TRIPTYKON

Melana Chasmata

2014 - Century Media

A CURA DI
DAVIDE PAPPALARDO
08/06/2014
TEMPO DI LETTURA:
8

Recensione

E’ impossibile parlare del nuovo album dei Triptykon senza parlare del loro fondatore Tomas G. Warrior, e di ciò che è venuto prima, del debutto della band “Eparistera Daimones” e degli altri due grandi progetti musicali del nostro, ovvero i Celtic Frost e gli Hellhammer, questo perché tutti gli elementi finora citati sono indissolubilmente legati tra loro in un discorso di continuità, evoluzione, e sviluppo incarnato nella figura di Warrior, artista a trecentosessanta gradi che ha da sempre lottato contro le chiusure e gli stereotipi del mondo Metal, portando avanti  una sua visione originale dove l’unica regola è seguire la propria musa artistica e le proprie ispirazioni, anche se questo ha significato spesso essere ridicolizzati da una critica che non capiva (salvo poi ricredersi a posteriori quando il gruppo veniva citato come influenza da parte delle band più supportate dalle testate giornalistiche) e dagli ascoltatori più oltranzisti del genere che desideravano la propria musica “pura” e priva di elementi esterni a cui non erano familiari e che non ritenevano potessero far parte della scena che seguivano. Warrior non si è mai arreso, e già ai tempi degli Hellhammer dimostrava una forte determinazione e voglia di portare nel mondo del Metal influenze che negli anni sarebbero state raccolte da altri e trasmutate nelle basi del Metal estremo come lo intendiamo oggi, creando un suono grezzo ed oscuro affine tanto al Punk più sporco, quanto alla musica Lo-Fi e sperimentale, un suono che era davvero “marcio” ed offendeva le orecchie di chi era abituato ad ascolti ben più convenzionali e non era pronto per questo nuovo suono primordiale e feroce; in seguito insieme a Martin Eric Ain e Reed St. Mark il discorso viene portato avanti ed ulteriormente sviluppato nel nuovo gruppo Celtic Frost che partendo da quello stesso suono oscuro nei due E.P “Morbid Tales” ed “Emperor’s Return”, ripreso però con una maggiore abilità stilistica e capacità di songwriting, negli anni sconvolgeranno il Metal Europeo con “To Mega Therion” e il suo Thrash oscuro e funereo che non risparmiava atmosfere ai limiti del Dark Ambient ( si prendano come riferimento “Innocence And Wrath” e “Necromantical Screams”) e chitarre pesanti come macigni che non disdegnavano passaggi lenti e soffocanti, e in seguito con “Into The Pandemonium” che darà libero spazio alla sperimentazione portando in auge il termine Avant-garde applicato alla materia Metal, provocando ancora una volta le ire dei puristi e della critica, anche se per ragioni questa volta diverse: se prima era la proposta rozza e primordiale ad essere presa di mira, ora a non essere graditi erano l’ironia della cover della hit pop dell’epoca “Mexican Radio” posta ad apertura del disco, le voci liriche femminili e gli archi usati nella riproposizione musicale della poesia di Baudelaire “La Tristesses De La Lune” , il tono “lamentoso” usato da Warrior in brani come “Mesmerized” e “Caress Into Oblivion” derivante dall’influenza della musica Dark e Post-Punk, la strumentale Elettronica “One In Their Pride” sorretta da campionamenti stagliati sul ritmo di una drum-machine, qualcosa di totalmente inedito per quel periodo in un album di musica Metal. In seguito purtroppo qualcosa si incrina nella band: pressioni esterne che portano a percorsi musicali estranei all’anima del gruppo, problemi personali tra Warrior ed Ain, e in generale una perdita di quel filo che collegava l’opera dei nostri in un crescendo evolutivo coerente con il concetto di Arte fatta Musica. “Cold Lake” è il nome della pietra dello scandalo, album Glam e ruffiano che tradiva quanto i Celtic Frost avevano rappresentato fino ad allora, album in seguito ripudiato da Warrior stesso che però si prenderà totalmente la responsabilità della sua creazione collegandola ad un periodo di profonda confusione esistenziale; nemmeno il successivo “Vanity/Nemesis” riuscirà a ricreare quanto fatto prima, e la band si scioglierà lasciando ogni membro ai propri progetti personali, musicali e non (una serie di bar ed attività commerciali per Ain, progetti paralleli come gli Apollyon Sun per Warrior). Fine della storia? No, l’inizio: dopo diverso tempo succede l’inaspettato, i Celtic Frost ritornano con un nuovo album, “Monotheist” che sorprende chi li aspettava al varco, un album oscuro e pesante come mai prima d’ora nella storia della band, ma anche il più maturo, sia musicalmente sia tematicamente.  Qui il suono dei nostri trova completa forma in un Metal Estremo che concentra tutta l’esperienza del genere tra Thrash, Death, Black e Doom in un miasma dai tempi dilatati e dall’atmosfera alienante, un vero capolavoro. Purtroppo però sarà il canto del cigno, inaspettatamente la band si scioglie di nuovo, questa volta definitivamente, e Warrior sarà colui che più soffrirà della cosa consapevole che finalmente si era ricreato quel filo che dai tempi degli Hallhammer continuava a svilupparsi in una visione unica del Metal; ma anche questa ennesima conclusione sarà una nuova spinta e motivo di rinascita per il nostro, che con Norman Lonhard, V. Santura e Vanja Slajh creerà la sua terza visione, ovvero i Triptykon, nome non scelto a caso essendo una trasmutazione del concetto di “trittico” ovvero un’opera in tre parti. Carico di rabbia e rammarico per quanto successo con i Frost, Warrior crea un lavoro, “Eparistera Daimones”, che riprende il suono dell’ultimo album del gruppo precedente e lo sviluppa ulteriormente in chiave più moderna e possibilmente ancora più oscura in un suono decisamente “Doom”, ma dove non mancano forti elementi Thrash, Death e soprattutto Black, anche se sempre rielaborati sotto la sua visione unica ed omnicomprensiva dove tutto è asservito alla creazione di un’opera genuina e sincera. L’album funziona, ma ancora la gestazione non è terminata: alcuni passaggi nel songwriting risultano forzati, specie nei cambi di tempo all’interno dei pezzi, e forse a volte la rabbia di Warrior ancora troppo concentrata sulla fine dei Celtic Frost non permette un maggior distacco che gioverebbe alla struttura stessa dei brani, si capisce che questa prima opera è solo l’inizio di qualcosa di nuovo e che i vari membri devono prendere confidenza tra loro e trovare coesione. Passati dunque quattro anni, ci troviamo ora innanzi alla seconda opera dei nostri, “Melana Chasmata”, omaggiata anch’essa come era già avvenuto per il debutto da una copertina stupenda che riprende un’opera del compianto artista  H.R Giger, scomparso di recente, da sempre amico di Warrior e suo sostenitore, che già in passato aveva fornito per il primo Full-Length dei Celtic Frost una sua opera artistica, creando uno dei migliori legami artistici della storia della musica e non solo: qui il suono e l’immagine trovano perfetta coerenza e completamento tra loro creando un’ inscindibile opera d’arte curata sotto ogni punto di vista.



