TOXIK

World Circus

1987 - Roadrunner Records

A CURA DI
DAVIDE CILLO & LORENZO MORTAI
30/12/2016
TEMPO DI LETTURA:
9,5

Introduzione Recensione

La storia della band protagonista della recensione odierna comincia nella metà degli anni '80, momento d'oro per la scena Heavy Metal e in particolare per la corrente più rapida e aggressiva che verrà presto denominata "Thrash Metal". Il genere, nella sua semplicità e carismatica bellezza tagliente, rapido, aggressivo e non di rado dotato di una validissima musicalità, spopolò in California nella prima parte degli '80 grazie a band a tutti noi note quali Metallica, Megadeth, Slayer, Exodus, Testament e successivamente centinaia d'altre. La prima parte del decennio offrì album unici e presto divenuti noti a noi e in tutto il mondo, con una nuova scena e un nuovo e genuino modo di fare musica che si imponeva nella scena Heavy di ogni parte del globo. Fra le influenze del Thrash, come qualcuno di voi già saprà, vi è sicuramente il filone Hardcore Punk di natura prettamente californiana: l'uso di potenti cori, l'utilizzo di un grezzo e rapido groove, dell'energia come strumento per trasmettere un'incredibile vigore musicale, le liriche spesso volte contro il sistema, erano tutte caratteristiche di questo nuovo genere, in cui i jeans stretti e gli smanicati con le toppe si sostituivano alle borchie e alle "meno politicamente schierate" tematiche tipiche della NWOBHM. Al fianco dell'universo Thrash Metal natio della California, tuttavia, ne nasceva un altro: quello della costa est, dove le influenze Hardcore divennero spesso ancora più evidenti e marcate: così nascevano band come gli Anthrax, gli S.O.D., i Nuclear Assault e innumerevoli altre.  Nella grande New York, città dall'incredibile impulso musicale e che ha saputo regalare alcuni dei più grandi artisti della scena rock dagli anni '60 in poi, questo genere certamente trovava una sua forza e sua energia, ma in primo luogo una sua identità: così nascevano "Fistful of Metal" dell'84 e il successivo "Spreading the Disease" dell'85 ad opera degli Anthrax, prontamente seguiti da decine di altre uscite dotate del medesimo e ribelle sound. E' proprio nell'85 che nello stato di New York, più precisamente nella città di Westchester, nascono i Tokyo, rinominati presto in Toxik: fondati dal virtuoso chitarrista Josh Christian e dal bassista Lee Erwin, i nostri ben presto rivoluzionarono la propria line-up vedendo la seguente formazione all'uscita dell'album: l'acutissimo e tecnico Mike Sanders alla voce, Bill Bodily al basso, il batterista Tad Leger e il sempre presente e fondatore veloce chitarrista Josh Christian alla sei corde. Il sound dei Toxik è tutto da raccontare: le influenze provenienti dalla scena Hardcore Punk sono presenti e tangibili, l'utilizzo dei cori è spesso utile strumento, ma il nudo e grezzo Thrash Metal diviene uno strumento per proporre un nuovo genere tecnico ed elaborato, ma aggressivo e antisistema al tempo stesso. E, antisistema, i Toxik lo sono eccome: le critiche alla società americana sono infatti presenti in molti dei brani, come anche riflessioni sulla società e provocative analisi delle iniquità sociali. Nota dopo nota, riff dopo riff, gli statunitensi ci regalano con il loro primo album dei brani già in parte studiati ed elaborati, ma contrariamente a quanto ci si possa aspettare quasi mai superiori alla durata di 3 minuti: con l'eccezione della title track World Circus e della successiva traccia, infatti, i Toxik rompono un altro dei luoghi comuni dell'universo musicale tecnico e progressive, quello di canzoni lunghe e complicatamente strutturate; qui sta il paradosso: l'unire insieme il grezzo e provocativo Hardcore Punk all'elegante studio dei brani e il libero utilizzo di tecnicismi, attraverso un'unica anima Thrash Metal che funge da amalgama per due universi musicali completamente differenti e contrapposti. I Toxik divengono infatti ben presto fra i pionieri di questo nuovo modo di fare musica, che sarà realizzato da altre band in quello che definiremo a tutti gli effetti il filone del Technical Thrash Metal: così con Watchtower, Realm, Mekong Delta, Coroner e decine d'altri i Toxik si ritagliano meritatamente la loro fetta di ascoltatori, degli ascoltatori che potremmo senza ombra di dubbio definire "ribelli ma con l'orecchio". Durante gli show della band è però un dettaglio a carpire dal primo momento l'interesse dei fans: le folli capacità vocali di Sanders, che incantano e divertono un pubblico di ragazzi che difficilmente avevano mai assistito a qualcosa del genere. Uniti a ciò ci sono gli incredibili tecnicismi chitarristici di Christian ma, si sa, la voce ha sempre il suo impatto. La band, nata nel 1985, rilascia nell'86 una demo dal nome "Wasteland": già denominati Toxik, i nostri ci avevano regalato un grezzo ma straordinario lavoro della durata totale di un quarto d'ora per sei tracce, dalla presto celebre "Heart Attack" alla breve "Skippy Windshield". E' tramite questo lavoro che i nostri si guadagnano l'attenzione della ben nota "Roadrunner Records", celebre label new yorkese che nel panorama Heavy e Thrash Metal aveva già rilasciato le versioni 12'' di innumerevoli e celebri lavori usciti dall'altra parte del continente, compreso il celeberrimo debutto dei Metallica "Kill'Em All" dell'83. E' proprio tramite la Roadrunner che i Toxik riescono ad ottenere i fondi per una produzione di tutto rispetto, rilasciando un full-length di dieci tracce per la durata di poco superiore ai 37 minuti: così l'album, provocatoriamente intitolato "World Circus" e protagonista della recensione odierna, si apre con la medesima traccia con cui si era aperta la suddetta demo di debutto, "Heart Attack". Seguono "Social Overload" e "Pain Misery", con il Side A del lavoro che si chiude con i successivi "Voices" e "Door to Hell". La parte B si apre con nientemeno che con la title track "World Circus" e "47 Seconds of Sanity/Count your Blessings", le più lunghe e elaborate del lavoro. Questo pirotecnico album di debutto si chiude con le ultime tre tracce, intitolate "False Prophets", "Haunted Earth" e "Victims". Se masticate un po' d'inglese, potrete da subito percepire le qualità carismatiche del complesso, che con la propria attitudine si rivolta contro una società e un sistema che si dimostrano spesso impropri e ingiusti, simboleggiando un popolo mal governato da una giustizia dove colui che detiene più ricchezza e più potere ha più possibilità di imporsi e far volere le proprie ragioni. Specchio di questi temi è la copertina, realizzata da un giovanissimo Ed Repka che aveva già lavorato con artisti del calibro dei californiani Megadeth per la realizzazione della cover del loro secondo album "Peace Sells? But Who's Buying?". Nella cover di "World Circus" vediamo un politico vestito da pagliaccio, che in primo piano si appropinqua a spingere un bottone rosso per far esplodere la centrale nucleare presente in secondo piano, struttura che ci mostra a braccia aperte e con un visibile tono di soddisfazione. Sotto questa centrale vi è un tendone, sotto il quale si trova un inerme popolo in preda a conflitti e alla confusione più totale: altamente simbolico il militaresco e ferrato recinto dietro al quale questo popolo si trova, contenuto da un esercito la cui presenza possiamo percepire dal soldato presente sulla sinistra del riquadro. Dalla centrale ecco che si elevano i velenosi e verdi fumi, attraversati da aerei militari provenienti da ogni dove e che si incrociano nell'intossicato cielo. Con ironia, dunque, i nostri ci mostrano che il nostro pianeta è "come un circo", ovvero un luogo dove non ci sono leggi e giustizie ma solo una bizzarra e tragicomica sovranità dei più ricchi e potenti, che con il loro scettro sottomettono il popolo ad un destino che ben spesso non hanno la brillantezza di comprendere. Lì dove la vita non ha alcun valore di fronte al potere del denaro, la musica è provocatoria e in piena controtendenza: con queste premesse, non ci resta che scagliarci nell'ascolto!

