TOXIK

Think This

1989 - Roadracer Records

A CURA DI
DAVIDE CILLO
10/03/2017
TEMPO DI LETTURA:
9,5

Introduzione Recensione

Westchester (New York), 1985: nascono i Tokyo, ben presto Toxik, fra i primissimi precursori del Technical Speed/Thrash Metal. Una band che porta il profumo del sound della sua costa est, dove solo di profumo si tratta: il complesso infatti condivide perlopiù lo stesso DNA di sue contemporanee band come Annihilator, Watchtower, Mekong Delta, Realm, Aspid, Coroner e decine d'altre, una corrente nata a partire dalla seconda metà degli '80 e subito amata dai cultori dell'underground. Una musica divertente e fatta per divertire, non solo gli ascoltatori ma anche i musicisti: musicisti virtuosi, con solide basi tecniche e conoscenze teoriche, ma con quell'anima ribelle e antisociale direttamente proveniente dalle radici dell'HC Punk a stelle e strisce degli anni precedenti. Tuttavia, mentre per altre correnti del Thrash Metal ottantiano ci siamo trovati a parlare di musicisti sì tecnici (vedi band come i Testament), ma che utilizzavano le proprie indiscusse capacità in maniera esclusivamente funzionale alla musica espressa, qui ci si trova al contrario anche di fronte alla mera espressione di tecnicismi scenici, fatti per impressionare e soprattutto divertire l'ascoltatore piuttosto che per narcisismo, lasciando scolpito un tassello nella memoria di quei giovani fan che, divertiti, ascoltavano gesta come gli incredibili acuti di Mike Sanders in "World Circus".  Certamente, rientra in questo discorso il caso della band di Josh Christian e compagni, una band che in "Think This" completava il proprio naturale percorso di evoluzione di sound orientandosi verso influenze di quella che potremmo, a tutti gli effetti, definire la primordiale forma di Progressive Metal. Charles Sabin subentrava a Mike Sanders dietro al microfono, John Donnelly entrava come secondo chitarrista, Josh Christian, Tad Leger e Brian Bonini confermatissimi. Nasce così "Think This", album presentato in radio dai ragazzi e rilasciato nell'Ottobre del '89. Un album "più tecnico", come dicevano i nostri ad un'emittente newyorkese, ma che per la verità poneva le basi per quello che andrà ad influenzare, nei suoi aspetti più melodici e meno convulsivi, il sound di band come Dream Theater e compagne. Il secondo lavoro dei Toxik, protagonista della recensione odierna, veniva rilasciato dalla Roadracer Records, label olandese fondata nel 1980. Etichetta gemella della RoadRunner, la Roadracer era stata già protagonista con numerose release del medesimo filone artistico, e di lavori ancora amatissimi dai metalheads di oggi con il palato da old school thrashers. Fra le release spiccano i primi storici album dei canadesi Annihilator, lo straordinario "By Inheritance" dei danesi Artillery, "4 of a Kind" e "Thrash Zone" dei crossover thrashers D.R.I., gli storici "Heavy Metal Maniac" e "Violence & Force" degli speed/thrashers canadesi Exciter, numerose leggendarie release targate King Diamond, come anche alcuni fra i più storici lavori firmati Motorhead, Sepultura, Obituary. Nulla di meglio poteva dunque esserci per lanciare questo "Think This", album dal provocativo titolo e dall'eloquente copertina targata Ed Repka, e che andremo ad approfondire e analizzare nella parte finale della recensione. Un album che riflette la crescita del padre della band e chitarrista Josh Christian, come anche quella dei suoi compagni, che si affacciavano ad un'evoluzione più profonda e ad un approccio musicalmente più completo. Il lavoro, della durata di oltre 53 minuti per 12 tracce, si apre con nientemeno che con la title track "Think This". Si prosegue con Greed e l'amatissima "Spontaenous", tracce dirette e che non intendono fare sconti, per poi passare all'interessatissima ballad musicale "There Stood the Fence".  Terminato questo stacco melodico il quinto episodio, il successivo, si intitola "Black And White", dove la band mostra alcune delle sue maggiori qualità, ed è seguito dalla spavalda "Technical Arrogance", il cui titolo ben poco ha a che fare con i tecnicismi presenti nel brano, e dal settimo episodio "Burn Jim / In God". Altrettanto conosciuta e amata a buon ragione "Machine Dream", come anche apprezzata è la cover dei Led Zeppelin "Out on the Tiles". "Shotgun Logic" è il provocatorio titolo della bellissima decima traccia, mentre è profonda e colpisce l'undicesima "Time After Time". A chiudere il lavoro dei ragazzi è una breve traccia strumentale di nome "Think That", che con il suo titolo goliardico chiude il full-length che, quasi un'ora prima, si era appunto aperto con la medesima melodia di "Think This". Noi vi auguriamo buon ascolto, suggerendovi un volume alto per quello che è un lavoro fra i più grandi e amati all'interno del proprio fantastico genere: è tempo ora di passare al track by track.

