TYPE O NEGATIVE

Bloody Kisses

1993 - Roadrunner Records

A CURA DI
NIMA TAYEBIAN, ANDREA CERASI
19/04/2014
TEMPO DI LETTURA:
9,5

Recensione

Peter Steele: l'uomo, l'artista. Il genio. Il 14 Aprile del 2010, ben quattro anni orsono il suo cuore cessa di battere per sempre, consacrando alla storia il mito. Lui, Peter Thomas Ratajczyk che con i Carnivore dapprima, e con i grandi Type O Negative successivamente scolpisce pagine di grande storia musicale trasferendo, soprattutto nei secondi, le proprie angosce, ansie, paranoie, ma non senza un sottile senso dello humor, spesso nerissimo, capace di stemperare l'asfissia contenutistica di album scuri e monolitici come enormi blocchi di onice. Del resto per rendersi conto del lato più goliardico di questo grande artista basterebbe ripescare una qualsiasi intervista: in molti ricordano ancora affermazioni come "Borat dovrebbe suonare nei Type O Negative" o "niente ti tira su come una bella risata". Dunque assolutamente sviante l'immagine del "vampiro" modellata su di lui, che sicuramente ha contribuito a creare il "personaggio Steele" ma decisamente poco in linea con l'uomo. Uomo fragile, con il bisogno di una donna capace di amarlo non per il personaggio, ma per l'essere celato dietro ad esso. Tante figure femminili transitano nella sua vita. E tante delusioni minano le sicurezze di un carattere ben meno solido di quello che le apparenze portano a pensare. Due metri e tre di altezza, uniti a quel vituperato aspetto vampiresco non fanno di un uomo un immortale privo di sentimenti. Ed infatti, nonostante quel quattordici aprile la sua morte viene ricondotta ad un arresto cardiaco, in molti pensano che la realtà dei fatti sia ben diversa. Tanti sono i segnali facilmente identificabili all'interno dei testi di determinate canzoni, e in più, un precedente tentativo di suicido ("Il 15 ottobre 1989 mi sono tagliato le vene dei polsi. Quel che posso dire è che mi sono innamorato della persona sbagliata".) sono per molti segnali inequivocabili. Impossibile dire quale sia la verità. L'unica cosa certa è che Steel non è più tra noi. A prescindere da qualsiasi fuorviante dietrologia.  Comunque, aldilà di ogni possibile gossip, chiacchiera, voce di corridoio, resta la storia. Sicuramente più chiara, cristallina. Ci ritroviamo quindi a Reed Hook. E' qui che Peter nasce il 14 gennaio del 1962. Di famiglia cattolica e ultimo di sei figli (peraltro unico maschio) può vantare un melting pot a livello "sanguigno" davvero variegato (ripercorrendo a ritroso la sua genealogia troviamo un mix di origini russe, irlandesi, scozzesi e polacche). Il padre è un ex combattente nella seconda guerra mondiale, passato a lavorare successivamente in un cantiere navale. Peter si avvia presto sulla strada musicale, iniziando a suonare la chitarra già a partire dai dodici anni, per poi passare, qualche mese dopo, al basso. Più avanti lo ritroviamo a lavorare per il New York City Department Of Parks And Recreations a Brooklyn Heights Promenade, svolgendo la mansione di autista di camion della nettezza urbana, e in un secondo momento come supervisore del parco pubblico. L'attività, portata avanti sino al 1994 (anno in cui inizia il tour con i Type O Negative) viene ricordata da Steele come una delle parentesi più felici della sua vita. Il nerboruto Peter muove i suoi primi veri vagiti come musicista in una band chiamata Aggression facendosi accompagnare da un amico di nome Josh Silver e suonando la chitarra. Ma tale strumento viene presto accantonato su richiesta degli altri membri: manca un bassista ed è necessario che Pete passi a tale strumento. E questi, notoriamente mancino, vende la sua chitarra "per mancini" per comperare un basso "per destri" considerato il costo meno proibitivo. E tale strumento non lo avrebbe più lasciato. Successivamente lo ritroviamo nei Fallout, sempre coadiuvato dal fido Silver. Le cose iniziano a farsi più serie, dato che i nostri (coadiuvati dalla chitarra di John Campos, successivamente noto produttore, e dalla batteria di Louie Beateaux) riescono ad aprire addirittura ad un concerto dei Twisted Sister. Ma anche l'avventura