Heart Attack

Bip, bip, bip, biiiip: arresto cardiaco. Heart Attack (Arresto Cardiaco) è la prima fulminante traccia di questo full-length, e ci è possibile comprendere a cosa stiamo andando incontro sin dalle prime e furiose pennate di chitarra di Josh Christian, che battezzerà l'album nella maniera più spietata e diretta possibile. Arriva dopo 20 secondi la voce di Mike Sanders, che con un progressivo e costantemente crescente acuto spettacolarizza l'ingresso come si farebbe in un maestoso colossal cinematografico. Il brano si contraddistingue, in primo luogo, per la sua rapidità e la sua scorrevolezza: ed è proprio questa rapidità della musica a rappresentare il veloce scorrere della vita del personaggio protagonista del brano, vittima inerme del suo destino. L'acutissima voce di Mike Sanders colora in maniera esemplare le incredibili e serrate scariche della canzone, raccontando in uomo che della sua vita non ha più nulla da vedere, più nulla da sperimentare. La band, con questo brano, sembra quasi "rinfacciargli" di come non abbia goduto della sua vita nella maniera corretta, vivendola troppo in fretta fino a schiantarsi contro un muro, un muro posto dai suoi stessi limiti fisici. E' da sottolineare quanto ben si adegui questa parte lirica a quella musicale, che con pochissime variazioni (praticamente un solo ma straordinario riff portante in tutto il brano), mostra con quanta naturalezza possa scorrere una traccia così come con quanta naturalezza possa scorrere la vita di una persona. Una grande qualità della band è durante questo pezzo quella di riuscire a mantenere sempre "fresco" l'ascolto, grazie ai virtuosismi del vocalist come anche alle piccole variazioni che, nella più folgorante energia, ci fanno restare ogni millisecondo in preda al medesimo entusiasmo. Il tema in assoluto principale di questo brano, e di cui finora non abbiamo parlato, è certamente quello relativo allo strapotere della natura, e dell'impotenza dell'uomo dinanzi a essa: la band afferma ripetutamente di come, probabilmente nella sua arroganza, il personaggio abbia dimenticato di possedere limiti fisici stabiliti dalla nascita, cosa che poi determinerà la tristezza del suo destino: un uomo per cui "il mondo è troppo", ma non certo per motivi di nobiltà d'animo, quanto per la mancata capacità di sapersi porre un limite. Incanta il primo bellissimo assolo di chitarra, che frammentato si alterna al ritornello cantato da Sanders: la band ci propone infatti quest'alternanza, suonata con una serie di stop and go da paura, e che ci regalano un primissimo e appena accennato assaggio della band tecnica che ascolteremo nel successivo "Think This". Il secondo assolo si mostra al contrario continuo e profondo, e certamente ci riporta un bel po' a quella salsa Power Metal dei contemporanei tedeschi Helloween: questa parte di chitarra solista si dedica a colorare nella maniera più perfetta e calzante possibile le magnifiche ritmiche di chitarra, donandole però questo aspetto che estremamente era in voga nella scena Metal di fine anni '80. Una chicca la doppia cassa di batteria finale di Tad Leger, che pone un'ulteriore accento sulle incredibili potenzialità tecniche del complesso.

Social Overload

L'album prosegue con Social Overload (Sovraccarico Sociale), altra leggendaria traccia molto amata dai cultori del genere. Il brano comincia con degli stoppati e serrati power chord, proseguendo poi con un potentissimo riff mid-tempo che per pochi secondi respira più che mai di Bay Area alla San Francisco maniera. Pregiato è durante questi stop and go l'utilizzo della leva di chitarra, dal momento che fornisce un carisma unico alla parte introduttiva della canzone. E' proprio questo spiccato carisma la prima fra le qualità del brano, che si mostra ben più coraggioso, innovativo e strutturato rispetto al diversamente bellissimo e precedente "Heart Attack", che potremmo definire con connotazione positiva e non certamente negativa un "diamante grezzo". Il riff della strofa di "Social Overload" è infatti dotato di una propria e particolarissima anima dinamica, grazie ad una musicalità che non si propone mai nello stesso modo ma in costante movimento: le variazioni di cui abbiamo accennato nel precedente brano diventano qui da elemento marginale a elemento principale, ulteriore segnale della svolta tecnica che la band poi avrà e delle possibilità di questa di cimentarsi in tempi dispari e talvolta in vere e proprie improvvisazioni dovute ad una grande ispirazione e ad un immenso talento artistico. Molto profonde le liriche di Mike Sanders, che ci narrano di un'incredibile ingiustizia sociale di fondo che sconvolge la nostra Terra. I ragazzi, in cerca di risposta alle proprie preghiere, si chiedono come mai nel nostro pianeta regni questa disgustosa diseguaglianza e questa folle cattiveria di fondo. Attraverso il provocatorio riff di chitarra di Christian, il vocalist si chiede se impareremo mai dai nostri errori, smettendo di vivere con la paura di una minaccia atomica che incombe e con la consapevolezza che i più poveri e sfortunati rimangono ogni giorno abbandonati al proprio destino. Mentre ci avviciniamo al bellissimo assolo di chitarra, i ragazzi giungono a chiedersi perché deturpiamo la nostra anima fino a questo punto, vivendo solo per noi stessi in un mondo in cui il denaro vale ben più rispetto al cuore. I ragazzi sostengono a buon ragione che ci troviamo in un pianeta composto da ciechi che guidano altri ciechi: i primi perché, incapaci di vedere il dolore e la distruzione della loro anima, cedono all'avidità e a desideri che non li rendono davvero felici, nella totale devastazione delle vite altrui. I secondi in quanto, nella totale sottomissione, non si rendono conto di quanto la classe politica che sostengono sia esclusivamente composta da gente senza i minimi scrupoli. Tornando alla musica, è durante la seconda parte della traccia che la band sceglie di liberarsi alla più totale "improvvisazione": partito un furioso e velocissimo riff di chitarra alla chiusura dell'ultimo ritornello, i nostri scelgono infatti di inserire un brusco e folle cambiamento che tanto ci ricorda di quel successivo "Never, Neverland" dei canadesi Annihilator. 