L’introduzione all’opera è affidata a Tree Of Suffocating Souls e forse brano più adatto non poteva essere scelto; troviamo infatti all’interno diversi movimenti che anticipano molti degli elementi presenti nella musica dei Triptykon: chitarre grevi e dissonanti ad accordatura bassa a cura di V.Santura e Warrior stesso, e sezione ritmica di Lonhard ora tribale, ora lanciata in lunghe sessioni forsennate. Rispetto alla media del gruppo qui i ritmi sono più veloci e incalzanti per buona parte del pezzo, la voce di Warrior è cadenzata come in un rituale, spietata e sorretta da chitarre Black/Thrash e dal basso di Vanja Slajh, creando una cavalcata dal suono nero come la pece fino alla comparsa inaspettata di un sitar  che introduce una parte più Doom e rallentata che mostra un altro registro del gruppo, quello a cui molti sono più familiari, cambio questo che permane fino alla coda finale dove vi è un ritorno ai ritmi più incalzanti. Questi cambi non sono un vuoto esercizio di stile casuali, bensì si legano all’andamento anche testuale del brano: “Speak to me, my master, speak to me, come save me, reedemer, revive me – Parlami mio signore, parlami, vieni a salvarmi redentore, resuscitami” declama Warrior con sarcasmo in riferimento alla religione, e quando al voce si fa ancora più gutturale e inumana viene introdotto il ritornello rivelatore “I am your lie, I am deceit disguised, I am your lie – Sono la tua menzogna, sono l’inganno sotto mentite spoglie, sono la tua menzogna” che rivela la volontà di criticare le religioni istituzionali, uno dei temi sempre cari a Warrior e in questo caso ispirato anche dalle opere di Jacques Callot, artista francese del diciassettesimo secolo che raffigurò nella serie “Les Miseres et les Malheurs de la Guerre” diversi orrori della guerra, spesso scatenata proprio da motivazioni religiose. Parte invece con un attacco melodico di chitarra e batteria quasi tribale che richiama sotto questo aspetto il loro pezzo “Shatter” dall’omonimo E.P, la successiva Boleskin House, uno dei singoli rilasciati poco prima dell’uscita dell’album, questa volta un brano lento dove la voce di Warrior è accompagnata da quella femminile di Simone Vollenweider in un perfetto coordinamento, nel ritornello “This is the ground you walked upon, the soil beneath, your world long gone – Questo è il terreno sul quale hai camminato, il suolo al di sotto, il tuo mondo da tempo andato” la voce del nostro si fa più demoniaca e oscura in un modo che farebbe invidiare non poche band Black e Death Metal, e anche questa volta nulla è casuale: il pezzo tratta della famosa abitazione sulle sponde del Lago di Lochness dove ha vissuto per un periodo l’occultista Aleister Crowley (“La Grande Bestia” a cui i Celtic Frost dedicarono appunto “To Mega Therion”), e quelle parole declamate in tale modo creano un senso di solenne consapevolezza del luogo e di ciò che rappresenta, anche in luce del fascino che ha esercitato nel tempo in personaggi come Jimmy Page dei Led Zeppelin che in seguito la acquistò, e di sinistri eventi come il suicidio del sindaco Edward Grant. Il pezzo si conclude in una coda finale dove protagonista è la voce femminile stagliata sulla chitarra mantenuta ad accordatura bassa, accompagnata da melodie malinconiche ed ariose fino alla comparsa di un assolo di chitarra che non sfigurerebbe in un pezzo Progressive, il quale diventa l’ossatura di tutta la conclusione del brano. Altar Of Deceit è il pezzo più personale di Warrior nell’album, e forse della sua intera carriera, il testo infatti tratta di tradimento e perdita di possibilità esistenziali “I shall never see my children smile, you have blinded me, I shall never see, the truth you conceal – Non vedrò mai i miei figli sorridere, mi hai accecato, non vedrò mai la verità che nascondi“ e anche questa volta come nelle migliori opere la musica e le liriche si amalgamano perfettamente: dopo una “falsa partenza” progressiva infatti subito il pezzo si converte in un brano dai ritmi glaciali che richiama i Celtic Frost più oscuri e arrabbiati, sorretto da riff di chitarra dissonanti e marziali, dove Warrior ritorna a usare nel cantato il suo storico “UH” tra le strofe e nel ritornello usa una rabbia palpabile. Il pezzo è dunque dominato da un’atmosfera soffocante che a metà brano lascia spazio ad una divagazione strumentale dove gli assoli funerei di chitarra di Santura si intrecciano con  l’abilità ritmica del batterista Lonhard, senza però mai trasformarsi in un esercizio di stile fine a se stesso e