Think This

L'album si apre, come anticipato, con la spettacolare title track "Think This" (Pensa questo): il brano viene introdotto da una fantastica ed evocativa introduzione arpeggiata, che ci coinvolge nelle sue atmosfere criptiche anche grazie all'ausilio del misterioso sottofondo di tastiera. A rendere egregia questa sezione introduttiva è la costante evoluzione che, pur mantenendo inalterato il tema, ci sa immergere sin da subito nel clima di tensione ed ingiustizia sociale tanto narrato dai ragazzi nel brano. Immenso il momento in cui avviene l'attacco di chitarra, con la potentissima e tagliente distorsione che, come si usa fare nel buon Thrash Metal vecchia scuola, mette in primo piano una produzione affilata e perfetta per le esigenze. Il ritmato riff della strofa si tinge visibilmente di quel sound di quel genere Progressive Metal pochi anni dopo divenuto conosciuto in tutto il mondo, mentre la fantastica linea vocale lo valorizza al meglio tramite una coraggiosa personalizzazione, con i cori del ritornello che mantengono intatta quell'anima "ribelle" e "antisociale" che rendono il pezzo uno dei più amati della band e del disco, oltre che uno dei più emblematici del genere suonato. L'acutissima voce di Charles Sabin, in questo brano, ci racconta di una società sbagliata, ingiusta, dove il popolo viene indottrinato a compiere azioni sbagliate a causa dei mass media, TV in particolare, che trasmettono valori deprecabili. Non sono però i mass media i veri protagonisti del brano, mentre ad esserlo è la difficoltosa situazione sociale in generale. L'uomo, vittima inconsapevole, viene portato ad avere determinati ideali e ad inserirsi nella società in un determinato modo, "schema", all'interno di uno stereotipato meccanismo dove, diversamente, si viene considerati fuori dalla norma o comunque antisociali.  Fantastici i frangenti "parlati di voce", come anche quelli in cui la vocalità acuta di Charles si mischia ad un timbro di voce raschiato, mentre il vocalist ci racconta di come le nostre menti vengano progressivamente addormentate, vittime di uno stato di "confusione di massa" dove il vedere la realtà diviene più difficile a causa degli schemi sociali all'interno dei quali veniamo inseriti. Impossibile a questo punto non parlare dell'assolo, spettacolare, di Josh Christian, che tramite e nonostante la sua velocità supersonica non sminuisce neanche in minima parte il valore melodico e concettuale di quanto espresso dal brano: il tema portante della traccia viene infatti non solo rispettato, ma valorizzato, e i passaggi non potranno non far sorridere ed innamorare l'ascoltatore grazie alle straordinarie capacità di gusto melodico e opportunismo mostrate dal chitarrista statunitense, combinate a quelle proprietà tecniche proprie di pochi musicisti al mondo. Impossibile, infine, non sottolineare quanto le stupende interruzioni e i cambi di tempo della traccia rivestano un ruolo chiave nel fare di "Think This", indubbiamente, una traccia unica.

Greed

La seconda traccia si intitola "Greed" (Avidità), titolo eloquente e che ci lascia da subito intuire le tematiche affrontate nel corso della canzone. Qui il vocalist Charles Sabin si rivolge contro "il sogno americano", quella ricerca del potere e della posizione sociale, quel valore attribuito al denaro che diviene troppo spesso anteposto anche a quello della vita umana. I ragazzi, durante il pezzo, parlano di una vera e propria "via del dollaro", intesa come un modo di vivere dove, per accumulare la ricchezza, ci si sente giustificati a compiere qualsiasi azione. Sabin, nelle sue liriche, sottolinea in particolar modo come questa avidità (per l'appunto "Greed", il titolo della traccia), diventi una vera e propria ragione di vita, l'unico motivo per vivere i propri giorni, e ci si dimentica completamente di valori ben più importanti e senza alcun dubbio profondi. "For greed we live, in need we die, we live and die for something we'll never have, for greed!" (trad.  per l'avidità noi viviamo, nel bisogno noi moriamo, noi viviamo e moriamo per qualcosa che mai avremo, per l'avidità!). Ironica in tal senso la voce introduttiva del brano, una sorta di speech a stelle e strisce che rivolgendosi a noi afferma "greed is good, greed is right, greed works" (l'avidità è buona, l'avidità è giusta, l'avidità funziona!). Terminata questa voce introduttiva la band ci riporta a quella che già avevamo identificato come una delle caratteristiche principali dell'episodio precedente, i bruschi e feroci cambi di tempo, inseriti ancora una volta in un contesto adeguato e calzante. Notevolissimo come sempre il lavoro di Charles Sabin dietro il microfono, che in questo lavoro spazia più che mai da un tono di voce medio ad uno estremamente acuto. Il brano si può senza dubbio definire leggermente meno aggressivo rispetto alla title track introduttiva, avendo un ruolo maggiormente di rilievo la melodia di canto su cui si incentra la strofa. Il pezzo è reso fantastico e vede una delle sue principali qualità nella fantasia compositiva del chitarrista Josh Christian, qui in grado di creare una linea melodica provocativa e carismatica, ottimamente interpretata dagli altri componenti della band. Ancor più rispetto a "Think This", "Greed" è una traccia priva di ogni schema prefissato e matematica musicale, dove ci si appella al geniale delirio del fondatore e chitarrista solista e al suo stravagante uso di accordi e scale. Sulla stessa linea l'assolo del brano, uno sfoggio di tecnicismi e composizioni che profumano di improvvisato, e che perfettamente si amalgamano a questa traccia della durata di 4 minuti.