Pain And Misery

Un fulmine a ciel sereno l'assolo di chitarra, che squilla in pochi secondi imponendosi con un protagonismo degno delle più grandi parti di chitarra solista del genere. Forse meno conosciuta dai fans ma ad ogni modo straordinaria la successiva traccia di questo full, intitolata Pain And Misery (Dolore E Miseria). Qualcuno potrebbe dal titolo pensare che le tematiche siano estremamente vicine a quelle ascoltate nella traccia precedente, ma qui ci si avvicina per la verità molto più a storiche tracce del genere quali nientemeno che "Master of Puppets" dei celeberrimi californiani Metallica: un tema che ha toccato molti ragazzi, quello della droga, oggi ma ancor più negli anni '80, quando ribelli e capelluti ragazzi si affacciavano alla musica Heavy e in primo luogo a quella Thrash che con orgoglio rappresentava valori di protesta a questa permanente situazione di ingiustizia e diseguaglianza sociale: i ragazzi trovavano dunque non di rado buon esempio negli artisti che amavano, che a più riprese si innalzavano contro l'uso di droghe invitando i propri fans a starne alla larga. Il mezzo per esprimere questo disprezzo verso le droghe, quello della potenza della musica e di pari passo della potenza "visiva" (se così si può dire) trasmessa dalle liriche, è esemplare in questa traccia dei Toxik di cui stiamo per narrare. La band, sin dai primi istanti di traccia, non le manda certo a dire, con delle serrate sezioni ritmiche dove con carisma Mike Sanders ci racconta quanto possa essere pericoloso l'utilizzo della cocaina: mentre con numerose tracce quali la stessa "Master of Puppets" si metteva in guardia dall'utilizzo dell'eroina, qui si racconta quanto questo soggetto soffra per un l'utilizzo di un'altra droga storicamente più celebre fra le frange più ricche e "snob" della popolazione. A colpire la nostra attenzione è il fatto che il brano non decolli mai a tutta velocità come nelle precedenti canzoni: si rimane qui infatti per l'intera durata del brano su tempi medi, dove con una serie di interruzioni e riprese si svolge la narrazione del brano. L'uomo viene qui descritto come un miserabile, una persona che non è in grado di maturare dove sta andando e cosa sta facendo della propria vita: "un giorno ti sveglierai e la vita non avrà più alcun significato, tranne quella sensazione nelle vene, quei polmoni che bramano quell'esplosione di cocaina". Con queste eloquenti parole i nostri ci raccontano della triste vita del protagonista, che nel corso del brano cede progressivamente all'abuso di questa sostanza fino a diventare un morto giovane americano. Ancor più che nella già tecnica "Social Overload", qui la band fa un ulteriore passo di avvicinamento a quello che sarà il successivo "Think This", dato che il brano è ancor più tecnico e innovativo nel suo personalissimo modo di porgersi all'ascoltatore. Il grandioso assolo di chitarra, dopo la particolarissima scarica di velocità iniziale, si abbandona all'utilizzo della leva alla "Slayeriana" maniera, sapendoci sorprendere ancora una volta e donandoci ciò che mai ci saremmo aspettati da una band con questo tipo di caratteristiche.

Voices

Pochi secondi dopo la conclusione dell'assolo la traccia si chiude in maniera secca, improvvisa come il decesso del protagonista, con il full-length che ci conduce alla successiva Voices (Voci). In questa traccia si affronta un altro tema estremamente sentito nel panorama della musica Heavy, quello della discesa alla follia di uno sfortunato e malcapitato protagonista. Queste tematiche, proposte da numerose band Thrash in Italia come all'estero, sono interessanti per il modo in cui vengono proposte ogni volta in maniera differente, narrando della storia di un diverso uomo e di un diverso percorso patologico. Spesso è l'impotenza del protagonista a colpire, a lasciare il segno nell'ascoltatore, e l'immedesimazione in quest'individuo malato e che vorrebbe affrontare la sua precaria condizione lascia il segno, in quanto ci ritroviamo a vivere la storia di un uomo che anche spesso ci mette tutto l'impegno possibile. Interessante questo passaggio della band da tematiche politiche a tematiche certamente altrettanto reali, ma che riguardano la società meramente in senso lato. In questa quarta traccia potevamo aspettarci una "flessione", magari un po' la "Fade To Black" dell'album, ma i nostri scelgono a buon ragione ancora una volta di rimanere coerenti alla propria e violentissima linea musicale. Il brano, per la verità, comincia in maniera ancor più brusca e diretta rispetto ai precedenti, riportandoci meravigliosamente ad episodi come il primo "Heart Attack". Incredibile e spiccato il protagonismo del vocalist Mike Sanders, spettacolarmente assistito da Josh Christian che gli regala basi ritmiche degne dei maestri della chitarra del genere. Questa spettacolare traccia è un costante impulso di energia pura, una dose di folli e incessanti ritmiche, di variazioni progressive imprevedibili e inaspettate, di straordinarie parti di basso donateci dal sottovalutatissimo Brian Bonini. La scarica di adrenalina regalataci da questa traccia rispecchia nel migliore dei modi la discesa nella follia del protagonista, un uomo che cerca di non ascoltare le voci nella propria testa, cerca di non cedere, di non arrendersi. Sono proprio come da titolo queste voci le vere protagoniste della canzone, e che purtroppo conducono l'uomo a compiere azioni orribili ed in cui non si riconosce. Incredibile qualità della traccia sono i suoi tempi, la sua capacità di stupire ad ogni frangente, come anche ancora una volta spicca lo straordinario assolo di chitarra di Josh Christian, qui incessante e sferzante alla massima velocità, imposto come una scossa breve ma unica e irresistibile, ennesimo accento ad un pezzo che non lascia nei suoi 3 minuti e mezzo un istante di respiro. Nella parte conclusiva della canzone, e terminato l'assolo, si torna ancora una volta all'acutissima e sorprendente vocalità di Sanders, chiusa da un pragmatico riff che chiude in maniera tanto utile quanto enigmatica una traccia che mostra a sorpresa un "happy ending", in quanto a quanto pare l'uomo riesce a liberarsi dal male che lo affliggeva, contrariamente a quanto solitamente succede nel genere che non di rado si ispira al negativo corso della storia o a filoni artistici come il cinema horror, dove per antonomasia i finali non sono spesso dei più rosei. 