sempre in rispetto del songwriting, il quale appunto prevede il ritorno della voce di Warrior per il gran finale. Si ritorna su ritmi più veloci con Breathing, altro singolo pre-album, che vede delle vere e proprie “bordate di chitarra Black/Death”  e un drumming furioso, la voce in riverbero di Warrior non è da meno e sputa letteralmente veleno nel declamare “Every kiss of yours drenches my tongue with poison, every emotion I feel tears a cleft into my heart, every light in the dark fades as I advanced, every day I exist, I don’t understand- Ognuno dei tuoi baci imbratta la mia lingua di veleno, ogni emozione che provo crea una crepa nel mio cuore, ogni luce nell’oscurità sbiadisce mentre mi avvicino, ogni giorno in cui esisto, non lo capisco” rivelando un profondo dolore e rabbia esistenziale rivolta a tutto, un’amante, se stesso, la vita. Questa rabbia alimenta tutta la struttura del brano fino a sfociare in un’esplosione dalle coordinate Thrash Metal che ricorda non poco gli Slayer e i Kreator dei vecchi tempi nelle situazioni più incalzanti, dimostrando come il brano sia tra i più “selvaggi” e meno mediati dell’album, ma non per questo privo di struttura o coesione tra le parti, infatti anzi tutti gli elementi concorrono insieme a creare una continua tensione ritmica. Dopo tale furia viene lasciato posto in Aurorae ad un’atmosfera malinconica ed uggiosa, molto più calma, ma tutto tranne che solare, anzi i riferimenti stilistici possono essere ricondotti a gruppi quali Katatonia e My Dying Bride. Dopo una lunga apertura strumentale dove le chitarre portano avanti gli elementi sopracitati viene introdotta la voce di Warrior, in questa occasione desolata, che con stanchezza ci comunica che “This mind is tired of war, of misery and pain, a spirit wasting away, like rivers to the sea- Questa mente è stanca della guerra, della miseria e del dolore, un animo che si perde, come i fiumi nel mare” creando una stupenda immagine poetica che viene ripetuta diverse volte nel brano, quella del “Animo che si perde” ovvero che si dissolve nelle inutili crudeltà e pantomime dell’esistenza (“The weariness of days, a life turned relict – la stanchezza dei giorni, una vita trasformata in un relitto” dice anche Warrior). Non è un caso che il testo sia stato scritto nel periodo successivo alla definitiva  fine dei Celtic Frost, periodo in cui per ovvie ragioni Warrior è stato preda di una forte depressione, ed è da ammirare l’abilità con la quale è stato ripreso e riadattato a posteriori per un brano dove tali sentimenti diventano di portata universale e non rilegati al semplice momento, brano tra i più melodici, ma anche tristi, del gruppo. Se si pensa che qui i Triptykon abbiano giocato tutte le loro carte e l’andamento dei pezzi non possa cambiare più molto, si pensa molto male e si sottovaluta la poliedricità che da sempre ha caratterizzato la vena artistica di Warrior; Demon Pact sfodera a sorpresa un’introduzione marziale dalle atmosfere decisamente Industrial e dai forti elementi elettronici che si accompagna a sinistre atmosfere di sottofondo con campionamenti eterei che ricordano lamenti lontani persi nel vento, mentre la voce di Warrior si abbandona in maniera strisciante ad una delle sue interpretazioni migliori di sempre e V.Santura contribuisce, questa volta assieme all’apporto di Michael Zech come secondo chitarrista, al suono “meccanico” del brano con chitarre dissonnati e “acide” anche grazie a vari effetti, contribuendo alla sensazione generale di qualcosa di profondamente oscuro ed onirico, come un incubo dal quale non ci si riesce a svegliare. Il testo tratta non a caso di un episodio oscuro della storia ovvero le “Possessioni di Loudun”, una serie di accuse nei confronti del prete cattolico Urbain Grandler che nel diciassettesimo secolo venne condannato al rogo a causa di esse, qui Warrior cerca di immaginare la sofferenza e il sentimento di disillusione provata da Grandler nei suoi ultimi momenti di vita in cui proprio la religione a cui si era dedicato lo stava ora uccidendo: “This ground is soiled by those before and their lies, i dare not look up for on me I feel their eyes, on a pyre of envy they’ll incinerate my bones – Questo terreno è sporcato da coloro che sono innanzi a me e dalle loro menzogne, non oso alzare lo sguardo poiché sento i loro occhi su di me, su una pira d’invidia inceneriranno le mie ossa” viene declamato con solenne disdegno e rassegnazione, e nella parte finale del brano Warrior ripete con voce passata al vocoder per