Spontaneous

Siamo ora alla leggendaria terza traccia intitolata "Spontaneous" (Spontaneo), una delle più amate dai fan. Ancora una volta il brano viene aperto da una voce narrante, che passa stavolta in secondo piano visto l'incredibile carisma che contraddistingue la pazzesca introduzione di Josh Christian e compagni. La traccia si apre infatti con una serie di power chord ed è molto evocativa, un tantino macabra e misteriosa. Segue uno straordinario riff, stavolta più classico, nella pura matrice e scuola del Thrash Metal ottantiano. Questo frangente ben presto si velocizzerà, con tanto di doppia cassa di batteria mitragliante. Fantastico il seguente stop and go: terminata questa parte introduttiva i ragazzi infilano infatti una serie di riff "ad incastro", grezzi e potenti, da "headbanging". Il nostro mondo, prevedono i nostri, prima o poi brucerà a causa di coloro che cercano un profitto sempre più alto e, per evitare ciò, conviene agire subito. Incredibile quanto siano vere e profonde queste parole, con la band che suggerisce di non tergiversare e di scatenare una scossa che dia una svolta al nostro destino. E' un nuovo stop and go a lasciar spazio alla strofa vocale, dove il cantante mette in mostra un nuovo protagonismo della linea melodica. A rendere meraviglioso il brano, fra le varie qualità, vi è il carisma del riff portante della strofa, che pur mantenendosi all'insegna degli oramai consolidati e continui stop and go colora la strofa con delle variazioni tonali ritmate e calzanti. Restando alla strofa, straordinarie le liriche che lamentano delle guerre combattute senza una valida ragione, dei conflitti vissuti per ragioni sbagliate, dell'ipocrisia della classe politica che ci governa. Questa terza traccia, lo si vede, lo si respira, lo si sente, lo si avverte, è frutto di un'ispirazione talmente profonda e genuina da essere stata scritta in pochissimo tempo: proprio come avviene nei brani migliori, quelli "storici", meno studiati e più "di cuore". Il protagonismo della voce fa comunque il suo, ed è anzi ancora una volta la voce di Sabin a dare al brano quel qualcosa in più, mentre invece l'assolo suona qui meno "abbandonato" ai consueti tecnicismi, vedendo un maggiore utilizzo della leva di chitarra alla "Vai" e un ancor più spiccato senso melodico.  Ritengo tuttavia che a rendere grande questo pezzo sia principalmente quel mix fra la vena ribelle e antisociale dei cori vocali, i ritmati thrash metal riff di deriva HC punk, mischiati a quell'anima "nobile" ed "elegante" delle sapienti composizioni chitarristiche di Christian.

There Stood the Fence

Si passa ora alla bellissima ballad melodica "There Stood the Fence" (Qui sorgeva la recinzione), profondissima dai primi istanti grazie al coinvolgente arpeggio di chitarra acustica. Qui il cantante narra di ricordi d'infanzia, mentre il sottofondo di tastiera tinge le meravigliose variazioni arpeggiate. Subentra presto la distorsione, con il riff di chitarra che segue semplicemente la linea introdotta dall'arpeggio, mentre Charles Sabin ci narra di ricordi d'infanzia. "There Stood the Fence that penned me when I was younger, this was the house where we all stayed." (Qui giaceva il recinto che ha scritto la mia infanzia, qui c'era la casa dove noi tutti stavamo.") E, così, continua: qui vi era l'albero sotto al quale ci riposavamo, qui lo spiazzo dove giocavamo, ma ora tutto ciò e andato e non mi resta che chiedermi se ne sia valsa la pena. Il bellissimo ritornello di chitarra come del resto l'intero brano vengono anche e soprattutto apprezzati grazie ai "piccoli arrangiamenti" chitarristici, quel gusto di suoni e dettagli che riescono nel compito di fornire alla traccia un gusto unico. La bellissima melodia quindi prosegue, come anche il racconto. E' una storia narrata da padre in figlio, quella del luogo della propria infanzia e che ancora oggi l'uomo porta nel cuore, un luogo lontano dall'essere perfetto ma che, ahimè, era casa. L'amata casa. Scomparsa. Ora piove pioggia acida, dice ancora il padre, che sente addosso il peso di un'enorme ingiustizia. Questa era la nostra Terra, il nostro giardino dell'Eden, spiega ancora mentre il bellissimo arpeggio di chitarra si trasforma, noi ci siamo presi tutto quel che potevamo e abbiamo lasciato il nostro pianeta a sanguinare. Ancora più triste il finale, enigmatico, e che non ci lascia davvero convinti del fatto che sia il padre che il figlio siano ancora vivi. Non certo, questo, il primo episodio di canzone ambientalista nel filone Thrash Metal vecchia scuola, dove nel medesimo periodo band della medesima zona come Nuclear Assault e decine d'altre rilasciavano storici lavori come "Critical Mass". Incredibile allo stesso modo la tristezza e profondità di questa bellissima traccia, una traccia emotivamente coinvolgente come poche scritte nella storia della musica e che lascia ampio spazio alle riflessioni. Favolosi gli arrangiamenti vocali, quel cantato elegante e opportuno, con quell'effetto coro che rende ancor più unico questo immenso brano targato Toxik, il quarto di questo secondo album "Think This" del 1989. E' impressionante come questa traccia sia, a differenza dei brani precedenti, espressa tramite pochissime variazioni, in una linearità compositiva di fondo che la rende diretta ed emotiva. 