Door to Hell

Non ci resta che passare all'ultimo episodio di questo Side A, intitolato Door to Hell (Porta Dell'Inferno). E' sorprendente quanto in queste prime cinque tracce per la seconda volta la band scelga di tornare su tematiche attuali e sociali ma con uno sfondo religioso al tempo stesso, cosa sicuramente e francamente piacevolissima in quanto mostra la sincerità della band nell'imporre tematiche da alcuni magari non apprezzate: lo sfondo religioso, per la precisione spesso cristiano, è infatti uno degli aspetti fondamentali di alcune antisociali frange del genere Thrash Metal mentre altre, in particolar modo quelle vicine al Death e al Black, o che hanno come capostipiti i grandissimi e celebri californiani Slayer, trattano di tematiche sataniche. Ad ogni modo, in entrambi i casi, l'aspetto religioso è spesso presente nell'universo musicale Thrash Metal come in quello Heavy in generale, elemento invece spesso assente in altri e totalmente differenti filoni musicali. La canzone parte qui non con serrate ritmiche e sfrenati alternate picking, ma con un avvolgente riff in scala che spesso culmina nella sferzante strofa originalmente cantata dal sempre ispirato Sanders, che tratta di come una guerra abbia messo in campo ragazzini a mala pena coscienti del destino che li attende. Una breve scala di chitarra della durata di un secondo interrompe le due parti della strofa, prima di culminare direttamente nell'assolo principale di chitarra, dove Josh Christian si libera a tutto il suo genio e alle sue capacità di musicista virtuoso: la lunghissima parte di sei corde solista presenta infatti un misto di ogni tecnica di chitarra, mettendo sì da un lato l'accento sulle suddette capacità tecniche del complesso, ma donando allo stesso tempo una melodia unica alla base musicale. Nel brano si racconta dei peccati di ragazzini mandati in guerra, reali vittime di questa vergognosa guerra combattuta per gli interessi di pochi. Un soldato è messo lì dai bugiardi, dai "messia del denaro", in un totale decadimento interiore che apre le porte verso l'inferno. Il racconto si sofferma anche nei passati del nostro paese, accennando ai mali del fascismo e alla gloriosa liberazione dei nostri partigiani. La band si sofferma inoltre sui soldati cristiani, gente che non vuole uccidere e che non viene invitata alla riflessione, venendo la ragione reputata un pericoloso per l'interesse di quei soggetti che dell'ignoranza ne fanno utilizzo come la benzina ne è per un automobile. Per la seconda volta in questo full nella parte finale della traccia si torna a respirare vero profumo di Bay Area californiana (ricordiamolo, i Toxik provengono da tutt'altra parte del continente), con un riff mid-tempo in un primo momento diretto e incisivo, dotato di un groove godibilissimo, in un secondo momento coadiuvato dalla sferzante chitarra di Josh Christian e dal suo costante e spettacolarizzante utilizzo della leva di chitarra: non un utilizzo alla Steve Vai per intenderci, quindi sempre propedeutico ad una determinata espressività, ma spesso anche un utilizzo fine a se stesso ed utile nel donare un appeal e un accento unico ad una traccia che non vuole e non intende, talvolta, esprimersi con eleganza. Si conclude così la prima parte di questo straordinario lavoro, ed è il momento di analizzare la seconda che, come avremo modo di vedere e come abbiamo accennato nella parte iniziale di questa recensione, si aprirà da subito "con il botto".  

