TOOL

Fear Inoculum

2019 - Volcano/RCA

A CURA DI
STEFANO PENTASSUGLIA
27/09/2019
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione Recensione

"TREDICI INTERMINABILI ANNI BUI!" recitava singhiozzando il buon Maccio Capatonda in uno dei suoi trailer più esilaranti, tale "Burle", in cui un personaggio ancora sotto shock dichiarava alla polizia di essere stato rapito e tenuto prigioniero per ben tredici anni, in una reclusione forzata che a quanto pare lo aveva reso ancora più "ma-io-sono-scemo" (cit. necessaria) di quanto non fosse già prima. Ora, cosa diavolo c'entra il povero Maccio con i Tool? Per voi forse nulla, ma per il sottoscritto c'entra eccome: com'è, come non è, riguardare quel vecchio video dopo il fatidico 30 Agosto 2019, osservando quell'omuncolo così pericolosamente vicino al grottesco e rappresentato nel tipico stile demenziale di Maccio, mi fece sghignazzare non poco mentre la mia mente malata lo paragonava ad una versione estremizzata del più devoto fanboy dei Tool, uno di quelli che per anni ha aspettato in silenzio il nuovo pargolo della sua band preferita, come il cane Hachiko che attende fedelmente il proprio padrone morto davanti la stazione di Shibuya. Me lo immaginai con la stessa faccia di Maccio quel fanboy, che se ne rimane lì, mogio mogio, soffrendo lentamente per tredici lunghissimi anni, recluso nella sua cameretta tappezzata dai poster di Maynard con occhiali da sole e cresta viola a dieci punte, ad attendere sotto la finestra un gesto, un segno, un "qualcosa" che potesse donare nuova linfa alla sua incrollabile speranza di un album nuovo di zecca dai quattro pazzoidi di Los Angeles. Album che, bisogna dirlo, con il passare del tempo acquisiva sempre di più un carattere "leggendario" paragonabile a quello della Dryland di Waterworld (e per chi ha visto quel film di culto del '95, sappia che la mia mente sempre più malata ha anche paragonato i fan dei Tool che cercano di capirci qualcosa delle informazioni sul nuovo album agli Smokers, quei pirati che cercano di decifrare invano la mappa che li condurrà alla Terra Promessa). Dai, pensateci bene: tredici anni. T-R-E-D-I-C-I ANNI, CAXXO (non posso dire parolacce, ma qui lo farei volentieri). Sono tanti, sono troppi, e lo sarebbero stati per chiunque, senza se e senza ma. "Star Wars - Episodio 1" ci ha messo solo 3 anni in più ad uscire dopo la saga canonica di George Lucas (16 anni, dal 1983 al 1999). Star Wars, rendiamoci conto. Chi sono i Tool per voler fare i gradassi con Star Wars? Eppure è andata così, è proprio questo l'enorme lasso di tempo che ha separato il 30 Agosto 2019, data di pubblicazione del nuovo "Fear Inoculum", dall'uscita del visionario "10.000 Days" risalente ormai al lontano 2 Maggio del 2006. Sette brani per un disco di quasi 80 minuti (85 per l'edizione vinile, con tre bonus tracks francamente risparmiabili), in cui non c'è brano, ad eccezione della (superflua) sperimentazione di "Chocolate Chip Trip", che abbia una durata inferiore ai 10 minuti. Ma perché far aspettare così tanto tempo questi poveri fanboy? Cos'hanno fatto di male, poveracci? A dirla tutta, non fu soltanto la pantagruelica attesa a rendere questo disco uno dei più chiacchierati del XXI secolo, quanto l'attitudine goliardica e quasi tendente allo sfottò che i Tool stessi ebbero con la stampa specializzata e con il pubblico che la seguiva. Infatti a lungo andare la cosa finì anche per ritorcerglisi contro, quando qualcuno ebbe l'idea di chiamarli "TROOLL" invece che Tool, per sottolineare quanto alla band garbasse "trollare" i propri fan e prenderli allegramente per il didietro, facendo leva sulla loro sempre più enorme voglia di poter ascoltare finalmente un po' di materiale nuovo. Fu così che iniziò questo circo mediatico degno di una telenovela argentina di serie B. "Ehi ragazzi, il nostro album sta per uscire! Vabbè dai, ma non esce adesso, esce tra un annetto? Facciamo due? Chi vota per tre? Ahahahahah era uno scherzo, abbiamo scritto si e no mezza canzone, hihihi". Ora, cosa può aspettarsi dai fan una band che si comporta in questo modo? Ce ne sarebbe abbastanza per far incazzare come una faina con le emorroidi anche l'ammiratore più cieco e devoto. E a poco valsero le giustificazioni di Adam Jones che tentava di difendere Maynard dalle varie accuse, prima tra tutte quella di essere più concentrato su progetti paralleli come A Perfect Circle e Puscifer piuttosto che sulla sua band madre, e il suo tentativo di additare le cause del gigantesco ritardo a motivi personali come cambi di vita, novità familiari, progetti personali e compagnia bella: tra i fan si continuò a parlare di strategia commerciale, di fancazzismo, di mancanza di idee, di una band che forse avrebbe fatto uscire quell'album giusto per darci il contentino e nulla più, fino a quei fan che la presero addirittura sul personale, sentendosi traditi dai propri beniamini e dichiarando che avrebbero ignorato a priori