TYPE O NEGATIVE

Dead Again

2007 - Steamhammer

A CURA DI
NIMA TAYEBIAN
09/07/2014
TEMPO DI LETTURA:
9

Recensione

Il cerchio si chiude. Peter Steele gioca la sua ultima partita a scacchi con la morte. Ha vinto sino ad ora, e sino a questo momento la morte gli ha concesso altro tempo per rimanere sulla terra. Ora si appresta a concludere quest'ultima partita. Sa che sta perdendo. La morte fa la sua ultima mossa infliggendo a Peter un doloroso scacco matto. E' tutto finito. 14 Aprile 2010. Peter muore, apparentemente per arresto cardiaco, anche se in molti ipotizzano un presunto suicidio: ipotesi che, pensando ai trascorsi e a certe idee suicide del nerboruto artista, sembrano quantomeno assumere una certa concretezza. Ma Peter fa in tempo a salutare i propri fan con un ultimo disco, "Dead Again", uscito a onor del vero tre anni prima e come al solito dileggiato, contestato, criticato per disparate ragioni. Abbiamo già trattato nella scorsa recensione (dedicata al penultimo parto dei TON, "Life Is Killing Me") di come ad ogni parto dei Type O Negative corrisponda un vespaio di polemiche. Bene, anche questa volta non vi sono eccezioni. E' il 2007; l'album viene dato alle stampe. Subito iniziano a farsi strada brusii fastidiosi sul fatto che il suddetto disco risulta essere "diverso", meno gotico, più veloce, più hardcoreggiante, troppo vicino alle origini del combo e con le tastiere di Josh Silver eccessivamente relegate ad un ruolo marginale. Ma come già specificato nella precedente recensione la forza del gruppo è sempre stata quella di non "eseguire il compitino" e di volta in volta avere il coraggio di cambiare, mutare pelle, trasformarsi, non crogiolarsi sugli allori e non servire la solita pappa al pubblico pagante, pur scontentando molti "puristi" (ha senso questa parola quando parliamo di un gruppo capace in ogni album di rimettersi in gioco?). Dunque anche stavolta rimescolano le carte, gettano fumo negli occhi di quei pseudo-puristi di cui prima (ossia quello che più correttamente andrebbe chiamato "pubblico meno avveduto") e tirano fuori dal cilindro un album non omologato, forse a un'analisi superficiale ricollegato in qualche maniera al mood del primo ed intramontabile "Slow Deep And Hard". Un album che come già specificato nell'introduzione rappresenta idealmente la "chiusura di un cerchio". La velocità tra questi solchi è ben presente, impossibile dire il contrario. Certo non tutto è impostato su ritmi parossistici o comunque veloci: "The Profits of Doom" (terza track) sembra strizzare l'occhio qua e la a sonorità sludge, mentre "September Sun" e "These Three Things" sono (per la gioia di certi fans) rallentate ed agonizzanti, memori di certi loro vecchi stilemi. Analizzando il tutto con più attenzione notiamo che rispetto al primo classico (a cui, come ripeto e sottolineo, molti fanno riferimento quando si cercano inevitabili paragoni) tra questi solchi si stempera la goliardia anarcoide sostituita a più riprese da un esistenzialismo autointrospettivo, talvolta venato di riferimenti religiosi, apocalittici e "ultratombali". Dunque un evidente disco di commiato, in cui Steele, forse conscio della sua fine, si affida a metafore bibliche (quasi la volontà di cercare un illusorio riparo in quello che per qualcuno è il "Libro dei Libri"), immagina la fine di tutto (tramite allegoriche immagini di asteroidi in procinto di distruggere la terra e visioni tratte dall'Apocalisse di Giovanni) e ripensa alla sua vita vissuta, tra passione e tormenti mettendo di nuovo in campo la figura di Elizabeth, sicuramente il suo più grande amore, la donna che ponendo fine al rapporto con il mastodontico artista provoca in lui un insanabile buco nel cuore. Ma i toni non sono musicalmente rassegnati: i pezzi, che corredati da un simile apparato testuale potevano essere cesellati in maniera opprimente, cupa (come in "World Coming Down") o malinconica e struggente (come su "October Rust") sono spesso strutturalmente più dinamici e scanzonati, trovando in un brano come Halloween In Heaven un connubio riuscito tra le elucubrazioni sulla fine della vita (in questo specifico caso su cosa attende nel regno dell'oltretomba) e una certa goliardia a livello testuale e musicale (il brano, impostato su un evidente dinamismo di fondo ci illustra come Peter, morendo, si riunisca ad altri celebri musicisti che proprio nell'aldilà hanno messo in piedi una super-band). Un disco d'addio, che, se andiamo a riflettere può rievocare nell'intento il celeberrimo "Innuendo" dei Queen: pur destinato a perdere il confronto in maniera netta con l'ultimo capolavoro in studio della band di Mercury and co.