Life Is Killing Me i nostri partoriscono un nuovo esaltante capitolo da aggiungere alla loro ottima discografia, un disco che aldilà delle critiche (siano esse pressochè contemporanee all'uscita del disco o postume) conferma uno stato di salute invidiabile da parte dei TON. Certo è assurdo e, permettetemi di dire, addirittura fuori luogo paragonare il qui presente a capitoli riconosciuti da molti come i "capolavori" della loro carriera,dato che ogni capitolo fa tranquillamente storia a se. Non siamo di fronte a un nuovo Bloody Kisses, ne a un October Rust parte II. Per quanto trovi inutile ripetermi, Life Is Killing Me risulta essere la prova di un'ulteriore maturazione dei nostri, e non, come azzarda qualcuno, una prova stanca di una band ormai alla corda. Un disco da avere, e possibilmente da ascoltare in maniera non superficiale, consigliato non solo ai fan della band ma anche ai tanti detrattori che forse, dopo aver affrontato questo disco più e più volte, con attenzione, potranno finalmente rendersi conto della bravura di un artista come di Peter Steele, genio di cui ancora in troppi sentiamo la mancanza.


1) Thir13teen
2) I Don't Wanna Be Me    
3) Less than Zero (<0)    
4) Todd's Ship Gods (Above All Things)      
5) I Like Goils     
6) ...A Dish Best Served Coldly     
7) How Could She?      
8) Life is Killing Me     
9) Nettie 
10) (We Were) Electrocute     
11) IYDKMIGTHTKY 
12) Angry Inch
13) Anesthesia     
14) Drunk in Paris     
15) The Dream is Dead

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