il nuovo lavoro, se mai un giorno fosse uscito per davvero. Il disco, come sappiamo, alla fine è uscito PER DAVVERO, e per noi appassionati ancora bramosi di ascoltarlo non è stato facile ripartire da dove ci eravamo lasciati. O meglio, per tutti quei seguaci che mangiano biscotti e Tool a colazione e che conoscono a memoria la loro discografia magari sarà stato un gioco da ragazzi, ma non è stato così per me. Riprendere in mano "10.000 Days" ha avuto per il sottoscritto più o meno lo stesso effetto di quando mi preparai ad affrontare il capitolo 38 del manga Berserk, dopo che il suo autore Kentaro Miura mi fece penare anni di attesa tra una pubblicazione e l'altra, quando fui costretto a rileggermi tutti i 37 capitoli precedenti perché ormai non ricordavo più una cippa lessa della trama e di cosa era successo fino a quel punto. Allo stesso modo, benché le canzoni più belle del loro storico passato fossero ancora stampate nel mio cervello (e nel mio cuore), le mie reminiscenze del più recente album del 2006 erano ormai diventate piuttosto vaghe e non mi vergognavo ad ammetterlo: avevo bisogno di rinfrescarmi la memoria. Ricordavo però ancora con piacere le melodie esaltanti di "The Pot", con il basso slappato e punzecchioso di Justin Chancellor che supportava un cantato particolarmente acuto per lo stile di Maynard, così come non avevo dimenticato quel trip allucinogeno dell'accoppiata "Wings For Marie/10.000 Days", due brani basati su un climax emotivo in continuo divenire, che con il senno di poi identificai in un elemento fondamentale nell'evoluzione del tipico sound tooliano. Ma soprattutto, ricordavo bene come quel disco mi sembrò importante per tre ragioni: 1) Introduceva a mio avviso un non troppo velato intento per i Tool di diventare più "mainstream" (virgolette d'obbligo) e suonare qualcosa di più moderno, che potesse piacere a una fetta di pubblico ancora più ampia, a prescindere che avesse apprezzato o meno i tocchi di classe presenti nei dischi da "Lateralus" in giù; 2) Paradossalmente in contrasto con il punto precedente, era un album che cercava di mantenere i piedi ben saldi sulla terra del "no compromise", insistendo ancora di più che in passato su sonorità progressive che evolvevano pian piano, come delle piccole suite che potevano riservare diverse sorprese lungo l'ascolto; 3) La spontaneità dei primi due album stava ormai andando a farsi benedire, come anche quello stile da improvvisazione allucinogena di certi passaggi del terzo album, lasciando il passo a dei Tool sempre più ragionati, più calcolati e più attenti (anche a livello commerciale) sulla forma, oltre che sul contenuto, di quello che stavano suonando. Da questo punto di vista, potremmo anche dire che "10.000 Days" si è rivelato "profetico" in tal senso: l'emotività viscerale di "Undertow", i guizzi di genialità che infarcivano "Aenima", come anche quell'attitudine alla jam-session da viaggio siderale presente in "Lateralus" lasciavano ormai il tempo che trovavano, per fare posto all'album di una band ormai strafamosa, che avremmo visto in bella mostra anche nei centri commerciali o nelle camerette degli adolescenti dai gusti più ricercati. Era questo il futuro della band, ed era un punto di non ritorno. Non è un caso che un idolo delle ragazzine come Justin Bieber, individuo che è quanto di più lontano dal metal la mente umana possa concepire, abbia pubblicato i versi di "The Pot" sul suo profilo Instagram e dichiarato di essere un grande fan dei Tool, dichiarazione cui Maynard non ha mancato di rispondere con un bel caustico "Che peccato". Un episodio del genere è emblematico di questa evoluzione sempre più inevitabile per i Tool: diventare sempre più mainstream e sempre più famosi, e per questo cercare di difendersi adottando costruzioni sempre più complesse e ricercate, ma con sonorità moderne che possano allo stesso tempo piacere al grande pubblico. Non so se seguite il mio ragionamento, ma a mio parere un discorso del genere è una delle chiavi per comprendere l'evoluzione che ha portato la band a comporre un album come "Fear Inoculum"; allo stesso modo e per lo stesso motivo, partire proprio da "10.000 Days" mi sembra oltremodo fondamentale per rendersi conto di quale sia stata l'evoluzione spirituale, emotiva, tecnica e sonora della band nei successivi tredici (interminabili) anni seguenti. Chiarito questo punto, è necessario che ciascuno di noi si renda conto di come la propria opinione sulla band californiana sia e resti strettamente legata a quella che è stata la propria personale esperienza con questi album nel proprio vissuto e nel proprio storico individuale. Per dire, chi tra voi si ricorda bene il suo primo incontro con i Tool? Alzate la mano, avanti. Io il mio lo ricordo ancora come fosse ieri: quel mio bel (si fa per dire) faccino da adolescente era ancora assimilabile a quello che si potrebbe definire il perfetto stereotipo del 15enne brufoloso che tenta