TROUBLE

"The Skull"

1985 - Metal Blade Records

A CURA DI
MICHELE MET ALLUIGI
01/08/2013
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Recensione

Volenti o nolenti tutti noi metalheads dobbiamo riconoscere l'importanza delle band che hanno scritto pagine fondamentali dell'heavy metal negli anni ottanta, più precisamente nel 1985 nel caso di questo disco, ed inchinarci ad esse. I lavori risalenti a quel periodo, per quanto possano nel 2013 apparire grezzi e minimali sul piano della produzione in studio, nascondono sempre il loro fascino e si collocano senza alcun dubbio alla base del metallo che ascoltiamo oggi.



I Trouble possono tranquillamente essere considerati i pionieri del doom metal insieme ai Candlemass ed ai Saint Vitus; pur restando inevitabilmente fedeli al verbo dei Black Sabbath essi hanno infatti contribuito alla creazione del ramo più esoterico e maligno del metal, sviluppando ed arricchendo maggiormente ciò che creò la band di Birmigham. “The Skull” è il secondo album della loro discografia ed è considerato, insieme al debutto “Psalm 9” (originariamente omonimo), il loro miglior lavoro.

Il disco si apre con “Pray For The Dead”, l'introduzione è in fade-in ed il riff  che la costituisce sparge nell'aria un'ombra sulfurea che fa trasudare le nostre casse di malvagità. Dopo un inciso caratterizzato da un fraseggio eseguito dalle chitarre armonizzate la canzone inizia a svilupparsi: un quattro quarti lento e cadenzato che sorregge un riff di chitarra dal gusto tipicamente doom, genuinamente influenzato dalla scuola sabbathiana. L'inizio del testo ci presenta immediatamente l'inesorabilità del nostro destino ("The one you love is dead” trad.“Colui che ami è morto” ), per poi lasciarsi andare in una cinica riflessione sull'inevitabilità della morte. La voce di Eric Wagner è solenne e ricca di pathos nel recitare questa trenodia, il chorus invocante le preghiere per il defunto  viene sviluppato come un lamento straziante che si diffonde fra le file di un cimitero dimenticato. Un pezzo tecnicamente semplice ma pienamente efficace, già con questa prima traccia i Trouble definiscono i criteri fondamentali del doom metal: pesantezza, marzialità e spiritualità delle liriche; una piccola summa per chi voglia comprendere da un solo brano tutta l'efficacia di questo filone.



Parte la successiva “Fear No Evil”: una breve introduzione lascia poi spazio ad un brano decisamente più heavy metal oriented,  strutturato su un tempo incalzante ed una voce in falsetto che richiama alla lontana Rob Halford, che all'epoca era intento a forgiare successi come “Defenders Of The Faith” e “Turbo” con i suoi Judas Priest. 



I riff di chitarra sono dinamici e taglienti ed il basso, lineare e corposo, crea insieme alla batteria un sostegno ritmico solido ed ideale per l'head banging. In questo brano viene personificato il male: dall'oscurità si scorge in lontananza un uomo avvolto da un mantello nero; egli è colui che è caduto dal cielo, è il male in persona eppure egli non va temuto, anche se avanza verso di noi, perchè sopraggiungerà la divina salvezza. Un brano sontuoso sia strumentalmente che vocalmente parlando, una nuova rappresentazione per la metafora biblica della cacciata di Lucifero che si tinge qui del colore del metallo.



Si passa a “The Wish”, l'atmosfera è quella di una ballad: una delicata partitura di tastiere in accordi pieni accompagna un arpeggio di chitarra acustica, con la voce che enuncia la prima porzione di testo, già ricca di nichilismo: (trad.“ Vivendo in un mondo di degrado, odio parte della vita, se questo è ciò per cui viviamo preferirei morire” ); mentre la prima porzione viene eseguita da Wagner con voce intonata e melodica l'ultima parola “die” viene pronunciata sulla pausa strumentale con voce grave e rassegnata, quasi a voler raffigurare la caduta di tutte le illusioni della vita.

Inizia quindi un'inesorabile marcia doom; la batteria pesta letteralmente sui quarti mentre la chitarra sfodera delle secchissime ritmiche in palm mute interrotte solo da note lunghe tenute in bending; la fede riscontrata nei testi precedenti sembra qui subire un declino: viene rivolta a Dio una preghiera, ma essa viola ogni principio religioso poiché lo sfortunato protagonista chiede straziato che venga appagato il suo desiderio di morire. La lentezza del pezzo è la sua stessa carta vincente: la marzialità esecutiva rende infatti ogni accento, su rullante, piatto o cassa che sia, una vera e propria martellata; la strumentalità è fondamentale per raffigurare idealmente la classica “hand of doom” intenta a battere sulla Terra l'inevitabile scorrere del tempo. Di questo brano è soprattutto l'intensità lirica a colpire: il testo si sviluppa come un monologo simile al leopardiano Bruto Minore; dove il protagonista racconta il suo malessere spirituale e motiva il suo desiderio di porre fine alla sua vita.



Siamo di fronte ad una seminale perla di connubio fra heavy metal e teatralità, sodalizio questo che verrà portato in auge da artisti come Alice Cooper e King Diamond.