dei Fallout dura poco, e mentre Silver e Campos intraprendono strade differenti, Steele e Beateaux portano avanti la loro collaborazione in un gruppo tutto nuovo chiamato Carnivore. Il primo dei due grandi gruppi per cui viene normalmente ricordato il mastodontico Peter. La formula proposta è un thrashcore aggressivo e brutale, pregno di testi nichilisti, sessisti, votati alla più totale misantropia, con un occhio rivolto a tematiche apocalittiche e oscure (titoli come “Thermonuclear Warriors” e “World War III” & IV parlano da se). Con i lerci "divoratori di carne" vengono dati alle stampe due Lp, di cui l' ultimo (“Retaliation”) nel 1987. I tempi sono ormai maturi per una creatura differente. Una creatura nella quale Peter possa riversare in toto il proprio "essere", la propria, personale, visione della vita. E' il 1989. Nascono i Type O Negative. Certo, inizialmente il monicker è diverso. Per volontà di Steele si opta per il nome Repulsion, poi cambiato in Sub Zero. Talmente è il fascino esercitato da questo nome che Pete non esita un attimo a tatuarselo addosso. Per poi scoprire con rammarico che questo è già stato utilizzato da un’altra band. Alla ricerca di un nome differente, che possa giustificare quel simbolo (una o con il simbolo meno in mezzo) i nostri arrivano in maniera abbastanza fortuita al nome destinato a divenire il loro brand (Peter sente casualmente una pubblicità sulla radio nella quale si cercavano donazioni per il gruppo zero negativo.). I punti di riferimento a livello musicale sono fondamentalmente i Black Sabbath e i Beatles ( i nostri non esitano a farsi chiamare ironicamente “The Drab Four”, in omaggio ai "Fab Four", ossia i più celebri baronetti inglesi), oltre certamente a punk rock, hard rock e psichedelia. Con questo nuovo monicker, Steele e soci sfornano nel 1991 il magnifico “Slow, Deep And Hard”, e l'anno successivo il finto live “The Origin Of The Feces”. A caratterizzare i due album è un sound ancora radicato alla tradizione "Carnivoriana", unito come al solito a testi a base di odio, discriminazione e boutades varie. Da antologia le copertine, esplicite come raramente si è visto nel mondo della musica (il primo piano di una "penetrazione sessuale" con protagonisti Steele e la sua ormai ex il primo, il foro anale di Pete il secondo). Tutto questo ci porta ad un album considerato da molti possibilmente il capolavoro della loro discografia. Un album unico, una pietra miliare nella storia del rock duro. L'album che andremo ora ad esaminare. Il meraviglioso “Bloody Kisses”. L'album, uscito nel 1993 per la “Roadrunner”, inizia ad espurgarsi delle pur affascinanti scorie thrashcore di retaggio Carnivore, inglobando nel proprio sound in maniera decisa quelle strutture che diverranno in seguito parte essenziale del suono dei Type O Negative: strutture lunghe, lugubri, pregne di un sound decandente, condite dalla voce sempre più cupa e se mi si concede il termine "vampiresca" del vecchio Pete. Così fanno pesantemente capolino brani ossessivi seppur suadenti come “Christian Woman”, “Black N.1” e la title track assieme a quel che rimane del retaggio passato, fatto di brani più incisivi, immediati. Non mancano pezzi di denuncia in merito a quelle che sono le accuse lanciate in precedenza su Steele e la sua band (“We Hate Everyone” è qui piazzata a ribadire che il suo odio non è indirizzato verso qualcuno, discriminatorio, ma VERSO TUTTI; “Kill All The White People”, con il suo titolo eloquent,e parla da sola, rispondendo alle accuse idiote di razzismo). E' anche presente una cover (riuscita) dei Seals And Croft: “Summer Breeze”. L'album viene successivamente rimaneggiato e riproposto in versione digipack priva dei due appena citati "brani d'accusa" e delle parti strumentali. Di nuovo c'è un brano, vicino strutturalmente a quanto proposto nella tracklist, ossia “Suspended in Dusk”. Ma passiamo ad un analisi ben più approfondita di questo autentico masterpiece, che si caratterizza, tra le altre cose, per essere l'ultima prestazione nella band del bravissimo Sal Abruscato (alle pelli) passato di li a poco ai grandi “Life Of Agony”.