invano di adattarsi alla giungla sociale del suo liceo, e il mio recarmi a scuola con "Lateralus" nelle orecchie, facendo inquietare i passeggeri del bus con i miei accenni di headbanging molesto, era qualcosa che restò impresso a fuoco nell'immaginario che la mia mente ebbe dei Tool stessi negli anni successivi. Scoprire una band da ragazzini non è come scoprirla quando ormai si è già adulti e consapevoli del mondo là fuori, e per me sarebbe impossibile analizzare i Tool del 2019 senza fare uno sforzo freudiano nel ritornare indietro tra i meandri della mia storia personale. Seriamente, all'epoca portavo ancora i capelli ritti in testa a suon di gel nel tipico stile adolescenzial-punkettone alla Mark Hoppus, dal mento mi penzolava un pizzetto improbabile che Shavo Odadjian levati proprio (si, sembravo la capretta sulla copertina di Goat Simulator), indossavo ogni giorno dei jeans larghi due gambe per una e in tasca non mancava mai quel dannato catenaccio da bicicletta per legare le chiavi di casa che andava ancora così di moda nei primi anni del 2000. E intanto sul mio lettore CD classe 2001 (non ce la faccio, troppi ricordi?) scorreva una compilation creata ad hoc con una canzone dal titolo evocativo, tale "Parabola", con quelle belle chitarrone sul finale pesanti come una rimpatriata tra tank e bulldozer. Quel maciullamento di timpani, eseguito tra l'altro con una classe che molti gruppi dell'epoca si sognavano la notte, era pura estasi per le mie giovani e ingenue orecchie metallare e da quel momento in poi decisi che forse il mio cuore aveva ancora un posticino libero per farci entrare i Tool. Ciò che successe dopo è storia comune a molti di voi (anche se io procedetti un po' a tentoni in tal senso): la ricerca spasmodica di altre tracce online, il tentativo di scaricare per intero "Lateralus" con un 56K che andava più lento di un mulo con sopra una coppia di obesi texani su una salita di Santorini, la lettura di ogni singola intervista rilasciata dalla band (con quella maledetta pagina web che si caricava più lentamente del mulo di prima), per finire poi alle interminabili discussioni con gli amici metallari a scuola. Discussioni ancora belle fresche nella mia memoria, che si svolgevano più o meno in questo modo: "Oh, ma tu li conosci sti Tool? Ti piacciono? Che ne pensi?". "Si so' fighi Stè, quel pazzo del cantante c'ha anche uno scorpione enorme tatuato sulla schiena, quello è pazzo furioso Stè, fidati" "Ma che davvero?!" (andai a controllare: si, lo scorpione c'era tutto e Maynard in effetti era, ed è ancora, discretamente pazzo). E poi quella canzone meravigliosa, tale "Passenger" inserita nell'album "White Pony" dei Deftones nel 2000 (che all'epoca rivaleggiavano con i Korn per lo scettro di mia band preferita, prima di venire scalzati entrambi dai System di "Toxicity"), una canzone che non sarebbe mai stata il capolavoro che è senza il prezioso intervento di James che canta sul ritornello con tutto il fiato che ha in corpo. Chino Moreno fece degli sforzi enormi per riproporre quel brano live in assenza di questo grande uomo chiamato MAYNARD JAMES KEENAN, perché c'è poco da fare, per quanto il cantante di Sacramento abbia un talento impressionante e cristallino, l'ugola del leader dei Tool è qualcosa di tecnicamente inavvicinabile per i 90% dei cantanti metal odierni. Lo è sempre stata e lo sarà sempre. Non è un caso che a lungo andare questa curiosità verso Maynard mi sia rimasta incollata addosso, e che negli anni più recenti mi sia particolarmente appassionato al suo personaggio, tanto da andarmi a spulciare i video in cui il cantante assumeva i panni dell'attore per trasformarsi in un diavolo che si gratta il fondoschiena nella commedia "Bikini Bandits" del 2002, o ancora i video in cui urlava davanti alla cinepresa con un cappello da cowboy in testa o in cui eseguiva una mossa di judo su un povero fan ignaro di cosa stesse accadendo, stendendolo poi a terra durante un concerto del 1997. Insomma, ne ha combinate di cotte e di crude, il ragazzaccio. Ma i video su cui mi fiondai più volentieri furono forse quelli con le reactions delle varie insegnanti di canto, tutte donzelle giovani e innocenti, che restavano d'un tratto interdette e al contempo ammaliate dalla straordinaria performance vocale di James in "Sober" al Reading Festival del '93. Un uomo che si piegava su sé stesso, che sembrava quasi un mutante alieno durante i suoi possenti vocalizzi, e che incredibilmente riusciva a sfoggiare un'estensione vocale impressionante pur comprimendo la sua cassa toracica per esigenze di scena. Insomma, un vero e proprio mostro (nel senso buono, ma forse anche cattivo, del termine). Non stupisce quindi come la mia naturale curiosità sull'inevitabile evoluzione dei Tool, curiosità che sapevo di condividere con altre MILIONI di persone, fosse ormai diventata qualcosa di difficile da controllare. Complici i recenti live della band, tra cui quello al