World Circus

Il side B viene aperto dalla title track, World Circus (Circo Mondiale); a fare da viatico a questo viaggio all'interno del tossico mondo corrotto che ci circonda sentiamo le voci festose dei probabili astanti che popolano il circo. Bambini e genitori che si stanno divertendo, ma le loro corrotte anime sono ben ignare di quanto sta per accadere; ad un certo punto, poco dopo lo speech iniziale, una detonazione in lontananza deflagra il sound dell'intero pezzo, spazzando via ogni possibile via di fuga, ed ogni possibile speranza di salvezza. La detonazione ben presto si tramuta in una spazzolata di vento, da inverno nucleare sotto tutti gli effetti; la bomba è esplosa, il cielo è diventato scuro ed il fungo atomico ancora si staglia nel cielo mentre le vittime cominciano a sciogliersi per effetto delle radiazioni. Lo stesso vento quasi subito viene mutuato in un intro gargantuesco di batteria e chitarra, i giri sono al massimo mentre i Toxik spingono sull'acceleratore con forza inaudita. Le rullate di Tad Leger si fanno man mano sempre più pesanti, Josh Christian con la sua sei corde fra le dita velocissimo ricama saliscendi come se non ci fosse un domani, mentre attendiamo l'ingresso di Sanders alla voce. Ingresso che si rivela dopo altrettanti secondi, mondato sopra un corpus di sei corde e pelli che non lascia scampo, ci martella la scatola cranica dall'inizio alla fine del proprio andamento. Il clown tossico che abbiamo visto campeggiare sulla copertina ci da il saluto ed inizia lo show; le vittime e carnefici della devastazione che ci circonda siamo soltanto noi stessi, noi che abbiamo stretto il mondo fra le mani pensando di poterlo piegare al nostro volere. La conseguenza di tutto questo è che l'intero pianeta è stato racchiuso sotto il tendone di un enorme circo itinerante, con le bestie che vengono osservate come animali da soma e da dileggio, senza preoccuparsi minimamente delle conseguenze. Neanche troppo taciuta anche la denuncia alla guerra fredda (ricordiamoci che il disco è del 1987, in pieno sviluppo e quasi fine del conflitto che per oltre 50 anni aveva stretto il mondo nella sua gelida morsa). Scontro di ideologie, ma soprattutto scontro di blocchi d'azione, da una parte l'occidente e gli USA col loro carico di leggi, democrazia e ferree regole, dall'altra il blocco orientale socialista, con la sua visione post-privatista del mondo, il concetto di cosa comune e lo sviluppo tecnologico fermo quasi agli albori. Nel mezzo abbiamo gli abitanti stessi del mondo, fra cui i componenti della band stessa che, stufi della situazione, decisero di trasporre il proprio diniego in musica e testo, come stiamo sentendo qua. Al ritornello giungiamo in men che non si dica, i ritmi si fanno sempre più complessi, ed i giri vengono aumentati e diminuiti a piacimento di Josh e compagni. I cori, azzeccati e cronometrici, si innalzano con la voce di Sanders, che con i suoi acuti arriva a toccare picchi inauditi. Il brano prosegue la sua folle corsa ricordandoci quanto siamo meschini noi esseri umani; siamo convinti di poter fare ciò che vogliamo, ma il tutto ha delle conseguenze. E mentre altrettanti scambi di parole fra Mike e compagni, sormontate da una ritmica di chitarra opprimente e complessa, ecco che un enorme assolo fa il suo ingresso sulla scena; tapping ed hammer on la fanno da padrone, anche esso consta di un aumento dei giri fino all'inverosimile. Il solo viene tirato per i capelli mentre ci chiediamo se la salvezza arriverà mai per noi, Dio forse scenderà dal cielo, e mentre alieni suoni continuano a prolungare l'assolo di Josh strappando le note direttamente dalla volta, torniamo poi successivamente al main theme, grazie ad una serie di poderose rullate della batteria. Il creatore del mondo non ci salverà, la sua parola ormai è stata scritta, ed il nostro destino segnato. Siamo artefici e boia della nostra mancata salvezza, e nel frattempo respiriamo a pieni polmoni la tossica aria che si forma dopo l'esplosione. Il circo del mondo però continua il suo macabro spettacolo, il tema portante del pezzo viene ripetuto per permettere a Mike di vomitarci addosso le sue ultime parole di diniego, cariche di odio e di mestizia per tutto ciò che abbiamo fatto. La paura, questo è il fil rouge di questa title track, quella paura viscerale che, per tanti e tanti anni, ha stretto i cuori del mondo nella sua interezza; la paura che quel rosso pulsante in mano al clown venisse davvero premuto da qualcuno, che quel fungo maledetto fatto di scorie esplose, potesse davvero apparire sul cielo sopra alle nostre teste. Come è giunto a noi col suo carico di tossicità ed energia, il brano se ne va con Sanders che ci invita, come le bestie che siamo e siamo stati nel tempo, a recarci al centro dell'anello, vero nucleo del circo, e mettere in piedi il nostro show. 

47 Seconds Of Sanity /Count Your Blessing

In scaletta successivamente troviamo 47 Seconds Of Sanity /Count Your Blessing (47 Secondi di Sanità/Conta Le Tue Benedizioni); dolci arpeggi di chitarra ci aprono al brano, un ritmo che, rispetto a ciò che abbiamo sentito prima, quasi si piazza al suo opposto, stendendo un setoso velo sopra i nostri occhi. Le ritmiche della chitarra si fanno quasi spagnoleggianti, ed il buon Josh ben presto elettrifica il proprio sound, aiutato anche da alcuni colpi della batteria ai piatti ed ai tom, sfociando ben presto in un andamento quasi da power ballad. Spazzavento di questa sezione è l'ingresso in scena di un assolo di chitarra degno di questo nome; tecnico, lungo ed articolato in ogni sua forma, a quasi un minuto dall'inizio, capiamo bene il perché di quei "47 secondi", la sanità mentale era rappresentata dall'arpeggio iniziale, così morbido ed atipico in un album che mastica Technical Thrash da mattina a sera, e che fa di velocità d'esecuzione, ritmiche martellanti e violenza sonora il proprio pane quotidiano. L'assolo viene ulteriormente sormontato dalla batteria, che si limita nella prima sezione a fare da metronomo, permettendo alla sei corde di esprimere tutta la propria fantasia. Ben presto il solo si tramuta in un andante trascinante e che cattura l'attenzione fin dal primo ascolto, anche se siamo tutti in attesa dell'ingresso vocale, che avverrà fra poco. Ed ecco infatti che, esattamente alla metà del brano, Mike fa il suo trionfale passo sulla scena, piazzandosi di fronte al microfono ed iniziando ad urlare come un disperato in cerca di gloria. Chi ha avuto modo di vedere i Toxik dal vivo in questi ultimi anni (ricordo una loro meravigliosa esecuzione assieme agli Hirax un paio di anni fa), sa benissimo che Mike è tornato in forze alla band, sovrastando nelle critiche e negli apprezzamenti Charles Sabin, il frontman che incontreremo in Think This, per alcuni decisamente più tecnico e meno "fastidioso" di Sanders, per altri non il vero frontman della band. Mike dal canto suo, ancora riesce a tenere bene il palco, pur non potendo ovviamente più spingere la propria voce ai limiti a cui riusciva ad arrivare da ragazzo, come in questo caso. In questo slot specifico, il nostro capellone sceglie un vocalizzo sempre alto ed ai limiti del falsetto, ma meno aggressivo di quanto ascoltato nella title track. Gli occhi di Dio sono su di noi, egli ci osserva, studia ogni nostra mossa e ne prevede le successive, perché alla fine è colui che ci ha generato. Per questo dobbiamo condurre una vita agiata e tranquilla, dobbiamo fare tutti gli sforzi necessari per andare avanti; in realtà, se andiamo ad analizzare più profondamente il testo, ci rendiamo conto della forte critica religiosa con cui i Toxik hanno chiazzato questa canzone. Nessun tema anti-cristiano è stato toccato, soltanto il puro e semplice disappunto per un Dio che, per quanto vendicativo e presente, non si fa mai vedere fino in fondo. Le sue parole si disperdono come nebbia mentre le ritmiche della canzone assumono i connotati di un Thrash canonico e meravigliosamente eseguito; l'andamento si fa sempre più tossico e trascinante, impossibile non muovere la testa a ritmo con la musica che ci viene sparata nelle orecchie, e mentre Mike continua a chiederci di contare quante volte siamo stati benedetti, dato che la benedizione la riceviamo quando abbiamo peccato o quando andiamo a chiedere di ripulire la nostra anima, ecco che il secondo assolo fa il suo ingresso sulla scena. Stavolta forse ancora più tecnico del precedente, in cui si faceva un largo uso della barra del tremolo e degli effetti, qui invece Josh mette la quinta e le sue mani sapientemente si muovono sul manico, salendo e scendendo senza alcun timore, andando  ad alimentare stili e sonorità che vanno dal Metal classico al Thrash prima maniera, quello che era comparso neanche 5 anni prima di questo disco. Nonostante le radici ben conosciute però, i Toxik sono stati in grado di sconvolgere l'ordine inserendo al tempo stesso la velocità data dallo Speed con la possente e complessa partitura del Technical Thrash, di scuola tanto americana quanto canadese, dando vita ad un ibrido di pregevole fattura. Mentre l'assolo esaurisce le sue ultime cartucce, il ritmo poi arriva ad un momento corale di grande impatto, batterie che si tramutano in tamburi da guerra, mentre la chitarra ancora stride in lontananza. Sul finale il brano esplode nell'ennesima ritmica trascinante, mentre Mike dal suo pulpito ci spiega che adesso viviamo esattamente come abbiamo sempre voluto fare, ne abbiamo passate tante, forse Dio ci ha veramente abbandonato, ma non importa, la nostra forza sarà infinita mentre cercheremo di tirarci su ancora ed ancora, senza arrenderci mai. 