Ad aprire le danze uno strumentale intitolato “Machine Screw”: neanche un minuto di durata per un brano inaugurale intessuto su sonorità metalliche e distanti, rimbombi, e una voce femminile maliziosa, in pieno stato di eccitamento. Già subodoriamo concetti come "peccaminoso" e "catacombale", parole destinate a riemergere nella nostra mente con il trascorrere del tempo, man mano che il disco avanza e la nostra mente, ipnotizzata, si lascia trasportare in totale agonia estatica. Una voce profonda, la voce di Peter ci introduce a quello che a tutti gli effetti è il primo brano del lotto, e che senza remore, senza dubbio alcuno può essere considerato il primo vero grande capolavoro del disco. “Christian Woman” (Donna Cristiana), brano destinato ad ergersi come monumento sonoro nella discografia dei T0N, inizia in maniera mesta. La voce di Steele ci carezza, i ritmi si fanno languidi e avvolgenti. Siamo trasportati in breve in un brano incentrato su amore e perdizione, brano profano, ricettacolo di oscure alchimie tra sesso e religione. Una donna si arrovella in fantasie erotiche incentrate sul messia, sul salvatore. Una donna cristiana, come evidenzia il titolo, ma il suo cristianesimo nasce da una passione ormonale, da una trascinante spinta carnale che la porta a fare del Cristo un suo platonico feticcio sessuale. La carnalità nel brano è pulsante, viene evidenziata in ogni dettaglio, dalle tessiture sanguigne alla voce calda quanto baritonale di Peter. Il tutto si sviluppa per nove minuti in maniera senza dubbio continua ma a tronconi. Sembra di poter ritrovare materiale per ben tre brani, ma fusi in maniera si egregia che sarebbe stato impossibile pensare un capolavoro del genere strutturato diversamente. Il brano è architettato infatti su tempi medio/bassi dal flavour pesantemente sabbathiano nei primi quattro minuti abbondanti (con tanto di break "ambientale" intorno al terzo minuto). A circa quattro minuti e mezzo la struttura si fa notevolmente evocativa: i suoni divengono terribilmente eterei e a sovrastare il tutto troviamo la voce di Big Pete malinconica e a tratti meno giostrata su timbri bassi. Si riparte con grinta a meno di sette minuti e venti, quando Peter inizia a ripetere ad libidum "Jesus Christ Looks Like Me", con tanto di cori simil gregoriani sullo sfondo. Si inizia con la solita voce calda e suadente per concludere con un timbro maggiormente grintoso. Il brano si chiude all'insegna della perfezione, non mostrando crepe neanche per la frazione di un millisecondo: siamo ammaliati da tanta perfezione michelangiolesca quanto ipnotizzati e vogliosi di proseguire nell'ascolto. E' destinata a rompersi questa magia nella quale siamo stati catapultati a nostra insaputa, mesmerizzati in solo otto scarsi minuti? No, nella maniera più assoluta. Poche e scarne note di basso ci incanalano nella successiva “Black N.1: Little Miss Scare All” (Nero n.1: la Signorina "spaventatutti"), track dal minutaggio ben più "consistente" (11 minuti e un quarto di durata). Il vocione di Big Pete ci accompagna inizialmente gigioneggiando su una struttura macilenta ma evocativa, quindi caricandosi di grinta animalesca ci accompagna scortato da note ben più possenti che presto (dopo un ripetuto giro di chitarra) si sottomettono a coordinate doomeggianti dal gusto neanche troppo velatamente sabbathiano. La struttura, ancora una volta cangiante ci trasporta in scenari di passione maledetta, di amore nei confronti di una figura femminile ambigua, dai connotati oscuri. Una donna la cui passione è il buio; Una gotica virago a cui ci si può solo sottomettere, per essere posseduti sessualmente e immaginare il gusto, il piacere che si prova nel copulare con la morte. L'oscura signora, dispensatrice di oscuri piaceri sessuali (del resto il testo si mostra molto eloquente in frangenti come "L’ho chiamata “Diavolo”/ e lei ha riso,/ mi ha letteralmente stregato.../Sei nera nell’anima!/ Nera nell’anima!/...Amarti è come amare la morte..."). Ritmi cangianti, ho detto: si, dato che le nostre orecchie si trovano al cospetto di una base inizialmente fragorosa gestita ancora una volta su ritmiche medio/basse giostrate su un altalenanza vocale di Pete, che ama spostarsi da tratti ribassati e caldi a frangenti carichi di forza animalesca. Successivamente ci si sposta verso parti maggiormente "rilassate", destinate a sfociare in un chorus accattivante, ripetuto a squarciagola ("Lovin' you was like lovin' the dead..."). Un carillon ci sottomette a una breve parte ancora una volta atmosferica, che ci introduce a un riff imponente di una parte strutturata su un low tempo. A sette minuti circa ancora il precedente chorus, che ci traghetta, in una cinquantina di secondi verso il giro di basso iniziale, stavolta guarnito da schiocchi di dita stile “Addams Family”. Insomma tanti cambi nella struttura per un brano destinato ad essere ricordato come un'altro capolavoro, non dell'album ma dell'intera discografia, e che non sapere a memoria potrebbe rivelarsi delittuoso. Il quarto brano del lotto è nuovamente uno strumentale. Il titolo stavolta è “Fay Wray Come Out and Play”. Il pezzo, dell'esigua durata di un minuto, risulta quanto meno bizzarro nell'evidenziare atmosfere selvagge attraverso ritmi e vocals tribali che altro non fanno che trascinarci in un immaginaria giungla, tra indigeni, verde a perdita d'occhio ed una ignota figura femminile (di cui sentiamo le urla), catturata dagli