TYGERS OF PAN TANG

Ritual

2019 - Mighty Music

A CURA DI
ANDREA CERASI
18/12/2019
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

Non è semplice sopravvivere a quattro decenni di storia e a una serie sterminata di cambiamenti di line-up, ma se ci sono coraggio, passione e convinzione, talvolta si riesce persino nel miracolo. La carriera dei Tygers Of Pan Tang è complessa, a tratti misteriosa, dato l'estenuante avvicendamento che ha coinvolto i membri della band anno per anno e disco per disco. Eppure, il chitarrista Robb Weir, unico musicista stabile sin dagli esordi, non ha mai mollato, tenendo per i capelli la sua creatura, osservandola scalciare e ruggire, nervosa, nella sua gabbia artistica. Come una tigre affamata di carne fresca, pronta all'assalto, la band inglese è sopravvissuta, tra alti e bassi, tra momenti di gloria e momenti di profonda crisi, fino a raggiungere il traguardo dei quaranta anni con qualche muscolo indolenzito e qualche livido sul manto striato, ma con ancora tanta energia da spendere. Un'energia che si è ritemprata nel corso degli ultimi anni grazie a una line-up più o meno stabile e a una dose di grinta che mancava da tanto. E così, la Tigre è tornata a graffiare, scrollandosi di dosso la polvere dei decenni e gli acciacchi dell'età, inaugurando una seconda giovinezza. Merito di Weir, indubbiamente, ma anche dei suoi compagni di squadra, tutti reclutati nel nuovo millennio, messi insieme per riportare in auge un nome simbolo dell'heavy metal tradizionale, quello di scuola inglese. Un monicker storico, appartenente alla mitologica scena della N.W.O.B.H.M., oggi più luminescente che mai. Dall'ingresso dei nuovi membri, come Gav Grey al basso, Craig Elliss alla batteria, il giovane Michael McCrystal alla seconda chitarra e soprattutto Jacopo Meille, fenomeno italiano reclutato tra numerosi cantanti, la carriera dei Tygers Of Pan Tang ha subito un'accelerazione incredibile, un ritorno di fiamma che ha letteralmente conquistato tutti. Energia e classe gli elementi principali della nuova incarnazione, e una manciata di buoni album che hanno fatto la felicità di tutti gli appassionati di heavy metal classico. "Animal Instinct", "Ambush" e l'omonimo "Tygers Of Pan Tang" sono opere di grande qualità che ci avevano restituito una band in forma smagliante e competitiva, una forma costante che forse, dopo tre dischi, iniziava a risultare immobile. Serviva un cambiamento a livello stilistico, e il cambiamento si intitola "Ritual", album pazzesco, oscuro, come la bella copertina dove figura una misteriosa tigre in assetto da guerra, avvolta dalle tenebre, e un'ispirazione che ha del miracoloso, riportandoci indietro nel tempo, addirittura ai leggendari anni 80, quando i nostri pubblicavano il capolavoro "Spellbound". Non penso di esagerare, ma "Ritual" ritrova lo splendore del secondo album, uscito nel 1981, surclassando tutti gli altri rilasciati nel mezzo, tanto da imporsi come un'opera heavy perfetta. Melodie stupende, ritornelli da capogiro, grinta assoluta, il tutto confezionato in undici pezzi che lasciano a bocca aperta, undici potenziali hit e nessun riempitivo. Una cosa decisamente assurda per una band con quaranta anni di onorato servizio, ma questi sono i fatti. Forse, abbandonare i retaggi rock n' roll degli album precedenti per puntare sulla potenza è stata una mossa azzeccata, e lo stesso vale per le atmosfere plumbee e tetre, le quali hanno aggiunto valore e fascino ai singoli brani, così come testi più o meno impegnati e che indagano su crisi intime, amori spezzati e sulle sciagure del pianeta. La nuova creatura dei Tygers Of Tang Tang è una tigre feroce, dagli artigli affilati, assetata di sangue, sinuosa nei movimenti e agile negli assalti. La gabbia è stata finalmente aperta e l'animale lasciato libero di scorrazzare nella giungla, tra riff taglienti e melodie che riecheggiano in testa a lungo, in una palude di suoni cupi, che se da un lato incutono timore, dall'altro colpiscono al cuore per la loro luminescente ispirazione. Meglio di così non si può pretendere da un album heavy metal: assoli fantastici, batteria schiacciasassi, basso chiassoso e una voce spettacolare che intona suadenti inni all'acciaio. Le Tigri si impongono così, sorprendendo tutti.

