TYGERS OF PAN TANG

Tygers Of Pan Tang

2016 - Mighty Music

A CURA DI
LORENZO MORTAI
15/12/2016
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

La NWOBHM, un movimento, un corpus di idee, ma soprattutto una vocazione, che a quasi 40 anni dalla sua comparsa sulle scene musicali, paia ancora avere qualcosa da dire. E ciò lo dimostra non solo la grande quantità di band che si sono formate nel corso degli anni (soprattutto una discreta impennata negli ultimi 5/6) e che riprendono palesemente quel tipo di sonorità, ma anche altrettanti blasoni e non del passato che tornano a spron battuto sui palchi, per insegnare al mondo (soprattutto ai più giovani) chi erano, e cosa ancora riescono a fare. Se non bastasse questo, basti anche solo pensare alla enorme quantità di case discografiche che, specialmente nell'ultimo quinquennio, hanno iniziato a ristampare i classici del genere, finanche a raccogliere in prestigiosi jewelcase e packaging di tutto rispetto, dischi e demo che altrimenti sarebbero rimaste sepolte dalle sabbie del tempo, o appannaggio di pochi eletti che, ai tempi effettivi delle loro uscite, erano riusciti ad accaparrarsene una copia. Pensate alla HR Records, alla Heavy  Forces, alla Sonic Age con la sua linea "Cult Metal Classics", così come alla No Remorse, case di produzione interamente votate all'old school, con una unica missione; fornire a chi non ha i soldi necessari per le tanto rinomate first press, di mettere le mani su oggetti di tutto rispetto, che lasciano qualcosa di profondo all'interno del cuore. Il panorama è vasto, e la sacra scuola d'acciaio albionica nel tempo ne ha sfornati di album; dalle prime avvisaglie del 1979/1980, fino all'esplosione unica del 1984, anno per eccellenza del metallo classico, un vero bonus year in cui, a detta di chiunque, sono usciti gli album migliori di sempre facenti parte di questa corrente. E non parliamo semplicemente dei classici fondatori come Iron Maiden, Judas Priest e Saxon, a cui va sempre e comunque il più profondo rispetto per essere stati coloro che, attraverso manovre giuste e tanto sopraffino gusto compositivo, non sono rimasti relegati al monicker di "meteore", ma si sono sedute su un piedistallo dove, ancora oggi, li ritroviamo con gli artigli ancorati. E non parliamo neanche di blasoni "di seconda categoria", meno famosi ma comunque ascoltati, come Diamond Head, Samson ed affini, ma la NWOBHM è un vero e proprio calderone in cui tuffare le proprie mani, e scavare sempre più in profondità, scoprendo ogni volta band nuove, ognuna con qualcosa di unico e particolare nel proprio sound, nelle argomentazioni dei testi e nelle ritmiche. Urchin, Virtue, Scarab, Satan, Savage, Sparta, Crucifixion, Avenger e molti, moltissimi altri, gruppi incredibili, con una vocazione unica per i riff concatenati ed i ritmi trascinanti, una filosofia di vita da palco semplice quanto efficace, far divertire e condividere con il pubblico la gioia e l'amore incontrastato per la musica Heavy Metal, un filone ricolmo di emozioni, un vero e proprio status symbol. La storia odierna però riguarderà una band per molti versi fondamentale, ma altrettanto sfortunata in una buona parte della loro carriera, nata e cresciuta in concomitanza con i Maiden, ma mai altrettanto ricordata e celebrata, tranne che dai cultori del genere. Parliamo dei Tygers Of Pan Tang, le fameliche tigri albioniche nate in quel di Whitley Bay nel 1979. Loro primo singolo fu rilasciato proprio in quell'anno, fino alla pubblicazione, nel 1980, di quello che è considerato uno degli album NWOBHM più influenti mai realizzati, Wild Cat. Le aggressive ritmiche alla sei corde di Rob Weirr (ad oggi l'unico Tygers rimasto ancora dalla formazione originale), lo spirito di culto della scuola britannica, la cristallina voce ed una serie di combo inanellate con successo, portano la band a collezionare dischi memorabili, come Spellbound del 1981, e Crazy Nights dello stesso anno, finanche a The Cage e The Wreck-Age, in cui le nostre tigri iniziarono a virare su lidi decisamente più pesanti. Dai primi tre album però la band, complice anche le innumerevoli sostituzioni e cambi di formazione, non arrivò mai al successo sperato, rimanendo quasi in disparte e confezionando ottimi album, ma che non arrivarono mai al pari dei loro colleghi. Una continuità estrema tuttavia (grazie al rilascio di varie compilation nel corso del tempo), ha portato i Tang fino ai giorni nostri, arrivando perfino ad avere fra le proprie fila, esattamente dal 2004, un cantante tutto tricolore e vero portabandiera del nostro stivale, Iacopo Meille. Cresciuto a pane, Blues e Rock, il nostrano frontman ha portato una sincera ventata di freschezza all'interno della band (avemmo il piacere di intervistarlo qualche anno fa, durante un tour dei Tygers che toccò anche il nostro paese), ed inevitabilmente anche nuovo materiale da comporre. Così, dopo gli ottimi Animal Instinct (2008) ed Ambush (2012), pare che gli strisciati felini abbiano ancora qualcosa da insegnare al mondo, e stavolta, stando anche alle dichiarazioni della band, stessa, hanno confezionato uno dei loro album più pesanti e massicci. L'album vero e proprio, che risponde al nome di Tygers Of Pan Tang (quasi un voler tornare alle origini, al mito delle tigre che quasi 40 anni prima aveva morso i palchi della Britannia per la prima volta), è stato preceduto dall'EP Only The Brave, contenente la title track (presente poi nella tracklist del disco vero e proprio), ed un'altra traccia sempre estratta dall'album. Artwork semplice quanto efficace per l'album, vede la classica tigre della band, suo simbolo fin dagli esordi, agguantare l'intero mondo mentre fulmini e saette escono dal suo ventre e dalle sue zampe. Lo sguardo famelico e deciso punta dritto a noi, quasi come se volesse mangiarci vivi, fiamme intorno ardono letteralmente l'aria, ed il logo della band in alto è lì per ricordarci che no, le tigri ancora non sono morte. Il disco è uscito ufficialmente il 21 Ottobre del 2016 grazie alla Mighty Music (label danese abbastanza florida negli ultimi anni), in formato CD, vinile e Picture Disc. Undici tracce per raccontare una storia, la storia di chi alla fine ci ha sempre creduto, di chi non si è mai arreso nonostante vedesse sempre gli altri fare passi in più ed andare avanti senza problemi; soprattutto questa è la storia di un movimento, un movimento fatto di giovani ragazzi oggi non più così giovani, il cui spirito non è mai morto del tutto, ma è sempre pronto ad affilare gli artigli ed insegnare al mondo che il sacro acciaio che oggi molti venerano come un dio, ha le proprie basi qui, nella terra regale per eccellenza. 

