TOTO

Toto

1978 - Columbia Records

A CURA DI
PAOLO FALCO
23/01/2020
TEMPO DI LETTURA:
9

Introduzione recensione

I Toto sono indiscutibilmente una band dalle qualità musicali eccelse, che ha saputo accogliere nel suo groove rock una miscela ricca di svariati generi (pop, soul, R&B, jazz, funk). Questo perché ogni membro della band è stato ed è una pedina fondamentale per quel che riguarda la trasversalità e l'unicità del gruppo. Ed è proprio da questa poliedricità che prende il nome Toto, che tra le altre cose, come fece notare David Hungate al resto della band, in latino significa  "totale", "che comprende tutto". L'aneddoto principale sul nome della band racconta che venne scelto dal batterista Porcaro dopo aver visto Il Mago di Oz, dove il cane della protagonista aveva proprio quel nome leggendario. Parlando della formazione troviamo alla chitarra (nonché alla voce secondaria e principale di alcuni pezzi), con il suo ritmo crudo, caldo e martellante, Steve Lukather, vero maestro delle sei corde. Al piano David Paich disegna parti che entrano dritte nel cervello per bellezza e orecchiabilità. Rispettivamente alla batteria e alle tastiere troviamo quei due geni dei fratelli Porcaro, Jeffrey e Steve, che fanno suonare i loro strumenti in maniera fresca, impeccabile e mai scontata. Completano la formazione il bassista David Hungate e il cantante Bobby Kimball, il cui timbro vocale negli anni d'oro era capace di note altissime e picchi di genio, di un registro azzeccato per il tipo di suono che la band aveva da offrire. È da notare che David Hungate, Paich e Jeff Porcaro suonarono già in Silk Degrees, album da cinque milioni di copie di Boz Scaggs, per poi accompagnarlo in tour, e in precedenza i membri dei Toto collaborarono anche con artisti di grande spessore come Steely Dan e Seals And Crofts. Insomma, non erano gli ultimi arrivati, ma solo una volta formatasi la band iniziò la vera e propria svolta: era il 1977 e i Toto firmarono un contratto con la Columbia Records, iniziando poi a lavorare al primo, omonimo album. Ciò che cattura lo sguardo a primo impatto, come un libro misterioso e pieno di fascino, è la copertina del CD. Troviamo, al centro, una spada a doppio taglio che si erige sospesa nel vuoto. Il simbolo è un diretto riferimento alla spada di Damocle (metafora che rappresenta l'insicurezza e la grande responsabilità che deriva dall'assunzione di un elevato potere). Attorno all'impugnatura c'è un anello di ferro (metafora del disco) dal quale spuntano nastri che sembrano antiche pergamene. Questi nastri indicano/indicavano l'Anno internazionale del bambino proclamato dall'Unesco, ossia il 1979. Ma ciò che più rende meravigliosa la copertina è lo sfondo che aleggia dietro alla spada, uno sfondo galattico di colore scuro, violaceo con sfumature rosastre, che sembra voler aprire le porte di una nuova dimensione. In questo panorama dal sapore celestiale brillano luminose delle stelle, che ci riportano alla magia dello spazio, qualcosa di sommo e inarrivabile. Fu Philip Garris, creatore di diverse copertine dei Grateful Dead, a ideare la copertina. Tenendo in mano questo disco sembra davvero di avere con sé qualcosa di sacro e sublime, e in qualche modo si avverte già la potenza del contenuto. Il loro disco di debutto è una vera perla che ogni amante della musica dovrebbe prendersi il tempo di ascoltare almeno una volta nella vita, ad occhi chiusi. Il sound di questo primo album dei Toto trasmette l'ebbrezza di un'epoca ormai tramontata che i giovani d'oggi non hanno vissuto, l'esaltazione degli anni settanta che stavano fuggendo via per lasciare spazio agli anni ottanta, gli anni in cui nelle discoteche veniva proposta musica che oggi consideriamo di nicchia, gli anni in cui la musica non era gratuita e immediata come oggi, gli anni in cui tutto sembrava poter prendere una piega diversa...Per quel che riguarda l'incisione del disco si sente ch'è di ottima fattura, la qualità proposta dai Toto non delude e non può lasciare indifferente anche chi non ama questo genere. Dietro questi quaranta minuti c'è stata la volontà di fare la storia e di entrare nell'immaginario collettivo. I Toto riuscirono nel loro intento e analizzando l'album intero, canzone dopo canzone, capirete perché.