Worlds Apart

Chitarre affilate come rasoi e un incedere classicheggiante originano Worlds Apart (Mondi Separati), apripista eccezionale che ci proietta in un mondo oscuro e misterioso. Il rituale è appena iniziato e già siamo in preda all'adrenalina, sotto dosi massicce di stupefacenti che inebriano il cervello. In questo posto lugubre e smorto, la voce della coscienza si risveglia, bisbiglia qualcosa, ronza in testa, dettando consigli ad un uomo distrutto, in piena crisi esistenziale. "Lo vedi che fissa il tramonto, un guscio vuoto di ogni cosa che era solito essere, un uomo solo, dai sogni frantumati, che attende di svanire. Senti la sua anima che lotta contro i suoi demoni, perduta nel tempo. Un uomo pieno di traumi che prega che arrivi il giorno in cui svanirà". L'uomo è solo e in preda al panico, ora che tutto è finito non sa più cosa fare o come comportarsi per sopravvivere. Sta combattendo con i suoi demoni e con le sue paure, ma non ha intenzione di arrendersi. L'andamento rallenta un pochino per lasciare spazio a un pre-chorus sognante, ricordo di un passato pieno di dolore e di bugie. "Tutte quelle menzogne non finiranno mai, tutte quelle bugie, indulgenti. Spezziamo le catene, liberiamoci, cambiamo il destino", ma ecco che attacca il ritornello, bellissimo, melodico, con un Meille dalla voce acuta e brillante: "Più uniti siamo e meno siamo fragili, non tutto è perduto, ma non puoi vedere che siamo mondi separati. Dimmi quello che dobbiamo fare, non tutto è perduto, speriamo che non svanisca troppo presto". Non tutto è perduto, un barlume di speranza esiste ancora nella mente dell'uomo. Egli combatte con il proprio alter-ego, lotta su un'altra linea, come se vivesse in un mondo separato, e così decide di non farsi sottomettere, spezzando le catene che lo tengono imprigionato e immobile, al fine di ritrovare la libertà, unico vero valore nella vita. La sezione ritmica è cupa e selvaggia. L'assolo di Weir è pungente, dal sapore antico e arabesco, e riporta a galla i misteri dell'Oriente, poi però prende quota e si lancia libero, accelerando il passo. "Guarda le facce pressate contro la finestra, gli occhi corrotti di un bimbo innocente, loro non sapranno mai, e come potrebbero sapere, che non c'è un posto dove nascondersi. Guarda l'alba sull'oceano, senti il rabbioso che si rivolta come un uragano, un uomo senza aiuto, morto dentro, che osserva i nostri mondi collidere". Nel mondo non esiste un luogo dove nascondersi, siamo tutti condannati da un'esistenza nefasta, tempestata da uragani, e allora dobbiamo lottare contro tutti e contro noi stessi, cercando di battere le paure che ci governano.

Destiny

Destiny (Destino) attacca subito con lo splendido refrain, ricco di melodia, capace di attrarre sin dal primo ascolto, dunque un solido riffing e la placida voce di Meille ci fanno ondeggiare in questo mare nero, creando un'ambientazione lugubre ma allo stesso tempo delicata. "Sono come un fantasma al vento, che non lascia mai impronte. Cercale qui, io troverò un modo. Come trasportato dalla brezza, ti starò dietro e ti seguirò, cercandoti, afferrandoti, non c'è altro modo" recita il vocalist, raccontando una storia gotica che si sposa bene con l'aria apocalittica del disco, una storia malinconica e anche di amore, per una coppia indivisibile nella vita come nella morte. Il mondo sta scomparendo, l'uomo si sente solo, sa che questo è il suo destino. "Cosa devi fare, dove vuoi andare, cosa vuoi essere, quando ogni cosa intorno sta sparendo. Cosa vuoi combinare ancora, non c'è nient'altro da fare", se pre-ritornello è gelido e pungente, il refrain è un tripudio di melodia: "Questo è il mio destino, scolpito nella pietra solo per me, e percorrerò la strada da solo". La strada del guerriero è sempre dura e solitaria, l'uomo si è trasformato in un fantasma che non lascia dietro di sé alcuna impronta e che è in balia degli eventi. L'hard & heavy delle Tigri inglesi procede a passo svelto, conducendoci alla seconda parte: "Tutto senza alcuna ragione, essi arrivano e mi portano via il mondo. Il cielo lo sa, Dio solo sa quando tutto finirà, e allora corro, troverò un modo per andare avanti. Avrò il mio giorno del giudizio, da quando mi è stato portato via il mondo". La presa di coscienza è decisiva e anche amara, siamo soli, viviamo in un mondo che sta per scomparire, i nostri cari sono morti o si sono allontanati, tutto intorno è buio. Eppure si va avanti, sfidando il triste fato, aspettando il giorno ultimo, quando saremo giudicati. Forse il protagonista ricorda un amore perduto, una coppia la cui felicità è stata distrutta all'improvviso, quasi un'invocazione di aiuto per ricongiungersi con l'amata. Nel video ufficiale, nella parte strumentale, quando attacca l'assolo di chitarra, vengono mostrate immagini di sport estremi, dove l'uomo si mette alla prova e sfida se stesso. È un'esortazione a prendere coraggio per migliorarsi, per affrontare un'esistenza misera. Un bel messaggio da custodire.