renderla inumana, fredda e distante “Adora Deum Tuum, creatorem Tuum, my lord redeemer, I shall deny you entry into my mind – Adora il tuo Dio, il tuo creatore, mio signore redentore, negherò la tua presenza nella mia mente” immaginando il rigetto della fede da parte dell’ecclesiastico, da essa tradito. Un altro tema presente nella produzione di Warrior con i Celtic Frost e ora qui riprodotto è l’omaggio della scrittrice ottocentesca Emily Jane Bronte, autrice del libro “Wuthering Heights - Cime Tempestose”, che in passato era stata citata nel testo di “Inner Sanctum” riportando parti di un suo poema, omaggio qui trasformato in una vera e propria dedica in In The Sleep Of Death dove il testo recita: “Emily, why don’t you speak to me, can’t you see, I’m not sleeping, Emily why don’t you reveal yourself, can’t you feel my yearning – Emily, perché non mi parli, non riesci a vedere che non sto dormendo, Emily perché non ti riveli, non riesci a sentire il mio lamento”  e Warrior proprio questo fa, ovvero ripropone il tono lascivo e lamentevole usato in passato in “Into The Pandemonium”, non a caso l’album in cui compare il pezzo sopra citato contenente versi della poetessa inglese, alternandolo ad uno screaming macabro, registro perfetto per parlare della morte per malattia della poetessa evocando la sua assenza e atmosfere di freddo e gelo e contrasto tra la vita e la morte (“Emily, the rays of the golden sun touch your tender skin your frozen skin – Emily, i raggi del dorato sole toccano la tua morbida pelle, la tua pelle ghiacciata”). Musicalmente il tutto si traduce in un’atmosfera decadente dominata da assoli spettrali e distanti fino alla parte finale dove delicati arpeggi di chitarra introducono una “Jam Session”  tra chitarra e batteria che si rincorrono e intrecciano  un  gioco di risposte fino alla chiusura affidata a melodie maestose contro le quali si dipana lo screaming di Warrior sempre più tormentato. Il “Tour De Force” dell’album è costituito dallo Juggernaut sonoro Black Snow della durata di oltre dieci minuti, un ritorno all’anima Doom più nera e funerea del gruppo, opprimente sia nel suono grazie alla messa in evidenza della chitarra rispetto alla batteria, che comunque fa ad ossatura e punto di coesione tra le varie parti del brano, sia per la voce di Warrior declamante e cadenzata come in un rituale, sussurrata fino all’esplosione del ritornello che ripete ad oltranza il titolo stesso della canzone: “Black snow under the stars enthroned, infinite sky, every step I take life recedes under stars enthroned, everlasting night and the cold prevails – Neve nera sotto le stelle nel (loro) trono, cielo infinito, ad ogni passo che faccio la vita indietreggia, sotto le stelle nel (loro) trono, notte eterna e il gelo prevalgono” parole che creano un senso opprimente come di peso sotto una coltre nera, pezzo scritto non a caso durante una tempesta di neve che diventa metafora perfetta di malessere esistenziale e soffocamento. Il brano è dunque molto lungo e richiede la massima attenzione e concentrazione da parte dell’ascoltatore, nel finale troviamo una lunga digressione strumentale che solo nel morire del pezzo lascia spazio di nuovo alla voce di Warrior che ripete in maniera ossessiva “Under stars enthroned”, creando un senso di orrore cosmico che delinea perfettamente il pezzo nella sua natura. L’opera si chiude in maniera del tutto differente rispetto all’incipit introduttivo, Waiting infatti si apre con una voce femminile eterea che ripete la parola “Time” accompagnata da delicati arpeggi di chitarra e melodie sintetizzate e rarefatte, fino all’introduzione della voce di Warrior e della batteria solenne e cadenzata, un brano semplice nella struttura e nel testo, ma molto coinvolgente grazie all’alta carica emotiva e grazie alla maestosità dell’andamento; “We are the same, they’ve come for us, they’ve come in vain, in sleep entwined we will remain – Noi siamo uguali, sono venuti per noi, sono venuti in vano, noi rimarremo uniti nel sonno” dice il cantante prima sussurrando, poi declamando, con un nero romanticismo che sembra parlare di un tragico amore unito nella morte, mentre la voce femminile rafforza il concetto ripetendo le parole iniziali, fino a rimanere protagonista del brano con l’accompagnamento di melodie di chitarra progressive in una “Suite” sonora che nella conclusione ripropone invece tutti gli elementi portanti del brano in un epico intreccio in crescendo che si spegne come una fiamma a termine del pezzo e dell’album stesso.