("Made In Heaven" risulta più che altro una raccolta postuma di inediti) ambedue gli album sono messi in piedi da artisti, da deus ex machina di band celebri ormai avviati verso la fine della vita. Ed ambedue sono caratterizzati da riferimenti ad un percorso ormai in fase di conclusione (basti vedere due noti brani come "These Are Days of our Lives" e "The Show Must go On", canzoni scritte da Roger Taylor e Brian May per un Freddie Mercury ormai in fase agonizzante. Riguardo a queste è celebre un aneddoto di Brian: "Innuendo era quasi finito e Freddie poteva venire in studio poche volte perchè era molto debole. Ciò nonostante , ci chiese di continuare a scrivere musica, per cantare sino all'ultimo..."). "Dead Again" non è Innuendo, non ha il potere evocativo del suddetto capolavoro, ma risulta comunque un ottimo e soprattutto ONESTO disco, conclusione di una parabola fatta di capolavori e album comunque buoni. Prima di passare all'analisi direi di soffermarci anche sulla copertina, come al solito verde (il colore preferito di Steele) raffigurante stavolta un bel primo piano di Grigorij Efimovic Rasputin, celebre monaco e mistico russo alla corte dei Romanov, personaggio ambiguo, ebbe un influenza innegabile sullo zar Nicola II. Rasputin, dotato (si dice) di poteri ipnotici venne presentato alla zarina Aleksandra Fedovna Romanova per tentare di aiutare il piccolo "zarevic" Aleksej, affetto purtroppo da emofilia. Grazie alle sue doti di ipnotizzatore riuscì ad ottenere effetti positivi sul piccolo (in realtà è probabile che i medici somministrassero aspirine al piccolo, che aumentavano le emorralgie dovute all'emofilia: la volontà di interrompere questo tipo di trattamenti da parte di Rasputin a favore delle sue "doti magnetiche" si dice abbiano contribuito a salvargli la vita); grazie a ciò iniziò a ritagliarsi uno spazio sempre maggiore alla corte degli zar. Rasputin divenne in breve una figura tanto carismatica da assoggettare grazie al suo fascino e alla sua personalità i vari membri della famiglia Romanov, in particolar modo la già citata Aleksandra: la sua personalità ebbe influenze sulla politica, tanto che si preferì tentare di allontanarlo. Ma le condizioni di nuovo cagionevoli del piccolo fecero si che Aleksandra si rivolgesse nuovamente a lui. Fu una congiura da parte di alti esponenti della società ( erano coinvolti il granduca Dmitrij Pavlovic, il principe Feliks Feliksovic e il deputato conservatore Vladimir Mitrofanovic Puriskevic) a porre fine alla sua vita. Rasputin, invitato ad una cena, fu avvelenato con il cianuro, ma grazie agli effetti del "guanabana" riuscì a resistere senza problemi al veleno. Allora i congiurati gli spararono alla schiena. Riavutosi incredibilmente dopo il colpo di pistola i complottisti gli spararono un altro colpo (sempre alla schiena), finendolo (?) con un colpo di pistola in fronte prima di gettarlo nel fiume Moika. L'acqua nei polmoni trovata a seguito della sua autopsia dimostrò però che Rasputin fosse ancora vivo quando i congiurati si sbarazzarono del suo corpo. Da questa strana vicenda si prende spunto per il titolo, "Dead Again", Morto di Nuovo. Detto ciò possiamo passare all'analisi del disco, composto stavolta da dieci tracce.





L'inizio, affidato alla Title Track, è con il botto e già ci pone di fronte alla prima evidente novità: dopo tanti anni in cui erano brevi strumentali (talvolta risibili scherzi della durata di pochi secondi) ad inaugurare il disco, abbiamo stavolta un pezzo vero e proprio. E che pezzo! La batteria, finalmente affidata in maniera concreta a Johnny Kelly (in quasi tutti gli altri dischi si usa una drum machine, cosa che relega Kelly ad un ruolo secondario) si fa sentire in maniera più variegata (poteva essere altrimenti?), dando un concreto contributo a questa inarrestabile macchina da guerra. A dare via al brano è un introduzione strumentale fortemente rallentata, doomeggiante e pesantemente claustrofobica che nell'arco di pocopiù di un minuto si apre a tessiture veloci e dirompenti, sicuramente memori degli albori della band, ma strutturate su aperture un pizzico più melodiche e meno deraglianti, come se la veemenza dei loro primi brani qui fosse lievemente ridimensionata a favore di arrangiamenti un pizzico meno dilanianti. Lo scopo sembra essere quello di articolare un brano veloce e forte, ma dall'appeal meno estremista. Brano estremamente lineare, si mantiene in toto su ritmiche dinamiche, aprendosi a un breve frangente strumentale verso i due minuti e venti per poi regalarci una parte in cui Peter