Rescue Me

L'invocazione per un aiuto arriva con la saggia Rescue Me (Salvami), mid-tempo fantastico costruito su un muro chitarristico e su un drumming schiacciante. Il clima oscuro avvolge i timpani, si insinua fin dentro al petto, dentro la mente, indagando sulle paure dell'uomo. Un brano molto intimo, che fa luce sui remoti angoli dell'animo umano. Ognuno di noi ha bisogno di aiuto, di una mano da afferrare quando tutto è destinato a frantumarsi, e quando le chitarre si intrecciano, la voce di Jacopo sbuca dalle tenebre: "Lui sa dove stai andando e vede ciò che tu hai visto, osserva ogni tua singola mossa, dentro i tuoi sogni. Lui sa dove trovare il futuro in base al passato, il tempo prende diverse strade e così lui percorre quella sbagliata". In questo caso la band compone un resoconto drammatico, un testo quasi senza speranza, che parla di un uomo privo di un futuro, che ha fatto scelte sbagliate, ma che ora cerca di redimersi. "Cosa devi sacrificare, io ti donerei qualsiasi cosa. Cosa vuoi che sacrifichi per te, io ho bisogno di fare ciò che desideri. Non vuoi salvarmi? Salvami, prima che sia troppo tardi". Il tempo fugge via, prima che sia troppo tardi l'uomo invoca la salvezza della propria anima, ma la sua mente sta cedendo agli impulsi della follia. I demoni dell'inferno lo stanno seducendo, gli stanno mangiando le carni, sono ormai un'ossessione estenuante. "Un'ossessione infinita con colui che ho scelto, la sua possessione senza prezzo non la conosce nessuno, solo lui sa cosa sta facendo, solo lui sa a che gioco sta giocando. I giorni diventano notti, confusioni eterne, una strada sbagliata". Il ritornello è contornato da cori che danno potenza ed enfasi alle parole declamate, nonostante un testo amaro la musica è piacevole e danzereccia, una danza magnetica che abbraccia e che stritola, velenosa come un serpente.

Raise Some Hell

I contrasti intimi di una coppia vengono rendicontati nella scatenata Raise Some Hell (Scateniamo L'Inferno), heavy song dal piglio classico e che ricorda vagamente lo stile di un'altra band iconica della n.w.o.b.h.m., Saxon. Sia le strofe che il ritornello, dopo tutto, affondano le radici in quella lontanissima scena, dove chitarre ruggenti e foghe sonore scuotevano gli animi degli ascoltatori. Il pezzo è lasciato andare a tutto gas, di una potenza fragorosa: "Non puoi dire nulla a riguardo, io non cambierò testa, ti ho già dato la possibilità di provarlo. Tu hai detto che è stata una perdita di tempo, e allora mi chiedo cosa sia giusto e cosa sbagliato. Io davvero non vedo risposte, vedo solo una lotta infinita". L'uomo rimprovera la sua amata, dice che le ha concesso fin troppo tempo, ma lei non ha saputo riparare ai suoi errori, scagliandosi contro il suo partner. Eppure lui ha cercato di andarle incontro, di cambiare mentalità, di soddisfarla, ma è stato tutto inutile, tempo buttato, visto come sono andate a finire le cose. Meille divora le strofe, vomita parole, in modo tale da dare l'immagine stessa del caos privato che regnava in casa. Parole affilate, aspre, che mettono in scena il diverbio, per poi giungere a un chorus durissimo: "Scateniamo l'inferno, non guardiamo mai in basso, non appena inizia la gara io colpirò il terreno, scatenando l'inferno, ingraziandomi la folla e infrangendo la velocità del suono". Ora l'uomo è in preda all'ira, pronto a scatenare l'inferno, a urlare con tutta la voce in gola. Nella seconda parte arriva il verdetto finale, e la rabbia si trasforma in consapevolezza: "Dimmi che serve a qualcosa, se questa è la giusta preghiera, come un cacciatore che mi attente e mi pugnala feroce. Sto per diventare pazzo, ho bisogno di un po' di pace, pensavo fossi qui per curarmi, e invece sei il veleno con cui devo lottare". La donna amata, ma potrebbe anche trattarsi di un amico traditore, è raffigurata come un cacciatore che pugnala alle spalle, e che da confidente diventa presto veleno che intossica e che trasmette negatività. Tutto ciò che l'uomo desidera, invece, sono pace e armonia, una vita tranquilla. L'assolo è una galoppata metal che falcia l'aria, ma che poi si infrange su un giro dal gusto funky, come a ribadire una serenità ritrovata dopo la lite.