Non è difficile capire perché “Melana Chasmata” è già considerato da molti uno dei migliori album dell’anno nel Metal Estremo e non solo. Gli elementi presenti nel precedente “Eparistera Daimones” vengono ripresi, ampliati, unificati in un songwriting compatto dove anche i cambi di registro seguono una linea coerente e non sono fuori luogo, risultando in un continuo del percorso artistico non solo della band, ma anche di tutta la carriera di Warrior che ancora cerca nuove soluzioni e il perfezionamento del suo suono; e nonostante l’alta qualità dell’album si percepisce che ancora davanti al gruppo vi sono molte altre possibilità da esplorare, sarebbe bello in futuro sentire brani dove si discostano ancora di più dall’elemento Doom di base, pur mantenendo occasioni per esprimere questa natura del gruppo, perché si percepisce che avrebbero tanto da dire anche in altri generi come il Thrash o il Death più “In Your Face”, o anche in sperimentazioni Industriali e marziali, ed è interessante vederli davanti a nuovi tipi di struttura dei brani come nei pezzi più sperimentali dell’album. Detto questo l’opera rimane un alto esempio di unione artistica e d’intenti tra suono, testo-concetto e immagine, unione che molti gruppi di Metal e non solo non si sognerebbero neanche di raggiungere e che dimostra come Warrior rimanga un artista a trecentosessanta gradi, riconoscendo comunque anche i meriti dei suoi compagni d’avventura senza i quali probabilmente le sue visioni non troverebbero una realizzazione così avvincente. Consigliato a chi ama il Metal in ogni sua forma e declinazione e lo considera una possibile forma d’Arte, a chi non cerca solo un facile ascolto, e in generale a chi apprezza le ultime evoluzioni del suono dei progetti di Warrior.



1) Tree of Suffocating Souls
2) Boleskine House
3) Altar of Deceit
4) Breathing
5) Aurorae
6) Demon Pact
7) In the Sleep of Death
8) Black Snow
9) Waiting

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