sostituisce il suo cantato enfatico e potente con un'interpretazione ben più pacata. Il testo si ricollega idealmente alle tre brevi strumentali Sinus, Liver e Lung (contenute nel masterpiece World Coming Down). La canzone è composta pensando ai problemi che tutti i componenti dei Type O Negative hanno avuto con sostanze di vario tipo, in particolare con la droga. In questo caso si accendono i riflettori sul rapporto che il drogato ha di se stesso: egli è conscio di come tutta quella “chimica” lo stia portando all’annichilimento totale di se stesso, prova a reagire, a disintossicarsi, ma purtroppo è talmente assuefatto che finisce sempre con il ricaderci. Così, sempre più dispiaciuto ed annegato nell’autocommiserazione, arriva a sostenere di morire ogni volta che una siringa buca la sua vena o della cocaina passa attraverso il suo naso. Il tutto per ricevere quel po’ di “sballo” adatto a farlo sentire bene per cinque minuti massimo, ma in grado di rendere la sua vita un vero e proprio inferno durante il resto del tempo ("Sono il primo ad ammettere d’essere un tossico ormai spacciato,/ amico, non darmi retta!/ “Non c’è scusa per l’abuso di droghe”,/ me lo hanno detto un migliaio di volte,/ Voglio provare la fibrillazione atriale della nevrosi,/ xerosi/ [...]La ripresa è facile,/ è cadere in basso che è terribile./ Su per il naso, o bucare una vena../ nessun altro è da incolpare se non te stesso."). La successiva e bellissima  "Tripping A Blind Man" (Far Inciampare un Cieco) è aperta ancora una volta da un'oscura intro strumentale: ombrosa e rapace come un predatore nella notte si dibatte tra sonorità ossianiche per circa un minuto, rotta nel suo proseguo da un urlo raggelante. Al termine di questa oscura introduzione il pezzo vero e proprio ha modo di partire. Notiamo come la song sia fondamentalmente divista in tre tronconi: una parte veloce e fulminante, molto melodica, una parte successiva lenta e agonizzante ma non claustrofobica, e una parte fortemente sabbathiana gestita su un accattivante mid tempo. Tutto questo prima di un ritorno alle coordinate veloci caratteristiche del "primo troncone". Ma andiamo per ordine. Siamo circa al minuto e dieci, il pezzo parte spedito come un razzo, su ritmi sostenuti. Steele ci delizia con un interpretazione davvero possente mentre la parte ritmica si destreggia in una guerra a colpi di note, un autentico blitzkrieg sonoro davvero accattivante.A due minuti e quaranta i ritmi rallentano di colpo. E' uno shock emotivo. Si passa in un frangente dalla furia di un tornado alla magniloquente visione di un mastodonte agonizzante. Si prosegue così scortati da ritmi claudicanti imperniati su un rifferama ipnotico e sulla voce di Steele filtrata attraverso un "effetto telefono". Si hanno a più riprese degli stop and go: gli strumenti zittiscono, Steele declama poche parole e si riparte. Eterea la parte in cui il vocalist declama "Tripping a blind man/ So easy to do/ Tripping a blind man/ Why can't it be you?". A circa quattro minuti e cinquanta si entra nel frangente "sabbathiano". Il terzo troncone sembra echeggiare pesantemente il modus operandi di Iommi e compagnia: dinamico e scattante fa leva su tempi medi e possenti, accompagnato da una voce finalmente "pulita" (ergo libera da filtraggi) di Steele. Finale affidato circolarmente al ripescaggio del primo troncone di matrice hardcore. Il testo risulta essere estremamente complicato, dalle chiavi di lettura molteplici. Il cieco è comunque un cieco metaforico, nel senso che il protagonista del testo per qualche motivo non si rende conto di alcune cose. In questa maniera, determinate persone (fra cui forse una donna) si approfittano di lui in maniera meschina. Il finale, che parla della morte di un cane guida, potrebbe appunto riferirsi alla presa di coscienza dell’uomo che è sempre e solo stato preso in giro. Il cane rappresenta quindi la morte dell’unico punto di riferimento al quale poteva appigliarsi, ma esso decide di scappare e si ritrova vagante per strada, investito da un camion. Inoltre, si può interpretare il brano come una denuncia nei riguardi del comportamento di chi gode nell’approfittarsi di chi è in qualche maniera “cieco” o stupido, semplicemente. Anziché aiutare, si preferisce ergersi sempre a giudice e giuria, condannando anziché cercare di comprendere ed aiutare. Si gode nel veder soffrire gli altri proprio perché le nostre vite sono miserabili. L’atto di violenza che si compie nei riguardi del cieco (farlo inciampare per suscitare ilarità) è dunque la summa del comportamento meschino e subdolo di chi deve vedere il prossimo