Trouble

Trouble

1990 - Def American

A CURA DI
ELEONORA VAIANA
02/09/2013
TEMPO DI LETTURA:
8

Recensione


I Trouble si formano nel 1979, divenendo fin da subito pionieri del doom metal assieme a Candlemass e Saint Vitus. Con uno stile musicale fatto di sonorità con rimandi a Black Sabbath, Led Zeppelin e Judas Priest, ottengono immediatamente un successo di spessore dalla critica, ma dopo sei album in studio e vari tour che li hanno portati in tutto il mondo, si sciolgono nel 1996 per andarsi a riformare nel 2002 e pubblicare il settimo album in carriera, “Simple Mind Condition”(Escapi Music). La Metal Blade battezzò i Trouble come band white metal, perché in forte contrasto col fenomeno del black metal: i testi della band, infatti, si rifanno a tematiche spirituali, mistiche e cupe, traendo ispirazione dalla Bibbia stessa, andando a sfatare la fama del metal come universalmente satanico e maligno. Emersi con Eric Wagner (voce), Rick Wartell (chitarra), Bruce Franklin (chitarra), Ian Brown (basso, da non confondere con l'omonimo cantante degli Stone Roses) e Jeff Olson, vedono oggi in formazione Kory Clarke (voce), Shane Pasqualla (basso) e Mark Lira alla batteria, con i due chitarristi stoicamente presenti dall'alba del 1979.