Spoils Of War

Il suono si fa ancora più cupo, le campane rimbombano e un gelido vento si alza all'improvviso. Emergono dei cori epici in sottofondo, che già preparano il terreno per un brano dall'indole apocalittica. Spoils Of War (Macerie Di Guerra) riflette sulla distruzione del mondo, un canto di morte e di disperazione che poggia sulle linee di basso e sulle possenti chitarre. "Dietro scudi di tenebre, torri di potere, i muri della fortezza sono l'unica difesa. Le legioni diventano più forti, si raggruppano in orde, alzano in aria le spade". Ovviamente il testo descrive i momenti che precedono una guerra, un popolo costretto a difendersi all'interno delle mura, e subito ci viene in mente una battaglia medievale, con i castelli e le torri a fare da rifugio. Ma il testo è anche una critica all'attuale società, devastata da guerre in tutto il mondo. Il refrain giunge sornione, danzante su queste macerie: "Lasciate che stanotte scorra il sangue, che questa sia una notte diversa dal solito, una notte mai vista prima. Lasciate che la battaglia abbia inizio e che porti presto al vincitore. Le macerie di guerra", sembra l'invocazione del re al suo popolo, ai suoi soldati. "Il tuono dei cavalli è come un morto che percorre la sua strada, e si avvicina sempre di più, e sul suo sentiero ogni cosa viene massacrata. Troppi valorosi salvatori muoiono nel compito, nessuna catena li fermerà, così le loro fosse scoperchiate sotto al manto terreno". L'alito della morte è sempre più vicino, sospira fin dentro le mura della città, e porterà via con sé numerosi soldati. Lo scenario è macabro, fosse divelte e corpi accumulati sul terreno, fiotti di sangue e carni bruciate. La melodia è squisita, dotata di un retrogusto amaro che denota un certo sentore epico. A questo punto il ritornello si compone di altre parole: "La loro missione è iniziata e non lasceranno che la loro terra venga perduta. I signori della guerra hanno parlato, gli Dei sono stati risvegliati dal suono delle macerie di guerra". Gli Dei sorridono di fronte alle macerie del mondo, godono del sangue versato in sacrificio. Il drumming di Elliss colpisce duro, richiamando una marcia bellica, il suo incedere assomiglia allo scalpitio degli zoccoli dei cavalli, pronti all'assalto. L'epilogo è drammatico: "C'è calma in città, il sole tramonta e loro camminano tra le ombre, fino al confine del paese. Non ci sono riflessi né suoni dal cielo, pali sempre più alti, e si preparano a morire per le macerie di guerra". Il silenzio avvolge la città, il giorno lascia spazio alla notte. Ora tutto è finito, restano solo macerie.

White Lines

White Lines (Linee Bianche) è il singolo di lancio, il cui videoclip è girato in uno squisito bianco e nero che fotografa le coordinate dell'intero album. Nel video, la band si dimena su una pedana, come se fosse in sala prove, ma le liriche sono in pieno movimento, dato che ci troviamo su un'automobile a grande velocità, percorrendo una strada infinita. "Ho trascorso tutta la notte in autostrada, non posso credere a quanto sia andato lontano, c'è una luce alla fine che mi indica dove finirò". Le strisce bianche ovviamente si riferiscono alla segnaletica stradale che delimita la carreggiata. L'automobilista, in questo caso, la segue fedelmente nella notte, rischiarata dai fari della macchina, andando incontro al proprio destino, verso una meta che neanche lui conosce. Le linee sono metafora di esistenza, di quotidianità, dove tutti noi maciniamo chilometri alla ricerca di qualcosa. Ma la vita pone degli ostacoli, ci sta col fiato sul collo: "C'è qualcosa che mi segue, è qualcosa che ho nella testa, io devo trovare un modo per ignorarla e troverò la risposta nella mente". Il pericolo non solo è dato dall'ambiente esterno, ma spesso da quello interno, proveniente dalla nostra mente. Siamo tutti sono stress, messi alla prova dalle varie difficoltà. Le chitarre sfrecciano come auto impazzite che sgommano sull'asfalto, la batteria si lascia dietro un gran polverone, il basso pompa che è una bellezza, ricordando le turbine e il rombo del motore. "Linee bianche, mi guidano avanti, mi portano avanti, per questa strada infinita. Linee bianche mi guidano alla pazzia", recita il ritornello, soave, nobile, che si stampa subito in mente. "Trascorro ogni fine settimana a una festa, non posso credere alle cose che ho fatto, niente momenti per dormire quando cavalchi un cavallo bianco, perduto nel sole nascente". Ecco il resoconto degli ultimi giorni, i deliri del weekend, le feste, il divertimento, il poco sonno, ma sono i ritmi imposti da una vita frenetica che ci schiaccia. La sezione strumentale picchia duramente e corre veloce, come un cavallo imbizzarrito, poi il bridge, dal fraseggio settantiano: "Spunta una voce dietro, sono sicuro che è nella mia testa, la troverò e la ignorerò e imparerò a contrastare le mie paure". Le paure della vita si riflettono in questa corsa frenetica verso un lontano orizzonte.