Child's Anthem

Non esiste canzone più leggendaria per aprire un album di debutto, per aprire una carriera e sancire l'inizio delle cose. Child's Anthem (Inno del Bambino) è il primo e unico brano strumentale della tracklist. La sua bellezza sta nell'incisività della melodia esplosiva. Come dinamite, parte di botto, senza preavviso, portando l'ascoltatore non preparato a un momento di stordimento. La batteria sferza colpi violenti e precisi in perfetta sintonia con gli altri strumenti. Pochi secondi dopo l'aggressività sfuma lasciando spazio al piano di Paich che entra in modo delicato e, insieme ai suoni della tastiera di Porcaro, crea un perfetto stato di suspense che trasporta l'ascoltatore verso una dimensione onirica. Il pezzo cresce d'intensità e i piatti marcati della batteria ci riportano alla parte iniziale, l'irruente sequenza di accordi che dopo il primo ascolto è già impossibile dimenticare. Ed ecco che verso il primo minuto subentra la chitarra di Lukather, che esegue un assolo non particolarmente difficile ma efficace. L'armonia che si lega fra questo strumento e la batteria è notevole. Il ritmo è incalzante e fa pensare quasi a una marcia di guerra fatta per chi non ha paura di affrontare quello che verrà. a canzone prosegue e gli strumenti intensificano la loro potenza per poi finire di nuovo nel solito giro violento e rapsodico, eseguito per otto volte prima di mettere a tacere gli strumenti in modo definitivo.Il titolo significa 'Inno del Bambino', ed è un chiaro riferimento all'anno del bambino, simbolo che abbiamo già trovato sui nastri della copertina. Ma al di là di questo riferimento, il pezzo metaforicamente sembra quasi l'inno di una genesi, la venuta al mondo di un bambino, la nascita esplosiva di una nuova vita. Il brano con i suoi due minuti e quarantacinque è il più corto dell'album ma nel suo insieme risulta intenso, epico, e infatti una volta concluso l'ascolto è impossibile rimanere indifferenti (in bene o in male) di fronte a questo pezzo così solenne e maestoso. Provare per credere.

I'll Supply

I'll supply the love (Darò l'amore) fu il secondo singolo estratto dall'album, nel marzo del 1979, ed è anche il secondo pezzo della scaletta di 'Toto'. La canzone, con il suo ritmo brioso e acceso è un inno all'amore e al corteggiamento, e il testo richiama al desiderio di passare la notte insieme a qualcuno/a da amare. La canzone, scritta da David Paich, incomincia con un riff di chitarra molto marcato al quale presto si aggiunge la batteria, che detta il tempo su un beat molto veloce e dinamico. Le seconde voci entrano in gioco accompagnando la voce di Bobby Kimball, che ripete più volte un ritornello semplice ma molto chiaro: You supply the night, baby, i'll supply the love (Tu fornisci la notte, io fornirò l'amore). La canzone mantiene una verve solida e ritmata per tutta la durata del pezzo, il quale dopo il secondo minuto, mette in risalto la voce di Kimball che interviene con il suo registro più alto, sfalsando il ritornello dettato dalle seconde voci. La sincronia che ne deriva è perfetta. L'ultimo lampo di genio arriva verso il terzo minuto, quando, in modo quasi inaspettato, la canzone prende una piega diversa lasciando che le tastiere sfocino in un'atmosfera in pieno stile Toto, che richiama atmosfere prog, funk e pop. Con questa canzone  i Toto continuarono a farsi apprezzare dal pubblico, accompagnando come un Cupido verso le alte sfere emotive che contraddistingue il periodo in cui si colloca questo lavoro. Infatti, il brano fu tanto apprezzato dagli ascoltatori, tanto che arrivò al quarantacinquesimo posto della Billboard Hot 100 e ci rimase per nove settimane, che per una traccia come questa, dal ritmo avvolgente e strisciante, non è una cosa da poco. Sulla scia del precedente singolo Hold The Line uscito appena qualche mese prima e che analizzeremo meglio fra qualche traccia, i Toto continuarono la loro impervia scalata delle classifiche e con questo singolo bellissimo si può dire che fecero centro un'altra volta, regalando al mondo intero un'altro brano da ascoltare da soli o in compagnia, e che mette comunque di piacevole umore.

