TOOL

Lateralus

2001 - Volcano II

A CURA DI
RICK ÆNIMA
01/01/2011
TEMPO DI LETTURA:
10

Recensione

Nel 2001 milioni di amanti e sostenitori delle correnti musicali più varie e disparate si ritrovarono un'altra volta uniti sotto un unico vessillo. Tale evento che si ripete era dovuto dall'entrata in scena di un quartetto losangelino il quale risultò alquanto difficile e spinoso "etichettare".

C'è che li definisce Alternative Rock, chi Progressive, chi addirittura dichiara che tale gruppo sia l'attuale re del genere psichedelico, ereditando lo scettro dei Pink Floyd prima e dei King Crimson poi.

C'è anche chi ha tentato di coniare per loro il termine Art Metal.

Definizioni a parte, tutte queste correnti musicali concordano unanimemente sul nome di tale band: i Tool.

Sin dalla loro prima comparsa al grande pubblico nel 1993 con "Undertow", i Tool hanno dimostrato un grande talento nella sperimentazione sonora, nella ricchezza di sfumature foniche e metriche, nella costruzione di canzoni non lineari e nella varietà dei testi, a sfondo sia introspettivo che sociale (in particolare sulla lotta contro ogni forma di censura).

Queste pecurialità hanno fatto guadagnare al gruppo californiano il titolo di band "unica nel proprio genere" tanto da conquistare le attenzioni di un pubblico dai gusti molto vari ed eterogenei.

Dopo i ritmi graffianti e viscerali di "Undertow" nel '93, volto a denunciare le discrepanze sociali, e l'evoluzione stilistica e filosofica di "Ænima" nel '96, dotato di una ricchissima componente esoterica, il 15 Maggio 2001 i Tool ritornano in scena con "Lateralus", disco mutevole, composito e a dir poco misterioso, che poco tempo dopo sarebbe stato definito il vero e proprio fiore all'occhiello del quartetto di Los Angeles.

Questo nuovo album mostra il raggiungimento di una nuova frontiera da parte della band che, riprendendo alcune basi tecniche e tematiche dal lavoro discografico precedente, le riplasma per creare un nuovo stadio evolutivo.

Mentre "Ænima" si concentra molto sull'esoterismo dal punto di vista rituale e magico, "Lateralus" si focalizza invece sulla questione spirituale ed esistenziale dell'uomo, creando di conseguenza dei ritmi e delle melodie sonore in continuo cambiamento, passando dalla gioia al dolore e dalla rabbia alla malinconia.

Fare una recensione su un cd di tale fattura è alquanto difficile e macchinoso, poiché è parecchio pieno di cambiamenti di stile, testi profondi... E messaggi in codice.

Passiamo al Track By Track.

La band mostra in maniera fulminea il biglietto da visita con The Grudge, canzone di 8,36 minuti del tutto non lineare che apre mostrando tutto il repertorio tecnico con la chitarra, il basso e la batteria che insieme eseguono un ritmo aggressivo, massiccio e calcolato in maniera a dir poco "matematica" (più avanti spiegherò il perché).

La voce di Maynard segue la stessa aggressività degli strumenti, lasciandosi in seguito andare a tonalità più malinconiche, per poi esplodere al minuto 3,52 in un chorus grintoso e trascinante, in cui mostra la sua limpidezza canora mentre gli strumenti di fondo creano delle scale Blues infuse del passato Grunge della band.

La canzone prosegue per un bel pezzo seguendo questa scala tonale in maniera ancor più ferrata, mentre Carey si esibisce in svariati giochi di controtempistica alla batteria, fino a quando l'intera atmosfera muta, rimpiazzando la grinta e l'aggressività con un ritorno di malinconia e di senso di abbandono (tutte le varie emozioni che suscita il rancore ovvero "grudge").

La batteria in questo momento orchestra dei ritmi tribali niente male, mentre chitarra e basso si danno alle distorsioni.

La voce di Maynard si fa cupa e lenta con un'eco che esprime senso di dispersione ma non pensate che la soundtrack termini in fading, perché qualche secondo dopo tutto quanto esplode con il grido prolungato di Maynard e gli strumenti che riprendono la struttra metrica di inizio canzone.

La seconda traccia, Eon Blue Apocalypse, dura poco più di un minuto, in cui la chitarra esegue dei leggeri trilli dal gusto medio-orientale, preparando l'ascoltatore alla terza traccia dell'album: The Patient.

Nei 7,13 minuti di tale canzone la band californiana mette ancora una volta in mostra la loro tecnica mutevole ma, poiché in questa traccia si parla proprio di un paziente in punto di morte, abbandona la tonalità aggressiva di inizio album per fare spazio a maggior malinconia e rassegnazione.

La chitarra esegue dei leggeri groove con il basso che lo segue molto bene mentre la batteria si destreggia con ritmiche Jazz e tempi a levare.

Il ritornello è potente ma lento e molto triste, con Maynard che canta esprimendo dolore, rimpianto e incapacità di accettare il destino.