Black and White

La nostra marcia prosegue con l'altrettanto amata traccia denominata "Black And White" (Nero e Bianco), le cui tematiche non si discostano da quelle sociali ed impegnate degli episodi precedenti. Questo brano, in particolare, risulta con l'essere un autentico viaggio attraverso la nostra società, con la descrizione di tutte le ineguaglianze e le problematiche che, a causa della nostra classe politica, ci ritroviamo addosso. Per le strade vi sono infatti i senzatetto, affamati, e invece di dare attenzione e supporto a queste persone veniamo abbindolati dalla merda che viene trasmessa in TV. Straordinari i riff di chitarra, stravaganti e rapidi, imposti tramite una serie di scenici stop and go e una robusta sezione di doppia cassa. Grande qui il lavoro dietro le pelli, come il consueto lavoro dell'intera sezione ritmica. Le evoluzioni melodiche dell'assolo di chitarra sono un'autentica chicca, e coccolano l'ascoltatore valorizzando la linea della traccia come meglio non si potrebbe. Si conservano quelle caratteristiche musicali della strofa del brano, come anche l'incisività del melodico ma macabro e stupendo ritornello. "We're all victims of the system" (trad. Noi siamo tutti vittime del sistema), prosegue il racconto, viviamo per stereotipi, in una realtà che ci viene trasmessa in bianco e nero, di qui il titolo del brano. Nella canzone i nostri celebrano grandi uomini con valori, come Martin Luther King, e si rivolgono contro il razzismo. Atteggiamenti d'odio, giovani estremisti, una nuova generazione di razzisti nutrita da una società che trasmette valori da ripudiare. I potenti l'hanno capito, sostengono ancora i ragazzi, "dividi et impera", ci mettono l'uno contro l'altro facendoci dimenticare che siamo tutti figli del medesimo Dio. Così, mentre la tensione divide lo stato, i talk show ci vendono menzogne mentre i politici, maghi delle parole, scatenano lotte e polemiche di secondaria importanza con il solo fine di conservare il proprio potere. "Black and White", bianca e nera, nera e bianca, è la malata società in cui ci ritroviamo a vivere la nostra esistenza. Non può mancare infine una citazione, ancora una volta, ai cori vocali, che donano quell'anima diretta e genuina di cui altrimenti si sentirebbe la mancanza.

Technical Arrogance

Estremamente "Voivodiane" le liriche della successiva traccia, intitolata "Technical Arrogance" (Arroganza Tecnica). I nostri ragazzi si rivolgono qui contro la macchina, quella folle e smaniosa ricerca del progresso, una continua caccia dello spingersi oltre che sta portando la razza umana allo sbando. Il brano si apre da subito con una serie di stravaganti accordi, seguiti da una serie di bruschi stop and go con tanto di stacchi batteristici. E' indubbiamente il brano dell'intero full-length più incentrato su tecnicismi (cosa ironica, visto il titolo che ha ben altro significato), e con un'anima meno melodica e certamente più macabra. Non mancano, per capirci, gli acuti vocali, che qui raggiungono apici meno estremi colorando le virtuose ritmiche della band. In particolare, ad essere tetra come non mai è la seconda parte della traccia, quella in cui prima si susseguono una serie di oscuri alternate picking in palm mute e poi una criptica serie di riff di pura matrice Progressive. Allo stesso modo, l'assolo di chitarra, che fa ampio utilizzo della leva, mette ancor più in evidenza l'anima prog di questo episodio. Il tutto avviene tramite un testo che profuma di distopico, e che prevede un futuro oscuro e dove perderemo il controllo delle nostre vite. Verranno create delle macchine, prevedono i ragazzi, che si mostreranno dinanzi a noi imponendoci determinati ideali, come la paura di Dio e una nuova oscura religione. Attualmente conduciamo la nostra esistenza in un mondo pieno d'odio, sostengono i ragazzi, riaffermando un concetto già introdotto nel precedente episodio "Black And White". In questa società, con l'avvento di una super tecnologica nuova era informatica, come vivremo tutto questo? E' un pensiero, una riflessione, frutto della paura e della consapevolezza. Un racconto, quello di "Technical Arrogance", che oggi sembra ancora più reale rispetto all'89', anno di uscita dell'album. Saranno i robot, proseguono i ragazzi in questo fantasioso ma macabro racconto, in sostanza, ad attribuirci valori morali ed il nostro credo, portandoci verso 2000 tetri anni ed una nuova misteriosa era. Certamente d'impatto, queste parole scritte da Charles Sabin e compagni lasciano ampio spazio alla riflessione, invitandoci a pensare a quale sia la natura del futuro verso il quale ci stiamo dirigendo.