Only The Brave

Ad aprire le danze dell'album è proprio la traccia che aveva dato il titolo all'EP rilasciato poco prima del full lenght, Only The Brave (Solo I Coraggiosi); rumori di fondo simili a fruscii, uniti al progressivo avvicinarsi di varie comunicazioni radiofoniche apre al pezzo. Ai rumori bianchi iniziali vanno sommandosi piano piano suoni sempre più alieni e cacofonici, frasi sconnesse vengono ripetute da un gracchiante microfono, il tutto finché un intro di chitarra grezzo e cattivo fa il suo ingresso in scena. La pennata è decisa e costante, i giri si susseguono avvolgendoci nel loro forte abbraccio d'acciaio, come le spire di un serpente serrano il morso attorno alla nostra gola, e ben presto alla prima chitarra si aggiunge la seconda oltre che poderosi rullanti di batteria, fino a scoppiare letteralmente in un ritmo trascinante e cadenzato. Il ritmo di base, come appena sottolineato, è semplice quanto geniale, note pulite e continue che ti prendono il cervello e lo spaccano in due, costringendoti fin dai primissimi battiti ad alzare le mani al cielo. Iacopo fa il suo ingresso in scena grazie ad un microscopico cambio tempo della grancassa, e mentre le prime parole vengono pronunciate dal ricciolo frontman nostrano con la pulita e possente voce che lo contraddistingue, in sottofondo la band continua irrefrenabile la sua corsa senza arrestarsi. Il mondo è fatto di vili e coraggiosi, di leoni (o tigri, in questo caso) e pecore, di persone che conducono la propria esistenza facendosi schiacciare dagli altri, e da coloro che invece ogni giorno, appena si alzano dal letto, sanno già come mangiare il pianeta a colazione. Il mondo è una ostrica, ed il buon Meille ci tiene a farcelo presente ad ogni nuova sfumatura del brano, la sei corde continua ad annodarsi sempre più, il ritmo cadenzato lascia spazio ogni tanto a qualche giro di altra fattura. I cori, anche essi cronometrici ed azzeccati, calcano ancora più la mano su quanto gli ignavi del mondo facciano si che la vita venga subita dai loro corpi. Non si preoccupano di niente e di nessuno, le conseguenze delle proprie azioni sono sempre convinti ricadranno su qualcun altro, non su di loro. Se ne vanno per la strada a testa china, capo magari sul proprio telefono cercando un posto nel mondo attraverso i social. Eppure alla fine il mondo presenterà loro il conto, ed ecco infatti che, allo scoccare del ritornello, Iacopo alza ulteriormente il tono del proprio cantato, mentre il comparto ritmico, con la sei corde in prima linea, modificano l'andante del pezzo trasformandolo in una trascinante power infusion di vari stili, dall'Heavy di fattura americana alla ovviamente sempre presente NWOBHM. Pare quasi di respirare l'atmosfera dei primi anni '80 in queste battute iniziali d'album, quella giovinezza musicale e stilistica che portò migliaia di ragazzi, fra cui Weirr stesso, a fondare la propria band, a mordere i palchi come lupi famelici, e digrignare i denti a coloro che dicevano "non ce la farai mai". Ebbene, adesso invece viviamo sul filo del rasoio, la punta della lama è la nostra ostrica, non più la vita, perché noi siamo ribelli coraggiosi, siamo capitani dallo spirito combattivo, niente ci potrà fermare, niente e nessuno, soprattutto non avremo ostacoli, e se ci saranno li spezzeremo in due come grissini. La voglia di vendetta si traduce in una nuova serie di pennate montate sul titolo del pezzo, prima di ritornare al main theme della canzone, alzando ulteriormente il tiro ed il numero dei giri. Iacopo rende effettata la propria voce grazie a vocalizzi che riecheggiano nell'aria, mentre la voglia di rivalsa e di vendetta prende sempre più piede in noi, fino a diventare un demone incontrollabile. Siamo selvaggi, la sei corde si fonde con le nostre dita, il ritmo si fa sempre più incalzante e cacofonico, pur conservando una certa dose di stile albionico. Per contro la sezione ritmica non è da meno, grazie a precisissimi cambi di tempo la band affonda il piede sull'acceleratore e ci regala, dopo l'ennesimo bridge affrontato sulla stessa linea iniziale, un assolo in lontananza, che ben si lega al dualismo luce e buio che la band mette in piedi. Continuiamo a vivere sul filo del coltello, ed un gargantuesco assolo di chitarra eseguito da Micky fa nuovamente la sua comparsa, più aggressivo del primo, saliscendi dal sapore quasi Blues si legano a tapping e barra del tremolo usata fino allo sfinimento. Le pennate sono rocciose e decise, la voce subentra nuovamente a spezzare il ritmo e si torna al tema principale; ormai la vendetta si è impossessata di noi, sappiamo quel che dobbiamo fare,  dobbiamo solo uscire e farlo. Nessuno si frapporrà fra noi ed il risultato, se c'è qualcosa da ottenere, allora l'occasione va colta al volo, perché si sa, ogni lasciata è persa, ed i treni non partono mai due volte, soprattutto quelli della vita. I coraggiosi domineranno il mondo, alla fine saranno loro a sopravvivere, si rialzeranno dalla polvere senza alcun graffio, e costituiranno l'ordine nuovo che rimetterà in sesto le cose; la band ci saluta definitivamente montando alcune strofe man mano sempre più vorticose e spirali. La sei corde, ormai infuocata, si concede a noi per l'ultimo ritornello, mandando in cenere le ultime note a sua disposizione, la batteria dal suo trono più alto, calca la mano sui piatti, mentre Iacopo spara le ultime cartucce vocali, così da lasciarci per sempre impresso questo momento, e siamo certi, non lo dimenticheremo. 