Il mutamento è inaspettato poiché al minuto 4,39 l'intera atmosfera prende la piega della rabbia e del risentimento, con grande sfoggio di doppia cassa, ritmi tribali e riff cupi, ma poiché la vita si esaurisce lentamente, la canzone chiude nella stessa maniera con cui una fiamma consuma una candela: un poco alla volta, lentamente fino a dissolversi.

Passando a Mantra, altra traccia breve, essa è composta da un suono distorto che ricorda un canto indiano (appunto un Mantra).

Il dettaglio particolare è che la voce distorta sembra dire "I love you".

Maynard, front-man della band, ha invece dichiarato che la traccia è stata realizzata registrando uno dei suoi gatti siamesi mentre lo abbracciava.

Che sia vero o no, la questione del "I love you" può solo far comodo per introdurre Schism, uno dei singoli più amati dell'album.

Se si dovesse racchiudere l'intera canzone in una sola parola, quella parola sarebbe "alienante", dato il fatto che l'intera lyric parla della separazione dall'anima gemella (creando il paradigma "alienazione ---> separazione" quindi "scisma").

Il basso di Chancellor fa da padrone in tutta la traccia, eseguendo un riff trillato molto pulito, ben seguito da Jones e Carey.

La voce di Maynard nelle strofe è cupa e deviata, ogni tanto alternandosi tra voce singola e coro.

Il chorus è forte e grintoso, quasi come se il protagonista della canzone ricordasse per un momento la bellezza passionale del sentirsi unito alla propria dolce metà, ma è solo un momento fugace, prima di ritornare all'atmosfera cupa e deviata della strofa con un bel botto..!

La seconda metà della canzone fa sprofondare l'animo degli ascoltatori in una tristezza opprimente, in un lungo bridge in cui Jones pizzica la chitarra in maniera semplice ma d'effetto.

Tutto ciò fino ad un'ultima citazione del cantante in un coro lungo, triste e strappalacrime in cui dichiara "Cold Silence has a tendency to atrophy any sense of Compassion between supposed Lovers" ovvero che "Il freddo Silenzio tende ad atrofizzare qualunque senso di Compassione tra presunti Amanti".

La canzone si conclude in maniera furiosa... proprio come qualunque persona che si renda conto di aver perso la propria anima gemella.

Adesso è giunto il momento di abbandonare per un po' la tristezza e la rabbia, facendo spazio a qualcosa di più gioioso... ma sempre nello stile dei Tool.

Ed ecco qui per voi la coppia di tracce gemelle Parabol e Parabola, dai più definita la vera e propria ciliegina sulla torta di tutto l'album "Lateralus".

L'intera canzone, divisa in queste due parti, esalta il mistero e la meraviglia della nascita, le teorie orientali dei Chakra e l'idea che tutto l'Universo sia un'unica coscienza, trasmettendo un insegnamento molto profondo: amare la Vita in quanto dono divino (proprio come cita nel testo "Recognize this as a Holy Gift and celebrate this chance to be Alive and Breathing").

La prima delle due tracce dura circa 3 minuti, molto lenta e tranquilla, orchestrata dalla chitarra e dalla voce onirica di Maynard.

Ogni tanto è possibile percepire i piatti della batteria e un suono che ricorda il canto di un monaco buddhista.

Il tutto però muta con l'apertura improvvisa della seconda traccia, potente, grintosa ma ricca di entusiasmo e di gioia.

Il pre-ritornello è incorniciato da un coro che ha qualcosa di a dir poco angelico, mentre il basso esegue delle ottime scale e la chitarra e la batteria sfogano una grande carica di energia.

Il ritornello è cantato in maniera bassa ma intensa, accompagnato dalle controvoci e dai giochi ritmici di Carey, seguito subito dopo da un breve bridge in cui un po' tutti i musicisti fanno mostra della loro tecnica.

Il mutamento è palese anche già nel secondo pre-chorus, decorato con un orecchiabile assolo di chitarra di Adam Jones, sempre accompagnato dai cori angelici.

Anche il secondo ritornello muta, prendendo una tonalità più aggressiva (come il rendersi fermamente conto di quanto la vita sia enigmatica e meravigliosa), segnata dalle grida trascinanti di Maynard e dai giochi sincopati di Danny Carey alla batteria.

Di botto la seconda parte rovescia lo stile, facendo di nuovo spazio a tonalità più ombrose, esprimendo non tristezza ma qualcosa simile alla lenta riflessione che porta all'Illuminazione dell'Anima.

All'inizio la parte è lenta quasi come se esprimesse attesa, mentre le corde della chitarra vengono rilasciate a suoni più distorti e la batteria esegue degli stuzzichevoli contro-tempi, fino al momento in cui Maynard si lascia andare ad un grido meraviglioso seguito da tutti gli strumenti in una composizione sonora capace di spedire l'ascoltatore direttamente al Nirvana.

Subito dopo un altro bridge in cui si mette in risalto la dote tecnica di Carey con un ottimo assolo di batteria, seguito subito dopo da un gran finale potente e mitico che poi lentamente si dissolve in un leggero fading.