False Prophets

Proseguendo in ordine incontriamo la traccia più breve di tutto il platter, False Prophets (False Profezie), due minuti e pochissimi secondi in cui i Toxik nuovamente esprimono tutta la loro potenza sonora e compositiva. Un echeggiante intro di chitarra che mano mano va inasprendosi sempre più, ben presto si collega ad un andante velocissimo e cacofonico, sorretto principalmente dalla batteria e dalla sei corde, oltre che dalla voce di Mike che fa il suo ingresso quasi subito. La corsa nuovamente è iniziata, ci troviamo a bordo della nostra lucente macchina, lanciati a folle velocità sulla strada e con un solo obbiettivo, rompere il muro del suono col nostro bolide che sputa fiamme dal tubo di scappamento. I ritmi serrati e la scatola cranica che viene spezzata in due dal sound che la band riesce a mettere in piedi, riescono anche a non annoiare, neanche dopo diversi ascolti consecutivi. Il brano, pur rimanendo sul minutaggio molto basso, si annoda e prende forma in modo sempre più complesso e cacofonico, tecnica sopraffina che viene sparata direttamente in faccia al pubblico, come in una enorme orgia di caos. La tempesta infuria mentre si descrive una "casa bianca" in cui chi viene eletto siede al potere e prende tutte le decisioni; attraverso il black humor e la denigrazione più ironica e dissacrante, i Toxik tirano un sonoro calcio nei denti al presidente di allora (che era il democratico e controverso Jimmy Carte, predecessore dell'ancor più controverso Ronald Reagan, con cui la Guerra Fredda raggiunse uno dei propri apici negativi), fornendogli chiare prove delle sue bugie e false promesse. I politici, quegli uomini che dovrebbero essere eletti da noi e per noi, in realtà sono involucri vuoti fatti di vane promesse, di ingerenza e diniego verso la società, e la band non perde alcuna occasione per farglielo notare. Il brano continua a scatenare la sua furia omicida dentro le nostre orecchie, Sanders tocca lidi ancora più alti con la propria voce, e le false profezie e promesse dell'uomo nella casa color del latte, cominciano ad essere davvero pesanti. Le ritmiche di base vanno a fondersi con la rabbia giovanile dei nostri Toxik, che infondono in ogni singola nota il loro disappunto verso società, abitanti che la compongono e soprattutto coloro che stanno al potere. Si trasformeranno in clown alla fine (un riferimento tanto alla title track quanto alla copertina di Repka stesso), e ci guideranno nel gioco macabro del circo vitale, ammaestrandoci come bestie da soma, quali alla fine siamo tutti noi. I valori degli USA, quelli iniziali e giusti, ormai sono stati calpestati, e mentre un cadenzato oppressivo sfocia poi in un altro velocissimo assolo di Christian, altro non possiamo fare se non chiederci perché tutto questo è accaduto e sta ancora accadendo, il solo arriva a fine e Mike calca la mano sull'avvisaglia di terrore, quel "Beware!", urlato fin dentro la nostra anima, ci fa ben intendere quanto le speranze e le chiacchiere stiano a zero. L'assolo sfocia in un ritmo finale al cardiopalma, in cui si marca ancor più il territorio e si calca la mano su quanto i valori americani di democrazia, uguaglianza e solidarietà che avevano fatto grande il paese in origine, siano ormai solo un polveroso ricordo da libri di storia. Ormai la bandiera è sgualcita e calpestata, i piedi pesanti dei ceffi che vi hanno avvinghiato le loro unghie sopra, ne hanno strappato brandelli a più non posso, lasciandone intatti solo pochi frammenti. Un brano veloce quanto serpentino è il tuo messaggio, la band sibillina e massiccia, si scaglia ferocemente contro lo strapotere ed il ripiego che la società sta avendo, accartocciandosi su sé stessa come una foglia secca. 