autoctoni e possibilmente annichilita da questi ultimi (mangiata? Sacrificata? Lasciamo all'immaginazione qualsiasi risposta). “Kill All The White People” (Ammazza tutta la gente bianca), celebre brano "di denuncia" messo a punto da Steele per rispondere alle accuse di razzismo, si struttura in maniera antitetica rispetto ai brani non strumentali precedentemente ascoltati. Il pezzo è forgiato nella materia di un lercio e grezzissimo speed/thrashcore che si abbevera nelle stesse acque dei più noti precedenti musicali di Steele. La struttura è comunque provvidenzialmente sporcata da un intervento centrale decisamente rallentato che ci riporta per un attimo ai binari musicali portanti del disco in questione. Giustificato è l'uso di una cifra stilistica differente, considerato che il brano vorrebbe e dovrebbe essere un calcio nei testicoli dato al pubblico e alla critica più ignorante e superficiale, capace di usare qualsiasi pretesto per attaccare un artista e minare la sua integrità attraverso fuorvianti etichette. Il testo è eloquente quanto breve ( "Ammazziamo tutta la gente bianca/Così saremo liberi") e mostra quanto Steele potesse averne piene le scatole del popolo bianco bigotto e bacchettone. Quasi completamente deformata rispetto all'originale (una cover dei Seals And Crofts) la successiva “Summer Breeze”. Il brano originale, molto pacato, quieto, scandito da vocals squillanti, è tramutato come per sortilegio in un brano doomeggiante, sorretto da ritmi catacombali e dalla voce seriosa e carnale di Steele. Il testo ci immerge in scenari totalmente solari e ottimisti, che riescono a tatuarci un ghigno in volto quando a pronunciarli è proprio Steele. Sentirlo declamare quanto tutto vada bene in un atmosfera estiva, a rimirar gelsomini solleticato dalla brezza riesce a strappare quantomeno un sorriso, che rischia però di divenire un pizzico amaro quando si inserisce nel contesto quel favoleggiare di una coppia felice ("Torno a casa dopo un duro giorno di lavoro,/ e tu sei lì ad aspettarmi…/ neanche una preoccupazione al mondo./ Vedo il tuo sorriso che mi aspetta in cucina,/ il cibo cuoce ed è apparecchiato per due, vedo quelle braccia spalancarsi per abbracciarmi,/ di sera, mentre il giorno tramonta."). Set Me On Fire” (Infiammami) si riaggancia stilisticamente a quella che è un po' la linea guida dell'album, con un andatura più lenta, magari maggiormente melodica e trasognata, forte di una caratterizzazione vocale più eterea. Si respira anche qui un'aria maggiormente venata di ottimismo,ma la solarità tratteggiata precedentemente tramite intrecci doomeggianti è qui decantata attraverso un'atmosfera lattiginosa, evanescente. L'apporto tastieristico ad opera di Silver si fa sentire, tratteggiando evocativi scenari sullo sfondo, mentre Steele ripete con convinzione le poche parole di un testo tra i più laconici nel qui presente disco:"Summer girl/ Set me on fire/ Summer girl/ Set me on fire..." che in italiano suona come "Ragazza dell’Estate,/ infiammami!/ Ragazza dell’Estate,/ infiammami!". Un testo che, aldilà  della struttura eterea poc'anzi citata, si ricollega a doppio filo con il testo del brano precedente. Il pianto innocente di un bambino inaugura il successivo “Dark Side Of The Womb”, ennesimo strumentale retto stavolta da ritmi tribali e dal verso di un bimbo ripetuto in loop. Il brano è il secondo a straniarci attraverso percussioni "amazzoniche". La sua durata è veramente esigua (neanche trenta secondi), giusto il tempo per sciacquarci la bocca e prepararci a degustare la portata successiva. Quale? Una portata gustosa e succulenta, a base di odio. Odio per tutti. Il pezzo in questione, ossia “We Hate Everyone” (Noi odiamo tutti), è il secondo brano di denuncia messo da Steele nel lotto di song qui presente. L'intelaiatura su cui si inerpica il brano (per parte della sua durata) è spensierata, dai toni goliardici. Il coretto iniziale è davvero divertente, di facile presa, catchy. Nella parte più centrale il tutto si disintegra in un break da incubo. Subentrano toni estremamente tetri, dapprima, che scivolano gradualmente verso intarsi melodici maggiormente rocciosi dal flavour doomeggiante. Il testo è un manifesto dell'irritazione (per usare un eufemismo) di Peter nei confronti degli idioti che giudicano e accusano la band senza avere una reale idea del loro pensiero, del loro orientamento politico. Le parole usate sono di fuoco: "Comunistelli di Destra,/ Fascistelli di Sinistra,/ ti puntano il dito,/ sono solo chiacchiere!/Non ci importa di ciò che pensate!/ Ci hanno dato dei sessisti,/ ci hanno considerati razzisti,/ Vuoi vedere più chiaramente?