Dust

Di inizio decisamente più aggressivo è la seguente Dust (Polvere), che con un main riff aggressivo e muscoloso ci apre le proprie porte della percezione, oltre che spaccarci il cranio in due. L'atmosfera è elettrica e frizzante fin dai primissimi accordi, i giri del ligneo strumento cadenzano l'aria e la fendono come precisi colpi di spada, mentre il comparto ritmico si dedica ad uno strumentale accompagnamento. La voce, come nella miglior tradizione albionica, entra in scena quasi subito, dedicandosi come sempre ad un vocalizzo pulito e costante, nel pieno delle facoltà di Iacopo stesso (che, oltre alle tigri inglesi, canta anche nei meravigliosi General Stratocuster, in una delle tribute band ufficiali degli Zeps, entrambe formazioni in cui può dare sfogo alla sua alta ugola). Le incisive parole delle liriche ci invitano a ricordarci che polvere siamo e polvere ritorneremo, prima o poi; la vita non perdona mai, soprattutto quando sbagliamo, ci si scaglia addosso come la nera falce della morte, e sferra il suo ferale colpo dritto sulla nostra testa. Vaghiamo nella notte in cerca della verità, e bruceremo come polvere al vento fra le fiamme, una volta che, ahimè, l'avremo scoperta. I segreti non sono altro che i chiodi della nostra futura bara, un comparto di menzogne, sotterfugi e cose non dette che, alla fine, ci si rivolteranno contro come un demone famelico, pronto a ghermire le nostre membra con i suoi aguzzi denti. Grazie ad un effetto la sei corde echeggia come era accaduto nel brano precedente per la voce, e la batteria dal canto suo (senza scordarsi del sempre presente basso che, grazie anche alla cristallina produzione dell'album, riesce a venire apprezzato pur rimanendo relegato al ruolo di metronomo) accompagna il sound che si impregna, man mano che andiamo avanti, di ritmiche sempre più Blues e Rock'n Roll. I giri di musica si fanno vorticosi ora che ci avviciniamo al ritornello, la polvere viene alzata, stiamo bruciando, e l'andante modifica il proprio sound via via che le note e la voce scorrono, l'aria si raddensa di atmosfera, per quanto si decida comunque di rimanere su uno schema standard. Che poi alla fine, se ci si pensa bene, è esattamente ciò che i primi gruppi della New Wave facevano; togliere quel po' di polvere anni '70 data magari da assoli e ritmiche troppo lisergiche, ed infilarci metriche prese tanto dal Rock classico quanto, nel caso di alcuni gruppi specifici (Maiden in primis) dal crescente Punk di quegli anni, sporcando il sound con un po' di cattiveria. Nel caso dei Tygers, i nostri felini hanno preferito la sacra energia del Rock'n Roll più stradaiolo e tossico, quello che, a discapito di una voce ferma e risoluta, gira le note e te le sbatte in faccia senza pietà. Mentre il vortice di polvere creato dal nostro mentire continua a roteare attorno a noi, il ritmo rallenta in maniera cronometrica il proprio sound, ma conserva comunque quella vena rocciosa, calcando la mano su "i'm burning down", pronunciata da Iacopo con fare ancora più incisivo. Spazzavento di questa sezione è un assolo di Micky, pregevole fattura delle sue mani, tecnico, veloce e pulito nella sua esecuzione, ormai abbiamo scovato la verità e ci sentiamo bene, nel mare delle bugie riuscire a trovare ciò che si cerca non è facile, ma noi ce l'abbiamo fatta. Il solo stira la propria coda a più non posso, prima di tornare al tema principale con un nuovo bridge e chorus nuovamente azzeccati, le ritmiche proseguono la loro corsa senza alcun problema, l'aria deflagra sotto i nostri occhi, la polvere delle menzogne ormai se ne sta per andare, siamo finalmente liberi di agire e proseguire per la nostra strada. Prima di lasciarci andare, i Tygers trovano il tempo per montare una struttura ripetuta più volte sul ritornello, in cui la parola "Dust" viene calcata sempre più, ed anche con un altro elettrico passaggio , che irrompe sulla scena negli ultimi secondi, prima che il fruscio della dissolvenza si porti via tutto. 

Glad Rags

Con un intro che si avvicina momentaneamente all'Hard Rock di fattura settantiana, ecco irrompere invece sulla scena Glad Rags (Stracci Felici); la ritmica, allegra e costante, è lì pronta a scaldare il motore assieme a noi. A bordo di una lucente macchina americana, tubi di scappamento cromati che sparano fumo a destra e sinistra, il brano fin da subito acquisisce un ritmo forsennato e dannatamente stradaiolo, avvolgendo le spire della propria musica attorno al nostro corpo, e stringendoci in un tossico abbraccio. Cadenzato e possente, l'andante si fa man mano più cattivo, pur non sfociando mai nell'estremo. Meille dal canto suo prosegue sulla linea adottata fino a questo momento, e forse, proprio nella terza traccia (le cui metriche come dicevamo sono più di scuola Hard Rock che Heavy), esprime in maniera totale il suo potenziale bellico alla voce, dando sfoggio di tecnica e sagacia, alternandosi con la sei corde in  uno strano balletto musicale. Le ritmiche, via via che la macchina scalda il motore e sfreccia, diventano ancora più trascinanti, ci viene voglia di alzare le corna al cielo e cantare con la band, immaginandoci durante un enorme festival insieme a migliaia di altre persone, venute lì per lo stesso identico motivo. Gli scambi veloci e ritmici fra chitarra e voce sfociano in alcuni bridge e cori davvero azzeccati, colpi di cow bell sormontano per un attimo l'ugola del frontman e ci ricordano per l'ennesima volta quale siano le radici della musica che tanto amiamo. Quel Rock cattivo e marcio proveniente da un passato non molto lontano, fatto da ragazzi giovani che avevano solo voglia di divertirsi, e quello stesso Rock ha portato in seguito alla nascita anche del nostro amato Heavy Metal, inasprendo semplicemente le ritmiche messe in gioco dai blasoni che lo avevano fondato. Ci invitano a metterci i nostri soliti stracci e goderci la vita; il fine settimana è ormai arrivato, abbiamo avuto un sacco di tempo per pensare a cosa succederà in quei due giorni, quarantotto ore di ordinaria follia, di eccessi, di alcool e musica, e mentre la band indisturbata prosegue la sua corsa, arrivando ad un meraviglioso ritornello da cantare a squarciagola, si ha la netta sensazione che la corsa a cui stiamo assistendo sul sedile posteriore non sia affatto finita. Pestiamo ancora più duro sul pedale del gas, le metriche si fanno mai troppo complesse, ma più incisive e costanti, nuovi colpi di bell scandiscono il bridge che ci collega al primo assolo, di matrice classica e devastante. Colpi potenti sul manico, e le dita di Micky che sapientemente salgono e scendono i tasti, prima che il suo solo lasci il posto ad un clap clap di mani, in cui veniamo invitati a mostrare chi siamo veramente, a buttarci nella mischia senza paura, senza alcun timore di ciò che succederà, noi siamo consapevoli di quel che sappiamo fare, ed il nostro bolide sotto le terga altro non fa che ricordarcelo costantemente. Il clap ben presto si esaurisce ed esplode nuovamente nel sound che ci aveva aperto il brano; abbiamo messo i vecchi stracci di chi sa bene che cosa sta per succede, li stiamo mostrando a tutti, quelli che ci rendono felici, e mentre Iacopo ci delizia con alcuni piccoli acuti di voce, il brano implode nelle nostre orecchie, la corsa è arrivata al culmine, le ruote stridono sull'asfalto, lasciando lingue di fuoco al loro passaggio. Le metriche si fanno man mano sempre più scarne, e torna sul finale il battimani continuo montato sul ritornello della canzone, lasciando libero spazio ai cori da concerti, un vero e proprio momento per il pubblico e con esso, una fusione elementare della musica che però negli ultimi tempi spesso e poco volentieri viene tralasciata. Abbiamo ormai vinto, siamo in cima alla vetta prefissa, e da là mostreremo a tutti ciò che ci rende veramente liberi, e mentre in sottofondo la sei corde compone gli ultimi ricami prima dello stop, forse ci rendiamo veramente conto che la vita alla fine è talmente breve, un battito di ciglia e tutto finisce, che tanto vale godersela fino in fondo, ogni attimo, ogni secondo che siamo al mondo. 