Georgy Peorgy

Eccoci al terzo brano, Georgy Porgy,Eccoci al terzo brano, Georgy Porgy, che fonda le sue radici su un tema lento e su una filastrocca. Fu estratta come terzo singolo e si piazzò al quarantottesimo posto della Billboard Hot 100. Il brano si presenta con un giro di piano lento e delicato, al quale è aggiunta la batteria di Porcaro, qui con un tocco groovy e ovattato. La soffice voce di Lukather è accompagnata da un basso suonato in maniera molto sensualeche nei momenti strumentali spicca per la bellezza del suono. Il ritornello arriva quasi subito, ed è da notare che nonostante sia molto romantico risulta anche un po' amaro, infatti Lukather sostiene di "non essere l'unico che stringe la ragazza a sé, e che non avrebbe dovuto dirle di essere l'unica sua fiamma". Ma il pezzo forte è il secondo ritornello, quando si aggiunge la preziosa voce di Cheryl Lynn a recitare una popolare filastrocca inglese intitolata proprio Georgie Porgie. La filastrocca più comune recita: Georgie Porgie, puddin' and pie, kissed the girls and made them cry, when the boys came out to play, Georgie Porgie ran away (Georgie Porgie, budino e torta, baciava le ragazze e le faceva piangere, quando i ragazzi uscivano per giocare, Georgie Porgie scappava via). Il ritornello dei Toto invece dice soltanto "Georgy Porgy, pudding pie, kissed the girls and made them cry, kissed the girls and made them cry, kissed the girls and made them cry" (Georgy Porgy, torta al budino, baciava le ragazze e le faceva piangere...) In sostanza la canzone, con il suo tocco un po' R&B e soul, raggiunge un picco di raffinatezza e qualità impareggiabile. Le pause sono scandite in maniera sublime, senza fretta. Le tastiere ancora una volta fanno da pilastri in sottofondo. E poi c'è quella ciliegina sulla torta, ovvero la filastrocca recitata con toni soul, che incastrata lì in mezzo fa venire voglia di muovere le anche e ballare, sciogliersi nel beat lento della canzone. Da tutto questo viene fuori un brano perfetto anche a volume basso, ben adattabile a situazioni che vadano oltre il puro ascolto. Ancora una volta si può affermare che i Toto azzeccarono il singolo.