Words Cut Like Knives

Le note delicate si riempiono di emozione nella ballata Words Cut Like Knives (Le Parole Tagliano Come Coltelli), dal testo profondo e amaro. Jacopo intona le prime note sull'arpeggio nostalgico di chitarra acustica, la sua voce è sofferta e lamentosa: "So che è tempo di pensare a tutto ciò, e ciò ferisce tanto. Proverai a fermarmi, ma non puoi farmi smettere di respirare, lasciami piangere forte, perché tu lo hai sempre saputo". È la storia di un addio, di un amore stroncato, ferito da crude parole. Una parabola amara e notturna che i nostri mettono in scena con classe immensa. Il ritornello è raffinatissimo, tanto bello da trasmettere brividi caldi: "Le parole tagliano come coltelli, ti lasciano sanguinante come il giorno in cui morirai. Le parole tagliano come coltelli e ti lasciano senza fiato, solo nella notte". La chitarra di McCrystal si impunta, docile ma tesa, sembra che stia per scalciare, e invece si attacca con la seconda strofa: "Tu sai che ho ragione, noi non possiamo stare insieme, ci abbiamo provato ma è stata dura. Una spirale ci ha tenuto insieme, ma la realtà morde e lo abbiamo sempre saputo". La verità è dura da accettare, le cose non vanno, non c'è serenità, e allora è meglio chiuderla qui piuttosto che accanirsi su qualcosa di già terminato. Arriva il cambio di tempo, nervoso, dove le chitarre si impennano sull'acuto del vocalist, e così ci viene mostrata la parte più aggressiva del brano: "Spero che un giorno troveremo un modo per incontrarci ancora e sorridere di tutto questo, ma ora io sono un uomo solo che ancora crede in te. Nonostante la speranza sia andata l'amore resta, non posso combatterlo, devo solo voltare pagina, darmi una possibilità di lasciarmi il passato alle spalle". Le parole dell'uomo ferito sono profonde, ricche di malessere e di malinconia, ma si intuisce ancora un briciolo di speranza, poiché l'amore resta confinato nell'animo, il sentimento non può essere annullato da un momento all'altro. Nel frattempo, non resta che lasciarsi tutto alle spalle, vivere la separazione serenamente, voltare pagina, guardando avanti. Siamo impotenti davanti al destino, governati dai sentimenti.

Damn You!