/ Cercati uno specchio!" tanto per citare alcuni dei passi più salienti. Si protrae catacombale, per tutto l'arco della sua durata, il nuovo grande capolavoro che risponde al nome di “Bloody Kisses: A Death In The Family” (Baci insanguinati: un lutto in famiglia). I suoi undici minuti scarsi lo rendono il secondo brano più lungo dell'album, e la sensazione è quella di assistere veramente a qualcosa di pachidermico che si trascina morente su tempi dilatati, un Godzilla sonoro che rantolando e trascinandosi greve cerca il luogo dove esalare il suo ultimo respiro. La voce di Steele si mantiene cavernosa: soltanto che stavolta, alla nera sensualità si sostituisce un monolitico senso di rassegnazione. A tratti questa si apre verso toni più alti (verso i tre minuti e mezzo) ma il senso di sconforto si stempera di poco: sembra quasi di ritrovarci a camminare in un cimitero, con degli sparuti raggi di sole, che, facendosi strada tra le nuvole ci donano sprazzi di luce. Ma siamo pur sempre in un cimitero, ed è la rassegnazione a regnare sovrana. Emblematico il break a circa metà brano, atmosferico, scandito da ritmi lentissimi di batteria, con la voce di Peter che acquisisce toni mesti e recitati, e un pianto femminile da far accapponare la pelle. Del resto a livello testuale navighiamo in un acquitrino di bituminosa desolazione, dato che l'argomento stavolta è il suicidio. Il suicidio di una donna molto amata dal protagonista. La morte dell'amore, la luna che va in mille pezzi. L'annichilimento del concetto stesso di poesia. Ma Peter (perchè, inutile ribadirlo, il protagonista è lui) promette di raggiungerla: il suo cuore che ha scandito battiti solo per lei presto pomperà il suo fluido scarlatto fuori dalle vene, e nel rosso del sangue e dell'amore, i due saranno destinati a ritrovarsi. Ma il concetto stesso di averla persa, non averla più nel mondo terreno fa troppo male, al momento il ricongiungimento ultratombale è solo una panacea. E Peter, disperato non può che esternare il suo totale sconforto ("Oh no,/ per favore non andartene…/ è come un lutto in famiglia…/ Non Morire!!!/ Non Morire!!/ Non Morire!!!"). Il pezzo, per il suo pessimismo non stemperato da nulla e per le sue tessiture avvolgenti quanto decadenti risulta uno dei preferiti di chi scrive. Bizzarro il successivo strumentale “3.0.I.F.”: un rombo di motocicletta ci porta in meno di dieci secondi al cospetto di voci femminili in odore ritualistico simil-voodoo. Poi il tutto si fa disturbato, tra aliti di vento e voci lontane, voci spettrali (perchè è proprio a spettri che sembrano appartenere), trasportandoci in un clima cimiteriale. Finale pseudo drone, condito da voci metalliche e disturbate, e lo schianto, in ultimo, della motocicletta sentita inizialmente. “Too Late: Frozen” (Troppo tardi: sono congelato) si caratterizza per un andamento più vivace rispetto al suo colossale precedente (non strumentale). Ci si mantiene su ritmi rockeggianti dai connotati decisamente meno funerei sino all'immancabile break che ci attende in agguato come il fato. Arrivati dunque alla soglia dei due minuti e quaranta i ritmi rallentano prepotentemente, scagliandoci in maniera impietosa nella singolarità di un buco nero, che tutto fagocita, in cui la luce è inesorabilmente intrappolata prima di annichilirsi. La conclusione è affidata ad una parte fondamentalmente speculare a quella iniziale: il buco nero ha termine, emergiamo dalla parte opposta della singolarità. Ci ritroviamo nel cosiddetto "buco bianco". Stavolta il testo è improntato sulle menzogne di un rapporto fallito, che tenta di essere ricucito da una donna la cui colpa è quella di aver spezzato il cuore di Peter. Ma questi è ormai "congelato", il suo cuore non ha più la stessa passione , il suo sangue non ribolle più per lei, laida megera colpevole del crollo di un castello il cui nome è Amore, un castello purtroppo fatto di carte. Quel che rimane è disillusione, e tante ferite che il tempo non riesce a riemarginare (Il tempo/ non rimarginerà le mie ferite,/ sto sanguinando a causa tua!/ Tutto quello che abbiamo vissuto dunque era solo uno scherzo?/ Ho perso la pazienza, non ho più lacrime o speranze.../Le fredde ali dell’inverno raffreddano il mio cuore con neve e ghiaccio,/ tutto ciò non proviene dal Nord,/ ma dal tuo limbo criogenico…).Restiamo in territori dinamici con la successiva “Blood And Fire” (Sangue e Fuoco), in cui la componente hard rock emerge prepotentemente. La voce di Peter si fa in questo contesto anestetizzata, spenta; in più emergono qua e la lisergici interventi di vocals filtrate. Al solito i ritmi sono cangianti, offrendoci brevi inframezzi come la parte trasognante che emerge verso i due minuti e mezzo, parte che sembra catapultarci, per atmosfere, in qualche ancestrale rito sciamanico al chiaro di luna. L'atmosfera generale, nonostante, (o forse "grazie anche a") una "torazinica" performance di Peter, è calda e avvolgente, sposandosi alchemicamente con il testo che parla di passione. Passione interrotta all'apice della sua grandezza (e da qui normale e giustificato l'uso di un registro vocale più dimesso) a causa di una donna che Peter amava ed ama ancora, e da cui è stato impietosamente abbandonato ("Ho sempre pensato che fossimo fatti per stare assieme,/ e che il nostro Amore non potesse essere migliore di così…/ ebbene, senza nemmeno avvisarmi te ne sei andata.../ Tu non sai cosa ho passato,/ Io voglio solo donarti il mio amore"). La donna in questione finisce per divenire un'autentica ossessione nella mente di Peter, che continua a immaginarla e di conseguenza a soffrire, trafitto dalle baionette di un amore mai sopito, bruciato dalle fiamme di una passione che mai si spegnerà. Questa lunga parabola di passione e tormento trova la sua degna conclusione in “Can't Lose You” (Non posso perderti) brano dal testo scheletrico (Non posso perderti,/ non posso perderti,/ no, non posso perderti,/ non posso perderti!). Ripetuto sino alla nausea, giocato su una struttura notevolmente lenta, impreziosita da gustosi inserti di sitar. Nonostante l'essenzialità della parte testuale il brano assume grazie alle sue trame ipnotiche un valore notevole, risultando il finale migliore per un disco che definire perfetto è davvero poco.