Haunted Earth

Altrettanti precisi colpi di batteria uniti ad un trascinante main riff di chitarra aprono ad Haunted Earth (Terra Infestata), la band viaggia a spron battuto verso la prima variazione, che consta di uno stridio continuo della chitarra unito ad altrettanti passaggi di basso e batteria uniti insieme come un sol uomo, Mike Sanders arriva poco dopo, irrompendo sulla scena con il consueto fare del condottiero. Si passa da una velocità alta come quella a cui la band ci ha abituato fin dalle prime battute di questo album, ad un andamento Thrash di stampo classico, cadenzato e roccioso e che non può non farci alzare le corna al cielo per seguire il ritmo stesso che stiamo ascoltando. Un'orda barbarica di appestati sta per colpirci, dobbiamo difendere la terra dagli infetti, esanimi e risultato dell'inverno nucleare che stiamo vivendo; la detonazione di qualche tempo fa ha lasciato un paesaggio post- apocalittico, freddo e gelo la fanno da padrone, la natura ormai è solo un lontano ricordo, ed orde fameliche di non morti, con i corpi sciolti e tumefatti dalle radiazioni, marciano sul suolo come una spaventosa squadriglia mortale. Toccherà a noi difendere la terra e le nostre cose da questa massa di rinnegati, piantando coltelli ben dentro la loro carne e vedendoli cadere uno dopo l'altro; se andiamo ancor più a fondo ovviamente, scopriamo che gli infestati possono essere collegati anche a coloro che hanno ridotto la terra in queste condizioni. Inquinamento, tossicità, rifiuti e soprattutto tanta indifferenza, hanno compromesso il suolo sotto i nostri piedi, spesso e molto malvolentieri in maniera irrisolvibile. Il ritmo continua ad essere trascinante e lisergico sotto ogni punto di vista, la chitarra ricama assieme alla sua controparte ritmica, cercando di duellare come antichi cavalieri, e le scintille che escono oscurano e si stagliano nel cielo illuminandolo come non mai. La guerra aperta continua, clangore di spade e coltelli che si piantano in corpi mentre il ritmo si fa sempre più opprimente, sembra quasi prenderci la testa fra le mani cercando di schiacciarla come un frutto maturo, come un acino d'uva sotto le dita, facendone fuoriuscire il liquido all'interno. Il ritornello ci invita a difendere sempre la nostra terra, stridii di chitarre che proseguono continuamente mentre Mike esorta le truppe ad attaccare e non arrendersi di fronte a niente. Pregevole come sempre il lavoro della batteria, che nonostante i limiti della registrazione, riesce a far ben intuire ogni singolo tassello del proprio lavoro, così come la sei corde stessa, che sfodera nella sezione centrale un assolo da antologia. Christian è un fan dello shredding, e si sente molto bene ogni volta che si concede il proprio momento per salire sul piedistallo e non scendere finché egli stesso non decide che è abbastanza. Le ritmiche così ossessive fanno si che l'ascoltatore, in preda quasi ad un trip mistico, si immagini letteralmente le scene di fronte ai suoi occhi, e mentre la battaglia continua a gonfiare il petto, vediamo corpi sgraziati e nudi che volano via colpiti dalle lance e dalle spade, ma al tempo stesso pensiamo anche a quanto abbiamo fatto male al nostro pianeta. Lacrime amare come il fiele solcano il nostro volto, e nel frattempo ci rendiamo conto che niente può essere salvato, soprattutto la nostra anima; Josh dal canto suo decide di urlarci dentro al cranio prolungando il suo assolo fino all'inverosimile, senza preoccuparsi di ciò che sta accadendo di fronte a lui. La variazione successiva porta ad un momento corale in cui il mosh pit scatta istantaneo, saliscendi continui e via un altro assolo veloce ed in tapping, condito da urli della chitarra stessa e da un vasto uso degli effetti al ponte ed all'ampli stesso. Nuovamente poi torna il main theme col suo aggressivo carico, prima che Sanders riprenda la parola per definirci dei cani famelici che mordono appena ci avviciniamo; abbiamo soggiogato la terra e ne pagheremo le conseguenze. Urla infernali funestano la sezione finale, Mike, calcando la mano sulla parola "Hell", che viene cantata un grado superiore al falsetto, fa si che il nostro corpo si senta abbandonato al sound che ci sta pervadendo, in una spirale infinita. Siamo orgogliosi comunque di avere piena consapevolezza adesso, orgogliosi di sapere che un giorno, pur non salvandoci, almeno avremo la forza di alzarci in piedi, la forza di spiegare al mondo cosa è andato storto e perché, la forza soprattutto di capire che il mondo stesso è la nostra ostrica, e noi avremo dovuto rispettarla senza alcun ritegno, non far si che essa stessa si sia rivoltata contro di noi. Brano che, a discapito di ritmiche semplici e tecniche nella resa, risulta essere molto profondo, l'analisi che se ne trae ci spacca il cuore in due per guardare cosa c'è dentro, e nessuno è al sicuro quando i Toxik decidono di scendere in campo.

Victims

Chiude questa enorme avventura Victims (Vittime); un corposo intro di batteria ci da il benvenuto, unendosi ad un crescendo sempre più opprimente, e ad un urlo di Sanders che, in progressione, ci trasporta in un andamento costante e muscoloso, nel più puro stile del Thrash. Le parole vengono sparate in faccia al pubblico così come la musica stessa, che si annoda sempre più per lasciare il giusto sapore in bocca  a chi sta ascoltando queste devastanti note; le ritmiche nuovamente sono serrate, la batteria viene deflorata ad ogni angolo del testo, in un giro infernale quasi estremo, ma che viene spazzato via ogni volta dalla voce cristallina di Mike. Il suo tono così alto e quasi fastidioso per alcuni (non per chi vi sta scrivendo), fa si che ogni nota suonata acquisti un significato ancora più profondo ed incisivo dentro il nostro petto, nessuno si può tirare indietro, ed il pogo sotto al palco parte in maniera spontanea, scatenando la furia come se non ci fosse un domani. Le vittime del gioco infernale cui stiamo assistendo siamo ovviamente noi, vittime della televisione e dell'imbonimento che ne deriva, di messaggi subliminali e di versi che ci vengono iniettati in testa come cavie da laboratorio. Il tema del controllo mediatico verrà ripreso con ancora più enfasi nel disco successivo, completamente dedicato a questo argomento, a partire dal titolo e dalla copertina, ma già nella conclusione del primo LP, i Toxik ci danno una chiara visione di ciò che pensano. Il mondo è una vittima, non ignara né inconsapevole, perché tutti alla fine diamo retta a ciò che sentiamo; e vediamo uomini con la croce chiedere favori in cambio della nostra obbedienza, vediamo predicatori attraverso quel maledetto schermo inveire contro cose di cui non sanno assolutamente nulla. Vediamo soprattutto, e nel mondo odierno a distanza di 30 anni dall'uscita del disco niente è cambiato, i morti viventi che genera; sono zombie che non mangiano carne umana e cervelli, ma hanno gli sguardi spenti e le facce vuote, gli occhi sono bianchi come cadaveri, la pelle smorta e la testa che fluttua fra i pensieri, senza avere mai una direzione precisa. Nella sezione centrale la band ci regala un momento corale da antologia, senza alcun timore un assolo dal sapore Heavy classico fa breccia nei nostri cuori, pur non discostandosi troppo dallo shred tanto amato da Josh, e dal tapping forsennato che ne deriva in successione. Il ritmo riprende la sua corsa, tre minuti soli di durata per questo brano, che ormai è quasi agli sgoccioli; un altro assolo, più sul Thrash andante del precedente e di energia ancora più devastante spacca le nostre orecchie in due prima che un andamento di batteria veloce e costante alzi ancor di più il tiro del brano e le rullate si facciano concentriche senza alcuna remora. I Toxik decidono di arrivare a fine canzone così, innalzando un vero e proprio muro di suono cui si unisce nuovamente anche Sanders, calcando la mano sul titolo della canzone, inframezzando il tutto con urli e cori cronometrici e precisi, oltre che devastanti. Arriviamo in fondo che neanche ce ne siamo accorti, ma ne avremmo voluto ancora, l'energia che riusciva a sprigionare il brano aveva, a tratti, dell'incredibile, nessuno si è salvato, e la detonazione si è fatta ancora più cacofonica e devastante, mentre nel frattempo torna, come in un girotondo, la paura dell'atomica. Le molecole vengono spezzate alla velocità della luce, generando un calore infernale che scioglie qualunque cosa trovi sul proprio cammino, e facendo di noi le ennesime vittime di questa folle guerra che non si combatte sul campo di battaglia, ma nella silenziosa e riprovevole stanza della follia, quella in cui il cervello umano compie i passi più orribili della propria esistenza. Un brano di chiusura, nuovamente, dal forte impatto emotivo e dalla profondità elevata di analisi; le liriche e la musica accompagnano a braccetto l'ascoltatore fin dentro le viscere dell'animo umano, obbligandolo a farsi domande e chiedersi il perché anche dei propri comportamenti, quelli più oscuri ed irripetibili. 