Firenze Rocks del Giugno 2019 a cui partecipai in mezzo alla calca sudata del pit, più l'ascolto delle versioni live di due brani inediti quali "Descending" e soprattutto "Invincible", che ammutolirono tutti i presenti con un'intensità paragonabile a un fulmine caduto sul palco all'improvviso, avevo ormai capito che questo nuovo disco doveva essere mio. E la stessa cosa avranno pensato tante, tantissime persone insieme al sottoscritto, che all'uscita dell'edizione fisica di "Fear Inoculum" al modico prezzo di 80 (!!!) Euro, hanno letteralmente devastato ogni negozio (online e non), fino a far lievitare il prezzo dell'edizione deluxe su Amazon all'ancor più modica cifra di 179,99 (!!!!!!) Euro IVA inclusa e rendendolo in assoluto il disco metal più venduto del 2019, e probabilmente uno dei dischi metal più venduti di tutti gli anni 2000 fino ad ora. Un monitor in 2K può costare anche meno, non so se ve ne rendete conto. Adesso, capiamoci: per come sono fatto io, credo non spenderei quei 179,99 euro nemmeno per avere i Tool che mi suonano "Fear Inoculum" dal vivo per il mio compleanno concludendo il concerto con "Happy Birthday To You Stefano" cantato da Maynard in persona, figuriamoci spenderli per un CD fisico nell'era di Spotify ("essòcomunquessoldi", per citare sempre il buon Maccio). Ciononostante resto sempre un fervente sostenitore della copia fisica e, devo ammetterlo, complice la visione multipla dei vari ubonxing presenti sul Tubo di questo monumentale quadratone in similpelle che si apre su uno schermo 4 pollici in HD proiettante le visioni mistiche di Adam Jones, la versione fisica dell'ultimo Tool un certo effetto sull'acquolina della mia bocca l'ha avuto eccome, tant'è che almeno gli 80 euro iniziali (a cui l'album era ancora in vendita in alcuni negozi "offline" di dischi nella mia zona) mi sono sembrati accettabili. E se persino a me (che mi considero solo parzialmente un "fan" dei Tool e tantomeno un "collezionista") è venuta voglia di possedere quella sfarzosa edizione dell'album, potete immaginare quanto lavoro ci sia stato dietro per rendere "Fear Inoculum" uno dei dischi più desiderati degli ultimi anni, non solo artisticamente e tecnicamente parlando ma anche dal punto di vista delle strategie di marketing. Tuttavia si sa, "da grandi poteri derivano grandi responsabilità", come diceva lo zio Ben a un Peter Parker che si apprestava a entrare nella leggenda trasformandosi in Spider Man; lo stesso potremmo dire tutti noi a questi tanto amati (e odiati) Tool, che si sono portati appresso il peso di oltre un lustro di lacrime, sudore e sangue. Saranno stati in grado di soddisfare quelle aspettative ormai GIGANTESCHE che il mondo intero aveva coltivato per loro? Chissà, forse lo scopriremo leggendo questa recensione di "Fear Inoculum", che il sottoscritto andrà adesso ad ascoltare e a vivere per voi.

Fear Inoculum

Ascoltare la title-track in apertura è un po' come addentrarsi in una casa altrui mai vista prima. Si procede piano, timidamente, un po' imbarazzati e un po' curiosi di ciò che troveremo al suo interno. Primo vero singolo dell'album, "Fear Inoculum" - "Inoculo di paura" è stata la canzone che tutti hanno ascoltato per prima in versione studio, mentre la colossale doppietta "Invincible/Descending" era finora stata proposta unicamente in sede live. Non a tutti questa traccia ha fatto impazzire, e non è difficile capire il perché: si tratta di un brano molto lento e cauto, un brano che vola sempre rasoterra e non si espone mai in climax emotivi o altre amenità artistiche, un brano che riprende abbastanza fedelmente quelli che sono stati gli stilemi tipici della band dagli anni 2000 in poi. Ad accoglierci troviamo ritmiche tribali e vagamente esotiche, che riportano la mente ai fasti della lunga "Reflection" di "Lateralus"; ma qualcosa è cambiato, e l'ossessività di quelle ritmiche così oscure e si è trasformata in una materia più solare, più trasognata, quasi naif. Carey mette in scena dei rintocchi dal sapore etnico, introducendo la chitarra estremamente dilatata di Jones che fa da sfondo alla voce soffusa e delicata di Maynard, che recita così la sua preghiera. L'intero testo di "Fear Inoculum" appare come una meditazione di buddhismo zen contro la paura, visto come un nemico da sconfiggere attraverso l'imperturbabilità. Secondo la filosofia buddhista, affrontare la paura è una diretta conseguenza del vivere nel qui e ora, immersi in una compassione che ci fa dimenticare ciò che temiamo, perché se siamo compassionevoli riusciremo a non temere il "diverso" da noi, e se restiamo concentrati sul presente e su ciò che stiamo facendo riusciremo anche a vedere la paura per quella che è: "una sega mentale", come direbbe il famoso psicoterapeuta nostrano Giulio Cesare Giacobbe. Per questo la meditazione è importante, per tenere a bada le emozioni negative e per renderci conto che le nostre paure sono in realtà quasi sempre qualcosa che