TWISTED SISTERS

You Want What We Got

1985 - Atlantic Records

A CURA DI
GIOVANNI AUSONI
26/06/2020
TEMPO DI LETTURA:
7

Introduzione recensione

"Onestamente, non penso che avrei potuto scrivere una sceneggiatura così strana" (Jay Jay French)

Esistono molte band che nella loro carriera hanno conosciuto percorsi accidentati, tra picchi vertiginosi e cadute clamorose: niente di così sconvolgente, in effetti, poiché quando si esce dall'anonimato di una cantina o dai comfort della provincia, appare quasi scontato subire delle conseguenze non totalmente gestibili. Il caso dei Twisted Sister appare, in questo senso, paradigmatico: formatisi in New Jersey nel 1973 durante il fermento glam (movimento entro il quale spesso vennero inclusi e non sempre a ragione), e vittima di frenetici cambi di formazione, il gruppo statunitense approdò al successo globale inaspettatamente, dopo un decennio di carriera di ottima caratura, ma lontano dalla famosa "consacrazione". Tre i fattori decisivi per la deflagrante esplosione: la stabilizzazione classica della line-up (Dee Snider, Jay Jay French, Eddie "Fingers" Ojeda, Mark "The Animal" Mendoza, A.J. Pero), la firma con Atlantic Records, che pose termine a una serie di sfortunate relazioni con varie etichette discografiche, un sound né troppo estremo né troppo easy listening, capace di attrarre una variopinta fetta di ascoltatori. Il primo album per la nuova label, "You Can't Stop Rock 'N' Roll" del 1983, accrebbe la reputazione del combo soprattutto nel Regno Unito, nazione che già aveva apprezzato il precedente "Under The Blade" (1982) a motivo delle sue venature NWOBHM, scuola prettamente britannica allora in grande espansione nel paese. Negli Stati Uniti, a conferma dell'antico adagio "nemo propheta in patria", le cose procedevano più lentamente: tuttavia, un paio di video a supporto del disco trasmessi dalla neonata MTV, contribuirono a far lievitare in patria la popolarità del quintetto. D'altronde, la fortunata circostanza che la Warner Bros, società madre dell'Atlantic, partecipasse finanziariamente alle sorti della stazione televisiva, rivestì, di lì a poco, un ruolo fondamentale. Certo, Mötley Crüe, Quiet Riot, Ratt, beneficiavano da tempo di un'enorme sovraesposizione mediatica, grazie alla cura certosina del look e dell'immagine in generale, eppure nessuna di queste band abbracciò il concetto e il potenziale dei clip con la medesima competenza cinematografica dei Twisted Sister.  