Burn Jim / In God

Ed eccoci al settimo pezzo, che si intitola "Burn Jim / In God" (Brucia Jim / In Dio). Il testo, in maniera provocatoria e irriverente, narra di un predicatore televisivo che vende truffe ai meno svegli. Incredibile la quantità di liriche di tali tematiche, quelle sociali, all'interno di questo spettacolare secondo album della band di Westchester: i nostri, traccia dopo traccia, ci sanno fornire uno specchio della nostra società, dandoci l'opportunità di rivederci in, e magari di rivivere, quelle situazioni che ci ritroviamo davanti nella vita di tutti i giorni. Questo settimo episodio, della durata di 5 minuti e di cui stiamo raccontando, racconta la vita di un uomo nonostante tutto abbastanza considerato, con dei finti valori morali e che, rivolgendosi ad un gruppo prevalentemente anziano, offre numerosi prodotti truffa: macchine potenti, diamanti, e il presunto riconoscimento in determinati valori morali. E' crescendo, in un'improvvisa fase della sua vita, che l'uomo dice di aver scoperto Dio e sostiene in maniera poco credibile di essersi avvicinato a lui, pur però proseguendo nella sua attività immorale. La canzone mostra uno spiccato dinamismo, non solo a livello di cambiamenti di tempo, ma anche considerando le variazioni di tema. Non vi è infatti uno sfondo musicale unico per tutta la traccia ma, al contrario, i nostri ci presentano di saper riunire al meglio frangenti totalmente differenti all'interno dello stesso brano. La cosa straordinaria è che la linea vocale si adegua perfettamente a sottofondi musicali totalmente differenti, mostrandosi non solo compiuta e sensata, ma anche musicalmente valida e godibile. Impossibile non citare qui la natura virtuosa dell'assolo di chitarra, dove Josh Christian davvero tira fuori il suo lato vocale più tecnico. Nella parte finale delle liriche si torna ad uno dei temi portanti dell'album, i mass media, con l'idiozia e la falsità dei contenuti che passano alla nostra società, e che manipolano la mente dei più deboli ed esposti. La canzone si chiude con un eloquente "In God we trust!", ovvero "noi crediamo in Dio!", che suona come frase ipocrita se affermata da soggetti che non hanno la minima considerazione delle persone che si trovano intorno.

Machine Dream

Il nostro viaggio prosegue con l'ottava traccia, della durata di 4 minuti circa, intitolata "Machine Dream" (Macchina Sogno): questa è, senza dubbio alcuno, la traccia dedicata ad hoc ai mass media, che divengono autentici protagonisti del disastro sociale in cui viviamo. Se in "Think This" le liriche riguardavano la società in generale facendoci mero riferimento, qui la situazione è differente. E' dunque il primo caso in questo full in cui si tratta in particolare e nello specifico di strumenti mediatici, come la televisione, e dell'influenza negativa che questi possiedono su di noi. Questa meravigliosa canzone conferma la tendenza dell'album a divenire più tecnico nel corso del suo svolgimento, specie a causa del serratissimo riff della strofa che in frangenti rapidissimi colora la squillante linea vocale di Charles Sabin. Importante qui l'ausilio dato dalla tastiera, che fornisce un tocco professionale al ritornello di voce, un arrangiamento da "grande prodotto". La melodia qui è ben distinta e riconoscibile, ed emerge la straordinaria capacità dei nostri di saper unire all'interno degli stessi riff di chitarra una grande tecnica ad una grande musicalità. Lo stesso si può dire di Charles Sabin che, nonostante il suo timbro acuto, mantiene sempre una "positiva" orecchiabilità. Più di stampo Thrash Metal classico l'ultima parte della traccia dove, ai riff di pura matrice Old School, si congiunge un duetto di assoli composto da virtuosismi puri. La TV, nel corso di questa canzone, viene definita un crimine, una macchina dei sogni e dell'illusione a cui credere e cedere nell'inganno. La band si sofferma anche sulle pubblicità, e dell'insistenza dei messaggi che queste contengono, rivolgendosi contro quel consumismo e quello sfrenato capitalismo che domina la nostra società. Noi, che veniamo descritti come la semplice e ingenua razza umana, stiamo progressivamente cadendo di fronte a qualcosa che non riusciamo a controllare. Mai più vero potrebbe essere il contenuto di queste liriche, e mai più grande la verità delle parole contenute in questo brano. "Machine Dream", la macchina dei sogni e delle meraviglie, è tanto invitante all'utilizzo esteriormente quanto letale per le nostre facoltà intellettive.

