TROLLFEST

Villanden

2009 - Twilight Vertrieb

A CURA DI
FRANCESCO PASSANISI
02/10/2012
TEMPO DI LETTURA:
6,5

Recensione

Prendete i Tankard, narratori delle qualità di ogni tipo di alcolico e di sbronze colossali, fondeteli con l'Humppa e i troll dei FinnTroll, aggiungetegli un po' della sana festosità dei Korpiklaani e rotolateli lungo tutta la penisola balcanica ad assorbire le più svariate influenze musicali, prendete il risultato e iniettategli ettolitri di pura follia e lasciateli a riposare, possibilmente tra le 4 mura imbottite della stanza d'isolamento di un manicomio. Avete così ottenuto i TrollfesT, adesso mettegli in mano gli strumenti tipici del metal ma senza dimenticarvi di aggiungergli un banjo, un accordion e un violino e avrete così "Villanden", terza fatica di questo folle sestetto "True Norwegian Balkan Metal". Fin dalla loro nascita nel 2003, i TrollfesT ci hanno raccontato assurde storie di Troll alla ricerca della birra perfetta, banchetti con mostri marini, esseri umani che si ubriacano ai festini dei troll per poi venire mangiati dagli stessi organizzatori, preti cristiani cucinati su un barbeque e follie simili, tutte raccontate in "TrollSpråk", un incrocio di Norvegese e Tedesco dove la grammatica è letteralmente esiliata fuori da queste feste alcoliche musicate dai 6 folli norvegesi.

L'album prende il via con "Wo bin ich jetz Aufgewacht?" che tradotto significa proprio "Dove cazzo mi sono appena svegliato?", strumentale dove melodie balcaniche e melodie orientali si incrociano con una certa frenesia di fondo aprendo la strada a "Der JegerMeister", "Il Signore della caccia", il primo dei tanti giochi di parole e doppi sensi che troveremo tra i titoli dell'album, qui giocato tra la storia del testo (che narra di un cacciatore tanto bravo quanto avvinazzato che si inoltra nella foresta a caccia di troll) e il famoso amaro tedesco spesso protagonista della tipica scena "Ma si, un bicchierino per digerire questa sostanziosa cena innaffiata con vino e birra non mi farà di certo male", dandoti quella mazzata finale che ti fa svegliare il giorno dopo con la testa che sembra uscita dalla grancassa di George Kollias dopo un concerto di 9 ore dei Nile. Musicalmente, i TrollfesT mostrano il taglio netto con la tradizione folk metal scandinava, abbandonano le strutture quadrate della Polka tanto care a Finntroll e Korpiklaani per dedicarsi alla più pura follia ritmico-musicale che si possa sentire. Raddopiano, dimezzano, partono in battere, virano verso il levare, un 12/8 lascia repentinamente il campo ad un terzinato del quale non riesco nemmeno a comprendere il metro, velocizzano il tempo e lo rallentano subito dopo rendendomi difficile trovare un andamento che si ripeta per più di 10-20 battute consecutive. Insomma, saranno matti come cavalli, ma qui si sfiorano le composizioni progressive più complesse. Per "deformazione professionale", mi metto 5 secondi nei panni di un ipotetico turnista chiamato a suonare con questa band e beh, mi accorgo che mi servirebbe almeno un mese e ben più di 3-4 prove con la band per abituarmi ed imparare a dovere una tale frenesia musicale. Arriviamo ad "Uraltes Elemente", "Elementi antichi", introdotta da un bell'incrocio di metal e musica balcanica dove i powerchord della chitarra pesantemente distorta di John "Mr. Seidel" Espen Sagstad si fondono al banjo di Øyvind Manskow per aprire la strada allo screaming di Jostein "Trollmannen" che continua a raccontare le sue storie assurde in TrollSpråk. Sono purtroppo le vocals ad essere uno dei punti deboli del disco. Lo screaming di Trollmannen è fin troppo sgraziato cosa che, sebbene sia abbastanza adatta a sottolineare la follia che impera nella musica di questi norvegesi, risulta fin troppo disturbante sulla lunga distanza facendomi preferire le brevi sezioni e le sovrincisioni dove si esibisce in un buon growl molto gutturale. Il brano continua con la sua folle fusione di melodie jugoslave con altre più vicine al metal con una struttura che mette in mostra l'ottima prova di Eirik "Trollbank" Renton, ottimo batterista che riesce a fare da collante tra due mondi così differenti con pattern che sottolineano perfettamente la potenza del metal ma anche la dinamicità ritmica della musica tradizionale della penisola balcanica mentre un'ottima sezione di fiati richiama alla mente quelle magiche melodie che si possono sentire negli accampamenti degli zingari durante le serate passate alla luce del fuoco. Mentre "Uraltes Elemente" ci saluta con dei colpi di tosse, raggiungiamo uno dei punti massimi della follia dei TrollFesT con un pezzo il cui ritornello è costituito dallo starnazzare di un'anatra. "Villanden" significa infatti "Anatra Selvatica" ed ecco che i sei norvegesi tornano a raccontarci di Brakelbein, il capo troll protagonista dell'omonimo album che ci racconta dello stagno nel mezzo della sua foresta dove vive una colonia di anatre capeggiata da un'anatra dalle sembianze suine in mezzo alla quale vive anche la protagonista del pezzo e della copertina del disco. Musicalmente chitarre, basso e batteria riprendono parzialmente il black metal che aveva segnato gli esordi della band mentre banjo, accordion e fiati continuano nella rimembranza delle melodie balcaniche dandoci il perfetto esempio di "True Norwegian Balkan Metal", simpatico gioco di parole che si poggia sulla lievissima assonanza tra le parole "Black" e "Balkan". Dopo un esilarante dialogo tra 4 personaggi è la volta di "Per, Pål og Brakebeins Abenteuer", traducibile con "Pietro, Paolo e le avventure di Gambacorta" o "Pietro, Paolo e le avventure di Brakebein", una brevissima "Ballad" per accordion, chitarra e voce che sembra uscire direttamente da un'osteria e il cui testo ci narra, con la solita demenzialità, di due umani che passano una serata attorno al falò in compagnia di un barile di birra e di Brakebein annoiandolo con la musica della loro arpa... Il finale della vicenda lo potrete immaginare benissimo conoscendo i gusti culinari del nostro anti-eroe Brakebein. Purtroppo il pezzo mostra nuovamente le lacune nelle vocals del simpatico Trollmannen. Mancando la forza delle chitarre e della batteria metal che miglioravano un po' la resa musicale delle linee vocali, lo screaming del cantante norvegese appare quanto mai sguaiato e poco ispirato, fermo restando che sottolinei perfettamente il "mood alcolico" dell'album, non si può certo basare completamente uno "strumento" sulla sguaiatezza tipica degli ubriachi.