 



Cala il sipario. La grandeur del disco in questione ci sconvolge e ci affascina. Già memori di un capolavoro come “Slow, Deep And Hard”, abbiamo con questa nuova release un ulteriore masterpiece, capace di surclassare (almeno secondo il mio punto di vista) il magnifico precedente. Le tematiche a base di passione e tormento, amore e sofferenza sono decantate con una perfezione senza precedenti, sposandosi sublimamente con textures sepolcrali e crepuscolari. In più, a rendere variegato l'impianto strutturale abbiamo pezzi meno monolitici (alcuni a loro modo addirittura divertenti) e interessanti strumentali. Nessun pelo nell'uovo è da ricercarsi in questo contesto, anche se, dovendo esprimere un parere personale, un paio di strumentali in meno non avrebbero nuociuto all'economia del disco. Ma a conti fatti è del tutto indifferente. Il disco è un capolavoro in ogni sua parte, in ogni micro-frangente, e non possederlo è davvero un reato per chiunque si dica appassionato non di metal, non di musica pesante, ma di Musica (con la maiuscola iniziale obbligatoria). Grande Peter, non sei più qui ma sei riuscito a consegnare ai posteri questo e tanti altri capolavori che nessuno può e deve dimenticare. Un minuto di silenzio...

(N.d.R. Non avete praticamente nulla dei TON se non qualche cd masterizzato e volete rimediare? Consiglio vivamente il cofanetto della Roadrunner intitolato "The Complete Roadrunner Collection 1991 - 2003" contenente tutti i full lenght della band meno l'ultimo, "Dead Again". Un modo decisamente pratico per avere a portata di mano quasi tutta la discografia di Steele e soci).