Damn You! (Che Tu Sia Dannato!) è forse il brano più classico, dallo spirito rock n roll, e si palesa come una splendida dose di adrenalina. Il testo sembra la prosecuzione del precedente brano, quando tutto è perduto e non resta che lasciarsi il passato alle spalle. Bene, è ora di ricominciare a vivere, maledicendo i fantasmi della mente, affrontando il futuro. "Devi correre per la tua vita, il vento del cambiamento è giunto. Dobbiamo partire e mai guardarci indietro. Dobbiamo continuare a correre, prendi tutto ciò che puoi per sopravvivere alla giungla urbana. Ossa spezzate e mente corrotta, tutto ciò che è stato lasciato al genere umano". L'immagine del mondo è ancora una volta poco edificante: il genere umano è condannato a una misera esistenza, in questa giungla urbana, fatta di cemento e di freddezza. Non ci è rimasto quasi nulla in mano, per questo dobbiamo fuggire per sopravvivere. Nonostante la drammatica situazione però, il vocalist chiarisce la sua voglia di vita: "Voglio restare in vita, i proiettili continuano ad arrivare, voglio rimanere vivo, devo schivarli". I problemi sono come proiettili, ma bisogna schivarli, cercando di guardare in faccia la realtà dei fatti. Basta vivere nell'illusione, nelle bugie, come viene sottolineato nella seconda strofa: "Che tu sia dannato, tutte le tue bugie hanno rivoltato la verità, quegli occhi non possono nascondere l'anima, non sono antiproiettili. Maledetta ogni cosa e ognuno di ogni dove, gli occhi non sono un giubbetto antiproiettile e non riescono a nascondere le menzogne". Che tutto il mondo sia maledetto, ognuno deve pensare per sé; è una visione cinica della nostra società, ma anche piuttosto veritiera. Il ritmo allegro degli strumenti ci culla in questa metropoli solitaria, i musicisti ci danno dentro, si divertono componendo un grande brano heavy. "Un colpo da dietro e la tua mente sarà corrotta facilmente, sei solo un pezzo di carne. Lasciati tutto alle spalle e salvati dai cancelli dell'inferno. Tutti quei cuori spezzati, menti infangate, niente lasciato al genere umano". Sopravviviamo, non lasciamoci corrompere, non lasciamoci schiacciare da tutto lo schifo. Tiriamo fuori le palle e il coraggio, e alla fine troveremo la nostra strada.

Love Will Find A Way

Una strada lunga e solitaria che ci condurrà al sentimento spremo, l'amore, descritto perfettamente nella semi-ballad Love Will Find A Way (L'Amore Troverà Un Modo), dal fraseggio chitarristico spettacolare e dalla melodia che entra fin dentro l'anima. "Le 3 del mattino, sto facendo la valigia per andare via. Nessuno in città, non voglio vedere nessuno. La prima luce del giorno avvolge i miei rimpianti, come posso trattare il dolore di una vita che è stata così crudele". Un uomo si prepara per partire verso un luogo lontano. Prepara le valigie nel cuore della notte per non essere visto da nessuno, e alle prime luci dell'alba esce di casa. Rinuncia alla sua vita, ha bisogno di ricominciare daccapo. Il ritornello è studiato nei minimi dettagli, e così viene preparato con gusto, lentamente, caricando il pezzo di una magia crescente: "Dicevo che lei avrebbe capito, ma così non è stato, non posso continuare a fingere, non posso dimenticare. Lasciami spiegare perché non posso dimenticarti, a che gioco stiamo giocando? L'amore troverà il suo cammino, un gioco di destini, una possibilità". L'amore è un gioco difficile, ora l'uomo ha bisogno di prendersi una pausa, di riflettere sulla propria vita, di restare solo. In cuor suo sa che prima o poi l'amore troverà una soluzione, e allora la coppia tornerà insieme. Ma non è questo il momento. "Giorni infiniti e notti che attendono ancora la tua chiamata. Devo passare il tempo senza pensare al passato, senza tornare sui miei passi". La base strumentale è costruita con eleganza, le chitarre mai invadenti, la melodia che ronza nell'aria per poi trovare l'affondo perfetto in prossimi del ritornello. Un pezzo disilluso ma al contempo dolce: "Troppo tardi per dire mi spiace, sono l'unico a prendersi le colpe, ma tu continua a fingere che nulla è cambiato. Lasciami spiegare tutto, io ti sarò sempre vicino in questo gioco a cui stiamo giocando". L'amore è anche comprensione, aiuto reciproco, e il barlume di speranza è ancora vivo nella mente del protagonista, non intenzionato ad arrendersi.

