Trouble

Plastic Green Head

1995 - Bullet Proof Records

A CURA DI
ROBERTA D'ORSI
22/08/2013
TEMPO DI LETTURA:
7

Recensione

Raggiungere un primato per molti è motivo di orgoglio e vanto, altri non sanno nemmeno di essere il punto d'origine di qualcosa che durerà nel tempo ed altri ancora si vedono scippata una paternità per tempistiche o livello di fama superiore alla propria. Nel caso del doom metal, tra i capostipiti del genere ci sono i Trouble, che nel 1979, forti comunque di un'influenza heavy presa dalle due grandi band inglesi dei Sabbath e dei Priest, con la commistione del sound psichedelico prettamente anni '70, hanno appunto dato vita a quello che è il doom metal. Il suono dei trouble ha quelle cadenze melodiche e scandite, ma intrise di energia e quell'energia non manca in brani in cui la potenza del metal aleggia tutt'intorno senza limiti, in particolare nella prima parte di carriera e già negli ultimi due anni, prima dell'abbandono del cantante e fondatore dei Trouble, Eric Wagner si nota un cambiamento delle atmosfere. Il calo di tono di quegli album non ne fanno però dei prodotti scadenti, tutt'altro, sono piuttosto la sottolineatura di una band nel voler sperimentare nuove tematiche sonore, in cui l'alone della psichedelia e dello stoner, vedono la luce. "Plastic Green Head" è il penultimo lavoro prima dell'abbandono di Wagner e quello stile stoner di cui parlavo poc'anzi, è ben messo in risalto con l'andare dell'ascolto delle tracce; cosa mi piace di questo lavoro dei Trouble? Innanzitutto partiamo col dire che la timbrica di Wagner ha il suo indiscutibile fascino e che si presta sempre benissimo ai contesti in cui si cimenta, ricordandomi in molti frangenti la malinconica disperazione di un'interpretazione Morrisiana, così come anche alcuni mood melodici presenti nel disco dei Trouble ricordano i The Doors. Strizzate d'occhi di stampo acid profumano gli accordi provenienti dalle chitarre di Bruce Franklin e Rick Wartell, mentre la batteria di Jeff Olson, che ritorna nel gruppo dopo due album di assenza, risulta un po' più spenta rispetto alle sue performance dei primi lavori. All'epoca di "Plastic Green Head" la formazione era composta da Eric Wagner alla voce, Jeff Olson alle pelli, Ron Holzner al basso ed alle chitarre Bruce Franklin e Rick Wartell. Prodotto dalla Bullet Proof Records, l'album contiene undici tracce per la durata di 46 min e 52 sec. Le visionarie danze melodiche si aprono con la title track dell'album, le teste di plastica verde a cui si riferiscono le liriche, sono quelle dei soldati. Gli amici immaginari nei quali rivolgere tutta l'amarezza per un probabile lutto subito a causa della guerra, o la sensazione che a parlare sia un reduce della guerra in Vietnam, sono lo specchio che riflette l'angoscia della solitudine e della rabbia. Tutto il sapore del rock vecchio stampo viene messo in risalto già dalle prime note, i riff fanno subito presa e nella loro semplice concezione, mantengono solido tutto l'organico. Le chitarre non lesinano una presenza incisiva, coinvolgendo nelle parti strumentali tanto quanto la traccia riesce con la voce di Wagner. "The Eye" è l'emblematico titolo della seconda traccia, in cui gli occhi ciechi del protagonista immaginano come sia la vita, il flusso che attraversa la mente altro non è che l'uso di sostanze stupefacenti, che consentono un viaggio con la mente e la fantasia, stringendo un legame profondo tra realtà e irrealtà. Il songwriting ha la classica struttura strofa ritornello - strofa ritornello, col classico andamento blando; molte le distorsioni alle corde in particolare nel finale. "Flowers" racconta la passata felicità del protagonista accanto ad una persona che ora non c'è più. La similitudine con i fiori, i quali sorridono