soffrire, per sentirsi realizzato ("Dì una parola ed io sarò guarito,/ occhi aperti, mi stavo riprendendo,/ finché la mia vista si ristorò del tutto./ Mi hai fatto inciampare una volta, vergognati./ Mi hai fatto inciampare per la seconda volta, sono io il pazzo./ Le reali intenzioni sono celate,/ sono stato curato./ La pazienza è divina ma non è una mia virtù,/ porgi l’altra guancia e te la strappano via,/ ecco perché Dio ce ne ha date quattro/ [...]Gli è scivolato di mano il guinzaglio del suo cane guida,/ la bestiola spaventata correva per strada,/ il camion della nettezza urbana è slittato, non riusciva a fermarsi./ Appena se ne sono andati, il terreno si è colorato di rosso./ “Dov’è il mio bastardino??”/ Un tizio gli ha risposto: “..purtroppo ci ha lasciati..”/ Occhi lucidi… l’anziano ha pianto e poi è morto."). "The Profits Of Doom" (I Vantaggi Della Destino) non si distacca di molto nei primi frangenti da quanto ascoltato in precedenza: ancora una volta l'inizio è strumentale, torbido e lascivo, in slow motion. Oltrepassata la soglia del minuto e dieci, al grido  "Goodbye cruel world" ci incanaliamo nel "vero" brano. Cambia il rifferama (meno claudicante e più deciso nei toni) ma non il ritmo, ugualmente al rallenty. Ci si assesta su una struttura basata su un lacerante effetto "supermotion" perfetta per accogliere i latrati astiosi di Steele. La voce terribilmente torturata, unita a ritmi monolitici, doomeggianti ci riporta in mente olezzi sludge. Si continua senza particolari variazioni sino ai tre minuti e venti, quando alla struttura viene imposta un'accelerazione, seppur di misura. I ritmi diventano più movimentati, rockeggianti, conditi ancora una volta da riferimenti sabbathiani. A tre minuti e quarantacinque si reinserisce la voce di Steele, che, da buon virtuoso delle corde vocali inizia, in questo frangente a dibattersi tra toni più cupi, grevi e cavernosi e toni maggiormente urlati e isterici. A cinque minuti e venti i ritmi coinvolgenti e dinamici su cui il brano si era sino a questo momento strutturato si spengono, esalano un torbido respiro per confluire ancora una volta in una parte plumbea e soffocante, solamente stavolta addobbata da uno Steele che si diletta in registri vocali più eterei, venati qua e la di epos e grandeur (come ad esempio quando declama "My soul's on fire..." parte che ci regala anche punte di incontenibile isteria). Finale affidato ad una evocativa e tutto sommato placida, sezione strumentale. Per ciò che concerne la parte "lirica", notiamo come il gioco di parole del titolo rimandi al presunto significato del testo (nuovamente molto complesso). “Profits” vuol dire “Vantaggi” e foneticamente è molto simile alla parola “Prophet”, ovvero “Profeta”. I “vantaggi” che si possono ricavare dalla fine del mondo e dalla paura che gli uomini di Chiesa o in generale di “Fede” incutono nei loro fedeli sono molteplici: una Fede più forte, alimentata da una paura cieca, alimenta il guadagno che la chiesa ed altre organizzazioni religiose possono ricavare dai fedeli, presi orribilmente in giro. In questo brano, i Type O Negative fanno riferimento dapprima all’Apocalisse di San Giovanni, in seguito ad un fatto storico, quello dell’Asteroide “Apophis”, che sembrava, secondo alcuni studi intrapresi agli inizi del 2000, in procinto di schiantarsi sulla terra nell’arco di un trentennio scarso (l’impatto sarebbe dovuto avvenire nel 2029, ma tutto fu smentito qualche anno fa). Tutta questa psicosi da “fine del mondo” (come di recente avvenuto con la vicenda del 2012) viene amaramente presa in giro dai T0N, i quali mettono in guardia le persone: il mondo finirà, certo, ma non è un buon motivo per affidare le proprie speranze (ed i propri soldi!) a qualche avido falso profeta. Peter in particolare sembra avercela con la Chiesa Cattolica, in quanto alla fine fa riferimento all’episodio biblico della roccia sulla quale San Pietro avrebbe costruito “la Chiesa” predetta da Cristo ("Di queste sembianze, una stella a cinque punte,/ unita ad una di sei./ Contro il sole e contro la luna,/ Vi avviso, o uomini, queste due stelle unite saranno la vostra disgrazia!