Quando nel 1984 "Stay Hungry" apparve nei negozi, il merito dei milioni di copie vendute fu in larga parte dovuto a una scaletta di anthem da battaglia verbale conglobati in un hard rock di ascendenza settantiana accattivante, melodico e metallizzato il giusto. Nondimeno, i videoclip di "Stay Hungry", "We're Not Gonna Take It","I Wanna Rock", vere e proprie commedie generazionali ove a dominare provvedevano le sembianze grottesche di Dee Snider e soci, e una ribellione adolescenziale colorata e fumettistica, costituirono un incredibile volano di visibilità, oltre a rappresentare un pugno nello stomaco per un'America ridicolmente menzognera e puritana. Una vittoria dello "scandalo" e dell'emancipazione dai dogmi sociali, che suscitò le ire del Parents Resource Music Center, associazione contro cui Snider, al fianco di John Denver e Frak Zappa, intraprese numerose battaglie legali al fine di tutelare la libertà d'espressione artistica: ulteriore veicolo di involontaria campagna pubblicitaria che rafforzò il decollo definitivo della Sorella Svitata, culminato nel trionfale tour con i Metallica come gruppo spalla. A stretto giro di posta temporale, e aderendo alla massima di battere il ferro finché è caldo, i Nostri diffusero "Come Out And Play" (1985), lavoro dalla foggia maggiormente di cassetta che, nonostante un disco d'oro conquistato negli USA, non raggiunse neanche minimamente né i livelli strabilianti del predecessore, né le medesime critiche positive, prefigurando un viale del tramonto altrettanto improvviso quanto l'avvento dell'apogeo. Probabilmente consapevoli di un declino che si avvicinava a passi rumorosi, e con l'intento di raggranellare, sostenuti ovviamente dall'interessata Atlantic, ancora qualche dollaro, gli statunitensi nel 1986 pubblicarono un EP, del tutto esornativo, rivolto in particolar modo a completisti e fan iper-accaniti. Basta scorrere velocemente la tracklist di "You Want What We've Got" per accorgersi che i pezzi, tranne "King Of Fools" rilasciato come singolo nel 1985, comparivano già in "Stay Hungry" (1984) e "Come Out And Play" (1985). La cover, poi, con il titolo dell'extended play e il nome Twisted Sister scritti in un rosa à la Big Babol su sfondo nero, dà più l'impressione di un bootleg realizzato per sfamare le masse che di un prodotto progettato a scopo d'autore. In poche parole, una mossa commerciale che funse da segno premonitore a un crollo concretizzatosi con la mediocrità radiofonica di "Love Is For Suckers" (1987).