non esiste, qualcosa che non ha motivo di essere coltivato nel nostro cervello. "Exhale / Expel / Recast my tale / Weave my allegorical elegy" ("Espirare / Espellere / Rifondere la mia storia / Tessere la mia elegia allegorica") sono le istruzioni che illustra Maynard nel ritornello, con la chitarra di Adam che finalmente si rilassa dopo aver inseguito la piroettante batteria di Danny, che già in questo primo brano ci rendiamo conto essere tornato ancora più in forma di prima. "Fear Inoculum" è probabilmente il brano dalla struttura più classica e prevedibile dell'intero lavoro, in quanto solo qui è possibile rintracciare un sistema di "strofa e ritornello" che se andrà un po' a quel paese nelle complesse elucubrazioni dei brani successivi. Questo è anche uno dei più grandi inganni che i Tool sono riusciti a mettere in piedi, nel pieno stile della loro natura "tro(o)lliana": proporre come primo singolo e pezzo d'apertura proprio il brano più canonico, in modo da mandare in confusione le persone che lo ascoltano e indurle a pensare "dopo tredici anni tutto qui? Ci deve essere dell'altro". Insomma, probabilmente i Tool ci hanno beccato una strategia di marketing persino nell'ordine in cui è stata scelta la tracklist. Ma non solo, anche da un punto di vista artistico questo ragionamento ha perfettamente senso: come vedremo in seguito, l'intera struttura della tracklist segue una sorta di "climax ideale" in cui, dopo averlo rassicurato con la title-track e stuzzicato a dovere con "Pneuma", immergerà l'ascoltatore nella visceralità di "Invincible" prima di spiazzarlo con la cerebrale quanto emozionale "Descending", per poi interrompere tutto, prendersi una pausa con "Culling Voices", confonderlo con "Chocolate Chip Trip" (cosa che potevano risparmiarsi?) e infine chiudere in bellezza con "7empest". Anche in questi sottili dettagli si nasconde tutta la geniale razionalità con cui i Tool hanno concepito questo ultimo album. Tuttavia i segni della goduria che verrà ci sono anche in questo stesso brano: a partire dai già citati accenni tribali di Carey e passando per gli effetti atmosferici nella chitarra di Jones, per la voce mai così leggera e raffinata di Keenan e per il basso pulsante di Chancellor che si incastra alla perfezione nella sezione ritmica, tutti questi elementi ci fanno già avvertire di che pasta sarà fatto il disco, ci fanno intuire la sua forte intimità e la sua tendenza all'atmosfera, alle costruzioni cerebrali, alla progressione emotiva delle composizioni. Il cervellotico finale, con un rincorrersi di distorsioni e assoli circolari sostenuti da una batteria che fa il diavolo a quattro, suggellano definitivamente questa sensazione che ormai si è impossessata di noi. Se il brano ci è piaciuto e ci ha annoiato poco o nulla, significa che l'album ci ha catturato: siamo incastrati tra le sue dolci spire, imprigionati nel suo delizioso labirinto, e uscire da qui non sarà più possibile. Se la title-track vi ha imprigionato come si deve, da adesso in poi i Tool vi obbligheranno a godere.

Pneuma

Si, lo so a cosa staranno pensando i più attenti e sgamati tra voi: "Ma questa dove l'ho già sentita?". Il fatto che il riff iniziale di "Pneuma - Soffio vitale (dal greco)" assomigli fin troppo a quello di "Bleed The Freak" degli Alice in Chains non è a mio avviso una questione di particolare importanza, e lascio a voi il lambiccamento se si tratti di un presunto plagio o di un semplice omaggio alla storica band di Laney Staley (ammesso che i Tool stessi se ne siano davvero accorti); ciò che conta è che quel riff ti cattura fin da subito, e ci rendiamo conto all'istante che adesso si inizia a fare sul serio. Il ticchettio della sezione ritmica sorregge la chitarra di Jones che se ne vola per fatti suoi, in un giro armonico di ariosità decisamente non scontata per una band come i Tool. I toni tornano a farsi più cupi dopo l'introduzione, con un gran uso di delay che ci riportano alla mente le composizioni più riflessive di "Lateralus". La voce spezzettata di Maynard segue melodiosamente questa danza insieme alla chitarra, finché lei non dice basta e tira fuori quel riffone che avrà fatto rizzare più di qualche pelo sulla pelle dei fan. Tre accordi distorti in saliscendi, un triangolo perfetto, un'onda che con la sua semplicità spazza via ogni cosa davanti a sé: i Tool sono tornati. Quando il riffone si ritira dalle scene ricompaiono sul palco le suggestioni atmosferiche iniziali, che vengono riprese con ancor maggior forza e vigore nella sempre più nervosa voce di Maynard, finché quel riff non riappare in tutta la sua irruenza nelle orecchie dell'ascoltatore. È una canzone fortemente spirituale, questa "Pneuma", una canzone che cerca di ricordarci come la nostra carne altro non sia che un involucro per la parte più vera di noi stessi, il nostro spirito: "We are spirit bound to this flesh / [?] But bound to reach out and beyond this flesh / Become Pneuma / We