Art Of Noise

SI attendeva con ansia almeno un pezzo autocelebrativo, e quando giungiamo quasi alla fine della scaletta ecco che questo si palesa col titolo di Art Of Noise (L'Arte Del Rumore), celebrazione dell'aspetto live della band e regalo ai suoi fans. Il basso di Grey è impetuoso e inquietante, prepara il campo alla botta metallica finale, le chitarre esplodono in un muro di suono possente che mette i brividi, poi Meille decanta le qualità della sua squadra. "Sbattuti a terra come cani, strisciamo verso il muro cercando traguardi, seguendo la voce della nostra anima. Bruciando candele tutta la notte noi non spariremo mai, stanotte è la notte in cui proveremo ciò che è giusto e ciò che è sbagliato". È la notte decisiva per dimostrare di che pasta è fatta la band, nonostante i problemi che la vita impone, la passione per la musica regna sovrana e non smette mai di ardere nel cuore dell'artista. "Lasciate che il suono torni e che venga raccolto per essere ascoltato, l'arte del rumore", si ironizza sulla potenza dell'heavy metal, da molti profani considerato rumore, e infatti rumore lo è davvero, un rumore melodioso, costruito su coordinate precise che incendiano i cuori dei fedeli. "Tuoni e fulmini si scaricano per la notte, la folla diventa selvaggia e inneggiano ai loro eroi. La gioia e il calore della notte resterà impresso per sempre, fisso nelle menti per intonare inni", i suoni prodotti dal metallo sono inquietanti, battaglieri e fieri, scuotono la terra come tuoni carichi di energia, illuminano la notte con i loro bagliori fluorescenti, e la notte diventa selvaggia ed infinita. La band compare sul palco, inizia a suonare, nel giro di pochi istanti tutto cambia: la folla esulta, gli eroi intonano i loro canti. "Scintille elettriche e bagliori seguono l'adrenalina, i magneti sono pronti a lottare per far sentire la loro chiamata. Occhio per occhio, lo sguardo della band e di tutta la folla, le loro voci riecheggiano stanotte carichi e potenti". L'incedere bellico è tremendo, fa tremare le casse, il basso di Grey è una furia assetata di energia e di calore umano, il brano sembra un felino tenuto in gabbia per troppo tempo ed ora lasciato in libertà. "Il tempo proverà a tutti che più carichi siete e meglio noi ruggiremo, il tempo ha testimoniato che quando il rock arriva non cadremo mai". L'heavy metal, ma tutta la musica in generale, è una famiglia, un'unione di cuori che battono all'unisono, di passioni che arricchiscono gli animi, e più il pubblico esulta e più incoraggia la band ad andare avanti. Un brano dedicato si fans delle Tigri, ma anche un inno di auto-incoraggiamento a non mollare mai.

Sail On

Siamo catapultati su una spiaggia, la brezza del vento ci solletica la pelle, i gabbiani starnazzano in cielo, le onde del mare si abbattono placidamente sugli scogli. Sail On (Naviga) è una profonda e meravigliosa metafora di vita, il cui testo è un messaggio verso tutti coloro che pensano di arrendersi. Ma è anche un elogio ambientalista a Madre Natura, perciò ha un effetto attualissimo sulle menti dell'ascoltatore. "Aspetta, la fede non ci tradirà mai, perché apparteniamo alla madre terra, e un giorno a lei ritorneremo". Sin dalla prima frase si chiarisce la natura del brano, e lo status mortale e fragile del genere umano. "Abbiamo riconoscenza, noi vogliamo vivere per poi tornare al luogo al quale apparteniamo, il profondo mare blu che è nei nostri sogni. Insieme siamo più forti che mai". Un giorno torneremo alla terra, nel luogo dal quale siamo giunti, per questo bisogna portare rispetto all'ambiente. Il mare è nostro padre, culla dei nostri sogni. La vita è una barca in balia delle onde. L'atmosfera è tetra, anche in questo caso, basso e chitarre sono irrequiete, la melodia asprissima: "Chiudo gli occhi e sento le tue braccia attorno a me, il tuo tocco, le tue labbra così dolci, dono del cielo". Il clima è cupo e nebbioso, ma nella foschia si intravede un raggio di luce, il calore umano, l'amore. "Quante lacrime dobbiamo piangere, e così navighiamo per sempre. Quanti altri devono morire mentre noi navighiamo. Navighiamo su oceani di follia, giorni infiniti e notti insonni, aspettando che succeda qualcosa. Navighiamo con niente, tranne l'acqua intorno a noi, le stelle della notte come guida, con le nuvole sempre contro". Il pezzo alterna passaggi pesanti con altri più delicati, dando la sensazione di trovarci sulla barca, in mezzo al mare, andando incontro al nostro destino. Il break centrale è fantastico, l'arpeggio di chitarra ci fa sprofondare nel mare infinito, ci fa sentire sperduti e senza speranza. Scende la notte, le stelle indicano la via, ritroviamo così la speranza, seguiamo i nostri sogni. L'album non che chiudersi nel migliore dei modi, con il testo migliore di tutti e un pezzo strutturato che mette i brividi tanto è bello. Ma non è ancora terminato, le ultime fasi sono fondamentali, il ritmo decelera e poi aumenta improvvisamente: "Navighiamo, con le onde sotto di noi, non abbiamo altra possibilità finché le nostre vite finiranno, il nostro fato gioca contro di noi. Lasciateci giacere sotto il cielo e le stelle, felici di aver vissuto e felici di essere morti. Casa è il mare dove il navigatore salpa e la collina dove il cacciatore si apposta" L'ultima frase riprende un passo dello scrittore Robert Louis Stevenson. La nostra casa è il mondo, per questo dobbiamo proteggerlo.