Never Give In

Una matrice aggressiva e che ci riporta, dopo l'intermezzo quasi Blues, ai fasti della NWOBHM, apre a Never Give In (Mai Mollare); un giro di sei corde che mostra i muscoli sul petto, gonfi e pronti a darcele di santa ragione, fa si che la metrica sia fin dal primo battito cattiva e corroborante per lo spirito. Iacopo alza decisamente il tiro in questa canzone, il vocalizzo si fa anche esso maligno e lisergico, mentre la ritmica dietro continua ad essere malvagia e pesante, quasi sembra di ascoltare un gruppo diverso da ciò che ha accompagnato le nostre orecchie nello slot precedente. Non bisogna mollare mai nella vita, si sa, mai arrendersi, ma sempre rialzarsi in piedi dopo ogni difficoltà, dopo ogni colpo subito, come una biblica fenice dobbiamo risorgere dalle proprie ceneri. E dobbiamo farlo, come la band stessa ci insegna, non per gli altri, non per vedere il sorriso sui loro volti, ma solo ed esclusivamente per noi stessi. La nostra anima nessuno può toccarla, siamo predatori dell'universo, niente ci può fermare, ed anche se l'argomentazione pare simile a quella ascoltata nel primo pezzo dell'album,  qui il coraggio e la voglia di andare avanti vengono viste nell'ottica di una sfida personale contro il resto del mondo. Ed è anche grazie all'aggressiva ritmica di base, che le parole pronunciate acquisiscono un sapore davvero particolare sulla lingua; ogni nuova nota che viene suonata, è una frustata direttamente sulle nostre schiene, e si va sempre a ripercorrere le strade degli anni '80, quelle che hanno dato i natali anche ai Tygers stessi. Quella unione di Hard Rock e nascente Heavy fa sì che questo brano bruci letteralmente l'atmosfera intorno a noi, un vortice di fuoco in cui perdersi senza ritrovare la strada di casa; man mano che si prosegue verso il blocco centrale, la sei corde si prodiga in alcuni micro soli in crescendo, e la batteria qui, per la prima volta dall'inizio del disco, da libero sfogo alla propria fantasia picchiando duro sul proprio set, tom e piatti vengono spezzati in due dalle mani di Craig Ellis, drummer del gruppo fin dal 2001 e portabandiera di uno stile classico che non tramonterà mai. Proseguendo in ordine, il blocco centrale consta di un altro innalzamento dei toni, e pur continuando alla fine a rimanere sulle metriche che hanno aperto il pezzo stesso, ancora non siamo stanchi di sentire quei giri di musica, anzi, forse ne vorremmo ancora di più. Perché alla fine, come è importante non arrendersi, lo è altrettanto perseverare nel proprio obbiettivo, e questo la band (il suo fondatore in particolar modo) lo sa bene; se avessero dato ascolto alle voci intorno a loro, si sarebbero fermati molto, moltissimo tempo fa. Ed invece eccoli qui, ancora una volta sul pezzo, ancora pronti a infiammare i palchi del mondo con la propria musica, sono stati loro a non arrendersi mai, a continuare per la loro strada senza farsi fermare da niente e da nessuno. I toni si abbassano leggermente, lasciando libero sfogo alla voce, per il secondo ritornello, in cui la voce di Meille sembra ancor più aggressiva di prima, e quando il comparto ritmico quasi di scioglie sotto i suoi colpi di ugola, arriviamo ad un velocissimo assolo eseguito dall'energico Micky, nettamente più Metal di quanto ascoltato fino a questo momento. Le ritmiche della sei corde si fanno marce e piene di verve, il brano esplode in tutta la sua interezza quando ci avviciniamo al blocco finale, quando arriviamo finalmente a capire la verità. L'abbiamo dissotterrata dalle sabbie del tempo, ed abbiamo capito che, alla fine, il mondo ha davvero bisogno di noi; ha bisogno della nostra forza, del nostro credo e della nostra bandiera issata al vento che la fa garrire costantemente. Abbiamo bisogno di armarci e pronti a combattere per ciò in cui crediamo, e mentre il gruppo spara i suoi ultimi colpi, grazie anche ad alcune rullate continue della batteria, ci rendiamo sempre più conto di quanto il coraggio sia l'arma segreta della vita, quel qualcosa senza il quale vivere letteralmente non ha molto senso. Meraviglioso il finale montato sullo scambio fra la parola "never" di Iacopo e le metriche iniziali di sei corde che vengono risuonate in maniera ancora più netta e tagliente di qualche minuto fa, lasciandoci forse un po' di amaro in bocca perché ne avremo voluto ancora, ma altrettanto contenti di ciò che abbiamo ascoltato. 

The Reason Why

Ritmi soffusi, quasi da power ballad, aprono a The Reason Why (La Ragione Per Cui), un progressivo annodamento della sei corde che ben si lega ad altrettanti accordi di sottofondo, ci fa respirare un'aria passionale e piena di pathos. Iacopo incede sulla scena con un vocalizzo altrettanto ricolmo di emozioni, le parole vengono scandite mentre dietro altrettanto dolci accordi accompagnano l'ascolto ed avvolgono le nostre spalle come una calda coperta. Si parla d'amore bruciante, di passione travolgente, di quel sentimento che ti acchiappa dritto e fa vibrare le corde della tua anima come nessun altro. Una persona, vi incontrate, sguardi di intesa e tutto cambia, ogni singolo momento del vostro rapporto risulta essere unico ed irripetibile, nessuno si frappone fra voi ed il vostro amore, i cuori battono all'unisono. È lei la ragione per cui respiriamo, lei la unica e sola motivazione per cui ogni mattina scuotiamo le ossa nel letto,  e mentre in maniera sommessa e mesta le setose ritmiche fanno si che il pathos cresca ancora di più, immaginiamo la sinuosa curva di questa fantomatica donna guardarci dritto negli occhi. Coltiva le tue curve, sono pericolose, ma non possono essere evitate, diceva una meravigliosa attrice del passato, e qui si parla proprio di questo, di quella passione che brucia l'atmosfera circostante, di vicoli bui in cui rintanarsi per avere anche solo un fugace bacio, il mondo resta vivo e colorato solo se c'è anche lei, la sua presenza illumina tutto quanto. Come un arcobaleno di suoni, la sei corde continua a ricamare pretta e piena di sentimento, si tirano leggermente gli effetti di modo da dare quel costante tocco di morbidezza a tutto quanto, ed il manto si fa sempre più pesante, più avvolgente e ricolmo di amore. Il ritornello consta di un piccolo cambio tempo, montato principalmente sulla batteria e sulla chitarra, che ricordano un po' alcuni passaggi di gruppi anni '80 come Whitesnake e Ratt, ma anche Skid Row et similia. Iacopo prosegue il proprio vocalizzo assestandosi sempre su lidi contrastanti, e per quanto possa sembrarci strano che in un disco del genere si riesca a trovare una traccia così; basti pensare che anche negli album dei blasoni storici, al fianco di canzoni dure e piene di rabbia, trovano posto altrettante ballad dal sapore melanconico (pensate per esempio all'accostamento fra una Electric Eye ed una Prisioner Of Your Eyes, due facce diverse, ma volti della stessa medaglia). Nuovamente ci troviamo a pensare a lei, alla perfezione del suo essere, a quell'incedere nella nostra vita che ha avuto la forza di un uragano, una vera e propria tempesta che non accenna a passare. Una ventata di freschezza nel grigiore della quotidianità, ed ecco che infatti, quanto tutto sembrava essere piatto e tornare alla normalità di prima, ecco che altrettanto malinconiche note si collegano ad un ritmo più deciso e cacofonico, quasi a voler sottolineare che l'amore è imprevedibile. Il cuore di una donna è come un oceano, ed ecco che un assolo arriva a sconvolgere l'ardore provato fino a quel momento; emozioni uniche e tondeggianti si innalzano durante l'esecuzione, il ritornello fa nuovamente la sua comparsa, stavolta alzando nuovamente il tiro del proprio essere, esplode l'aria intorno a noi e si fa sempre più elettrica, procediamo a spron battuto verso il finale. Ci troviamo immersi nel suo sentimento, e mentre vediamo che lei non ci abbandonerà mai, rimangono solo gravi note di pianoforte ad accompagnare l'ultimo passaggio del pezzo, quello forse in cui riversare gli ultimi sprazzi di tali sentimenti. Una canzone nella quale la band ha voluto voltare faccia per un secondo, mostrandoci il lato più nudo di sé, quello più ragionato e pieno di sentimento, versando letteralmente lacrime di emozione e commozione mentre la musica scorreva. Va da sé che possiamo associare "la ragione" del titolo, non necessariamente ad una donna, ognuno alla fine ci legge ciò che vuole, sia essa la musica, la mamma o qualsiasi altra cosa, semplicemente tutto ciò per cui vale davvero la pena vivere, e vivere le avventure più incredibili della nostra esistenza.