Immaginiamo di aver passato una notte di bagordi, immaginiamoci un risveglio con la testa fracassata dai postumi di una sbornia e lo stomaco devastato, col sapore del gin che ancora fluttua in bocca: “At The End Of My Daze” sarebbe perfetta in una simile circostanza. Il pezzo, dal sound vigoroso ma morbido nelle linee, e assolutamente intrigante, farebbe venir voglia di una sana dose di headbanging anche a uno zombie: la voce di Eric Wagner, carica e squillante, è una pioggia di energia in un'atmosfera misteriosa e caliginosa, strigliata e squarciata da assoli di chitarra semplicemente perfetti e ben dosati. Il testo è in perfetto accordo col resto del brano, parla del Tutto e del Nulla, accoglie in sé significati variegati che si differenziano a seconda degli occhi di chi sta leggendo. “The Wolf” si apre con un bel riff di chitarra, incastonato su di uno splendido giro di organo: al dispiegarsi del pezzo, una buona dose di adrenalina comincia a scorrere, rendendo una sensazione di potenza additiva. Uno strano sentimento di inquietudine si dipana, la strofa si presenta enigmatica e particolare, mentre la chitarra si articola in un riff dal sapore misterioso. Il tutto si risolve nel ritornello, carico e determinato: il testo è un riadattamento di “Are all the Children In?”, firmato Florence Jones Hadley, arricchito però dall'immagine di un minaccioso lupo che “sa dove mi trovo”. La cosa interessante, è che in queste vesti il testo può prendere svariati significati anche allegorici, e il lupo può andare a rappresentare, paure, ossessioni, incubi, figure mostruose, che tutti, chi più chi meno, incontriamo nel corso della nostra vita reale, psicologica o onirica che sia. Il riff di apertura di “Psychotic Reaction” si presenta subito come perfettamente catchy, scorre fluido, andando a impregnare chi sta ascoltando di un'energia frizzante e contagiosa: il ritornello è una bomba di vitalità che lascia il segno, e non ci sarà da stupirsi se nella propria testa ci troveremo a canticchiarlo contro volontà; la cowbell, poi, è un toccasana per dare al brano una personalità ancor più accattivante, al canto di “Psychotic reaction”. Il testo in questo caso è una pioggia di schizofrenica follia visionaria che diverte e apre mille porte: parla di un uomo che c'è e non c'è, che appare e scompare agli occhi della gente, che muore, ma vive in un albero. Parla di una mente psicotica, allucinogena e allucinata, che contagia e paradossalmente rallegra. Una combo di assoli sfavillanti prende la scena in mano, rendendo il pezzo ancor più additivo, vagamente sensuale ed estremamente piacevole: la voce ricompare ed è un brivido sulla schiena, un vero e proprio godere per l'orecchio, e col dimenarsi delle dita sulla sei corde, si chiude il pezzo con uno sfumato. Il sound di chitarra che avvia “A Sinner's Fame” è un ottimo biglietto da visita, che porta con sé groove e goduria: una strofa veramente ricca di feeling è un piacere per tutto il corpo, che si muove incontrollato e di sua spontanea volontà. Quando un brano riesce a controllare il piede di chi ascolta, obbligandolo a muoversi, significa che funziona. Quando un brano appena terminato chiede a gran voce di essere nuovamente ascoltato, e meccanicamente si risponde a quest'ordine inconsciamente, significa che è una bomba. Infatti “A Sinner's Fame” è realmente una vera e propria bomba, con un testo che è una poesia, e una serie di componenti musicali a dir poco perfette: una nota di merito va all'assolo, semplice ma azzeccato, così come il ritornello, brevissimo ma veramente funzionale. Delicata, “The Misery Shows (Act II)”, prende le vesti di una dolce ballata malinconica e molto raffinata; gli strumenti suonano morbidi, una serie di controcanti rende l'atmosfera quasi angelica, fino all'esplosione di potenza che irradia la seconda strofa: una scelta geniale quella di mettere insieme due sensazioni e situazioni così contrastanti, il diavolo e l'acqua santa in un unico brano, probabilmente uno dei migliori presenti in tracklist. Il pezzo torna sui passi pacati iniziali, tornando a essere emozionale e lievemente mesto: il testo si presenta come una sorta di riflessione sulla tristezza e il dolore, dimostrando anche in questo caso di avere le potenzialità e le fattezze di una poesia. Il brano a metà si spezza, infondendo una strana sensazione: è come se il fiato si interrompesse per un breve minuto di affanno, prima dell'assolo, un giramento di testa improvviso nel quale tutto il mondo comincia a girare lentamente e senza pietà. Il pezzo torna nuovamente sulla strofa iniziale, e con questa si chiude. Un riff corposo ci introduce a “R.I.P”, una sorta di marcia funebre bella spedita ed energica: la strofa è un eccellente esempio di semplicità compositiva funzionale, che dona una sensazione di viscido scivolare addosso. Il ritornello è una guerra lampo d'inquietudine, dove l'eco delle parole “Rest in Peace”, sussurrate appena dalla seconda voce, fanno accapponare la pelle per un breve istante, per poi tornare sui passi della strofa; dopo la seconda strofa, le dinamiche si velocizzano, e su di un tappeto corposo di batteria e chitarra, si incastona il breve assolo che introduce nuovamente alla strofa. Una delle immagini più geniali e suggestive evocate dal binomio testo-musica, è sicuramente quella di Rosemary, la protagonista femminile del breve epitaffio musicato, che si augura che i vermi siano delicati nell'insinuarsi e divorare il corpo di colui che è trapassato a miglior vita. “Black Shapes Of Doom” intriga fin dal primo istante, specialmente grazie alle chitarre brillanti, ma inacidite da un sound bestiale: è un pezzo accattivante, in cui la voce, maestosa, fa da padrona. Il ritmo si velocizza al presentarsi dell'assolo, per poi tornare sui propri passi densi ed energici: è un brano che parla di un'oscurità interiore, di corvi, solitudine, un testo molto blues dal punto di vista contenutistico, e quel mantra, “Black shapes of doom”, rimane impigliato in una ragnatela mentale fatta di sei corde e di una bella voce energica e sporcata. Il riff di apertura di “Heaven On My Mind” è un serpeggiare incupito e arrabbiato, che porta a un mare di introspezione calmo ma livido proprio della strofa, ben tirata e inebriante. È un brano che porta con sé una specie di dolore inquieto, ma che dà altresì la speranza a tutti di trovare il proprio paradiso: “Heaven is there for all to find”. Dopo il bridge e i due assoli, il brano cambia faccia, divenendo di un seducente color fegato striato di color whisky: una nota southern fa capolino a rendere il tutto più intrigante, calmo, ma al contempo mesto e rassegnato. Il paesaggio desertico, caldo e affannoso dipinto dalla musica, viene sconvolto dalla bufera di rabbia iniziale: il brano torna sui propri passi, lanciando fulmini acuti e lasciando libera una tempesta ritmica e vigorosa alla quale pone fine l'ultima frase, “Heaven is there for all us to find”, carica di buoni auspici, speranza e remissione. Si intitola “E.N.D” ma sta per “Eternal Narcotic Depression”, ed è una bomba pronta a esplodere: una reazione vitale, rabbiosa e pronta a mordere una depressione distruttiva e corrosiva. La prima strofa del pezzo è una scazzottata forte e verace, ricca di stacchi ritmici ansanti e convulsivi, che va a contrastare con la seconda: più morbida, miserabile ed emozionalmente esaustiva, è terreno fertile per gridare il proprio dolore, per riconoscere il bivio che porta al un inizio o a una fine. Un bel tocco di cowbell ed ecco tornare la voglia di reagire, ben scandita dal solo di chitarra vertiginoso e spedito appena prima dell'ultimo ritornello: la fine. Conclude questo maestoso lavoro “All Is Forgiven”, dalle sonorità fin da subito fluide, accoglienti e coinvolgenti. È un brano che sa di conclusione, sensazione accentuata in particolar modo a metà dello stesso, quando tutto cambia: un cielo incupito dalle nubi che libera la pioggia, lasciandola cadere per inondare una palude già intristita e devastata da una delusione, da un dolore. Ma ecco che quando tutto sembra perduto e allagato, fa di nuovo capolino quell'energia iniziale, per dire che tutto è passato con lo scorrere del tempo, tutto è perdonato e dimenticato.