are born of one breath, one word / We are all one spark, sun becoming" ("Siamo lo spirito legato a questa carne / Ma siamo destinati a stabilire un contatto e oltre questa carne / Diventare il soffio vitale / Siamo nati da un respiro, da una parola / siamo tutti una scintilla che diventa sole"). Quest'attenzione alla nostra interiorità che traspare nel testo viene espressa a pieno titolo dall'insieme di dettagli della parte strumentale, che si uniscono insieme come tante piccole vibrazioni di un grande rituale sacro. E per fare una doverosa parentesi tecnica, se infatti prima avevate ancora qualche dubbio sul modo migliore per ascoltare questo album, tutti i dettagli sonori che troverete in "Pneuma" mettono definitivamente le cose in chiaro: o si possiede un impianto audio surround con i controgingilli oppure è meglio avere un paio di cuffie audio di ESTREMA qualità, magari around-ear, in modo da non perdersi nulla di tutte queste sonorità. L'attenzione alla produzione appare meticolosa e maniacale, i suoni di chitarra sono densi e corposi come non lo erano mai stati nei dischi precedenti, il basso è pieno e di una pulizia sonora straordinaria, mentre la voce e la batteria sono cristallini e splendenti più del sorriso di Mastro Lindo. Questa cura così attenta che è stata messa nella produzione del disco non traspare solo durante i riff più distorti e nei momenti più concitati, ma anche e soprattutto in quelli più calmi e riflessivi, come nel tamburellare di Carey sulle dilatazioni di Jones subito dopo il riff centrale del brano, in un ballo psichedelico-tribale che stimola la mente e al contempo la rilassa e la riappacifica con il mondo. Gli assoli distorti di Adam, che evolvono sempre in maniera precisa e circolare, sono a quel punto un dolce risveglio dalla trance catartica in cui eravamo caduti, come una colazione a letto che ci viene servita non appena ripresi dalla fase REM. Anche "Pneuma" condivide con la title-track una grande semplicità di fondo, seppur avulsa dalla struttura strofa-ritornello di quel brano, ma si tratta di una semplicità in continuo divenire, che si evolve per inerzia, come se la chitarra di Jones avesse vita propria e non potesse fare a meno di muoversi, il che la fa apparire la versione chitarristica di uno squalo che deve nuotare di continuo per pompare aria nelle branchie ed evitare di soffocare. Per dire, se da un lato è vero che i riff di chitarra sembrano fondarsi sempre su poche note, queste note raramente rimangono le stesse bensì cambiano, si modificano, per poi ricollegarsi al passato (vedi l'energico riff negli ultimi 3 minuti che si ricollega prima all'introduzione e poi al riff portante della prima metà di canzone) rendendo le strutture precedenti ancora più ricche di dettagli e di sfumature, in un continuo trasformismo sonoro che è il vero marchio di fabbrica per una band come i Tool. "Pneuma" è un gran bel pezzo, forse non uno dei migliori del disco (che per me restano "Invincible", "Descending" e "7empest") e forse nemmeno destinato a diventare un nuovo classico della band, ma di sicuro ascoltarlo resta uno dei modi migliori per comprendere appieno lo spirito dei quattro californiani e il modo in cui hanno deciso di affrontare la composizione su questo album.

Invincible

A parere di chi scrive, in questo lungo viaggio chiamato "Fear Inoculum", l'accoppiata "Invincible/Descending" varrebbe già da sola il prezzo del biglietto. "Invincible - Invincibile", in particolare, è una canzone che si impossessò del mio cuore già quando la ascoltai su YouTube mentre spulciavo la sua versione live per prepararmi al concerto del Firenze Rocks nel Giugno 2019. E così anche io fui tra i fortunati che riuscirono a vederla suonare dai Tool davanti ai propri occhi, ben due mesi prima che l'album venisse pubblicato. Cosa posso dirvi? Fu l'Apocalisse. Quei dodici minuti abbondanti catalizzarono completamente l'attenzione del pubblico, che restò attonito a guardare e ascoltare quel nuovo materiale come un neonato che osserva per la prima volta il gioco del bubù-settete. E fu una goduria, fu estasi pura per tutti quanti. Ricordo ancora il viso sconvolto di un mio amico che era vicino a me in quel momento quando il brano terminò, e quella sensazione di meraviglia generale che aleggiò sul pubblico stupefatto, prima della sua esplosione in una poderosa standing ovation. Perché "Invincible" è così, è un pezzo che ammutolisce, uno dei più ambiziosi in assoluto dei Tool e probabilmente anche un loro futuro classico. Il tema centrale su cui ruota l'intero brano è la vanagloria umana, quel caparbio senso dell'onore che induce il guerriero a lottare sempre e comunque, a mostrarsi sempre forte e "invincibile", a prescindere da quelle che siano le condizioni in cui vive o dal fatto che quel Re che gli ordina di uccidere sia solo un pazzo senza scrupoli. "Beating chest and drums / Beating tired bones again / Age-old battle, mine / Weapon out and