Si preme nuovamente il piede sull'acceleratore con “The Truth Is What Is”; il tempo passa dalla cadenza del brano precedente ad una cavalcata in stile maideniano, che viene a poco a poco snodata nel ritornello; vi è un'ulteriore novità in questa canzone: a 02:17 prende forma un vero e proprio brano nel brano, un inciso decisamente blues, ricco di groove e dinamismo conferito anche grazie ai numerosi stop and go; una parentesi un po' differente in un songwriting già ricco e variegato ma che comunque risulta piacevole e molto fruibile per l'ascolto. A 03:25 si ritorna sulla carreggiata dell'heavy metal, riparte infatti un riff secco e diretto che spinge di nuovo il ritmo complessivo verso la velocità, restando collegato alla parte precedente mediante i fraseggi incisi di chitarra. In questa composizione tripartita i Trouble mostrano tutta la loro poliedricità, dividendo il brano in tre strutture diverse a livello compositivo ma ben architettate ed amalgamate fra loro, sulle quali si distende un testo improntato sul desiderio di indipendenza e di affermazione ed al disagio che esso comporta in età adolescenziale; parole più conformi all'immagine “ribelle” del metal ma certamente non scontate o banali.



La seguente “Wickedness Of Man” si presenta come un nuovo capitolo doom al 100% sullo stile di “Pray For The Dead”; il pezzo parte subito dinamico, con una batteria trascinante e potente che accompagna le mitragliate ritmiche delle chitarre, nelle quali si alternano parti serrate ed intermezzi più aperti dove la creatività chitarristica di Rick Wartell e Bruce Franklin ci regala delle vere e proprie guitar battles all'ultimo assolo. Si parla della malvagità dell'uomo, è indispensabile quindi un sound maligno, che viene ricreato mediante l'espediente del bending sulle note, elemento con il quale Tony Iommi,  nella sua “Black Sabbath”, ha fatto scuola a diverse generazioni di chitarristi doom. Ritorna qui la “cristianità” delle liriche, guerra e peccato non prenderanno mai il sopravvento poichè saranno surclassate dalla pace e dall'amore, l'uomo malvagio non potrà mai restare tale quindi, ma dovrà trovare la pace della mente e l'amore dell'umanità (tali tematiche nei testi fecero guadagnare ai Trouble la definizione di “white metal”, le loro tematiche sono nettamente contrastanti con quelle del black metal”).

Un crescendo in quattro quarti crea le basi per l'inizio di “Gideon”, brano nuovamente improntato sui canoni dell'heavy metal più puro e genuino, le cui tematiche si ributtano sull'invincibilità della fede metal con un pizzico di atmosfera epico-sacrale; a tal proposito è emblematica la frase finale ("The spirit of Gideon lives in the hearts of any determinated band that refuses to be discouraged by hopeless odds and fights on to victory by the sword of the lord and of Gideon” trad.“ Lo spirito di Gideon vive nei cuori dei membri di ogni band determinata che non si fa scoraggiare dalla mancanza di speranza e combatte per la vittoria con la spada di Dio e di Gideon” ).



Il ritmo è lineare e coinvolgente, le chitarre sono potenti e taglienti quanto lame di rasoio, questa è la canzone dove maggiormente si sente la somiglianza con i Judas Priest e, per quanto riguarda il testo, ai Manowar. Riprende il crescendo con la cassa a tenere il tempo sui quarti, un momento ideale per far esaltare il pubblico durante le esibizioni, i Trouble mettono nuovamente in mostra la loro attitudine metallica regalandoci un pezzo diretto e veloce; siamo nel 1985 e la produzione è quella dell'epoca ma a differenza delle produzioni moderne, dove il digitale ha una parte non da poco, quello che traspare da questo disco è la potenza del gruppo allo stato puro. La voce di Wagner nelle parentesi più heavy si sporca un po', rendendo il suo falsetto più crudo e sfacciato, per farsi invece solenne e ritualistica nei brani più atmosferici. Decisamente uno dei brani migliori del disco.

L'album si conclude con la titletrack “ The Skull”, aperta nuovamente da un pregevole arpeggio di chitarra acustica. Un vero e proprio rituale magico viene raccontato attraverso la voce calda e profonda di Wagner; l'atmosfera è pregna di esoterismo e malvagità, le chitarre sfoderano note piene e corpose ed in poco tempo i Trouble ci offrono un altra porzione di doom infernale.“Padre perdonali perchè non sanno quello che fanno" si dice con una solennità a dir poco monumentale dato che gli uomini hanno perso la loro fede. Il rituale si compie ed il pezzo cresce, il ritmo si fa sempre più incalzante e la velocità aumenta a mano a mano che che si implora la benevolenza di Cristo. Sono le sei corde ad avere il ruolo da protagoniste, nella conclusione esse ci regalano un affascinante fraseggio armonizzato che accompagna il finale del disco, il quale, eseguito in maniera netta, lascia la suspence non svelando se il rituale per ottenere la grazia sia stato proficuo o meno. 



Anche se i Trouble sono rimasti una band “di nicchia” del panorama degli eighties questo disco ci consente di apprezzare al massimo il loro potenziale; in queste sette tracce c'è tutto: pesantezza e sacralità del doom metal, varietà compositiva legata ancora al rock blues degli anni settanta e moltissima energia heavy metal; un heavy metal ancora grezzo e seminale certamente ma grazie al quale la band statunitense getta le basi per quelli che saranno i gruppi a venire. Se siete amanti del metallo vintage “The Skull” fa sicuramente al caso vostro, se invece siete dei nuovi adepti del genere e vi siete avvicinati ad esso solo con lavori recenti ascoltatevi questo disco e godetevi un viaggio nella storia del doom.


1) Pray For The Dead
2) Fear No Evil
3) The Wish 
4) The Truth Is What Is
5) Wickedness Of Man
6) Gideon 
7) The Skull 

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