Out on the Tiles (Led Zeppelin Cover)

Il nono episodio è nientemeno che una storica cover dei Led Zeppelin, "Out on the Tiles" (Fuori a far tardi). Il brano, originariamente nato da una sorta di motivetto che Bonham usava canticchiare, narra delle avventure e del vagabondaggio di un uomo che, in stato di ebbrezza, si dedica alle avventure e gioie della vita. L'ubriaco, che diviene in questa traccia un vagabondo a tutti gli effetti, si dedica ad uno stile di vita nomade e rilassato, di qui le differenze fra l'uomo e il resto della società (e, di qui, il collegamento con le tematiche generalmente affrontate in questo "Think This"). Insomma, nonostante il suo stato di povertà, l'uomo è felicissimo della vita che conduce, cosa che ci lascia comprendere quanto la vera felicità non risieda nel denaro e nelle ricchezze materiali. Se dal punto di vista strumentale il brano si svolge in maniera abbastanza ciclica, senza mai avere una sorta di "culmine" o "catarsi", è quell'atmosfera di spensieratezza proveniente dal motivetto Bonhamiano a rendere la traccia dei Led Zeppelin unica nel suo genere. Nessuna voglia di strafare, né di lasciare il segno, qui ci si trova in un puro e autentico goliardico momento di leggerezza e spensieratezza. Nella cover della Thrash Metal band, quel momento di tranquillità rimane inalterato, il lato tecnico diviene forse ancora più marcato, ma a costituire la maggiore differenza rispetto alla versione originale è certamente la robusta distorsione di chitarra, che rende "Out on the Tiles" un brano certamente più potente e tagliente, una sorta di autentica "heavy ballad", se "ballad" la si può definire. Da sottolineare, dunque, la grande capacità della band di valorizzare il lato goliardico di una traccia pur mantenendo un'anima per certi versi estrema, cattiva, feroce, e che nella versione originale di Bonham e compagni certamente mancava.

Shotgun Logic

Lascia poco spazio all'immaginazione l'introduzione della successiva decima traccia, "Shotgun Logic" (Logica da Fucile). La canzone si apre con un provocatorio episodio: vi è una voce narrante che afferma "questo è il cervello", "queste sono le droghe", "questo è il cervello unito alle droghe": a quest'ultima frase segue un ronzio. Sebbene ci si possa dal titolo in maniera forviante immaginare un diretto e semplice attacco alla violenta società americana, una società dove l'utilizzo delle armi da fuoco passa come quotidiano e dove commettere un omicidio è addirittura spesso giustificato, qui la critica parte ancora una volta da quei mass media che, come detto in "Machine Dream", fanno partire ai cittadini il messaggio sbagliato. In questo caso si parla in particolare di una vera e propria influenza, e che trasforma l'uomo di cui si parla nella traccia in una persona con una mentalità da "shotgun", dove non ci si riferisce appunto alla celebre arma da fuoco ma ad un modo di fare ed uno stile di vita da "bevitore seriale", da "abbandonato alle droghe", insomma da uomo che si sfascia senza avere la minima cura e considerazione della propria vita e salute. "It's no surprise, with all those lies, you just killed yourself" (trad. Non è una sorpresa, con tutte queste menzogne, ti sei appena ammazzato). Fantastico il rapidissimo riff iniziale, un serrato riff "alla Vio-lence", spettacolare la serie di note mutate che fa da sfondo alla virtuosa e stravagante traccia vocale. A rendere questo straordinario pezzo uno dei miei preferiti all'interno di questo già bellissimo album è il carismatico e imprevedibile ritornello, che su quel "with all those lies" ci sa regalare davvero un momento speciale. Fantastica tuttavia l'intera melodia, come anche il tecnico ma musicalissimo assolo di Josh Christian che si amalgama al riff portante come meglio non si potrebbe. Ancora una volta, nella seconda parte della traccia c'è un parziale ritorno a quella vena Thrash Metal classica con tanto di irriverenti cori vocali. Una chicca insomma questo episodio per tutti gli amanti della musica old school con la M maiuscola. Effettivamente, la nostra società certo non ci fa passare un messaggio di genuinità e di cultura della vita ma, anzi, tramite una enorme superficialità di fondo, ci porta a condurre una vita per certi versi quasi rapida e frenetica, estrema. L'uomo, che viene guardato in faccia dall'amico, ha uno sguardo diverso, quasi più vuoto e fulminato, in una confusione generale che lo porterà alla rovina. Possiamo dunque prendere queste liriche e questa traccia come un caldo invito ad uscire dal "caos", dal "tram tram" della vita quotidiana, e dedicarci in un attimo di riflessione alla comprensione di come davvero valga la pena condurre la nostra esistenza. Eloquente l'introduzione del brano, una sorta di messaggio pubblicitario dal profumo ottantiano che vende droga che crea dipendenza, invitandoti a non diventarne dipendente.