Manuela Run

Il quarto pezzo della tracklist s'intitola Manuela Run (Corri Manuela) e inizia con un attacco di tastiera al quale presto si aggiungono gli altri strumenti e la voce di David Paich, che oltre ad essere il compositore del pezzo per la prima volta nell'album prende anche le redini di cantante. Da sottolineare l'assolo di Lukather, che esalta tutto l'impasto musicale della canzone, e ancora una volta merita una lode la seconda voce di Bobby Kimball, che sul finire del pezzo si mostra ispiratissima. Manuela Run ha una lirica molto orecchiabile, ma il testo è molto singolare e di difficile comprensione. Inizia con un riferimento alla spada che ispirò il creatore della copertina ad aggiungere il simbolo che spicca sull'album: "Don't look now, you better watch that sword that's hanging over you" (Non guardare adesso, faresti meglio a guardare quella spada che è appesa sopra di te).  Il testo prosegue con una serie di avvertimenti, per esempio "Don't hang your head, so the wise man said, or boy you'll soon be dead" (non chinare la testa, così disse il saggio, o presto sarai morto) per poi sfociare in un ritornello che invita la protagonista a correre, perché le spareranno alla schiena con la sua pistola. Ed è così che una canzone apparentemente felice risulta un invito a perseguire la propria strada e fuggire da ogni possibile intralcio, perché la corsa è lunga e difficile, ma il risultato finale può riserbare grandi sorprese piacevoli. Si tratta quindi di un racconto un po' diverso da quelli a cui i Toto ci hanno abituati nelle precedenti canzoni, perché si caratterizza da alcune tinte più taglienti e dall'utilizzo di parole e termini decisamente poco colorato, ma anzi quasi spaventose per chi si aspetta di nuovo un brano più morbido. Forse il ritmo incalzante aiuta a immedesimarsi ulteriormente nella protagonista, anche se non è poi così chiaro se si tratta di un testo allegorico oppure nato con l'idea di offrire uno spunto più pungente sotto forme di frasi meno calde. In ogni caso è una canzone incalzante, da ascoltare durante lunghi viaggi in macchina mentre dal finestrino il panorama accompagna la vista.

You Are The Flower

Arrivati a metà disco ci troviamo davanti a una canzone in pieno mood Kimballiano, con influenze disco e pop: You Are The Flower (Sei Il Fiore). Questa infatti fu la traccia che Bobby Kimball presentò ai Toto quando, a formazione non ancora completa, stavano cercando un cantante. La canzone piacque alla band, tanto da inserirla poi nel primo album. Questo quarto pezzo è da considerarsi lento rispetto ai brani precedenti, e incomincia con una parte di piano al quale si aggrega il suono d'un flauto, suonato magistralmente da Jim Horn.. La traccia ha un sapore dolcissimo, infatti fu scritta per la figlia del cantante, ed è un chiaro riferimento all'amore puro e incondizionato. Ecco un estratto del testo: It's worth the pain that makes the tears, it's worth the light of a million years, only your love I can't explain, you are the flower for my rain. You light the sun that shines from my eyes, it's all in return for what you're givin' me, you are the reason for the earth beneath my feet. (Vale la pena il dolore che rende le lacrime, vale la pena la luce di un milione di anni, solo il tuo amore non posso spiegare, tu sei il fiore per la mia pioggia. Accendi il sole che brilla dai miei occhi, è tutto in cambio di quello che mi stai dando, sei la ragione della terra sotto i miei piedi). Verso la conclusione del pezzo, ancora una volta il solo proposto da Lukather è un sogno ad occhi chiusi, che vira secondo le armonie del pezzo senza risultare aggressivo. Nel finale poi, la batteria scandisce il tempo in un modo da far perdere la testa, con l'eco dei vari strumenti che si sovrappongono (menzione al basso) per poi sfumare in dissolvenza. Non vi sembra di essere tornati a qualche anno prima, in cui nei pub americani si esibivano gruppi più libertini che ponevano già le basi per il genere del rock che da lì a poco si stava per formare veramente? No, non parlo né degli anni '70 e né degli anni '60, piuttosto mi riferisco a quel periodo storico caratterizzato da sonorità particolareggiate che si trovavano agli inizi del 1950.

