TRIUMPH

Just A Game

1979 - RCA/Attic Records

A CURA DI
CESARE VACCARI
28/04/2012
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Recensione

Anche se raccontata oggi la cosa potrebbe risultare incredibile, alla fine degli anni settanta, per essere informati sulle novità discografiche del nostro genere preferito, ci si affidava soprattutto alla radio. Mezzo che ai nostri giorni è ben lontano dal fornire cultura musicale in senso generale.

Le edicole non erano certo piene di mensili musicali che parlavano di hard rock: fatta eccezione per l'importantissimo, per quanto limitato, "Ciao 2001", che non perdeva occasione per attaccare e criticare il genere, per il patinato "Rockstar" e per "Rockerilla", che però iniziò a parlare in maniera estesa di hard e heavy solo negli anni '80 grazie al grande e indimenticabile Beppe Riva, non esisteva altro.

Esistevano invece "radio libere" nella mia zona che proponevano dell'ottima musica: "Punto Radio" a Zocca (MO), dove i conduttori erano Vasco Rossi, Massimo Riva, Maurizio Solieri e Co., "Radio Queen" nel mio paese dove, a livelli molto più amatoriali ma con grande impegno, trasmettevano un gruppo competente di appassionati di buona musica. Più tardi anche "BBC Bologna", dove migrarono, quando chiuse, molti DJ di "Punto Radio" e dove trasmetteva anche Red Ronnie con il suo "Red Ronnie's Bazar".

Molte sono le band che iniziai ad ascoltare grazie a quelle radio: Styx, AC/DC, Boston, Meat Loaf, Ted Nugent, etc. Tra queste anche i Triumph e in particolare proprio l'album "Just a Game" del 1979.

Il trio di Toronto in questione nasce nel 1975, fondato da Gil Moore (batteria e voce), Mike Levine (basso e tastiere) e Rik Emmett (chitarra e voce); la formazione rimarrà invariata fino al 1988, anno dell'uscita di Rik dalla band, per poi tornare nel 2008 dopo 20 anni di carriera solista. A differenza di tanti altri gruppi, nel caso dei Triumph la line-up viene costruita "a tavolino" in un ufficio manageriale e con già un contratto discografico firmato per la Attic Records canadese. Mai scelta fu più felice, perché in breve tempo la formazione raggiunge un affiatamento straordinario, anche grazie alle indiscutibili qualità compositive e musicali dei tre. L'album d'esordio, "Triumph", ristampato anche con il titolo "In The Beginning", non riceve molta attenzione in Canada. Il giornalista David Farrell però, ne spedisce una copia al deejay Joe Anthony a San Antonio, che impressionato dalla band, aiuta i Triumph a organizzare un mini tour di tre date in Texas: San Antonio, Corpus Christi e Austin. Il successo che i concerti ottengono, porta la RCA ad interessarsi al trio canadese e ad offrirgli un contratto per gli Stati Uniti e in seguito per il resto del mondo, escluso il Canada. Ha inizio un'operazione commerciale che in seguito si ripeterà ogni volta che la band cambierà casa discografica. Ad ogni nuovo contratto, con RCA, MCA, Virgin Records, TRC Records, etc., i Triumph si ritroveranno con l'intero catalogo dei loro album ristampato. Quindi può capitare di imbattersi nello stesso disco prodotto da etichette diverse con, a volte, anche copertine e titoli diversi.

Il secondo long play, "Rock And Roll Machine", esce nel 1977 in Canada e nel 1978 negli U.S.A., dove risulta il loro primo album. Da questo viene tratto il loro primo singolo, la cover di "Rocky Mountain Way" di Joe Walsh (James Gang), oltre a contenere due delle canzoni che per anni hanno fatto parte della scaletta dei loro concerti: "Rock And Roll Machine" e "Blinding Light Show".

Con questi precedenti alle spalle e dopo una serie di concerti che ne consolidano la fama, il trio arriva al terzo album "Just a Game". La formula è la stessa dei loro precedenti long play, cioè hard rock melodico e di classe, caratterizzato sia dalle indiscutibili capacità tecniche dei tre che dalle loro voci, che intrecciano cori raffinati e di grande effetto. Quello che fà la differenza è la maggiore varietà e la capacità di coinvolgimento e l'immediatezza delle composizioni, non completamente ottenuta nelle prove precedenti, che dimostrano la raggiunta maturità della band.