Time After Time

Incredibile quanto siano allo stesso modo profonde e veritiere le liriche della successiva "Time After Time" (Di volta in volta), che ci invita a pensare per un momento a noi stessi e a quanto la nostra mente sia stata influenzata nelle scelte di vita quotidiane. Ognuno di noi, potrebbe infatti erroneamente e superficialmente pensare di avere una mentalità forte, robusta, e di non essere stato in alcun modo influenzato dai messaggi che passano alla nostra società. Al contrario, soffermandoci a pensare con un po' di umiltà, noi stessi comprenderemo quanto le nostre menti siano state influenzate giorno dopo giorno, e non si potrà non provare almeno un pizzico di rabbia e fastidio. La colpa è sempre dello "screen", dello schermo, distorsore di menti e pensieri, e dello scarso ripudio che passa nella società verso i vizi e gli eccessi, contro cui la band ancora una volta si rivolge. Per la prima volta c'è anche accenno negativo nei confronti del presidente degli Stati Uniti d'America, un bugiardo, mentre il nostro desiderio dovrebbe essere rivolto a quella ricerca della libertà che ci manca, proprio come detto in "Spontaenous". E' un circolo vizioso, una società programmata dall'alto, un pensiero immesso nella mente di ognuno. La ricerca di noi, della nostra anima, è il modo di sfuggire, insieme ad un desiderio di libertà sociale. E' l'ignoranza, manco a dirlo, il più grande alleato dei potenti, che la sfruttano a loro vantaggio per abbindolare le masse e avere nel pugno l'intera popolazione. L'ignoranza è, a sua volta, un alleato dell'ingiustizia sociale, in una realtà dove i bambini muoiono di fame e la stragrande minoranza degli abitanti della Terra detiene la stragrande maggioranza della ricchezza. Uno scenario deplorevole, e che lascia e deve lasciare ampio spazio alle riflessioni. Particolarissima la linea musicale del brano, caratterizzato da una lunga serie di rapidissimi e musicati alternate picking, che costituendo la strofa si fanno a congiungere con il timbro vocale di Sabin, che qui non si discosta più di tanto da quanto suonato dalla chitarra. Da citare le voci parlate di sottofondo, che continuamente ripetono le parole "Time After Time", facendo grazie al loro tono basso un piacevole contrasto con gli acutissimi apici del vocalist. Puntuale e funzionale l'inserimento dei cori di voci. Sempre presenti gli stop and go, che qui fungono da base ritmica allo squillante assolo, ancora una volta caratterizzati da un evidentissimo stampo alla "Vai". Non per la prima volta in questo full, è nell'ultima parte della traccia che abbiamo il principale aumento di velocità, con tanto di rapide scale e maggiori tecnicismi che vanno a costituire la base per l'avvio dell'ultima strofa vocale, conclusa da un feroce acuto che chiude la traccia.

Think That

L'ultima breve strumentale, "Think That" (Pensa quello), ci riporta alla medesima introduzione dell'album, stavolta con uno strano effetto di cambiamento di frequenze radio che va a costituire una versione confusa del battesimo del lavoro riportandoci a pensare, però, a quei famosi mass media di cui tanto negativamente si è parlato nel corso di questo meraviglioso prodotto.