Ascoltare questo lavoro e pensare a quanto siano stati sottovalutati i Trouble nella storia del rock, fa ribollire il sangue: questo è un album talmente coinvolgente ed entusiasmante, da rendere impossibile credere che siano relativamente in pochi ad averlo apprezzato e ad apprezzarlo, quando dovrebbe e potrebbe essere un tassello fondamentale nell'esperienza musicale di ogni appassionato del genere. “Trouble” è un album pieno di problemi evocati e a tratti esorcizzati, che finisce per diventare una sorta di psicoanalisi, con la musica a fare le veci dello psicologo, dello psicanalista, dell'elettroshock e del manicomio. È una prigione introspettiva fatta di vetro, all'interno della quale tutti possono vedere, dove tutti possono entrare, ma dalla quale si fatica a uscire, vuoi per il suo richiamo incessante ad alcolici da veri omaccioni, vuoi per il suo essere così accattivante, misteriosa e bella, in definitiva. È un album romantico da questo punto di vista, che fa venir voglia di fumare, cantare e lasciare che la musica svolga il proprio compito: evocare emozioni che difficilmente, altrimenti, potrebbero essere liberate con così tanta facilità e fluidità. È un album per tutti, ma che in troppi pochi hanno saputo apprezzare: tutti noi ci lamentiamo per la qualità della musica di oggi, proprio per questo tutti noi dovremmo ascoltare “Trouble” e i Trouble in generale, perché non solo hanno gli attributi e ci sanno fare, sono anche degli ottimi compagni musicali in tutte quelle occasioni di cupezza improvvisa, di sbornia e “dopo sbornia”, che tutti dovrebbero e vorrebbero avere.


1) At The End Of My Daze
2) The Wolf
3) 
Psychotic Reaction
4) A Sinner’s Fame
5) The Misery Shows (Act II)
6) R.I.P.
7) Black Shapes Of Doom
8) Heaven On My Mind
9) E.N.D.
10) All Is Forgiven

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