Do It Again

Di inizio invece molto meno soft è Do It Again (Fallo Ancora), il cui intro così pieno di verve, dato principalmente da alcune rullate di batteria, scuote letteralmente le nostre membra dopo il momento corale appena passato. Torniamo ai fasti dell'acciaio grazie ad una ritmica semplice e nuovamente trascinante, il cantato riprende la propria linea aggressiva e costante, la sei corde produce rocciosi andamenti senza fermarsi un attimo, e precisi cori rendono il tutto ancor più viscerale e particolare. Ci viene ricordato quanto fosse bello il passato, quando scorrevano le band lungo la strada ed ogni sera si andava ad un concerto diverso, sicuri di assistere ad uno show unico nel suo genere. Mettevamo quei sudici vestiti che ormai erano lisi e consunti dal tempo, ma non ci importava, perché alla fine lo facevamo per la musica; citazioni mirabolanti di gruppi (fra cui gli Zeps stessi, vera e propria ispirazione di eccessi, ma anche di stile, per migliaia di band nel corso della storia), e soprattutto il caotico rapporto con i genitori. Quale metalhead che si rispetti non ha mai dovuto scontrarsi con i propri parenti per ciò che ascoltava chiuso nella sua cameretta? Mostri, demoni e testi inneggianti a varie tipologie di argomenti come sesso, droga, alcool e voglia di vivere, sicuramente non facevano stare tranquilli mamma e papà. Lo scontro si infuria quando la sei corde cambia leggermente ritmo, tirandoci per i piedi e trascinandoci con sé dentro il baratro più oscuro della sua anima, la chitarra dal canto suo non fa altro che alimentare nuovamente queste ritmiche, mentre Meille invece, dall'alto del suo pulpito, sembra non essere ancora stanco, quanto invece voglioso di graffiare ancora la nostra pelle con la sua ugola. Le metriche, per quanto si assestino sempre e comunque sullo stesso stile che aveva dato il la al brano, ben rendono lo scontro generazionale che è sempre stato in atto, ed il ritornello, nel quale si invita a farlo ancora ed ancora, senza pentirsi delle proprie scelte, si collegano ad uno "yeah" di Iacopo, che sfocia successivamente in un velocissimo assolo di chitarra , tossico e lisergico, ma anche tecnico come non mai. Si va a foraggiare stilemi prettamente classici, che ben delineano quelle che erano le atmosfere di quel tempo, ma che in realtà non sono mai cambiate del tutto. Trovarsi un figlio che improvvisamente porta i capelli lunghi, veste di pelle e borchie, patches attaccate su un vecchio gilet di jeans strappato, spille e scarpe sneakers bianche ai piedi, certo è una visione che manderebbe in crisi molti genitori. Eppure non bisogna mai pentirsi di ciò che si è stati, né tantomeno delle scelte operate, perché in quanto tali, nessuno può sindacare su questo. Il diavolo si impossessa di noi in un istante mentre la tempesta musicale infuria sotto i nostri occhi; le corna sono alzate al cielo, scandiscono ogni parola, l'aria del palco si infiamma mentre i beniamini di una vita sono lì, di fronte a noi e per noi. Oh si, lo faremo ancora, ormai è una missione, e la band dal canto suo ci da un'altra dose di musica sagace ed aggressiva grazie ad un cambio tempo ed un successivo coro che si va a collegare alla ritmica principe della canzone, così coinvolgente. Il tiro si alza nuovamente sul finale con un altro assolo di chitarra di Micky (dopo il main solo che invece era stato suonato dalle mani di Rob), in sottofondo mentre la voce procede libera per le ultime strofe; il comparto deflagra in toto sul finale, mettendo un punto fermo a questa folle corsa e ribadendo per l'ennesima volta che non ci pentiamo delle nostre scelte, tornassimo indietro lo rifaremo altre mille volte, questo vuol dire amare ciò che si fa, amarlo davvero. 

I've Got The Music In Me

Momento cover invece con I've Got The Music In Me (Ho La Musica In Me), pezzo originariamente scritto da Kiki Dee, aka Pauline Matthews, nel 1974. Il brano in sé, nella sua veste classica, è un altrettanto classico brano pop britannico, travolgente e da cantare a squarciagola. I Tygers invece hanno preferito sporcare tale purezza albionica inserendovi ovviamente metriche più proprie e vicine al loro genere musicale, dando vita ad un ibrido davvero particolare. Le metriche mielose del Pop infatti vengono sostituite inizialmente da un effetto alla sei corde, che nuovamente fa da eco, prima di assestarsi su una serie di pennate alternate man mano sempre più aggressive, fino all'ingresso della voce che, almeno nella prima parte, mantiene un vocalizzo lento e costante, incidendo e marchiando ogni singola parola nel fuoco. Non c'è neanche un attimo di rifiato che subito veniamo gettati nella mischia dal gruppo grazie ad un cambio tempo con cui si arriva al primo coro e ritornello, il quale consta della ripetizione ossessiva del titolo su un comparto ritmico cadenzato ed elettrico, la chitarra che in lontananza sputa sentenze d'assoli accennati come se niente fosse, e qui forse viene fuori la base del brano originale, dato che fra i due, al di là della presenza della sei corde, non vi è molta differenza. Avete mai cercato di spiegare a qualcuno cosa sia la musica per voi? Molti si soffermano semplicemente al concetto di "la musica mi accompagna nei momenti migliori della vita, sia nei buoni che nei cattivi", ma avete mai immaginato davvero che cosa sia la musica per voi? Avere la musica dentro di sé è un concetto profondo e pieno di emozioni diverse all'interno; si tratta di spiegare quanto la musica per noi sia un concetto unico nel suo genere, e quanto il suo progredire sempre più nel corso degli anni, altro non faccia che alimentare il nostro amore per lei. Una musa ispiratrice, che prende forma anche in queste acide note di Rock, ci accompagna fin da quando abbiamo memoria, perfino due mani che applaudono possono fare musica. Ed in mezzo alla massa troviamo coloro che emergono, coloro che sanno dare corpo e forma a quella stessa ritmica, e trasformarla nei dischi che consumiamo. Il mondo senza musica sarebbe nettamente più grigio, una gamma di colori ampia e piena di sfumature cesserebbe di esistere, e mentre dal ritornello si torna alle strofe principali, la metrica generale della canzone assume i connotati di una ballad sinfonica e ricolma di brio frizzante e trascinante. I vocalizzi si fanno sempre più aggressivi, grazie anche all'inserimento di un andante di base bello corposo, che si trasforma nuovamente in un ritornello. Un chiaro e bellissimo omaggio della band alla cantante femminile che, nella sua controparte originale, cantava con lo stesso libero spirito che osserviamo qui. Omaggio anche ai big della musica nera grazie al "sentirsi Funky, sentirsi liberi e bene", un accenno di James Brown che cantava tali parole molti, moltissimi anni fa. E di nuovo non dobbiamo abbatterci, perché la musica sarà sempre lì con noi, e se avremo il coraggio e l'accortezza di farla entrare, niente e nessuno potrà impedirci di essere totalmente tristi. Un assolo di chitarra che viene letteralmente tirato per i capelli, accompagna l'ultima enorme parte del brano, in cui la chitarra, con sottofondo di tom e piatti, viene lasciata libera di sfogarsi, prima di abbassare leggermente i toni e poi rialzarli nuovamente per ripetere in maniera continua il titolo della canzone, grazie anche a sovra-incisioni azzeccate e davvero precise, che lasciano ben poco spazio alle emozioni negative, ma altrettanto alla gioia di ascoltare. Una passione simulata negli ultimi secondi porta voce e chitarra ad accompagnarsi a vicenda in uno strano duetto che si stoppa bruscamente sul finale, nel quale ci viene nuovamente ricordato, nel caso non avessimo ben compreso dove stiamo andando, che la musica è lì apposta per noi, sta solo aspettando di essere colta come la proibita mela biblica. 