Girl Goodbye

Ben arrivati alla seconda metà dell'album. La sesta canzone s'intitola Girl Goodbye, ovvero "Addio ragazza", ed è di un'intensità disarmante,. Si apre con un intro di sintetizzatori dalle atmosfere quasi oniriche e spaziali, che si fermano improvvisamente a trenta secondi dall'inizio. Due secondi di silenzio e poi partono a gran voce tutti gli strumenti, in un amplesso rockeggiante e brioso. Quando subentra Kimball, lo fa esplorando il suo registro inferiore, dando alla canzone una verve quasi urbana. Ed è così che canta: Well I'm out on the road, and the devil's got my soul, and I'm looking for the Lord in New York City (Bene, sono fuori sulla strada e il diavolo ha la mia anima, e sto cercando il Signore a New York). Ma ecco che appena entra il ritornello, il cantante si porta sul suo registro acuto (It's so hard to see the truth with the sun in your eyes - è così difficile vedere la verità con il sole negli occhi) e la canzone s'impenna in maniera spettacolare grazie anche alle seconde voci. Prima del quarto minuto torna come sempre a farci visita la chitarra di Lukather, che questa volta tira giù un assolo pomposo, eseguito in maniera strabiliante. E di lì in poi arrivano una breve pausa e un grido disperato di Kimball che preannuncia un ultimo ritornello. Ciò che rende questa canzone meravigliosa è il suo testo di difficile comprensione, cantato in maniera tale che la vena carica di rock, i piatti di Porcaro che martellano ossessivamente e le tastiere, usate come sempre in maniera geniale, la chitarra di Lukather e le voci che spiccano per brillantezza. Non è un caso che la band, durante i primi anni e non, abbia usato più volte questa canzone per aprire i concerti. A tal proposito mi trovo più volte ad ascoltarla in modo da convogliare la mia attenzione in modo creativo, sottolineando quello che poi racconta anche il testo talmente intenso da entrarti dentro, plasmando quasi ogni secondo che passa dall'inizio della traccia fino alla fine, e accompagnando fino al termine dell'album con un pensiero sempre rivolto a queste realtà.

Takin' It Back

Pare strano che Steve Porcaro, il tastierista, abbia contribuito poche volte con brani cantati da lui all'interno della grande discografia dei Toto. Takin' It Back è un perfetto esempio che mette in risalto le qualità compositive e canore di Steve. Il settimo brano della scaletta (tradotto in italiano come Riprendendolo) comincia con il sintetizzatore, che esegue un paio di giri dal timbro vagamente prog, per poi venir inghiottito da un contrappunto di pianoforte. La melodia è da subito lenta ma affascinante. Il pezzo poi, con l'entrata del basso e della batteria, prende una piega decisamente più funkeggiante. Ciò nonostante la canzone non è da definirsi gioiosa, anche in relazione al fatto che il testo non è dei più felici. Dalle parole di Steve Porcaro si avverte un momento non eccezionale vissuto da una coppia. Si parla di bugie, di 'stare attenta' ad ogni singola mossa e parola, di voler riportare tutto indietro se fosse possibile.  A metà brano Steve Lukather si cimenta in un assolo eseguito con una chitarra acustica, che richiama un'atmosfera malinconica. Sul calare del pezzo, il ritmo si velocizza di colpo, per poi sfumare nel silenzio. Come nei pezzi precedenti, ancora una volta le tastiere donano un'anima al pezzo di elevata fattura. Ottima prova di Steve Porcaro, che lascia il suo segno su questo album in maniera singolare e raffinata. Da questo brano si denota parte della diversità e della poliedricità che c'era nei vari membri dei Toto, che grazie al loro fare singolare riescono a incrementare l'attenzione di chi li ascolta per la prima volta, lasciando e insinuando quasi il dubbio che ciò che si ha davanti proviene quasi da un mondo a se stante, lo stesso mondo che probabilmente negli anni a venire sarà ricordato in maniera un po' troppo scontata. Takin' It Back è proprio una traccia istrionica che tuttavia non esce fuori dai binari troppo spesso, mantenendo quindi quella vena che contraddistingue i Toto amanti delle sonorità rockeggianti. Si tratta perciò di un brano che invoglia e incalza l'ascolto, prendendo per mano verso quelle che sono le vere e proprie perle dell'album che tutti ormai conoscono perché passate in radio e in televisione migliaia di volte, talvolta utilizzate anche come sottofondi per celebrare eventi più particolari.