You Want What We Got

"You Want What We've Got" costituisce il terzo singolo estratto da "Come Out And Play", album che, malgrado ospiti di livello (Clarence Clemons, Alice Cooper, Don Dokken, Billy Joel, Brian Setzer), un produttore del curriculum di Dieter Dierks (Accept, Scorpions, Tangerine Dream) e un appeal catchy più pronunciato del consueto, debuttò soltanto alla posizione numero 53 nella classifica di Billboard e, in generale, fu una mezza delusione su ogni versante, dalle vendite alle valutazioni (invero spesso ingenerose). Il brano presente, sicuramente il migliore del lotto assieme a "The Fire Still Burns", rappresenta il classico anthem à la Twisted Sister che avrebbe disposto della forza necessaria a fungere da traino per l'intero album se fosse stato supportato da un video in alta rotazione su MTV. Tuttavia, da un lato le vibranti proteste da parte del P.M.R.C., con tanto di processo a carico di Dee Snider, per i contenuti diseducativi di "Be Chrool To Your Scuel", dall'altro la scelta del canale televisivo statunitense di non trasmetterne il clip già girato, di fatto chiusero le porte a qualsiasi ulteriore opportunità in questo senso. Davvero un peccato, visto il tiro di una canzone che, accanto alla usuale linearità, affianca un songwriting tutto mestiere ed esperienza, a cui soltanto in superficie si può affibbiare l'etichetta di hair metal, sottogenere allora nel massimo fulgore esistenziale. Bastano i secondi iniziali del pezzo per marcare, al di là di qualche punto in comune, le differenze: dopo il refrain cantato senza corteggio strumentale, e che evidenzia le tonsille ferine e ruvide di un singer sempre in ottima forma, il pezzo entra subito nel vivo, scatenando un gran desiderio di party a bordo piscina e bevute in compagnia. Intro, fill di batteria e guitar work, richiamano, nella costruzione e nel groove, gli AC/DC: French e Ojeda, infatti, travestono di hard semplici accordi di sapore rock'n'roll, mente alle pelli Pero, benché non dotato di una tecnica straordinaria, colpisce con, grinta, essenzialità e secchezza, accompagnando l'ingresso cadenzato di una prima strofa che non corre mai al di sopra del mid-tempo. Il testo sembra scagliarsi contro i detrattori della band, in primis i falsi moralisti guidati da Tipper Gore, gelosi marci della popolarità dei newyorchesi d'adozione ("You don't fool anyone / With your jealousy / You want it all and give us none / That ain't the way it's gonna be" - "Non inganni nessuno / con la tua gelosia / Vuoi tutto e non ci dai niente - Questo non è come dovrebbe essere"). A un livello meno immediato, però, si avverte anche una riflessione sulla parabola del successo, così inebriante e, contemporaneamente, così infingardo e avaro di emozioni, a parte quelle provocate dal tintinnio dei dollari: una lucida visione del percorso in anticlimax imboccato dal quintetto. A questo punto interviene il ritornello, con il classico chorus marchio di fabbrica della Sorella Svitata ("I know what you want / You want what we got / I know what you want / You want what we got" - "Lo so quello che vuoi / Tu vuoi quello che abbiamo noi / Lo so quello che vuoi / Tu vuoi quello che abbiamo noi"). A seguire, la seconda strofa, identica alla precedente nella struttura, veicola un contenuto indirizzato verso gli ipocriti che diffamano la musica del gruppo. La metafora del pagliaccio che, dietro una maschera grottesca, occulta paure e lacrime d'invidia, si attaglia alla perfezione ai denigratori di professione, persone in realtà profondamente frustrate e incapaci di soddisfare i propri desideri. Eppure, confondendo i ruoli, non sembra difficile intravedere nel clown malinconico l'immagine stessa di una band che, dietro il trucco ripugnante e vistoso, nasconde quel senso di profondo malessere tipico dei sobborghi fatiscenti della Big Apple. Insomma, una canzone per nulla inconsistente, coronata da un assolo melodico e robusto che scorta l'intercalare sino al fade out finale: orecchiabile, morbida nella durezza e coinvolgente, "You Want What We've Got" meritava decisamente maggior fortuna.