/ Dieci corna e sette teste,/ contate le vostre dita, ed i continenti./ Sulla fronte o nella mano destra,/ questo è il nuovo codice morale che i Media impongono./ Non credere nelle loro belle parole,/ tutto ciò che io vi dico è vero./ Compreso purtroppo solamente da pochi… da voi./ Aprile 2029, il giorno del giudizio./ La fine, amico mio, non è vicina…/ c’è sempre stata."). "September Sun" (Sole di Settembre) si caratterizza per un andamento estremamente malinconico, dominato da tonalità ocra e screziato da un fragrante olezzo autunnale. A regnare è un impalpabile senso di tristezza, tanto che non sarebbe improprio tracciare un fil rouge con quanto ascoltato su "October Rust". Un pezzo del genere, a dirla tutta, non stonerebbe nel songbook di gruppi come gli Smashing Pumpkins: dunque la trasposizione di un incomunicabile spleen espresso attraverso parti cullate nella più placida quietitudine alternate a vigorosi fraseggi elettrici. Il brano è aperto da poche scorate note di piano, presto accompagnate dalla voce greve di Peter. Nell'arco di un minuto il brano aumenta di vigore, pur non rinunciando per un istante alla sua crepuscolare tristezza: la tessitura si elettrifica e Steele accantona la sua interpretazione simil-depressogena sfoggiando modalità espressive più isteriche e ricche di pathos. Sembra impossibile, improbabile tra questi fraseggi trattenere un'incontenibile carica emotiva, che finisce per esondare tra le struggenti (e forse liberatorie) urla del vocalist. Il pezzo inizia così un alternanza molto fluida tra parti più morbide e altre più grintose, il tutto accompagnato da onnipresenti ricami di tastiera, capaci di accentuare la componente neo romantica di cui l'intero brano è magistralmente impregnato. Questo risulta essere un altro brano dedicato molto probabilmente ad Elizabeth, la storica ex fidanzata di Peter. Per lui, rinunciare al suo grande amore (che lo lasciò in maniera molto meschina) risultò essere un colpo atroce, e da allora non smette di pensare alla sua amata, in compagnia di chissà chi e a quanto sembra, decisamente insensibile alla sua sofferenza. Si fa riferimento alla stagione autunnale, forse legata a ricordi particolarmente felici delle relazione fra lei e Peter. Tuttavia, se questa stagione per lui risulta essere fonte di felicità immensa, ora “da single” è un inferno vero e proprio. Nonostante famiglia ed amici cerchino di consolarlo, non può fare a meno di pensare a Lei, quasi impazzendo. Alla fine, urla a qualcuno di “lasciarla stare”, riferendosi all’attuale compagno di Elizabeth ed ai suoi spasimanti, perché è ancora sua e nessuno deve portargliela via ("Il Sole di Settembre scompiglia quei capelli dorati,/ ora ricordati, figliolo. Lei non è mai esistita./ La ruggine d’Ottobre [riferito al colore delle foglie autunnali, riferimento ad "October Rust"]/ taglia in due queste nuvole nere,/ solo un sordo può sentire le mie urla silenziose./ Ancora, nell’oscurità, lei urla il tuo nome./ In quelle notti rivivono i morti, una strega canta in modo folle,/ sono passati dieci anni… per tutta la vita?"). Brano molto sentito e forte di uno struggente spleen, si erge innegabilmente come uno dei capolavori dell'album. Si ritorna su binari veloci con la successiva e scanzonata "Halloween In Heaven" (Halloween in paradiso). La tematica della vita oltre la morte viene qui trattata in maniera divertente, ironica, a dispetto della seriosità dell'argomento. Il pezzo, veloce oltre che ironico riesce a porsi in maniera antitetica rispetto al precedente brano, in cui le riflessioni esistenzialiste di Peter sono trasformate in una musica struggente, quasi da Kleenex. "Halloween..." prende il via senza troppi preamboli con un riff veloce e ipnotico che presto lascia spazio alla voce un po' nasale di Peter. Fino al minuto e mezzo esatto ci si mantiene su coordinate deraglianti di reminiscenza hardcore punk. Superata tale soglia ci incanaliamo in una struttura più ragionata, un mid tempo fragoroso destinato a stemperarsi a più riprese in frangenti languidi caratterizzati dal sorprendente apporto della vocalist Tara Vanflowers delle Lycia. Finale affidato ad un reprise della struttura portante, dunque speculare a quanto ascoltato sino al minuto e mezzo. Dunque, il pezzo come accennato in precedenza è una divertente riflessione di Peter sull'aldilà: forse sentendo vicina la sua fine, forse perché aveva paura della Morte, Peter, negli anni di “Dead Again”, iniziò ad aver bisogno di credere in una vita dopo quella terrena. Così concepì questo brano ( ed il disco tutto) su questa credenza, interpretandola a modo suo. Per rendere il tutto meno cupo e tetro, per la prima volta assistiamo ad un brano dei TON che ci parla della Morte in maniera scherzosa e simpatica. Peter immagina l’aldilà come una festa continua, in cui tutti si divertono e ballano. In più, immagina che tutti i musicisti da lui ammirati (ed elencati in una strofa) formino una “super – band” proprio lì, dove possono ritrovarsi tutti quanti. Egli quindi non vede l’ora di morire per ascoltarli e soprattutto per prendere parte a quella festa continua ("Il Diavolo ha rubato un Albero per la festa del Solstizio/ e lo decora con le anime!