Rockmaker

L'ottavo brano è come un ponte, s'incastra alla perfezione fra Takin' It Back e la successiva Hold the Line. Pur essendo una canzone leggermente sottovalutata, Rockmaker  è molto divertente e briosa, con un testo che sembra raccontare di una rockstar che dopo aver tanto lottato e sofferto raggiunge il successo. Non si possono trascurare le melodie delle tastiere e della chitarra, che ancora una volta legano a meraviglia. Verso la conclusione, poi, Lukather incide un assolo degno della vivacità del brano e, ancora una volta, la seconda voce di Bobby Kimball funge da forte contrappunto alla voce principale di David Paich. Le tinte che si celano dietro le trame della mente dei Toto crea quasi un pregiudizio piacevole al quale siamo tentati di accedervi, e che viene sottolineato proposto da questa canzone, figlia di un arco storico atemporale, in cui possiamo rivedere noi stessi anche se non siamo nati in quel periodo. Rockmaker è quindi un salto in avanti, che fa affermare, senza troppa indecisione, che i Toto non sono solo quelle quattro canzoni più conosciute e passate in radio tutt'oggi, ma si esprimono anche con altre sonorità, con altri modelli e spinte creative. Ecco cosa suggerisce in modo incalzante Rockmaker, un brano che riesce ad accompagnare in qualsiasi momento, anche quando si è tristi, perché riesce a mettere quel briciolo di allegria che non è da sottovalutare quando non si sa quale canzone scegliere come sottofondo ai propri pensieri. Probabilmente i Toto qui dimostrano, anche inconsapevolmente, che ci si può alleggerire l'anima accompagnando il tempo con melodie più leggere e al tempo stesso libertine, che realizzano un vero e proprio passaggio verso le hit più acclamate su questo globo terracqueo. Raggiungere i propri obiettivi è uno dei precetti che ogni essere umano ha, e che rincorre quasi per tutta la vita spinto dal desiderio di affermare se stesso e quindi riuscire a vincere la paura di essere dimenticato una volta scomparso. Non è semplicemente egoismo, ma è ciò che forse questo brano desidera trasmettere, e con la voce di Paich le cose vantano un incremento di quanti sono i presupposti sperati, riuscendo a raggiungere i propri ideali talvolta spinti da qualcosa di ulteriore, che preme la voglia di accedere all'Olimpo dei successi. Ecco perché ho scritto più sopra che questo brano rappresenta un ulteriore capitolo dei Toto, che altresì vogliono far notare le loro capacità compositive, la loro sensibilità artistica, e in questo caso anche la loro bravura a prepararci e accompagnarci verso quella che sapevano già essere una hit.

Hold The Line

Ben arrivati alla vera hit dell'album, ovvero il primo singolo dei Toto che vendette oltre due milioni di copie. Qualunque bambino abbia giocato a GTA: San Andreas ricorda sicuramente questo pezzo, ma sono sicuro che anche chi non conosce la band avrà già sentito questo gioiello di canzone in radio o come sottofondo musicale di qualche video. Forse l'avete già capito, ma voglio dirvelo lo stesso: stiamo parlando di Hold The Line (Resta in linea). Si tratta di un brano particolare e al tempo stesso semplice, che David Paich, l'autore, in un'intervista lo descrisse come una traccia "facile" in questo modo: "Iniziò tutto con il riff di piano dell'introduzione. Cominciai a suonarlo e non riuscii a smettere. Continuai per giorni poi di colpo iniziai a cantare 'Hold the line, love isn't always on time', una frase che mi venne così? una benedizione. Mi venne in mente di notte e composi subito la strofa. Completai la canzone in due ore. Funziona così, a volte riesci a comporre in fretta e a volte impieghi due anni a finire un pezzo.Ecco che, terminato il brano precedente, il nono tassello della tracklist comincia subito spavaldo con un colpo secco di rullante, seguito dall'ossessivo e martellante riff di pianoforte in La che accompagna la canzone nell'intera durata. I più appassionati di voi sapranno già l'origine di questo brano, che vede la sua nascita grazie alla famosa intuizione di Paich e del suo telefono multilinea. Sì, perché il vero e proprio colpo di genio che ha consacrato la band in quegli anni e oltre, trova le fondamenta nel tipico atteggiamento dell'autore che, impegnato con più ragazze in chiamata, era solito "mettere in linea" e passare da una all'altra proprio come le note concitate che ci regalano in questo brano. L'assolo e il celebre ritornello sono infatti pregni di magnificenza, tanto da non stancare neppure dopo anni di ascolto. L'intero brano tocca corde emozionali, lanciando ricordi sparsi anche a chi, quegli anni, non li ha potuti vivere. Si direbbe che riesce ad accarezzare l'anima con il suo botta e riposta, in un giocoforza emotivo caratteristico. Infine, gli acuti di Kimbell, che in stile gospel costellano l'intera traccia, sottolineano con quel fare melanconico il fatto che, come dice il testo stesso, l'amore non è mai puntuale, anzi. Certo, dopo l'ascolto di Hold The Line una cosa ci è subito chiara essere sempre in orario: l'emozione che scatena il ritornello, praticamente un sunto strumentale semplice e accattivante che ha permesso ai Toto di entrare nel panorama musicale mondiale arrivando al sesto posto della Billboard Hot 100 degli Stati Uniti: insomma, un successo più che meritato, non credete?