(Nima Tayebian)



 



 



Peter Steele è un misantropo, un avvenente gigante dalla mente contorta, dall’ironia tagliente come una lama di rasoio e dalla blasfemia degna del peggior delinquente di periferia pronto a maledire tutto e a prendere a calci chiunque. Peter Steele odia il mondo intero, non riesce a comprenderne la logica e per questo ci sputa sopra la sua musica dissacrante. Non che abbia tutti i torti. Proveniente dai Carnivore, titolari di due album all’insegna di un Metal-core provocatorio e grottesco (“Carnivore”, 1985 e “Retaliation”, 1987), decide di farsi cantore del rock ‘n’ roll più malsano e dalle idee chiare ma cupe (scusate il gioco di parole) quando forma, nel 1989, i Type O Negative, descritti da lui stesso come un incontro tra Beatles e Black Sabbath condito da sonorità industriali. Ciò non è affatto sbagliato, perché i Type O Negative costruiscono belle melodie come i primi e le accompagnano con ritmi pesanti e cadenzati come i secondi. Le loro note sembrano provenire da una fabbrica abbandonata e quello che esprimono è il suono ossessivo della decadenza. Decadenza appunto, un tema di cui, all’alba del nuovo decennio, molti decantano, altri ne abusano. All’inizio del 1993 la band decide di abbandonare idee più affini all’Hard-core che tanto hanno colpito col debut-album “Slow, Deep And Hard” e di lanciarsi a capofitto nella nascente scena Goth, la quale riprende la lezione del Doom classico, dilatandone i tempi e inserendovi una vena tragica e struggente tipica della tradizione gotica. Nei primi anni 90 decine di band Death o Black Metal (Trascinate dalla triade My Dying Bride, Paradise Lost e Anathema) si convertono al nuovo culto, immergendo la loro attitudine tipicamente estrema in una pozza di nichilismo, pessimismo cosmico e malinconia funerea. E’ l’epoca dei nuovi vampiri, questa volta vestiti di pelle e borchie, che portano sulle spalle i dissapori e l’infelicità di una società corrotta, e pronti a colpire le nuove generazioni grazie a scenari urbani ottocenteschi, boschi innevati e paludi dalle acque nere come la pece. Sono gli anni in cui la letteratura macabra influenza non solo la musica ma anche il cinema grazie a certe atmosfere dal sapore retrò, al cinema troviamo prima il “Dracula” di Coppola, che riporta sullo schermo il vampiro narrato da Bram Stoker, poi “Il Corvo” di Alex Proyas, tratto dal fumetto di James O’Barr, e infine “Intervista col Vampiro” di Neil Giordan tratto dalla saga vampiresca della scrittrice Ann Rise. In queste nebbie oscure, che tutto ricoprono e che rendono invisibile alla vista ma non ai sensi, e dal quale tutto il malessere scaturisce, un tipo come Peter Steele ci sguazza a meraviglia e il suo genio malato non ha limiti espressivi. Nell’inverno di quell’anno il singer-bassista e i suoi scagnozzi dai volti incazzati, ovvero il chitarrista Kerry Hickey, il batterista Sal Abruscato e il tastierista Josh Silver, si chiudono dapprima nella cantina di quest’ultimo per discutere le coordinate che il nuovo lavoro avrebbe dovuto contenere e poi, demo alla mano, negli studi della Roadrunner a Brooklyn per elaborare e completare il tutto. Il processo di evoluzione stilistica sorprende il Boss della casa discografica, catturato dal suono fresco e innovativo di questi metallari gotici, capaci di condensare un cantato baritonale e inquietante con chitarre sporche e zanzarose, di creare canzoni dai ritornelli orecchiabili e inframmezzarle con interludi ermetici e plumbei. Dopo poche settimane ogni cosa è pronta e il 17 Agosto “Bloody Kisses” fa irruzione sul mercato mondiale, guadagnandosi, tra gli scaffali dei negozi, un posto d’onore, scansando i lavori di molti colleghi e ottenendo un successo senza precedenti (E’ il primo disco d’oro dell’etichetta). È subito storia. Ad affascinare non è solo la musica, la copertina del disco, per esempio, mostra un bacio saffico tra due modelle in una foto in bianco e nero con delle sfumature verdi, il verde è sempre il colore predominante nell’immaginario della band per la sua duplice caratteristica: simboleggia la pace dei sensi ma allo stesso tempo trasmette un’aria sinistra. È lo stesso concetto espresso dal titolo dell’opera, dalla seducente cover-art e dal monito che su di essa appare Don’t mistake the lack of talent for genius: un romanticismo sensuale ma pericoloso, inconsapevole, oscuro e irresistibile, capace di attirare immediatamente l’attenzione di un ipotetico pubblico. Difficile rimanere indifferenti davanti a una Rock band dall’iconografia così marcatamente fascinosa.