Stay Hungry

L'immagine di un famelico e disgustoso Dee Snider che si appresta a trangugiare un enorme osso sanguinolento sulla copertina di "Stay Hungry", rimarrà negli annali della cultura e dell'iconografia popolare come una delle espressioni migliori del rock quale sinonimo di provocazione e rivolta. Appare pleonastico sottolineare quanto la title track rappresenti, a distanza di più di un trentennio, uno dei cavalli di battaglia imperituri del combo statunitense, oltre che un inno trasversale per diverse generazioni: naturalmente, il forte richiamo del brano ne motiva la presenza in un EP dalla tipologia decorativa di "You Want What We've Got". L'attacco reca le stigmate di un vibrante rock'n'roll verniciato da un tocco metallico cristallino, e a cui non sembrano estranei lacerti di U.S. roots: la sezione ritmica la fa da padrone, grintosa e intensa, con le chitarre che disegnano incisi hard'n'heavy incredibilmente accattivanti. Già questa descrizione iniziale mette in luce una significativa differenza con le band hair metal coeve, troppo spesso concentrate, a livello produttivo, nello schiacciare gli strumenti per conferire risalto alla parte vocale. Qui, invece, l'insieme gode di un preciso bilanciamento, e quando il singer entra al sedicesimo secondo proferendo le famose domande "Are you feeling the fire? / Are you ready to esplode?" ("Stai sentendo il fuoco? / Sei pronto a esplodere?"), la sua ugola rauca e poderosa asfalta le coscienze senza tiranneggiare l'ordito generale. La verve garage di A.J. Pero alla batteria sorregge strofe e ritornello non conoscendo alcun break di sorta, mentre French e Ojeda lanciano le asce al galoppo, quasi ci si trovasse in un western di John Ford ambientato tra le confraternite in guerra di "Animal House". Ma l'allegria adrenalinica che solca le note del pezzo non riesce né vuole offuscare le difficoltà e gli esiti di un percorso di crescita che ogni adolescente affronta in un ben determinato periodo dell'esistenza. Facile altresì leggere nelle pieghe della lirica le riflessioni di uno Snider che, giunto alle trenta primavere, si guarda indietro, a quando, diciottenne diplomato alla Baldwin High School, inizia a lottare selvaggiamente per i propri obiettivi e contro una vita spietata, che non regala assolutamente nulla, finanche darwiniana nella concezione, e verso la quale guai a mostrarsi deboli o remissivi, a costo pure di nascondere verità scomode ("And if you start to slide / Never show you're weak" - "E se inizi a scivolare / Non far mai vedere che sei debole"). Certo, trasferendola sul versante autobiografico, tale esuberanza da tritacarne non condusse a risultati sempre positivi: gradualmente il frontman cominciò a essere percepito dai compagni d'arme alla stregua di una personalità a loro esterna, una celebrità a sé stante, megalomane e ingombrante. Una situazione sgradevole, benché abbastanza comune nello star system, che inferse colpi deleteri ai delicati equilibri interni del gruppo e alla qualità della musica proposta. Gli arrembanti refrain insistono sull'opinione che bisogna azzannare il mondo, restare affamati e col fuoco acceso dentro per superare gli ostacoli e porsi sempre nuovi traguardi ("Stay hungry, feel the fire / Stay hungry, don't explode / Stay hungry, with desire / Stay hungry, you're alone" - Resta affamato, senti il fuoco / resta affamato, non esplodere / Resta affamato, con il desiderio / Resta affamato, sei solo"). L'assolo pulito introducente all'ultima sezione palesa ancora una volta una vena melodica estremamente orecchiabile, funzionando da sprone e fanfara per tutti coloro che, in una società così crudele e selettiva ("Expect no sympathy" - "Non aspettarti di ricevere simpatia") sentono spengersi il desiderio di andare avanti e combattere, unico modo per non sprofondare definitivamente in basso. Insomma, manca lo spazio per falliti e sognatori su questa Terra: la lunga e ardua strada in direzione della self consciousness ( e del cinismo) passa anche dai Twisted Sister e dal Freak R'NR.