Angela

'Toto' si chiude con la canzone più romantica del disco, Angela. A cantare questa volta è Steve Lukather. Ciò che sorprende di più del decimo brano è la versatilità delle parti sulle quali è costruito. Infatti inizia molto lentamente, con un flauto che suona una musica lenta e un pianoforte che suona note malinconiche accompagnando la voce vellutata e dolce di Lukather. Poco prima del ritornello la tastiera esegue un giro che mano a mano va ad alzarsi per poi essere rotto dalla batteria che dà il via a un ritornello veloce, quasi esplosivo, nel quale la chitarra ancora una volta viene spolverata alla grande. Incredibile e geniale come dal quarto minuto in avanti la canzone vada a sfumare. Sembra l'effetto di un battito cardiaco che improvvisamente diminuisce le pulsazioni. Ed è così che la canzone scivola in dissolvenza, finendo. C'è da dire che forse Angela non è il pezzo migliore per chiudere un album, o comunque un album molto bello come questo. Le ritmiche non sono così orecchiabili e ballabili come quelle del pezzo precedente, il groove non è quello di You are the Flower o di Girl Goodbye, eppure c'è da sottolineare che la portata di questo ultimo pezzo è comunque alta e ancora una volta mette in risalto le incredibili capacità di questa band, che grazie ai suoi componenti riesce sempre a espandersi su nuove idee musicali. Ciò che ancora di più sorprende e che fa quasi da spartiacque con il resto dell'album è la versatilità artistica dei componenti di Toto, che ancora una volta si giostrano con sonorità talvolta lontane dal genere rock, ma che in realtà hanno in sé sempre lo spirito libertino. Sto parlando della musica classica, e cosa altrimenti? Infatti Angela è un inno alla dolcezza, alla morbidezza, alla possibilità di ascoltare un brano di un gruppo rock senza doversi forzare ad ascoltare una traccia anche se non si ama il genere. L'autore del testo è perciò immerso nella luce della luna, attendendo che Angela chiami o che al massimo si faccia sentire anche a distanza, perché anche se il protagonista sa bene di essere infatuato, non vuole più soffrire privandosi del sonno e del mangiare, perché in fondo "è una situazione stupida". Ma ciò che io invece mi chiedo è: può davvero qualcosa che ci far stare male o bene essere considerato stupido? A mio avviso no, ma al tempo stesso è questa canzone a dare voce ai pensieri di chi, come il protagonista, soffre per amore.