belly in / Tales told of battles won / Of things we've done / Caligula would grin / A warrior struggling to remain relevant / A warrior struggling to remain consequential" ("Colpendo il petto e i tamburi / Colpendo ancora le ossa stanche / Battaglia invecchiata, la mia / Arma in fuori e pancia in dentro / Racconti che parlano di battaglie vite / Di cose che abbiamo fatto / Caligola avrebbe sorriso / Un guerriero lotta per rimanere rilevante / Un guerriero lotta per rimanere importante". C'è molta ironia in questo pezzo, un'ironia amara che probabilmente coinvolge metaforicamente anche i Tool stessi, che sentono su di essi il peso del loro monumentale passato e delle gigantesche aspettative che la loro fama porta con sé, costringendoli a essere, nonché ad apparire, sempre forti e "sul pezzo" davanti al loro pubblico. Lo splendido arpeggio di Adam Jones nell'introduzione è un vero inno al poliritmo, con giri ora circolari ora spezzettati, ricchi di chiaroscuri che avvolgono la mente e la intrappolano per prepararla a ciò che verrà dopo. L'evoluzione di questo arpeggio porta ad intrecciarlo con la meravigliosa prova vocale di Keenan, che qui davvero dà il meglio di sé e ci riporta ai fasti del passato. La sua voce è dilatata, eterea, quasi sciamanica, e si sposa alla perfezione con la chitarra di Jones e con la discreta batteria di Carey, che si intrecciano tra loro come in balletto psichedelico di lateralusiana memoria. Quando l'introduzione raggiunge il suo climax gli strumenti convergono in un unico punto focale, come il vertice di un'onda che si infrange su uno scoglio, e man mano che si ritira nell'oceano appare all'orizzonte un nuovo protagonista: è Justin Chancellor, che riempie l'atmosfera circostante con una linea di basso tanto semplice quanto incisiva. Stavolta è lui a dettare le regole del gioco, è lui la colonna portante, e la voce di Maynard sostenuta dalla batteria di Danny non possono far altro che assecondarlo. Ma la chitarra non vuol starsene lì a guardare, e interviene con un riff che poco a poco cresce sempre più, diventa più forte, si incattivisce, ma che si ferma appena prima di far davvero male. La tecnica dei Tool è ormai chiara: vogliono giocare con noi ascoltatori come il gatto con il topo, o meglio ancora come una donna che sa bene come sedurre il suo uomo e farlo cadere ai suoi piedi. Maynard e soci usano in soldoni il vecchio trucco del bastone e della carota, ci lasciano in balia della nostra goduria lasciandoci credere che questa aumenterà sempre più, per poi interrompersi e ritornare allo stadio iniziale, in un circolo virtuoso che mano a mano fa aumentare sempre di più la nostra sete di climax, la nostra voglia di un'esplosione finale con i fuochi d'artificio. Ma la chitarra di Adam è paziente, lei non ha fretta e sa come farci venire l'acquolina in bocca, continuando con i suoi assoli distorti fedelmente accompagnati da un Maynard sempre più teso e instabile. C'è ancora tempo per Adam di riallacciarsi al riff iniziale e far crescere sempre di più la canzone, finché Mayard non blocca il tutto con quel "consequential" che fa salire i brividi lungo la schiena. E così quel momento che avevamo già ascoltato in versione arpeggiata e che potrebbe essere considerato una specie di ritornello, ovvero quando Maynard canta "Cry aloud / Bold and proud" ("Piango ad alta voce / Impavido e orgoglioso"), stavolta viene sostenuto non da un arpeggio ma da un riff distorto le cui trame si sposano alla perfezione con l'emotività sprigionata da Maynard, e con quel "tormento del guerriero" che la canzone cerca, riuscendoci, di tradurre in musica. Jones continua a martoriare il suo strumento con potenti riff in palm mute, mentre la potenza della sezione ritmica esplode qui in tutta la sua irruenza, con un Carey che finalmente può sfogare la propria maestria tecnica senza preoccuparsi troppo delle conseguenze. Ed è così che la chitarra inizia a volare verso lo spazio siderale dei suoi effetti psichedelici, e si infrange in un colossale muro sonoro in duetto con la batteria che rischia di farci spezzare il collo a suon di headbanging (e ricordo bene l'ammutolimento generale quando questo passaggio fu eseguito in sede live in quel di Firenze). Ma quella che sembrava essere una conclusione in pieno stile Tool si rivela invece essere un semplice ponte verso il vero finale del brano, che questa volta è tutto nelle mani di Maynard: è lui che regge le redini con il suo "Feeling time bearing down" ("una sensazione di tempo che si abbassa"), e gli ultimi minuti di canzone toccano così il loro apice emotivo, con un Maynard/Guerriero che dopo aver valorosamente combattuto finalmente si riposa e lascia fare il lavoro sporco ai suoi due soci, a quella batteria spaccaossa di Carey e quella chitarra impazzita di Jones, che fanno piazza pulita di tutto ciò che hanno intorno. E alla fine, anche loro si riposano, come i veri guerrieri. In una parola: invincibili.