Conclusioni

Questo è uno di quei dischi che ti cambiano la vita appena li ascolti; scordatevi tutto ciò che siete abituati a sentirvi dire sul Thrash Metal. Scordatevi le ritmiche cacofoniche e l'aggressività senza quartiere, qui giochiamo su un altro campo. I Toxik hanno preso le ferree tradizioni americane, e le hanno mischiate con la sacra scuola canadese, grazie soprattutto all'abilità compositiva del mastermind Josh Christian. Plauso incredibile va a lui ed alla sua capacità di concatenare fra loro ritmi così diversi, mettendo nel calderone Speed Metal di inizio anni '80 con la sua aggressività così sporca e grezza, una voce che definire "alta" è dannatamente riduttivo, considerando che se siete abituati a sentire i vocalizzi di un Halford o di un Jeff Waters, qui andiamo su un gradino ancora più alto e tossico. I livelli di testosterone vengono abbandonati per fare spazio poi alla sezione Technical, con il suo carico di partiture complesse e scale impossibili da suonare; l'abilità alla sei corde di Josh si tramuta in una serie di riff e soli di fattura e caratura notevole, senza remora alcuna per l'ascoltatore. Dieci tracce con cui la band entra letteralmente nel mondo dell'umano e del visibile, estrapolandone i comportamenti primari e mettendoli sotto una lente di ingrandimento sempre più dettagliata, fino a tirarne fuori i tasselli più nascosti e oscuri. Un album completo, la cui unica pecca è soffrire leggermente di una produzione non al top della forma; meccanismo che poi verrà completamente spazzato via con il disco successivo, nel quale il mixaggio e la pulizia del suono diverranno quasi fastidiosi. Qui invece abbiamo un sound leggermente più impastato e lisergico, ed in alcuni momenti (pochissimi per fortuna) si fatica a stare dietro a tutti gli elementi. Una copertina che, pur rimanendo relegata ad un pubblico ristretto, è entrata nella storia; qualsiasi thrasher la adora, come molti di loro amano anche il suo contenuto. Un disco che ha segnato la storia in maniera indelebile, assieme alla sua seconda parte, e che a distanza di anni continua a far camminare i Toxik nell'Olimpo dei vincitori. Se amate il Thrash Metal non potete esimervi dal sentire World Circus; vi ritroverete in un mondo strano, popolato di clown alieni e nucleari, esplosioni atomiche e tanto diniego verso la società. Ragazzi giovani che con rabbia e stupore di chi ha vent'anni o poco più riesce bene ad analizzare e criticare gli aspetti del mondo che non gli tornavano molto; un disco che non ha una sbavatura neanche a pagarla, se non quelle poche, pochissime che abbiamo sottolineato (e che si riducono ad un mero aspetto di resa finale del sound). Aggiungiamo anche che i Toxik, di fatto, hanno fondato un sottogenere che ha funto da viatico e da ispirazione per centinaia di band successive, ancora oggi; parliamo dello Speed Technical Thrash Metal, una unione che, a discapito dell'enorme nome, riesce a trascinare l'ascoltatore per i piedi fin dal primo ascolto. Comprate questo disco, compratelo e consumatelo ad ogni nuovo giro del piatto, finite i suoi solchi e fateli diventare opachi da quanto la puntina si muove sopra quel nero disco di vinile; comprate questo album se volete tecnica sopraffina, una voce che definire cristallina e pulita è riduttivo, ed una sezione ritmica cronometrica e devastante. Un album che ancora oggi stupisce per quanto ragazzi così giovani siano riusciti a comporre tracce come queste; purtroppo i Toxik, pur essendo ancora in circolazione (ed a quanto pare in procinto di comporre nuovo materiale), sono l'ennesima meteora del Thrash, una di quelle stelle che, complice l'enorme calderone che era la scena in quel periodo, non è riuscita ad emergere come voleva. Per fortuna esistono ancora nerd musicali che, senza fermarsi ai soliti blasoni che conoscono tutti, scavano nel passato della musica, nelle nicchie più nascoste e sconosciute, scovando queste perle. Scovandole e soprattutto facendo la miglior cosa che si possa fare, ovvero condividerle con chi non li conosce, avvicinando altri ed altri giovani, fino a formare un gruppo compatto ed unito che apprezza certe sonorità. Che altro dire, World Circus non raggiunge la perfezione di voto per quella piccola virgola di produzione, ma togliendo quella, parliamo di un album che possiamo definire perfetto sotto ogni suo singolo aspetto.

1) Heart Attack
2) Social Overload
3) Pain And Misery
4) Voices
5) Door to Hell
6) World Circus
7) 47 Seconds Of Sanity /Count Your Blessing
8) False Prophets
9) Haunted Earth
10) Victims