We're Not Gonna Take It

Alzi la mano, anzi entrambe le braccia, chi, quindicenne nel 1984, non abbia scapocciato al grido di "We're Not Gonna Take It", il pezzo forse iconico per antonomasia dei Nostri assieme a "Stay Hungry" e "I Wanna Rock", hit con cui condivide il fenomeno soprannaturale di comparire nel medesimo album. A beneficio del brano, inoltre, un celeberrimo clip, moderno, insolente e ricreativo, che ben fotografava il falso perbenismo della società americana degli anni '80, malgrado una visione odierna e smaliziata provochi qualche sorrisetto tra l'ironico e il comprensivo. Il video, diretto da Marty Callner, adopera gli strumenti della slapstick comedy, sottogenere cinematografico che basa la propria efficacia su una serie di gag rudimentali e su una violenza paradossale ed esagerata. Mentre il resto dei congiunti siede a tavola, un ragazzino strimpella "I Wanna Rock" nella sua camera da letto; improvvisamente il padre, (interpretato da Mark Metcalf, il Doug Neidermayer di "Animal House"), entra nella stanza con cipiglio autoritario, rimproverando il figlio dell'interesse esclusivo per la chitarra. Dopo una lunga ramanzina, il genitore, sempre più adirato, alla domanda "What do you wanna do with your life?" ("Cosa vuoi farne della tua vita?"), si sente rispondere "I wanna rock!" ("Voglio fare rock") . Il teenager muta forma in Dee Snider, i fratelli si trasformano in French, Ojeda, Mendoza e Pero, e il povero capofamiglia inizia a passarne fisicamente delle brutte, in un crescendo di esilaranti capitomboli cartooneschi. Chiaramente, il contenuto della canzone e del filmato musicale stesso appaiono un po' frutto del periodo storico; non dimentichiamo che questi sono i tempi dell'esplosione dello slasher, una ramificazione dell'horror movie che, di solito, vedeva protagonista un serial killer intento a punire con una morte orribile giovani statunitensi in cerca di sesso e divertimento. Cosa rappresentano Jason Voohrees e affini se non le metafore dell'America conservatrice che considera colpevoli e da reprimere i normali istinti e desideri di un'età così particolare? "We're Not Gonna Take It" costituisce, dunque, il miglior inno di rivolta generazionale possibile contro ogni forma di autorità che cerchi di imporre un falso e innaturale profilo morale ed educativo: un anthem tanto riuscito da finire, in buona compagnia, nella lista nera dei "The Filthy Fifteen" ("Gli Sporchi Quindici"), un pugno di pezzi considerati "scorretti" e messi all'indice dal famigerato P.M.R.C. Insomma, un punto d'onore per il gruppo che, in tre minuti e trentanove secondi lineari ed efficaci, realizza la composizione perfetta da urlare a squarciagola durante concerti, festicciole, pulizie di casa e sommosse scolastiche. Le chitarre suonano robuste e rotonde, la batteria mazzola essenziale, strofe e ritornello vengono attraversate dalla medesima melodia, l'abituale assolo possiede le fattezze di una fanfara circense pronta a strombazzare sui codini d'ogni risma, il trascinante sing-along del chorus risuscita i morti e chiama a raccolta gli indecisi e gli introversi: a farla breve, hard/punk dagli arrangiamenti pop. Alla maniera del melodramma metastasiano, poi, tocca al testo adeguarsi alle note; quindi non aspettiamoci grandi e reconditi significati, bensì parole scritte in funzione dello scopo e del target da raggiungere. Prospettive libertarie ("We've got the right to choose it / There ain't no way we'll lose it / This is our life, this is our song" - "Abbiamo il diritto di scegliere / In nessun modo lo perderemo / Questa è la nostra vita, questa è la nostra canzone"), disubbidienza nei confronti dei poteri forti ("We'll fight the powers that be, just / Don't pick our destiny 'cause / You don't know us, you don't belong" - "Combatteremo i governi che sono giusti/ Non scegliere il nostro destino perché / Tu non ci conosci, tu non ci appartieni"), spirito di indipendenza e di autoreferenzialità ("Your life is trite and jaded / Boring and confiscated / If that's your best, your best won't do" - "La tua vita è banale e stanca / Noiosa e confiscata / Se questp è il meglio che sai fare, non vogliamo fare il tuo meglio" ): canovaccio abusato, finanche logoro, eppure tutto si incastra a meraviglia, in un gioco fonosimbolico elementare e spassoso. Certo, lo Snider "senile" che canta di esigenze adolescenziali non soltanto finirà nella cerchia dei cattivi maestri (o di adulto immaturo per i maligni), ma condurrà una formazione già avanti con gli eoni nel falso, benché redditizio novero delle band per sbarbatelli, quasi dei Backstreet Boys ante litteram. Destino bislacco, quello dei Twisted Sister.