/ Cristo fa “dolcetto o scherzetto”,/ Oh, bene!/ Halloween in Paradiso!/ E’ Natale all’Inferno!/ Halloween in Paradiso!/ Oh, fantastico!/ John Bonham alla batteria!/ Entwistle al basso,/ Bon Scott alla voce,/ Randy Rhoads per farci sballare,/ alla chitarra, Jimi Hendrix./ C’è anche John Lennon col suo amico George Harrison,/ ma dov’è finito Jim Morrison?"). Con "These Three Things" (Queste Tre Cose) arriviamo al brano più lungo del lotto (sfioriamo i quattordici minuti e mezzo). Ossessivo, ma al contempo di innegabile fascino, si divincola claudicante per tutta la sua elefantiaca durata come un non morto di Romero, riuscendo a suscitare ben più di un brivido. L'introduzione è ancora una volta affidata ad un preambolo strumentale iper-rallentato (come nei primi tre brani) e soffocante, che nell'arco di un minuto e mezzo confluisce in un pattern minimale e ansiogeno, costruito perlopiù su note di basso su cui si inserisce la voce catacombale di big Pete. Verso i due minuti e un quarto si cambia registro: le note di basso si immettono in una struttura più costruita e dinamica, ben cesellata da espressivi giri di chitarra e dall'appporto della batteria, comunque relegata ad un ruolo funzionale. La voce di Pete si fa meno spenta e più vigorosa, almeno sino ai tre minuti e quaranta, quando i registri tornano grevi, per aprirsi in maniera sparuta, nuovamente, a parti più alte. Giunti alla soglia dei quattro minuti e venti riprecipitiamo in un baratro perfettamente uguale a quello iniziale, una zona strumentale opprimente costruita intorno a larghe zone d'ombra. Ne fuoriusciamo verso i cinque minuti e cinquanta, per intrufolarci in una parte più meditativa, costruita su ritmi sicuramente lenti e ossessivi (come ossessivo è il giro di chitarra portante, che si ripete più e più volte), sicuramente meno claustrofobici e perfettamente adiacente alla voce di Steele, stavolta impostata su registri controllati seppur un pizzico torbidi. Un brevissimo break (questione di pochi secondi) porta quest'ultima su toni più digrignanti e isterici. A un certo punto il brano sembra smorzarsi del tutto nei toni, regalandoci un frangente più smunto ed esangue, ma, questione di un attimo e i toni si riaccendono, regalandoci un finale dal sapore un pizzico epico, con la voce di Steele, che attraverso variazioni di registro (da toni più magniloquenti ad altri più urlati), si lascia scortare da una texture molto evocativa e ben cesellata. Il suddetto brano, a livello testuale, sembra essere inizialmente semplice, per poi rivelarsi labirintico e dare sfoggio ad una inedita complicatezza di fondo. Se nelle prime strofe si esprime un chiaro pensiero anti abortista, verso la fine Peter cade in un delirio religioso quasi privo di senso, in cui vengono giustapposte immagini bibliche e strane prediche circa il perdono, per salvarsi dall’Armageddon (cioè la fine del mondo). Tutto ciò è sempre motivato dalla paura di Peter della morte vista come “fine totale” e non come una sorta di rinascita in un’altra dimensione, accanto all’Uno (la divnità). Molti fan hanno accusato, come sempre, i T0N di essere degli integralisti repubblicani, dato che le prese di posizione anti abortiste in nome di motivi religiosi e non propriamente etici sono tipici, in america come nel mondo, di partiti di estrema destra. Sappiamo bene quanto, invece, i T0N non si siano mai schierati con nessuno ("Il bimbo viene strappato dal grembo materno, non battezzato,/ non ci sono scuse, è un omicidio./ Sono colpevole, per cui vengo condannato./ La distruzione degli Angeli deve giungere al termine!/ Sono tutti nel Limbo, privati del paradiso…/ ..questa non è una bella cosa./ Alla fine ti porterò all’Inferno,/ La forza del Signore Oscuro blinderà la tua cella infuocata./ Ammazzare chi non è mai nato,/ è il peggior peccato che tu potessi commettere./ Quel che arriva come Agnello ritorna come Leone./ Non una nazione, ma uno stato autoproclamatosi,/ nell’anno domini 1948,/ la Strada per la Redenzione conduce attraverso i Deserti,/ le rocce lungo il percorso ti fanno capire che ne è valsa la pena./ Sono l’adepto del pescatore Simone [riferimento alle origini di San Pietro, il quale era un pescatore e si chiamava Simone prima d'essere nominato "Pietro" da Cristo]/ lui ha diffuso il verbo dell’Alfa e dell’Omega/ Inizia l’Armageddon,/ tutta questa gente riunita in cerchio si salverà grazie alla redenzione."). Davvero notevole. Si cambia registro con la successiva "She Burned Me Down" (Mi ha