A sottolineare la loro predisposizione per le esibizioni live, l'album inizia con una platea che applaude, e comincia "Movin' On". Il riff di chitarra è di quelli che restano subito stampati nella memoria mentre batteria e basso marcano i quarti all'unisono per rendere più potente l'incedere della canzone. A cantarla è Gil Moore, il batterista, che per tutto l'album si alterna a Rik Emmett alla voce solista. Un batterista cantante non è certo una novità assoluta, neanche nel 1979, ma non è da tutti cantare a questi livelli mentre si eseguono fill da paura e tempi tutt'altro che scontati. La prima cosa evidente è la perfetta coesione dei tre musicisti, assolutamente complementari tra di loro. Ognuno occupa uno spazio ben preciso nell'economia della canzone, senza però mai intaccare l'affiatamento e la forza del gruppo. La prima canzone è certamente piacevole, ma la composizione che permette a "Just A Game" di essere ricordato è la seguente "Lay It On The Line", di cui la band girò anche una sorta di video clip "live". Questa composizione è uno degli esempi meglio riusciti di quelle hard rock semi-ballad che hanno reso famosi i lenti degli Scorpions. Lo sviluppo della canzone è da manuale: intro arpeggiata sorretta da un basso perfetto sulla quale si sovrappone l'assolo pulito di chitarra. In seguito entra la voce, questa volta quella di Rik Emmett, più acuta di quella calda e piena di Moore. Nel ritornello la canzone si trasforma, diventando granitica e potente: la band sfodera gli artigli e in perfetta sincronia perquote gli strumenti rendendo l'atmosfera incandescente. Anche l'assolo, melodico e immediato, è semplicemente perfetto e dimostra il gusto del funambolico Emmett, inserendolo di diritto tra quella generazione di chitarristi per cui le note vengono dal cuore, più che dagli esercizi di tecnica eseguiti in sequenza a velocità della luce... indimenticabile.

Se non amate il blues e pensate che sia tutto uguale e noioso, vi invito a ricredervi ascoltando "Young Enough To Cry". La struttura appartiene certamente a questo genere, ma il modo in cui si sviluppa non è assolutamente scontata. Il sentimento con cui il trio esegue la canzone è impressionante, coinvolgente e quando rimangono solo basso e batteria ad accompagnare il cantato, da pelle d'oca. Bellissimi i suoni della batteria, per scelta di produzione, molto "avanti". Questa caratteristica, non trascurabile, colpisce immediatamente l'ascoltatore. All'epoca il mio sogno era avere una "Tama", come quella di Gil Moore, pensando, ingenuamente, di avere di conseguenza gli stessi suoni.

Il momento più hard arriva con "American Girls", un veloce shuffle dal riff trascinante perfettamente interpretato da Moore alla voce. E' stata immediatamente la mia canzone preferita dell'album, perché ascoltata mentre si osservano le foto scattate durante gli show all'interrno della copertina apribile, rende perfettamente l'idea di quanto i Triumph possano dare dal vivo.

La title track apre la side B: l'arpeggio che accompagna tutta la canzone rende "Just A Game" un vero e proprio sogno, pieno di magia e malinconica poesia. A rendere perfetta l'atmosfera contribuisce certamente anche la bella voce di Emmett; anche in questo caso fondamentale per l'apporto chitarristico nell'ottimo assolo e nei vari fraseggi melodici che si incastrano nei passaggi tra i cantati. Il "Gioco" di cui parlano i Triumph è il mondo dello spettacolo dove, come riportano le note, non ci sono regole, i giocatori sono tanti e i vincitori ben pochi. All'interno della copertina c'è una vera e propria plancia di gioco, tipo quella classica del giro dell'oca. Per giocare basta un dado, un segna posto a scelta e seguire le istruzioni che sono scritte nelle caselle che vengono occupate durante il percorso. Lo scopo è arrivare per primi al successo, raffigurato da una grossa stella... se volete passare una serata tra amici senza playstation, provate a cimentarvi in questa scalata allo stardome.

Dopo la breve "Fantasy Serenade", quasi una ballata da menestrello eseguita con la chitarra classica, arriva "Hold On", introdotta dall'immancabile arpeggio e cantata ancora da Rik. L'inizio lento è il seguito ideale della title track e anche quando il ritmo aumenta la continuità tra le canzoni è comunque molto evidente. A metà canzone il tempo dimezza drasticamente e possiamo goderci gli stacchi pirotecnici sui tamburi di Gil, in stato di grazia. Molto ben costruito anche il passaggio che riporta la canzone in velocità, questa volta arricchito dal gusto notevole di Mike Levin e dal suo basso. Chiude la seconda facciata "Suitcase Blues", una canzone tra il jazz e lo swing, che mostra l'attitudine di Emmett per questi generi, che saranno poi quelli che affronterà durante la sua carriera solista dal 1989 ad oggi."Just A Game" è un album che ho sempre amato molto per la sua varietà e per le emozioni che riesce a dare ad ogni ascolto, anche a distanza di oltre trent'anni e che vi invito a riscoprire. Tolgo solo mezzo punto alla valutazione finale a causa della sua breve durata, cosa che mi ha sempre molto infastidito; vista la grande qualità del contenuto almeno dieci minuti di musica in piu' avrebbero reso l'album perfetto.

Questo disco è stato comunque solo l'inizio del mio interesse verso questa grande band canadese, che con i due album successivi, "Progressions of Power" (1980) e "Allied Forces" (1981), di cui mi piacerebbe parlarvi in futuro, ha raggiunto probabilmente la vetta più alta della propria carriera.

Per il momento "Game Over"!!


 1) Movin' On
 2) Lay It On The Line
 3) Young Enough To Cry
 4) American Girls
 5) Just A Game
 6) Fantasy Serenade
 7) Hold On
 8) Suitcase Blues