al sole è la rappresentazione di come faceva lui tempo addietro, ma ora anche le stelle sono sparite dal suo cielo e niente tornerà più come prima. La parte iniziale del brano compie una leggera escalation interpretativa e d'esecuzione degli strumenti, per poi culminare nel refrain con foga e con tutta la carica della graffiata voce di Wagner. Da sottolineare l'effervescente assolo che accompagna in sottofondo il vocalist verso il termine. "Porpoise Song" è una cover di un successo del famoso gruppo anni '60 i The Monkees; nella traccia si parla del "delfinare" ovvero l'andamento motorio dei delfini sott'acqua. Il protagonista racconta di sentire voci, vedere volti, di udire il suono martellante del suo orologio in cielo, di poter cavalcare giraffe e tutto mentre i simpatici delfini se la ridono. L'uso abbondante di droga porta il protagonista a non saper più distinguere la fantasia dalla realtà. L'originale traccia dei The Monkees è una classica semi ballad pop - rock, i Trouble hanno mantenuto la linea melodica non discostandosi quasi per nulla dal songwriting, e l'hanno adattata al loro stile psichedelic/doom rendendola "moderna" e più fluida all'ascolto rispetto al brano originale, a mio avviso un po' insipido. Sezione ritmica e chitarre con la loro immancabile distorsione accentuata, impreziosiscono questa cover ricreandone una nuova veste del tutto accattivante. Il tema delle droghe continua anche in "Opium - Eater" in cui un mangiatore d'oppio reclama aiuto, forse dopo un abuso della sostanza, in bilico tra realtà e visioni esasperate. La concezione ritmica del pezzo è improntato su una scia a cavallo tra hard rock puro e heavy metal, suono pulito e lineare, non ci sono particolari orpelli esecutivi, la sezione ritmica funge da accompagnamento per le chitarre, le quali nei soli sanno sempre e comunque il fatto loro. Nonostante la sua semplicità Opium- Eater è una delle tracce che più incontrano i miei gusti, così come la seguente "Hear The Heart" che parla di una ritrovata ispirazione di un uomo, grazie al suo rapporto con la natura. Fiore all'occhiello della parte strumentale sono sicuramente Franklin e Wartel, con le loro corde sempre ispirate e magnetiche nelle loro esecuzioni. Non da meno la voce di Wagner quando assume quei connotati striduli e graffiati, perfettamente amalgamato al contesto. Ogni riff attira consenso, inutile negare l'efficacia che produce questo brano come il precedente, con una batteria decisamente più viva ed incisiva. In "Another Day" il protagonista sa che sta per morire e vorrebbe un giorno in più da vivere accanto alla donna amata, ma al tempo stesso cerca di rincuorarla dicendole di vivere serenamente la sua vita, ricordando i momenti passati insieme e che le loro anime si ritroveranno in cielo. Una profonda ed emozionante dichiarazione d'amore e di speranza a suon di note taglienti, in contrasto con la dolcezza delle parole proferite, ma proprio per questo ancor più d'impatto. La performance non è eccelsa, la struttura della traccia non decolla del tutto, se non per pochi passaggi che equivalgono ai soli ed ai lunghi bridge. Le riflessioni sulla vita continuano nelle canzoni dei Trouble ed in "Requiem" il protagonista si chiede perché nonostante cerchi nelle sue memorie ricordi felici, un senso di tristezza che lo ha pervaso non riesce ad andare via. Sentendosi solo e spento, per celebrare questa malinconia inneggia metaforicamente il canto della morte. Già le prime note infondono il senso di melanconia provata dal protagonista; dalla parte strumentale a quelle vocale, si respira un misto di disperazione e rassegnazione. Lo stesso Wagner assume nella sua vocalità un tono pacato e quasi sospirato, tanto nella strofa quanto nel ritornello. La ballad mantiene il suo