Bruciato), song più "fruibile" caratterizzata (se non altro dalla prima parte) da un andamento più rockeggiante e catchy, destinata comunque, per gradi, ad un discreto rallentamento. Il via è affidato a una struttura coinvolgente e vivace che pesca dall'alternative rock senza tuffarcisi a capofitto, ma solo echeggiandone la soluzione compositiva. Gradualmente si scivola in uno smorzamento dei toni che porta il pattern ad assestarsi su soluzioni più riflessive ed introspettive. L'ultima parte viene magnificata dapprima da una tessitura marziale e scandita, quindi da afflati più atmosferici ed evocativi. Il brano in questione, esattamente come "September Sun", di cui rappresenta un ideale appendice, si concentra sul rapporto ormai concluso con la sua storica ex ragazza, Elizabeth ("Lei mi ha bruciato, bruciato completamente./ Il sangue, più denso dell’acqua, è difficile da lavare via./ Lo scoprirai alla fine, amico, se è il Sangue che preferiscono./ Aspettatelo da un estraneo, o forse da un conoscente,/ mai dalla famiglia o dagli amici… anche se…/ Un semplice errore, lo paghi./ Lei mi ha bruciato, bruciato completamente./ Incazzato e deluso, sto pregando per imparare a perdonare,/ se non riesco a trovare la forza nel mio cuore, allora non vale la pena di vivere."). Molto bella e coinvolgente. "Some Stupid Tomorrow" (Un Qualche Stupido Domani) è aperta (ma guarda un po'...) da una introduzione cupa e sepolcrale, che sfocia nell'arco di poco più di un minuto in una struttura arrembante e violenta, le cui connotazioni hardcore punk ancora una volta si fanno decisamente evidenti. Oltrepassata la soglia dei due minuti e dieci, dopo un ronzante ricamo chitarristico la struttura si assesta su tempi medi decisamente più rockeggianti. La voce di Steele si mantiene sempre su registri acidi e iracondi, in perfetta sintonia con l'architettura portante. Quasi intorno ai tre minuti e mezzo il brano scivola in un pesante rallentamento destinato nelle ultime battute ad essere annichilito da una ulteriore, repentina accelerazione. Il suddetto brano, a livello testuale, sembra in qualche modo collegato al precedente: Peter è talmente depresso da considerare i giorni della sua vita inutili ed invivibili. Oggi e Domani sono visti come delle condanne a causa di quello Ieri (i suoi ricordi) che lo tormenta e gli fa vedere quanto è triste la sua vita. L’ “esserci dentro” può indicare sia il fatto che la sua depressione non lo lascerà mai, sia il fatto che egli ha effettivamente cominciato ad ubriacarsi e ad abusare di droghe perché le delusioni amorose ricevute sono state a dir poco devastanti. Egli non riesce a dimenticare ("Non posso giocare a fare Dio,/ Perdonare è difficilissimo,/ è dura perdonare,/ ho i miei principi,/ Il sangue è più denso dell’acqua, è più difficile da lavare via./ Ci sono dentro/ Ci sono dentro./ no, non lo dimentico/ Prendo a pugni i muri/ per dimostrare che ho le palle,/ ma quel che ottengo è solo la rottura delle mie nocche./ La terapia va a rilento,/ della prigione non se ne parla./ Un seno marcio dal quale succhio."). La seguente "An Ode To Locksmith" (Un'Ode ai Fabbri) si caratterizza per olezzi ancora una volta sabbathiani, che evidenziano un ulteriore "conjunctio oppositorum" tra i TON (puer) e i Sabbath (senex), che per i primi rappresentano da sempre dei "padri putativi". Un riff roccioso, "allegro" e imbevuto sino al midollo di reminiscenze sabbathiane ci catapulta in una struttura dinamica e easy listening, davvero gradevole all'ascolto, così carica di ruggine e muffa dei tempi che furono. Tra discreti rallentamenti e parti incalzanti (ma non troppo, il concetto di velocità smodata è qui del tutto assente) il brano scivola gradualmente (e piacevolmente) verso la fine dandoci l'idea che stavolta i nostri abbiano giocato davvero a fare i Black Sabbath costruendo un pezzo assolutamente memore della lezione di Iommi e della sua allegra brigata. Il testo risulta essere uno dei più assurdi mai concepiti dai T0N. E’ di nuovo la tematica religiosa a farla da padrone, e quasi commettendo un incredibile passo indietro, Peter non incolpa più nessuna donna del suo malessere. Anzi, ripercorrendo la storia di Eva, arriva ad ammettere che se le cose sono come sono, oggi, è colpa proprio dei Maschi, che hanno reso le donne timorose, sospettose e vogliose di vendetta per questa violenza che Eva ha subito da Adamo e dal Serpente, entrambi uomini. Nonché da Dio che l’ha cacciata dal Paradiso, uomo anch’egli. Non è chiaro chi siano i fabbri in questione, tuttavia sembra quasi che Peter ammetta che la nostra infelicità dipende da questi metaforici “lucchetti” che ci sono stati imposti sin dal giorno della cacciata di Adamo ed Eva dal giardino dell’Eden. Solo recuperando le “chiavi”, che otterremo purificandoci dal peccato, potremmo salvarci e tornare alla spensieratezza e alla beatitudine che dominavano il giardino dell'Eden. Un po’ come fece Pietro mediante il martirio della sua crocifissione a testa in giù. I Fabbri siamo quindi noi stessi, i soli in grado di poter fabbricare queste chiavi mediante la forza di volontà ("Mi sono state consegnate le chiavi,/ sapevo che le avrei ricevute!