Adesso passiamo ad una delle canzoni più incazzate dell'album: Ticks & Leeches.

Questa traccia, di 8,10 minuti è un'ottima amalgama tra lo spirito dei Tool dei primi anni e l'evoluzione tecnica dei Tool più recenti e maturi.

La batteria apre la canzone con dei ritmi tribali, la chitarra entra in scena in maniera aggressiva... e Maynard grida come un pazzo.

Nella seconda metà la canzone cambia drasticamente, lasciando spazio ad un lunghissimo bridge guidato dalla chitarra e da piccoli suoni di sottofondo, finché verso la fine l'intera canzone non esplode con tanta rabbia, che però lascia trapelare un forte senso di tristezza e dolore.

Non per nulla la lyric parla proprio di come la malattia sia capace di consumare l'uomo fino a farlo impazzire.

Ed eccoci arrivati a quello che io definisco senza alcun dubbio "lo scoglio più grande", ovvero la canzone omonima all'album: Lateralus.

Lunga ben 9,24 minuti, tale traccia è una composizione musicale assolutamente eccellente, sia dal punto di vista sonoro e melodico che dal punto di vista tecnico, ma non è finita qui!

Ricordate quando accennavo ai messaggi in codice e alle metriche realizzate in maniera "matematica"? Ecco, questa canzone ne è piena zeppa, o meglio, questa canzone è la CHIAVE che serve per leggere tutte le altre canzoni dell'album!!!

Ogni singola struttura metrica degli strumenti e della voce è realizzata seguendo il Codice di Fibonacci, una sequenza numerica che permette la creazione della Spirale (presente in tantissimi elementi in natura, tanto che il Codice di Fibonacci viene anche chiamato "l'Equazione di Dio").

Questo dettaglio si riflette a catena in tutte le altre tracce dell'album, poiché ognuna di esse segue il Codice, tanto da spingere molti fan a pensare che l'ordine della Track List sul cd sia volutamente inesatto, sostenendo che in realtà le canzoni dovrebbero essere disposte per eseguire una spirale senza fine, in cui le canzoni durano all'infinito.

Mettendo da parte questo dettaglio, la canzone resta comunque di ottima fattura, alternando parti calme, parti grintose per poi ritornare a sequenze più sottili e riflessive, concludendosi alla fine in un'epica esibizione in cui tutti gli elementi della band, insieme, costruiscono una spirale sonora!!!

Adesso si apre il sipario per Disposition.

Questa traccia lascia trapelare l'esperienza di Maynard con il suo side-project, ovvero gli A Perfect Circle.

Voce calma e suadente, chitarra delicata, batteria dal tocco tribale e sottofondo onirico contribuiscono a rendere questa canzone una vera chicca per chi ha bisogno di rilassarsi.

Ed ecco che adesso entra in scena Reflection, un'altro viaggio mentale firmato Tool.

Della durata di ben 11,07 minuti, è una traccia che gioca molto con gli effetti sonori, scanditi come sempre dal sound tribale di Danny Carey e dai giochi di suono di Jones e Chancellor. La voce di Maynard è percepibile appena, come se parlasse da un luogo molto distante.

Ovviamente i mutamenti di stile e metrica sono ben presenti anche qui.

Adesso che abbiamo concluso con la malinconia e la ricerca interiore, è il momento di Triad, una lunga traccia strumentale dal ritmo insolitamente lineare ma comunque ricco di tecnica e di energia, dove il duo Jones-Chancellor, insieme a Carey, eseguono degli ottimi giochi di ritmica... Prima che la traccia si interrompa con un silenzio improvviso che si prolunga per gli ultimi tre minuti della canzone.

La traccia finale, Faaip de Oiad (in presunto enochiano "La Voce di Dio") dura circa due minuti e mezzo e tutto quello che si sente è una comunicazione disturbata di un uomo che parla di alieni e dell'Area 51 (tale traccia comparve nel 1997 nel programma radio americano "Coast to Coast AM").

Adesso che siamo giunti alla fine di questo allucinante viaggio è giunto il momento di dare un giudizio.

Bisogna ammettere che è alquanto difficile e lungo cercare di analizzare un album dei Tool vista la loro varietà e ricchezza di dettagli, soprattutto nello stabilire quale tra i loro album sia il migliore, dato che ogni loro singola registrazione si è dimostrata un grande successo sia per qualità che per critica (basti considerare il successivo "10,000Days", anche esso di ottimo repertorio).

Tuttavia, data la loro complessità tecnica, la loro creatività e soprattutto la loro ORIGINALITA' nel realizzare quest album, posso dire con assoluta franchezza che, grazie a questo disco, l'inetichettabile quartetto di Los Angeles si è guadagnato un bel posto nell'Olimpo della Musica.



 


1) The Grudge
2) Eon Blue Apocalypse
3) The Patient
4) Mantra
5) Schism
6) Parabol
7) Parabola
8) Ticks & Leeches
9) Lateralus
10) Disposition
11) Reflection
12) Triad
13) Faaip de Oiad

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