L'album continua con "Der Uhr ist Skandaløst Schändlich", "Lo scandaloso Orologio", che si apre nuovamente con un incrocio tra accordion e fiati balcanici e chitarre metal che, prima che inizi ad annoiare, si sposta verso una melodia ancora più esotica richiamando la musica mediorientale con una bella linea di banjo e una chitarra che armonizza una melodia basata sulla scala lidia. Arriviamo così a "God Fart" che, se conoscete l'inglese, avrete già tradotto con un irriverente "Dio Scorreggia", mentre in realtà questo è l'ennesimo e geniale gioco di parole presentato dai TrollfesT. In Norvegese "God Fart" significa "Una buona velocità" ed infatti le lyrics parlano proprio della proverbiale velocità dei Troll nell'assaltare e radere al suolo le chiese del villaggio vicino alla loro foresta e del divertimento che ne ricavavano. Musicalmente il pezzo tiene fede ad entrambi le chiavi di lettura del suo titolo essendo uno dei più brevi e veloci del lotto ed essendo irriverentemente condito da slide sulla chitarra elettrica e da fiati che suonano esattamente come pernacchie (o come peti). "Festival" è un pezzo concepito apposta per i live, da gustare possibilmente proprio in uno dei tanti festival metal come il Wacken o il Summerbreeze magari dopo essersi bevuti 5-6 birre ed essersi buttati nel mezzo del moshpit. Le melodie veloci ed ariose, il sostenuto accompagnamento metal di batteria, basso, chitarre e voce lo rendono un pezzo che scivola dentro le orecchie (possibilmente fluidificato dall'alcool) raggiungendo il cervello e facendoci venire voglia di festeggiare, ballare e pogare su queste melodie da festa. "En ny Erfaring" riprende la struttura di "Per, Pål og Brakebeins Abenteuer" con un pezzo per chitarra, accordion e voce con metrica in 3/4 che sembra uscire da una sagra di paese con tanto di coro che la rende una vera e propria canzone da osteria da cantare seduti al proprio tavolo alzando un boccale colmo di birra. Saranno gli strascichi dell'atmosfera festosa di "Festival" o l'irresistibile ritmo da osteria di accordion e chitarra, ma almeno questa volta lo sguaiato screaming di Trollmannen colpisce nel segno dandoci l'impressione di essere proprio in un'osteria in compagnia di un amico ubriachissimo che cerca di seguire il coro con risultati non proprio alla Bruce Dickinson. Con "Trinkenvisen" ci troviamo di fronte ad un vero e proprio inno alla birra e all'ubriachezza con l'intro che ricorda quasi una versione appesantita del Thrash dei Tankard per poi evolversi verso un pezzo che unisce le influenze prog di "Der jegermeister" con l'atmosfera festosa di "Festival" mentre Banjo, fiati ed Accordion uniscono in una cacofonia sonora influenze provenienti dai balcani e dal medioriente. La sezione ritmica ancora una volta cambia spessissimo metro e tempo e questo, come succede anche a gruppi dai cambi di tempo ben più canonici come Dream Theater e Meshuggah, rischia di appesantire un po' troppo un ascolto più attento alla musica e meno all'atmosfera di festosa follia che permea l'album. Sulla stessa scia "progressive" prosegue "Die Kirche undt der Mache", "La chiesa e la realizzazione", dove il tema lirico si fa leggermente più serio (ma non troppo) con una denuncia sulle tante colpe della Chiesa, soprattutto con le sue retrograde posizioni sui contraccettivi chiudendo l'album con una breve suite progressive che alterna accelerazioni black metal a rallentamenti che riprendono la musica popolare balcanica sospinta da ottimi cori che sembrano uscire proprio da un accampento gitano e un finale che sembra uscito dalla colonna sonora di un film incentrato sullo stile di vita delle popolazioni nomadi dell'est europa.