Gli orgasmi della breve "Machine Crew" introducono il capolavoro "Christian Woman", canzone divisa in tre parti e dalle movenze vellutate nella quale, al pari di un druido, Peter Steele intona le prime strofe con l’accompagnamento delle tastiere di Silver, narrando di una giovane donna stesa sul suo letto e con un crocifisso alle spalle, infuocata dall’immagine di un Cristo fin troppo umano e peccaminoso. Dunque partono le chitarre e la struttura si rafforza in un ritmo cadenzato e sensuale e un ritornello (Corpus Christi) cantato in tonalità grave, come se provenisse dall’oltretomba. Cambio di tempo dopo quattro minuti, ci ritroviamo in un bosco circondato dal rumore delle acque calme di un ruscello e il cinguettio degli uccelli, l’immagine bucolica è ovviamente un’allegoria, testimonianza di un’estasi che divampa nella mente e tra le gambe della donna protagonista. La traccia si trascina così per altri minuti, intanto la delicata voce di Steele decanta la lussuria che bagna la religiosa e la cui attrazione nei confronti del suo Dio sfocia nella terza parte (e terzo cambio di tempo) in cui il ritmo riprende velocità e pesantezza tra chitarre ruvide e tastiere da cerimonia che accompagnano la frase “Jesus Christ looks like me” ripetuta all’infinito in cui troviamo un Peter Steele versione divina pronto a redimere e ad assolvere la poveretta dai propri peccati. "Black No. 1" parla di una fidanzata del singer, una bellissima Dark Lady, dai lunghi capelli corvino e pelle candida come il latte, che gli ha strappato il cuore e lo ha divorato. Parte con un giro di basso e parole sussurrate attraverso le quali scopriamo che è Halloween e che la donna in questione è l’espressione perfetta di questa macabra festa. Lei rappresenta il marchio del Demonio, adora il buio, ama i vampiri, i vestiti neri da funerale e le sue movenze sono attrazione fatale per i poveri sventurati (Come Steele) che capitano tra le sue unghie da rapace. Ma è talmente bella che resisterle è un’impresa impossibile, allora esplodono le chitarre di Hickey seguite da una voce quasi sgraziata nell’intonare quel ritornello che inneggia, o forse maledice, il fascino sacro del colore nero. Un rituale oscuro di amore e morte, “Amare te è come amare la morte, con te è sempre Halloween” è la frase della seconda parte del testo, cantata in diverse intonazioni e sommersa da tastiere che sembrano riprodurre un organo da chiesa che conducono a un break centrale sospirato per poi ripartire col ritornello fino alla fine. "Fray Come Out And Play" è un rituale indigeno fatto di tamburi e cori indemoniati nel quale una ragazza viene sacrificata e purificata col fuoco, traccia che introduce l’atmosferica e confusionaria "Kill All The White People" nella quale la batteria di Abruscato emerge dagli inferi assieme a cori e urla di una folla indefinita e che prende velocità nel coretto centrale, l’unico cantato in mezzo a una miriade di suoni distorti e voci di contorno, dove Peter Steele consiglia di uccidere tutte le persone bianche per avere un mondo migliore. Critica sociale di rilievo e umorismo nero che riporta direttamente al primo album della band. "Summer Breeze" ha un andamento sinuoso con la voce baritonale del singer in primo piano che recita una preghiera al caldo vento estivo che, dopo un’intensa giornata di lavoro, accarezza il suo corpo con le sue braccia liquide mentre fa ritorno a casa, e lì vi trova il sorriso quasi incorporeo e astratto della sua donna pronta a fare l’amore con lui. La brezza dolce dell’estate, il profumo di gelsomino e gli ammiccamenti dell’amante lo rasserenano e gli colmano la mente e l’animo di una pace trasparente. Si procede senza sosta con "Set Me Free", che è la logica conseguenza della precedente traccia, nella quale un coretto etereo e angelico ripete una breve strofa cullando le parole come fossero in balia dell’esile vento estivo. Non una vera e propria canzone, più una sorta di intermezzo che fa da ponte alla particolare "Dark Side Of The Womb" della durata complessiva di una manciata di secondi e scandita dal pianto di un neonato per introdurre la bellissima "We Hate Everyone", dove la velocità riprende quota grazie al doppio pedale della batteria di Abruscato e un buon ritmo scanzonato che fa della canzone una cantilena Hardcore fino alla parte centrale in cui il ritmo rallenta e ci si ritrova in una fabbrica in funzione dove i macchinari incorniciano una prestazione vocale indemoniata. Si ritorna poi a un mid-tempo dominato dalle chitarre zanzarose e sporche come fossero attrezzi costruiti appositamente nella suddetta industria. Come esplicita il titolo, trattasi di una song di ribellione contro chi etichetta la band di essere fascista, sessista o razzista. Beh, i Type O Negative odiano tutti e se ne sbattono delle divergenze politiche e sociali, perciò che si fottano tutti. Più chiaro di così. "Bloody Kisses (A Death In The Family)" è puro Doom Metal della durata di quasi undici minuti e senza cambi di tempo e, mentre dall’inferno echeggiano le tastiere e la batteria dalla cadenza lenta, Peter Steele è accompagnato dal suono oscuro delle campane in sottofondo mentre recita come un sacerdote dell’apocalisse le nefaste parole di commiato mentre, in un giorno invernale di pioggia, seppellisce la donna amata, uccisa dal dolore della vita, e la scongiura di non lasciarlo solo su questa terra sconsacrata. Il cantore sente ancora il sapore delle sue labbra insanguinate quando dà l’estrema unzione. Amore e Morte, connubio perfetto come da trazione gotica. "3.0.I.F." è una cantilena inquietante che anticipa "Too Late: Frozen", cantata con toni effettati che danno una sensazione di claustrofobia o congelamento. Troppo tardi per le scuse è il ritornello che viene invocato gridando per poi proseguire con una seconda parte dura come una roccia e basata su ritmiche doomeggianti dove, sempre con voce effettata, si descrive un giardino incantato contornato da statue giganti fatte di ghiaccio che sono lì a protezione nella notte gelida dell’inverno. Altro non è che metafora di un cuore stroncato dalla menzogna e che ha perso ogni speranza nel perdono perché oramai è troppo tardi. "Blood And Fire" inizia con una distorsione della chitarra e un incedere rock vecchia scuola, la struttura è semplice e con un intermezzo centrale d’effetto, poi riparte fino a sfumare nel finale. È ancora una canzone d’amor perduto e il rapporto con la Dark Lady per eccellenza, l’unica degna di essere posseduta tra le tante, è visto come un dialogo tra sangue e fuoco, ovvero i due elementi fondamentali della passione carnale e mentale. Il disco si chiude con la lenta e delicata "Can’t Lose You", prosecuzione immaginifica della precedente traccia e visione paradisiaca di un amore evanescente che si dissolve, come un sogno, alle prime luci dell’alba.



"Bloody Kisses è un capolavoro, a tratti aggressivo, a tratti raffinato, forse la massima espressione di questa fantastica band e uno dei frangenti più ispirati di un certo tipo di musica. Quando l’oscurità conquista la mente e si diffonde nel corpo acuendo ogni senso, in un rituale dal fascino antico come una tribale danza di emozioni primitive. Nei solchi di questo disco c’è tutto: Gothic, Doom, Hard Rock, Hardcore, Punk, uniti nel sacro vincolo dell’Amore e della Morte che si scontrano eternamente fino ad annullarsi. I Type O Negative sono questo e molto altro ancora. E ricordate: Non confondete la mancanza di talento con il genio, lascio a voi l’interpretazione.

(Andrea Cerasi)


1) Machine Screw
2) Christian Woman
3) Black N.1 (Little Miss Scare-all)
4) Fay Wray Come Out And Play
5) Kill All The White People
6) Summer Breeze
("Seals and Crofts" cover)
7) Set Me On Fire
8) Dark Side of the Womb
9) We Hate Everyone
10) Bloody Kisses
(A Death in The Family)
11) 3.0.I.F
12) Too Late: Frozen
13) Blood and Fire
14) Can't Lose You

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