King Of The Fools

Probabilmente, la ragione principale per l'acquisto di "You Want What We've Got" risiede nell'ultimo pezzo in esso contenuto: rilasciato come singolo nel 1985 e incluso, in versione integrale, nella ristampa del 1999 di "Come Out And Play", "King Of The Fools" (originariamente "King Of Fools") mostra un lato meno noto dei Twisted Sister. Un brano che, se da una parte stona con l'immagine grottesca tutta lustrini e paillettes della band, dall'altro ne mette in luce il sostrato adamitico fine anni '70 già presente nel grezzo debutto "Under The Blade", e tra i solchi, pur addolciti, di "Stay Hungry". Ascoltando la canzone, infatti, saltano all'orecchio parallelismi sia con quella NWOBHM dal taglio più epico che caratterizzò, con le dovute differenze, i lavori migliori di Cirith Ungol e Manilla Road, sia con le slow songs tipiche degli Scorpions: peccato davvero che, in seguito, il gruppo di stanza a Long Island non abbia avuto l'occasione di approfondire un filone forse, alla lunga, dispensatore di maggiori soddisfazioni a livello di scrittura e, perché no, anche commerciale. Quando dall'oggi al domani, però, l'Atlantic Records si ritrovò nelle mani una gallina dalle uova d'oro, faticoso, anzi impossibile soltanto pensare di cambiar rotta, con le pessime conseguenze che conosciamo; notevole, comunque, la performance dei musicisti sin dall'abbrivio della traccia, bravi a svincolarsi dai cliché e dagli obblighi imposti dal successo e, in generale, dal tam-tam mediatico del periodo. L'introduzione viene affidata a una batteria cadenzata e marziale, subito costeggiata da chitarre che dipingono un'atmosfera malinconico/maestosa attinente gli imperi in rovina giunti agli ultimi istanti di vita, ma ancora capaci di antichi baluginii. Il singer, un po' bardo, un po' crooner, interpreta il re degli sciocchi e lo immaginiamo, in questa veste così decadente, sprovvisto della voluminosa capigliatura bionda da drag queen: alle parole del frontman, gli strumenti riducono l'iniziale sinfonismo eroico, costringendo il protagonista a denudarsi, a porsi delle domande riguardo capacità di comando a lui mancanti ("Thousands of faces wanting me / How can I lead / How can I rule? - "Migliaia di volti mi vogliono / Come posso guidarli, come posso governare?"). Un sovrano privo di un vero trono come di castelli, corone, oro e gioielli, che, ciò nonostante e con sorpresa, riesce a padroneggiare il mondo: qui il clima ritorna melodrammatico, il pathos cresce,  le parole si caricano di teatrale scetticismo ("And I can't help believin' / The world is on my side / No, I can't help believin' / In my heart / But I can't stop this feeling / That I should run and hide" - "E non posso fare a meno di credere / Il mondo è dalla mia parte / No, non posso fare a meno di credere / Nel mio cuore / Ma non riesco a fermare questa sensazione / che dovrei correre e nascondermi"). Il chorus "King Of The Fools", ogni fine versi, si erge magniloquente, accompagnando dubbi e confusione, finché il Nostro, voce tonante nella faretra, acquisisce la consapevolezza della propria diversità rispetto al pensiero e ai modi di agire comuni. Nel momento in cui la vecchia debolezza si trasforma in orgoglio, prima il rifferama si colora di una pesantezza quasi doom, poi Ojeda ci delizia con uno straordinario assolo tutto armonici e bending al termine del quale ricompare nuovamente un sentimento di emarginazione e inadeguatezza. Tuttavia, ormai, il dado è tratto: giustificarsi per degli interrogativi esistenziali appare la vera idiozia e, dunque, via a una chiusura turgida, gonfia, da orchestra di palazzo che accompagna trionfale il novello Conan al suo seggio solitario. Dietro la metafora di "King Of The Fools" non sembra difficile scorgere una rivendicazione intellettuale di unicità che si riferisce tanto alla carriera dei Twisted Sister, vessata da un'opinione pubblica a dir poco retrograda, quanto alla presa di coscienza di uno Snider divenuto paladino della libertà d'espressione in campo artistico. E una composizione che dalla tristezza letargica passa, gradatim, a un crescendo pomposamente amaro, resta il testamento perfetto per comprendere al meglio la parabola di una band e di un cantante troppo spesso fraintesi e sottovalutati.

Conclusioni

"Durante tutta la nostra carriera, i Twisted Sister hanno avuto la terribile abitudine di non confrontarsi mai con i propri problemi interni" (Dee Snider)