Dare un voto a quest'album è molto difficile. Da una parte sono i TrollfesT stessi ad urlare "Non prendeteci troppo sul serio, siamo solo una band di musicisti (e che musicisti! Ndr) ubriaconi che vogliono solo fare festa e casino bevendo fino al coma etilico" ma dall'altra viene da chiedersi se si possa basare un album che comunque rientra nel grande calderone del genere metal, che attualmente compete solo con il Jazz e la classica come profondità delle composizioni e abilità dei musicisti che la suonano, solo come sottofondo per una festosa bevuta da sagra di paese o da festival metal. Fermo restando la stima assoluta per i musicisti che compongono i TrollfesT (che mi hanno messo una grande curiosità nel vederli live anche solo per giudicare quanto di musicalmente buono c'è in questo album, con quei cambi di tempo derivati da classica e prog), la loro attitudine fin troppo demenziale e "caciarona" copre un po' troppo la sostanza musicale che forse solo i musicisti sapranno cogliere dopo svariati ascolti. Saranno perfetti da ascoltare in un festival, tra ettolitri di birra e voglia di fare casino, ma su disco rendono solo parzialmente.



Nota: Mi scuso con il lettore per eventuali errori nella traduzione e nella comprensione di titoli e testi delle canzoni ma purtroppo il miscuglio tra tedesco e norvegese e la quasi totale assenza di regole grammaticali ha messo a dura prova la mia, tralaltro limitata, capacità di comprensione del Norvegese.

Per farvi entrare meglio nell'universo dei TrollFesT vi allego, oltre alle canoniche due canzoni migliori dell'album, anche i due making of dell'album che sottolineano perfetta la simpatica follia dei membri della band.


1) Wo bin ich jetz Aufgewacht?
2) Der JegerMeister 
3) Uraltes Elemente 
4) Villanden 
5) Per, Pål og Brakebeins Abenteuer 
6) Der Uhr ist Skandaløst Schändlich 
7) God Fart 
8) Festival 
9) En Ny Erfaring 
10) Trinkenvisen 
11) Die Kirche undt der Mache 

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