Conclusioni

Grazie al primo album, i Toto ottennero una nomination ai Grammy come Best New Artist. Se la giocarono con Elvis Costello, i Cars e i Taste of Honey. Furono questi ultimi a vincere, ma questo è irrilevante, perché pochi anni dopo sparirono dalle scene mentre i Toto continuarono la loro carriera a gonfie vele, con qualche alto e basso sicuramente, ma sfornando sempre album di ottima fattura. Inoltre continuarono a incidere nei dischi altrui (vedesi Thriller di Michael Jackson). In totale ad oggi i membri dei Toto hanno suonato in circa 5000 album, per un totale di mezzo miliardo di copie. Non c'è che dire, la storia è dalla loro parte. E viene quasi da ridere se si considera che la critica musicale di allora accolse in maniera tiepida il loro arrivo sulle scene. Rolling Stone giudicò negativamente l'album, aggiungendo che le "canzoni di Paich" non erano che "scuse per assoli e parti strumentali" e che dei quattro cantanti, nessuno era così eccezionale. Ma il pubblico rispose in modo diverso, infatti il disco ottenne due dischi di platino, sia negli States e sia nel Canada, e fu certificato disco di platino anche in Australia e ottenne il disco d'oro in Germania. Questo è in realtà un avvenimento troppo spesso presente nella storia della musica, infatti spesso capitava e capita tutt'ora che artisti divenuti fenomeni mondiali non venivano invece capiti fin da subito da illustri nomi della critica, quasi come se questi ultimi dovessero per forza scoraggiarli perché non riuscivano con lungimiranza a guardare oltre. I loro tre singoli entrarono nella top 50 della Billboard Hot 100 e questo fu l'inizio di una lunga carriera. Le probabilità di scalare la vetta a quel tempo non erano alte, se si considera la nuova ondata del punk che incombeva sulla scena, Lou Reed e Bruce Springsteen che imperavano, i Queen che padroneggiavano dall'Inghilterra con Jazz, i Rolling Stone che uscivano con Some Girls, gli AC/DC che partorivano il quinto lavoro del gruppo. Eppure i Toto riuscirono nell'impresa. I loro singoli funzionarono all'epoca, funzionano ancora adesso, e questo non accadrebbe se non fosse per lo stile, la classe, la bravura di ogni componente di questa band dalle tante sfaccettature. Nei quaranta minuti di questo album sono racchiuse perle che meritano veramente un ascolto, e questo fa di Toto uno dei dischi più belli di questa band, e probabilmente uno degli album più azzeccati del '78. Pezzi esplosivi come Child's Anthem e Hold the Line o brani ritmati come I'll Supply the Love o Girl Goodbye vi aiuteranno a comprendere meglio la vena rock dei Toto. Canzoni come Georgy Porgy, You are the Flower e Takin' It Back invece, vi mostreranno come una band rock possa aprirsi a più generi e farlo in maniera impeccabile. Considerando ch'è la prima opera, vale davvero la pena considerarla e farsi un'idea su questa band. Il voto (9) in questo caso è pienamente meritato. Quindi, è un album che stupisce in tutto e per tutto, che riesce a tirare fuori le note cariche e avvolgenti di ragazzi presi dall'ebbrezza ancora giovanile, nonostante l'adolescenza vera e propria sia passata da tempo. Questo è solo l'inizio di un percorso, quasi come spianare la strada verso le successive pubblicazioni che non sono da meno, ma come mi piace spesso dire, quando vuoi conoscere la vera essenza di una band, la prima cosa che devi fare è andare a cercare, ascoltare e gustarti il primo vero e proprio lavoro che è tutt'altro che lontano da ciò che poi un gruppo o un artista diventa, ma anzi è proprio quel core che come un processore di un computer si trasforma in un meccanismo pulsante e vivifico. Chiaramente questo solamente se con lungimiranza e capacità di espressione viene proposto al grande pubblico...ma forse nel 1978 le cose sono un po' diverse, quindi non è poi così difficile farsi apprezzare in toto da un pubblico ancora poco abituato ai grandi cambiamenti che avvennero nei venti anni successivi. In tutto questo, non voglio certamente dire che si tratta di musica scontata, ma che è esattamente un tipo di melodia [quella dei Toto] che calza a pennello con questo periodo così tanto unico, particolareggiato, colorato.

1) Child's Anthem
2) I'll Supply
3) Georgy Peorgy
4) Manuela Run
5) You Are The Flower
6) Girl Goodbye
7) Takin' It Back
8) Rockmaker
9) Hold The Line
10) Angela