ritmo lento per tutta la durata ed i frangenti alle corde sono quei lampi che squarciano la calma serenità di un limpido cielo. Si cambia registro con "Below Me" sia dal punto di vista musicale che da quello significativo. Il testo infatti è una sorta di ribellione al pensiero politico/sociale/religioso di chi non crede più in questi valori, ma conta solo su se stesso. Molto rock n roll questa traccia assolutamente travolgente, perfetta colonna sonora per le liriche citate; la sezione ritmica si colloca sotto una luce diversa e finalmente la sentiamo spiccare, un po' tardi considerato che l'album sta volgendo al termine, ma come si suol dire "meglio tardi che mai". Le chitarre impazzano, si incattiviscono, fendono l'aria come una lama tagliente e Wagner caccia fuori tutto il magnetico fascino vocale di cui è dotato. A metà canzone quel riff tanto ma tanto simile a quello che ha reso Back in Black degli Ac/Dc uno dei loro cavalli di battaglia, mi fa sorridere ed al contempo mi convince di quanto sia efficace nello smorzare l'atmosfera concitata per quel breve ma ponderato spazio. Giusto una manciata di secondi e l'adrenalina ricomincia a scorrere negli strumenti dei Trouble, che dire.. gran bel pezzo! Il tema della morte riprende in "Long Shadows Fall" in cui un uomo avvicinandosi alla sua fine, vive gli ultimi momenti con mente allucinata. Sembra che i Trouble abbiano concentrato il meglio di questo album per un finale coi fiocchi, poiché anche questo brano è un concentrato di pura energia e poi la voce di Wagner quando graffia in quel modo è una goduria incredibile. Come nella precedente canzone, i musicisti sembrano posseduti da uno spiritello audace che li porta ad un'esecuzione al fulmicotone, impossibile rimanere anche solo minimamente indifferenti a queste note. E qua Olson alle pelli mi inebria decisamente, la sua performance è quella che preferisco nel brano ed è quella che le conferisce la giusta enfasi. Il pezzo che mette la parola fine all'album dei Trouble è una cover dei Beatles "Tomorrow Never Knows" nella quale si fa riferimento all'LSD sostanza da assumere per poter avere una percezione allucinogena correlata con la morte. Questa teoria è scritta nel libro "The Psychedelic Experience" (che a sua volta è ispirato dal libro tibetano sui morti) letto da John Lennon il quale decise di provare l'LSD e seguire le indicazioni date dal libro. Oltre alle liriche anche la canzone è un esperimento di musica psichedelica compiuto dai Beatles e ben riuscito aggiungerei. I Trouble omaggiano i quattro musicisti di Liverpool con questa cover in cui si parla di droghe e che a quanto pare sia, per le liriche trattate dal gruppo nelle tracce di questo Plastic Green Head, del tutto azzeccata al contesto! L'intro del brano sembra essere una prova studio, con vocalizzi, accordature degli strumenti e risatine, poi la musica vera prende il via e riconosciamo le note della canzone dei Beatles con le distorsioni tanto care ai Trouble, per ricreare l'effetto psichedelico ma senza una copiosa riproduzione. Questa riedizione mi piace, la struttura melodica subisce una mutazione caratterizzante, ma non stravolge del tutto l'originale. In bilico tra mood vitale ed andamento ipnotico, gli strumenti ondeggiano sulle note nel vero senso della parola e l'atmosfera magnetica creata è un guizzo si psichedelico, ma decisamente rock! Plastic Green Head è un discreto lavoro nella discografia dei Trouble, gruppo che ha dato tanto al mondo metal ed alle bands di ieri e di oggi.


1) Plastic Green Head
2) The Eye
3) Flowers 
4) Porpoise Song  
(Monkees cover)
5) Opium-Eater 
6) Hear the Earth 
7) Another Day 
8) Requiem
9) Below Me 
10) Long Shadows Fall 
11) Tomorrow Never Knows

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