/ Stai attento a ciò che chiedi,/ la tua verga, il tuo bastone.../ un urlo assordante spalanca le porte./ Simone il Romano [altro riferimento a San Pietro] / è stato crocifisso per gli uomini,/ se vieni preso è per essere liberato./ Avanti, apri il tuo lucchetto,/ aprilo con una pietra,/ e semina i buoni semi."). Finale incredibile affidato alla superlativa "Hail And Farewell to Britain" (Lunga Vita ed Addio alla Bretagna). Un inizio sommesso ci introduce in breve a una struttura gestita su tempi medi, imperniata su un riff sincopato e ribassato accompagnato dalla voce cupa e magniloquente di Steele. Il tutto sembra smorzarsi in prossimità dei due minuti e un quarto: la magnetica ossessività della texture tratteggiata sino a questo momento si stempera in una parte (non troppo lunga a onor del vero) maggiormente impostata su tempi rallentati, molto evocativi. Si arriva quindi ad una parte gestita ancora una volta su tempi medi ed incalzanti, introdotta da un giro di chitarra scarno ed acuto che ritorna a puntellare puntualmente la struttura, a più riprese. Intorno ai conque minuti e venti si smorzano nuovamente i toni e ci si incanala in una parte, l'ultima, dotata di grande piglio epico, giostrata su ritmi nuovamente lenti e sulla voce di Steele, dotata di grande espressività, giostrata su registri più dimessi. Pete ripete "Hail and farewell to Britain/ Hail and farewell to thee/ hail and farewell to England/ Hail and farewell to me...". Lo sovrastano rumori di aerei in picchiata, voci, mitragliatrici. Ancora aerei. Il pezzo si spegne. Il titolo sembra essere in qualche maniera fuorviante, infatti Gran Bretagna c’entra poco o nulla. Come spiegato da Peter, l’ “Hail and Farewell” è prettamente metaforico: componendo il ritornello pensò ai piloti inglesi della prima guerra mondiale che tornavano dalla guerra o partivano proprio in quel momento (ecco spiegato il perché dell’ “addio e lunga vita” alla patria). Con questo modo di dire, Peter ironicamente saluta tutti i traditori che hanno cercato di mettergli i bastoni fra le ruote, tutti coloro che si erano finti suoi amici solo per poterlo pugnalare alle spalle. La sua sagacia lo ha però spinto a riconoscere subito chi era un amico sincero e chi no ("Una volta nella melma, mi ricordai della tua regalità./ Non avrei mai voluto mettere in discussione la tua lealtà../ Non far finta di essere sorpreso,/ ho visto attraverso la tua maschera./ Con amici come te chi ha bisogno di nemici?/ Fino a qualche tempo fa non avevo nessun indizio,/ in un certo senso debbo ammettere che ti compatisco./ Ho dovuto avere a che fare con quelli come te,/ ci sono in mezzo perché tu hai sprecato il mio tempo,/ Per favore Signore, non perdonarli, perché loro SANNO quello che fanno!/ Non posso credere che la vita sia così crudele,/ un ricatto emozionale…/ mi fa sentire male. Così male./ [...]Lunga vita e Addio alla Bretagna!/ Lunga vita ed addio a voi!/ Lunga vita ed addio all’Inghilterra,/ Lunga vita ed addio a me.. a me.."). Il disco non poteva regalarci finale più bello e coinvolgente.





Siamo alla fine. La fine del disco, la fine dei TON. Tre anni dopo Peter si spegne lasciando un vuoto incolmabile nel cuore di tutti i fans. Tutto quel che ci rimane è il suo ricordo. E una discografia invidiabile, di cui questo "Dead Again" risulta essere un degno epilogo. Un album che chiude in maniera ottima una carriera iniziata davvero bene e proseguita magnificamente. Nessun pomposo album di commiato ma solo l'ultima testimonianza di un grande artista che con la sua ultima creatura è stato davvero capace di regalarci momenti magici. Grazie Pete, questa recensione è dedicata proprio a te...



"Peter ha giocato la sua ultima partita con la morte, e per la prima volta è stato battuto. 

Peter è morto. Il cerchio si è chiuso."


1) Dead Again
2) Tripping a Blind Man 
3) The Profit of Doom    
4) September Sun
5) Halloween in Heaven
6) These Three Things
7) She Burned Me Down
8) Some Stupid Tomorrow
9) An Ode to Locksmiths
10) Hail and Farewell to Britain

correlati