Conclusioni

Anticipato dal bellissimo e aggressivo singolo "White Lines", che sprona ad andare avanti nonostante gli ostacoli del destino, dal tiro giusto e soprattutto dalle atmosfere in bianco e nero che si impongono come ingrediente segreto dell'intero album, "Ritual" è un'opera fresca, che sorprende per ispirazione. Della classe dei Tygers Of Pan Tang ne eravamo tutti consapevoli, specialmente delle Tigri odierne, quelle rinate dalle proprie ceneri nei primi anni 2000, ma un disco del genere lascia tutti a bocca aperta. Un rituale cupo che indaga su crisi esistenziali, su cuori frantumati dalla perdita di amore, su inni a Madre Natura, e che lancia critiche alla giungla urbana che è diventato il nostro povero mondo. Così la tigre in copertina, che appare dalla foschia in assetto da guerra, ricoperta da tatuaggi tribali, anche i musicisti vengono ritratti in tenuta bellica all'interno del booklet. Gli intenti ovviamente sono chiari, gli artigli affilati, gli sguardi accigliati, i volti incattiviti, tutto è organizzato per mettere in scena frammenti di guerriglia urbana, e allora il disco assorbe la poetica del bianco e nero, che si diversifica dai colori sgargianti tipici delle cover e dei suoni dei nostri, per addentrarsi nei meandri della mente umana, nei suoi dolori, così come nei suoni scuri e inquinati delle metropoli, sperimentando un'introspezione psicologica e raccontando le difficoltà di un'umanità contemporanea, sempre meno umana e sempre più alienata. L'oscurità di fondo è l'elemento portante del nuovo album della band inglese, ed è questa la migliore chiave di lettura, nonché il punto focale che lo rende magico: le canzoni sono pressanti, muscolose, le melodie cupe, certamente meno rock n' roll rispetto ai precedenti lavori, e i testi sono affogati di incertezze e di domande alle quali nessuno sa dare risposte. Impossibile scegliere un brano rispetto ad un altro, in scaletta figurano undici pezzi bellissimi, tutti potenziali singoli, ben consegnati e ben strutturati, senza contare gli ottimi testi su cui poggiano e che parlano di mondi che svaniscono, di disperazione di fronte all'impotenza dell'affrontare la vita, di dubbi interiori che lacerano l'anima, di amori cercati e poi lasciati andare, di viaggi alla ricerca di se stessi; ma c'è anche una sorta di liberazione da cotanto dolore, e la ritroviamo in una traccia, "Art Of Noise", che si pone come inno alla foga notturna e al divertimento, celebrazione stessa della band e dei suoi furiosi concerti. Ma le tenebre sono in agguato, con tutta la forza cerchiamo di liberarci dal male, di trovare la luce, e così il rituale dalle danze ancestrali, evocazione di antichi spiriti maligni, prosegue imperterrito, andando a chiudere con la ballata struggente "Sail On", elogio a Madre Natura, canto di un mondo crudele, spietato, nel quale bisogna sopravvivere, guardando sempre avanti, in balia delle onde dell'oceano. Se "Worlds Apart", "Raise Some Hell", "White Lines", e "Art Of Noise" sono cavalcate scatenate e selvagge, "Spoils Of War", "Destiny", "Rescue Me", e "Damn You!" sono più ragionate e rallentano il tiro, mantenendo comunque energia e potere metallico, mentre i dolori di un cuore solitario vengono raccontati nelle morbide "Love Will Find A Way" e "Words Cut Like A Knives", dai testi che inducono una profonda riflessione e che rischiano di far scendere persino qualche lacrima. I Tygers Of Pan Tang non hanno più bisogno di dimostrare niente a nessuno, dopo una lunga e travagliata parentesi, da un po' di anni hanno trovato la loro dimensione tra i giganti dell'heavy metal tradizionale, ma non solo, poiché della vecchia guardia sono tra quelli più in forma. "Ritual" testimonia lo stato di grazia di questi musicisti, che con tanti sacrifici e difficoltà di vario genere (difficoltà che oggi riguardano il 99% delle band del mondo, dato il crollo del mercato discografico) continuano a suonare e a sfornare album sinceri e di grande impatto. Molto probabilmente, "Ritual" si impone sulla concorrenza come miglior album heavy del 2019. Questo è quanto. Gloria alle Tigri.

1) Worlds Apart
2) Destiny
3) Rescue Me
4) Raise Some Hell
5) Spoils Of War
6) White Lines
7) Words Cut Like Knives
8) Damn You!
9) Love Will Find A Way
10) Art Of Noise
11) Sail On
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