Conclusioni

E' un album, questo "Think This", delle cui caratteristiche a lungo si deve parlare, in quanto riesce a tirar fuori uno stile unico e ben distinto, differente anche dal più rapido e tagliente album di debutto della band "World Circus": ci troviamo dinanzi ad un lavoro tutto da analizzare, perché fa principalmente della sua unicità la sua bellezza. Tanto per cominciare, possiamo notare quanto i virtuosismi chitarristici abbiano comunque talvolta un senso melodico ben compiuto, mentre in altri casi come in alcuni frangenti di "Technical Arrogance", diventino mero sfoggio di capacità tecniche. Un mero sfoggio, come accennato in avvio di recensione, più divertente e pirotecnico che frutto del narcisismo. Notiamo la spiccata anima melodica, in queste tracce, e come questa riesca ad unirsi alla perfezione e contro ogni previsione ad uno stile di chitarra violento e virtuoso al tempo stesso. Il genio musicale di Josh Christian, qui, si eleva ad un livello superiore, donandoci un album che scorre alle nostre orecchie come scorrerebbe ai nostri occhi un film, dato che vede il perfetto intrinsecarsi di momenti totalmente differenti fra loro e con un'anima musicale sempre dinamica. E' la voce di Charles Sabin quella perfetta per la chitarra di Josh Christian, una voce acuta, diaframmatica, quindi che certamente mette in mostra una certa tecnica, rimanendo però di assoluto senso melodico e compiuta al tempo stesso, dotata di un fine ben preciso e sempre evidente all'ascoltatore. E' talvolta nell'ultima parte delle tracce che i ragazzi tirano fuori il loro lato più tecnico e spregiudicato, senza però mai discostarsi, ad eccezione di alcuni brevi frangenti, da quel tema musicale che fa di questo ottimo disco un grande disco. E', infatti, questa presenza di una melodia nonostante tutto compiuta, di questo qualcosa che catalizza l'attenzione restando nella testa dell'ascoltatore a fare di un'ottima band una grande band, in quanto dotata di sound e anima proprie. Questo disco, con il suo genere e il contesto storico in cui si inserisce, è frutto di una collocazione musicale e sociale ben definita, in quella seconda metà degli anni '80 dove il Thrash Metal tecnico e progressivo andavano a formare le basi del genere che poi, al mondo, diverrà conosciuto con il nome di Progressive Metal. Un album, come molti altri, specchio delle difficoltà e ingiustizie della società americana e del mondo, dove quei testi impegnati a sprazzi sanno spingersi al punto di essere commoventi. "Think This" è quella che potremmo definire la traccia del conformismo e dell'omologazione, del consumismo e della scontatezza. E' una canzone, la title track e traccia di debutto, che ci riporta a storiche pellicole cinematografiche come "They Live" di Carpenter. Quel "watch it! Believe it! Consume it!" è in tal proposito di un'eloquenza spaventosa. La seconda, "Greed", potremmo definirla senza dubbio alcuno la traccia del "sogno americano", "Spontaneous" quella rivoluzionaria. Perfetta la scaletta delle tracce dal momento che, conclusi i primi tre impegnativi capitoli, si passa ad un momento di profondità e relax musicale con la ballata "The Stood the Fence", la traccia intima e ambientalista. Brusco e fantastico il ritorno alla distorsione con "Black And White", che amo definire la canzone degli ideali. Segue quella distopica, "Technical Arrogance", e quella contro gli ipocriti e coloro che vivono alle spalle degli altri, ovvero "Burn Jim/In God". "Machine Dream" è senza dubbio il brano che più di ogni altro si rivolge contro i mass media, mentre "Out on the Tiles" ci dona quel frangente pacifico e sereno, ma dotato di un significato ben preciso: come detto, infatti, il protagonista del brano targato Led Zeppelin è un uomo che faceva della ricchezza dell'esperienza il suo tesoro personale, un personaggio privo di ogni bene materiale e dunque, nel suo stato di vagabondaggine, all'esterno di ogni schema sociale. Gli ultimi brani sono "Shotgun Logic", concettualmente un po' la "Master of Puppets" di questo lavoro per tematiche affrontate, in quanto contro ogni tipo di abuso e contro l'abbandono del proprio corpo alle dipendenze, "Time After Time", brano più riflessivo e infine la ending strumentale "Think That", che semplicemente riprende il tema iniziale. Come da buona scuola Thrash e Progressive Metal, dunque, le tematiche socialmente impegnate sono all'ordine del giorno. Non può mancare citazione alla straordinaria copertina disegnata da Ed Repka, artista storico del genere. L'immagine ritrae decine di schermi che riflettono i contenuti dei programmi TV più classici e stereotipati della cultura occidentale: lattine di birra, carri armati, una donna nuda, lo zio Sam, talk show politici, un Hamburger. Ed ecco, in primo piano, un uomo ed una donna, padre e madre di famiglia, dallo sguardo vuoto e cieco, come addormentato, assuefatto dai mess media in un autentico stato di zombieficazione. Lo stesso vale per loro figlio, incantato, con addirittura attrezzature mediche che lo collegano agli schermi. In questo freddo riquadro dal monocromatico colore blu, i due adulti si rivolgono verso di noi, mentre al centro si erge imperioso il rosso logo della band. E' una copertina degna di questo full-length, che è autentica pietra miliare del genere, un lavoro ancora oggi amatissimo dai migliaia di fan che attendono un terzo disco dei Toxik, irriverente e antisociale come "Think This". Un album che, ad ogni modo, si discosta dalla maggioranza degli altri del genere grazie al suo maggiore senso melodico, che non contamina in alcun modo quella matrice diretta e genuina del lavoro, anzi: possiamo dire che sia proprio questo il grande punto di forza di "Think This", il saper dimostrare che l'uso anche spinto di virtuosismi e di una distorsione pesante può lasciare inalterato il valore musicale e melodico di un brano. In alto le corna per i Toxik.

1) Think This
2) Greed
3) Spontaneous
4) There Stood the Fence
5) Black and White
6) Technical Arrogance
7) Burn Jim / In God
8) Machine Dream
9) Out on the Tiles (Led Zeppelin Cover)
10) Shotgun Logic
11) Time After Time
12) Think That