Sovente associati alla scena di New York, i Twisted Sister si formarono in realtà a Ho-Ho-Kus, una piccola città della periferia nord del New Jersey, nel 1973; fortemente ispirati dal glam rock britannico (David Bowie, Slade, T-Rex), speravano di diventare la risposta del Garden State ai metropolitani New York Dolls.  Le cose procedettero diversamente, con i Nostri che giunsero al 1986, anno di pubblicazione dell'EP "You Want What We've Got, dopo una serie di vicissitudini degne di un ottovolante. Ora, bisogna operare una netta distinzione per valutare con la giusta dose di oggettività un disco del genere. Dal punto di vista del valore dei brani presenti, ogni commento appare superfluo: due inni da paura ("Stay Hungry", "We're Not Gonna Take It"), un pezzo di ottima fattura meritevole di sorte migliore ("You Want What We've Got"), una chicca epica ("King Of The Fools"). Una quadriglia che farebbe venire l'acquolina in bocca anche al critico meno accondiscendente nei confronti della band. Canzoni di una qualità fuori dal comune, semplici, lineari, vergate da strutture impeccabili e da riff catchy e gagliardi, con la ciliegina sulla torta di un singer animalesco, istrionico  e talentuoso. Se "Stay Hungry", "We're Not Gonna Take It" e, in misura minore, "You Want What We've Got", rappresentano la quintessenza dell'anthem generazionale, "King Of The Fools" si stacca dal resto, palesando un animus riflessivo spesso celato dietro le apparenze di un look goliardico e policromo. Quando, però, guardiamo alla necessità di un'opera di questo tipo, non si scorge altra motivazione se non quella della mossa a scopo pecuniario, visto che almeno tre dei quattro pezzi usufruirono di ampia visibilità e in molteplici forme. Ci troviamo nel 1986, la Sorella Svitata arrivava dalla sbornia di "Stay Hungry" e dal fiasco di "Come Out And Play" e forse, sicura che il magic moment fosse ormai definitivamente alle spalle, decise di realizzare un piccolo greatest hits a memoria dei bei tempi andati (invero cronologicamente piuttosto recenti).  Persino la copertina, molto basilare e tristemente trasandata, sembrava placare quell'indomabile furia che i Nostri recavano impressa nel proprio DNA: le cover precedenti, minacciose e conturbanti, appartenevano a un passato così sbiadito che all'artwork del successivo full length "Love Is For Suckers" tocca, al limite, la (stinta) qualifica di malizioso. L'act, inoltre, si sentiva sempre più disconnesso dalla scena pop metal ove, obtorto collo, venne inclusa, e la rapida definizione, nel rutilante mondo di MTV, di "Teen Anthem Band", costituì un'etichetta altamente nociva per la longevità del gruppo. Da una parte i fan di vecchia data, legati ad album dalla dura scorza metallica di "Under The Blade", rimasero interdetti dall'immagine da cartone animato assunta, volente o nolente, dal quintetto; dall'altra, organizzazioni infiammate dal conformismo come il Parents Music Resource Center patrocinato da Tipper Gore, attaccò senza sosta il combo per i contenuti delle loro canzoni, ritenuti inappropriati e amorali. In prima istanza, la sovraesposizione mediatica risultò importante ai fini del boom planetario. Presto, però, la centralità preponderante di Dee Snider soffocò sé stesso e la band in una spirale declinante nella quale i rapporti tra i vari membri si deteriorarono e la musica passò in secondo piano rispetto alle pressioni circostanti, scadendo decisamente di valore; una cattiva stampa e a cambiamenti di tendenza allora in atto collaborarono a demolire malinconicamente il tutto. Esaminando col senno di poi, e a distanza di decenni, il percorso dei Twisted Sister sorge spontanea un'analogia in grado di spiegarne i saliscendi: un po' al pari di un uomo che viva esperienze adolescenziali fuori tempo massimo, i cinque statunitensi abbrancarono la gloria mainstream dopo un rodaggio già abbondantemente compiuto e che non presagiva esiti stratosferici. Si ritrovarono, invece, a cantare di ribellioni giovanili contro genitori e insegnanti nel momento in cui, a trent'anni suonati, occupavano il confine opposto del guado. Certo, acquisirono l'ambita fama di pessimo esempio, ma emergeva evidente e palpabile la sensazione che il combo, figlio musicalmente dei Seventies, avesse adeguato uno specifico background al presente storico, senza comunque mai cedere alla superficialità di plastica che caratterizzava il periodo, né indulgendo in ballad sdolcinate tipiche di formazioni coeve di grande popolarità. Ogni adattamento effettuato in ritardo, tuttavia, non gode di esistenza prolungata, ed ecco che tosto Dee Snider e soci persero velocemente la bussola. Il nostalgico assestamento di "You Want What We've Got" funse da precario assestamento e da ultimo gradino dell'altare pria del terremoto e dell'alzarsi della polvere.

1) You Want What We Got
2) Stay Hungry
3) We're Not Gonna Take It
4) King Of The Fools
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