Praying For A Miracle

Dagli altrettanto accordi sommessi è invece Praying For A Miracle (Pregando Per Un Miracolo), la voce di Iacopo riassume nuovamente i toni della power ballad sentiti qualche slot fa, e nel complesso l'andamento iniziale risulta essere per la seconda volta ricolmo di sentimento e pathos. Mesti accordi di chitarra si fondono a dolci intermezzi di batteria, assumendo i toni quasi della notte più limpida e serena, quella in cui riposare le proprie membra dopo una vita di fatiche. I toni così ricolmi di emozioni proseguono per diversi secondi, permettendo di mettere al centro della scena la voce, finché l'incipit di un assolo fa la sua comparsa ed ecco che si cambia registro, quasi in concomitanza col ritornello della canzone, il cui andante ha il netto sapore degli anni '80. È successo qualcosa, qualcosa di indicibile che ancora ci lacera dentro ogni volta che ci pensiamo, ogni singola volta che la nostra mente volge a quell'episodio, la ferita si riapre, il momento diventa buio e scuro, il sangue scorre dal taglio che non si è mai chiuso, ed è allora che cominciamo a soffrire. Vaghiamo come anime perdute in cerca della redenzione, preghiamo per ottenere la salvezza senza che questa ci venga mai realmente data, nessuno può salvarci se non noi stessi e tutto ciò che abbiamo. È accaduto molto, moltissimo tempo fa, un ricordo che, nella mente delle persone comuni, sarebbe piano piano sbiadito col tempo, dissolto come polvere di stelle nella limpida notte; eppure il nostro animo non riesce affatto a dimenticare, non si riesce a staccare da quella orribile sensazione, e mentre la canzone riprende nuovamente il proprio ritmo principe, anche se decisamente più passionale rispetto a prima, riusciamo a percepire il dolore del protagonista, abbandonato da tutto e da tutti. Trascina le sue stanche ossa in giro per le strade, volti tutti uguali alle fila di ogni angolo, persone senza maschera, con facce bianche come bambole, gli accordi si fanno dolci come il miele, Meille dal canto suo incide a fuoco ogni parola che la sua voce pronuncia, dando corpo e forma al dolore straziante del nostro uomo. Nessuno mai potrà risanare ciò che ci è stato fatto, è un qualcosa dal quale non si guarisce, qualcosa che, ahimè, rimarrà sempre lì, piantato nella nostra carne come un coltello, lacerando il muscolo cardiaco ogni volta che disgraziatamente avremo la sfortuna di ripensarci. Un altro accenno di assolo e si torna al ritornello, in cui si cerca decisamente più di calcare la mano sul titolo della canzone, Micky invece dal canto suo sfodera dopo questo un assolo davvero degno di nota, dolce e passionale,  ottantiano fino nel midollo, la barra degli effetti viene risparmiata per lasciare libero spazio alle mani che si muovono, le spire si annodano ed i ricami si fanno via via più complessi man mano che i secondi scorrono. Non vi è bisogno di parole, se non la ripetizione del titolo che viene sovra-inciso da alcuni cori, la protagonista assoluta è la sei corde, che continua la sua dolce nenia. Il miracolo ancora non è giunto alle nostre porte, lo stiamo aspettando da un sacco di tempo, troppo probabilmente; alziamo le mani al cielo pregando con tutto noi stessi mentre la tempesta attorno a noi stacca brandelli di carne, le nostre amare lacrime solcano il viso senza alcun timore, ormai non abbiamo certo paura di morire. Nell'ultimo minuto le incisioni multiple la fanno da padrone, lasciando comunque discreto spazio alla chitarra, la dissolvenza dolce e lieve riporta agli accordi iniziali, accompagnati in questo frangente da un fischiettio piano piano sempre più sordo e confuso, impasto di suoni che va a spegnersi arrivati verso il cerchio più esterno; non ci è dato sapere se il miracolo avverrà davvero, ma certo noi ci speriamo con tutto quel poco di cuore che ci è rimasto ancora pulsante nel petto. 

Blood Red Sky

Una pioggia battente ed incessante apre a Blood Red Sky (Cielo Rosso Sangue), ed è proprio sulla caduta delle gocce, sormontate da alcuni stop and go dell'intero comparto ritmico, che il brano prende il via nei primissimi secondi. Gli accordi così sommessi improvvisamente esplodono, le ritmiche si fanno elettriche e l'acciaio fuso inizia a strabordare dalla fucina, una vera cascata di note echeggianti e muscolose fa la sua comparsa sulle scene. La pioggia incessante diventa una tempesta di fuoco in cui i Tygers ci gettano senza alcuna pietà. Muoviamo le teste all'unisono con la musica, mentre di fronte ai nostri occhi si staglia una scena da post-apocalittico di prima categoria. Il cielo si tinge di carminio sangue misto a dolore di anime perdute, quella stesse anime che peccando sono finite sotto terra e non in cielo, allungano le loro diafane mani verso di noi, afferrandoci per i piedi e costringendoci ad osservare la pioggia di fuoco che esce da quel cielo così rosso ed intenso. La metrica aggressiva ben rende l'idea della tempesta che sta imperversando, l'oceano diventa rosso come il fuoco grazie al riflesso, sembra di osservare un mare di sangue che ribolle, le anime continuano ad imperversare sulla terra, cercando la prossima vittima, tutto intorno è il caos. Un caos generato dai peccati e dalle iniquità degli esseri malvagi, noi, senzienti macchine di morte pronte a tutto pur di avere quel qualcosa che sentiamo sempre mancare dentro di noi. Avidità, unica e sola colpa di noi umani, avidità di potere e sentimenti, di passione e verve, di unicità nel mondo, ha portato a tutto questo, l'apocalisse sulla terra. La batteria dal canto suo pesta come una dannata, pur rimanendo sempre in seconda sede e lasciando libero spazio ai duelli fra voce e chitarra; i ritmi si fanno ancora più aggressivi nella sezione centrale, quando la pioggia incessante non fa altro che cadere con maggiore forza sulle nostre testa; è interessante vedere come i Tang abbiano sempre, nel più puro stile della NWOBHM di cui sono i fondatori assieme a tanti altri, il pallino delle sonorità semplici e devastanti al tempo stesso. Ed ascoltando questa nuova release, certo non possiamo avere che le medesime sensazioni, non è un disco per palati fini di sicuro, non è un album in cui aspettarci partiture uniche o geniali, quanto piuttosto un set di tracce per chi ama follemente divertirsi, e per chi rispetta la musica con tutto sé stesso. Le metriche ti prendono per i piedi e non ti lasciano andare tanto facilmente, la pioggia di meteore continua ad imperversare sul nostro cranio, ed iniziamo a capire il danno che abbiamo procurato al mondo con i nostri peccati. I toni si innalzano e si abbassano a loro piacimento, non vi è alcun modo di fermarli, nessuno può riuscire fino in fondo a rendersi conto che il mondo è arrivato al limite, la natura si sta ribellando a chi l'ha calcata per molto tempo. E quel cielo così plumbeo nei suoi colori del sangue, ben riflette il sentore che abbiamo mentre questo vortice sonoro si scatena nelle nostre orecchie; possiamo sentire quasi i padiglioni auricolari spazzati dal vento della tempesta mentre i secondi scorrono, e la lignea chitarra continua ad iniettarci senza alcun ritegno strutture mai complesse, ma dannatamente efficaci nella loro resa. Complice anche una produzione cristallina, il tutto risulta essere appetibile fin dal primo ascolto, senza nessun problema. Ci avviamo verso la sezione finale riproducendo nuovamente il tema portante, i toni leggermente sembrano calmarsi, lasciano spazio prima agli effetti, e poi ad un accenno di assolo, che traghetta ad una sezione corale in cui viene ripetuto il titolo della canzone per diverse volte. Ma come possiamo immaginarci è solo la quiete prima della vera tempesta; il crescendo del cielo e delle meteore scalpita e tellurica scossa viene fuori da un assolo gigantesco sempre da Micky, che ormai pare davvero non averne abbastanza, elettrico e veloce, cui fa capolino sempre la voce e nuovamente la ritmica principe. Il cielo si sta aprendo, rivelando il demonio dietro al colore che abbiamo visto apparire, allunga le sue mani e ci afferra, non possiamo fare niente. Ultimo ritornello prima del finale ed ormai siamo pronti ad affrontare il nostro malinconico destino, appesi al filo della solitudine e della perdizione, il cielo ci accoglie fra le sue maledette anime, mentre la chitarra ricama gli ultimi devastanti accordi mondando ancor di più il pezzo e lasciandoci un sapore in bocca che sicuramente non dimenticheremo tanto facilmente. 

Angel In Disguise

Intermezzo breve per Angel In Disguise (Angelo In Incognito); tornano gli accordi mesti a farci compagnia per questo inizio, la chitarra diventa acustica, mentre la voce recita le prime strofe. Un momento quasi intimista di Iacopo con la sua voce ed il suo microfono; l'intermezzo prosegue la sua lenta corsa ricordandoci che ognuno di noi alla fine ha il proprio angelo custode a proteggerlo. La musica certo qui non si alza troppo con i toni, ma anzi, lascia libero sfogo alla voce di Meille (che è anche autore del testo stesso), il quale mestamente ricama con l'ugola ad ogni angolo nuovo del pezzo. Non siamo soli, nessuno lo è mai davvero, abbiamo tutti qualcuno che dall'alto, da un mondo lontano dal nostro, ci guarda le spalle. Siamo coccolati da questo qualcuno ogni volta che ci sentiamo giù, in ogni momento, da quando nasciamo, abbiamo il nostro angelo in tenuta "civile", che cammina al nostro fianco; nessuna piuma o manto bianco, no, egli è una presenza costante della nostra vita. Ed anche qui, come era accaduto per una traccia precedente, ognuno alla fine inserisce come concetto dell'angelo quel che vuole; per molti il proprio angelo custode è una persona vera e propria, un individuo che c'è sempre e comunque, senza alcun bisogno di chiamarlo o cercarlo, egli è sempre lì. Pronto a valicare gli oceani ed i mari per venire a salvarci, contro ogni difficoltà ed asperità della vita, egli ha sempre la cura giusta, un abbraccio, un sorriso, niente lo fermerà mai. È forse una delle canzoni più particolari di tutto l'album, pur non andando a foraggiare stili e tecniche particolari, ma trovare un intermezzo così, che neanche supera i due minuti, in un album che per una buona percentuale di sé stesso è acciaio fuso che sborda da tutti i pori, fa strappare un sorriso in men che non si dica. La chitarra acustica continua a ricamare accordi lasciando il riccioluto cantante libero di esprimere la propria filosofia, il proprio credo ed emozionante carico di sentimenti. Un accompagnamento davvero particolare, che fa battere il cuore e che, in mezzo a due tracce più aggressive, risulta essere davvero interessante fin dal primo ascolto. Un momento nudo del nostro cantante, che sa bene quanto molti fan storici ci abbiano messo un po' di tempo ad accettarlo come frontman, ma egli, grazie alla sua tecnica fuori dal comune, al suo timbro così alto e possente, ha saputo farsi amare e rispettare, fino a diventare una cosa sola col gruppo, anzi, fino ad esserne parte integrante e non l'ennesimo sostituto. Fino al punto, come accade qui, di avere una sua personalissima canzone all'interno dell'album, un framezzo passionale e pieno di lacrime amare, in cui si cerca di compiere una profonda disamina su sé stessi ed il rapporto col fantomatico angelo in incognito. Per qualcuno addirittura è la musica, l'angelo, come dicevamo prima la musica salva tutti alla fine, ed ha salvato chiunque, in momenti bui della vita. Così come era arrivato il brano se ne va, lasciandoci un abbraccio caldo ed avvolgente che scalda il cuore, nonostante alla fine più che considerarla una canzone vera e propria, potremmo quasi definirla una recitazione musicata dalla band stessa, permettendo così al cantante di alzare il tiro e far vedere a tutti che è capace anche di cose fuori dall'ordinario andamento del gruppo. 

Devil You Know

Compito invece di chiudere le danze spetta a Devil You Know (Il Diavolo, Lo Sai) , che viene aperto da un crescendo progressivo di chitarra e basso, slap continui che vanno ben presto a legarsi alla batteria stessa, in attesa della voce. Il ritmo si fa cadenzato finché una serie di alternate picking non spezzano la monotonia dando vita ad una metrica Heavy e Blues al tempo stesso; abbassamento dei toni e Iacopo fa il suo ingresso sulla scena, la chitarra prosegue con i ricami, abbassandosi ogni tanto ed alzandosi altrettante volte, le pelli vengono martellate a più non posso mentre i ritmi si fanno aggressivi e marci fino nel midollo. Rock nuovamente stradaiolo e ricolmo di energia, di matrice più Hard Rock che Heavy nudo e crudo; si parla ovviamente del Diavolo e delle sue mille sfumature, egli sa come tentare gli uomini, lo fa fin dalla notte dei tempi. Ha mille volti e mille occhi, è ovunque, ma chissà come mai alla fine scegliamo sempre lui. Forse perché ciò che ci offre è dannatamente difficile da rifiutare, ed altrettanto difficile da non volere. Lui questo lo sa e non perde occasione per farcelo notare senza alcun problema; siamo anime corrotte nelle sue mani, egli tira i nostri fili come un prodigo burattinaio farebbe coi suoi pupazzi. La tempesta musicale imperversa nuovamente, non possiamo fidarci di nessuno fino in fondo, chiunque potrebbe nascondere il volto del demonio dentro di sé, chiunque potrebbe tradirci ad un certo punto, e su un momento corale di pura estasi vocale, la band monda ancora di più la propria forza, aumentando i giri e producendo una marcia cadenzata e ricca di verve. La sei corde dal proprio canto ricama come una forsennata, Iacopo invece ruba la scena ogni volta che può, facendo sfoggio giustamente della sua alta ugola, andando a foraggiare elementi propri delle sue band al di fuori delle tigri, soprattutto di matrice Rock classica. Un frontman poliedrico, capace di passare dal tono sporco sentito in altrettante tracks anche in questo disco (così come nel precedente Ambush), ma anche di essere malinconico e pieno di sentimento, così come la capacità di far invasare il pubblico semplicemente tenendo il ritmo con la propria voce. Ed è esattamente quel che sta accadendo in questo frangente; il diavolo ci tenta e noi ci lasciamo tentare, non vogliamo dire che chiunque potrebbe essere Mefistofele in persona, ma che dobbiamo semplicemente guardarci le spalle, sempre e comunque. Dobbiamo essere attenti ad ogni anfratto, ad ogni volto che i nostri occhi incrociano sulla strada, perché ad incontrare gli occhi di bragia del signore del male ci vuole veramente poco. E sul finale proprio la band omaggia colui che ha ispirato migliaia di band Rock con la sua leggenda, perché in fondo, nessuno è più Rock del demonio, le corna sono roba sua, per quanto chi le ha inventate pensasse ad una nonna che voleva cacciarlo via. Un andante di chitarra legato a doppio filo con la voce sfocia in un vocalizzo corale che trasporta al finale di brano, un momento di estasi e di chiara ispirazione anni '70 ed '80 che certo in sede live non si dimentica. Il Rock è la musica del diavolo, e noi poveri ascoltatori, nostro malgrado, siamo suoi discepoli; alimentiamo il suo sanguinario trono ogni volta che andiamo in estasi per quelle acide note elettriche, e le nostre tigri hanno ormai capito cosa ci serve e come devono servircelo, esattamente come noi vogliamo, nel più puro stile Rock'n Roll. Prima di lasciarci andare del tutto, un suono graffiante di una vera tigre ci graffia il viso in maniera indelebile, così che non riusciremo mai a scordare definitivamente gli undici slot che abbiamo appena finito di ascoltare. 

Conclusioni

È stata sicuramente una bella corsa quella che i Tygers Of Pan Tang ci hanno offerto in questo ritorno sulle scene dopo ben quattro anni di silenzio dalla loro ultima release. Un album che, per quanto possa non piacere a tutti quanti, ha dentro qualcosa di unico; dall'inizio alla fine del disco infatti, si respira a piene mani lo spirito originale della New Wave albionica, quella voglia di rivalsa sociale, quel modo di voler fare musica così semplice e geniale al tempo stesso, che ha portato la scuola britannica a fare da scuola (perdonate la ripetizione) al mondo intero. La NWOBHM è un calice a cui tutti, nessuno escluso, hanno attinto nel corso del tempo, specialmente alcuni generi venuti dopo il 1982 come Power, Epic e Speed, hanno trovato nella matrice albionica pane per i loro denti, annodandolo magari con alcune scivolate su altrettanti generi che in Inghilterra avevano  trovato pane per i loro denti. Che dire in generale del disco? Al di là della produzione cristallina senza alcuna sbavatura particolare, è un disco che si fa decisamente amare; a tracce che riportano ai fasti ottantiani dell'acciaio inglese, si alternano due power ballad dal sapore malinconico e profondo, e quel momento corale del nostro Jacopo che certo non si dimentica tanto facilmente. Un album completo, che riesce a soddisfare le esigenze di un ampio pubblico; da una parte infatti troviamo gli amanti del Rock da strada, quelli che vogliono sentirsi urlare in faccia di strade infuocate, del diavolo, di corse contro il tempo e quant'altro. Dall'altra invece troviamo sia chi vuole ancora ricordarsi chi i Tygers sono stati, cosa hanno rappresentato ed ancora continuano a rappresentare dopo tutti questi anni dalla loro formazione originale. Ed infine troviamo anche chi non vuole risparmiarsi qualche tuffo al cuore, chi proprio non riesce a rinunciare alle canzoni piene di emozione, quelle che ti fanno scendere quasi la lacrima di commozione mentre le ascolti. Un plauso unico ed irripetibile a Rob, che con la sua tenacia e sagacia ha saputo tenere in piedi la band nonostante le mille difficoltà accolte e subite nel corso del tempo; questo axeman sa davvero il fatto suo, la capacità stilistica con cui riesce ad inanellare combo senza alcun problema, non è una cosa che si vede tutti i giorni, e dispiace un po' che molto spesso non venga menzionato quanto dovrebbe. Per quanto riguarda il resto del gruppo, un applauso a tutti senza alcun ritegno, ma soprattutto al nostro cantante tricolore; Iacopo è riuscito a portare, cosa che agli inizi sembrava davvero impossibile,  una ventata di freschezza e composizioni di nuova fattura in una band che esiste dal 1979. Le composizioni hanno ovviamente preso il gusto anche personale di Jacopo stesso, che ha portato il proprio amore per il Blues e l'Hard Rock in una band che cola acciaio fuso da ogni parte. E ben lo si vede, ancor più che nelle tracce classiche che ricalcano lo stile del gruppo, in quelle nelle quali il frontman ha messo mano personalmente, fondendo il suo spirito con la musica. Le tigri hanno avuto sicuramente ancora qualcosa da dire, e probabilmente salvo imprevisti ne avranno ancora per diverso tempo; è un disco da avere, che non raggiunge la vetta più alta semplicemente perché non è perfetto sotto ogni aspetto, ma particolarmente perché non è un album che fa gridare al miracolo per qualche motivo. Un disco massiccio e muscoloso, ma al tempo stesso morbido ed avvolgente, capace di stregare al primo ascolto pur rimanendo ancorato alle tradizioni e non contenendo elementi così fuori dal comune come invece altrettanti generi sanno fare. Alla fine però, da un disco di matrice albionica ci aspettiamo, anzi, vogliamo questo; vogliamo che le tracce siano semplici e trascinanti, vogliamo che la musica ci faccia alzare le mani al cielo ogni volta che parte, vogliamo voci pulite e chitarre in prima linea, e fra i tanti, fra i blasoni e le meteore ancora in vita, i nostri Tygers danno ogni volta una lezione di stile a tutti quanti. 

1) Only The Brave
2) Dust
3) Glad Rags
4) Never Give In
5) The Reason Why
6) Do It Again
7) I've Got The Music In Me
8) Praying For A Miracle
9) Blood Red Sky
10) Angel In Disguise
11) Devil You Know
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