Descending

"Il problema non è la caduta, ma l'atterraggio" diceva il personaggio interpretato da Hubert Koundé nel memorabile "La Haine" ("L'odio") del 1995. Non so quanto sia plausibile che i Tool si siano ispirati a questo film di culto degli anni '90 per comporre la loro "Descending", ma resta il fatto che la figura dell'uomo che cade nel vuoto e che non sente nulla finché non tocca il suolo è esplicativa di quello che è il tema centrale di questa splendida traccia. Occorre dirlo, per quanto "Invincible" resterà forse la canzone del mio cuore nel nuovo album dei Tool, il suo brano partner "Descending - Discendente" è probabilmente il vero climax dell'intero disco, sempre seguendo quella logica di progressione emotiva su cui avevo già discusso prima nella recensione. Proposta in anteprima live come "Invincible" prima di lei, "Descending" è un altro pezzo con cui i fan hanno avuto modo di confrontarsi prima dell'uscita del disco, e in teoria nei mesi di distanza tra l'esecuzione del brano e la pubblicazione dell'album dovrebbero aver avuto il tempo per assimilarlo e farlo proprio, seppur non registrato in studio. Ma francamente, non credo che sia andata così. Perché "Descending" è un brano denso, ricco di sorprese, strettamente interconnesso con i precedenti, e solo l'ascolto all'interno del contesto dell'album può permettere all'ascoltatore di farlo proprio al 100%. Qui l'ambizione dei Tool raggiunge i suoi massimi vertici, così come appare più chiara che mai la concezione che loro hanno del "progressive": una costruzione sonora che cresce e si evolve nutrendosi esclusivamente di sé stessa e scoprendo man mano nuove qualità, nuove potenzialità, nuovi modi di esprimersi. Suggestioni sonore che richiamano il vento e un mare in tempesta aprono il brano a un inquieto saliscendi di basso e al timido affacciarsi dalla chitarra, il tavolo da lavoro ideale sul quale Maynard può stendere la sua voce sempre più intrigante per modellarla e darle forma, ispirandosi forse alle tonalità più melodiose con cui canta nei suoi A Perfect Circle. E così che il buon James ci immerge lentamente nella pazzia del protagonista, un individuo in caduta libera verso gli abissi della sua mente. "Free fall through this boundlessness / This madness of our own making / Falling isn't flying" ("In caduta libera attraverso questa illimitatezza / Questa pazzia creata da noi stessi / Cadere non è volare"). Il testo di "Descending" non è certo di facile interpretazione, eppure vi si può facilmente riconoscere il tema della caduta collegato a quello della pazzia umana come il filo conduttore dell'intera trama. Trama che, a dirla tutta, coinvolge l'intero album e che qui sembra fare da premessa alle inquietanti voci che tormenteranno il povero Maynard nella successiva "Culling Voices". La parola d'ordine lungo i primi minuti di "Descending" è atmosfera, e la chitarra sempre più ovattata si intreccia alla voce in un abbraccio poetico, in strutture circolari accattivanti ma appena accennate, con la batteria che le circonda senza soffocarle, pestando ma non troppo, come se questo sottile equilibrio dovesse restare così, in bilico sul trampolino, finché i Tool non avranno deciso che è arrivato il momento del grande salto. È questa la regola non scritta, ancor più che in "Invincible", che anima la struttura di "Descending": far assaporare all'ascoltatore le sue melodie, i suoi giri armonici, i dolci vocalizzi di Maynard, ma sempre dando l'impressione che si tratti di un semplice antipasto, di una versione in formato "mini" del brano, in attesa del climax che verrà. Il che in effetti è vero. Le visioni psichedeliche e sciamaniche di Keenan e Jones sono proprio questo, sono un lungo viaggio spirituale nel labirinto della nostra mente, che ci tiene per mano e ci accompagna in questo percorso verso una meta non definita, che nell'immaginario della canzone potrebbe essere la lucida consapevolezza su noi stessi, mentre a livello musicale viene tradotta come quel climax a lungo atteso e tanto desiderato. Ma come si suol dire, "ciò che conta è il viaggio, non la destinazione" e infatti ciò che affascina di "Descending" è proprio questo suo continuo "viaggiare", questo suo giocare lentamente con la nostra emotività, in misura accorta e ragionata, mai invadente, sapendo bene che ogni cosa deve arrivare a tempo debito. E così Jones e Keenan seguono l'evoluzione della canzone, prima con arpeggi e sussurri, poi con timide distorsioni e voci sempre più inquiete, per sfociare infine in assoli distorti e riffoni in palm mute che sorreggono un canto tanto austero quanto solenne, con la sezione ritmica che gli dà manforte plasmandosi ai loro bisogni. Arrivati a questo punto centrale del brano, l'assoluto protagonista delle nostre tensioni emotive diventa Maynard. "Sound the dread alarm / Through our primal body / Sound the reveille / To be or not to be" ("Suonò l'allarme terrificante / Attraverso il nostro corpo primordial / Suonò la sveglia / Essere o non essere") canta Maynard, mentre la chitarra lo abbraccia con tutta la sua inquietudine. Il bridge introdotto dalla sua voce ormai sempre più possente è un crescendo emotivo che si insinua sotto la nostra pelle e ci fa sentire sempre più presi, sempre più coinvolti, sempre più irrequieti insieme a lui. Ed è così che ormai quei due ci hanno catturato, siamo totalmente in balia di Adam e James, e quando quest'ultimo raggiunge il climax cantando per la seconda volta "STAY ALIVE!" ("RIMANI VIVA!") ho provato una sensazione di eccitamento nel mio corpo paragonabile a quando guardai per la prima volta la scena in cui Scarlett Johansson lancia il suo sguardo di sfida alla telecamera in "Match Point" (in altri termini, dicasi "durello").  Nemmeno a farlo apposta, l'apice assoluto del brano arriva proprio nella sua esatta metà, il minuto numero 7 (l'intero brano dura 14 minuti, e trattasi del brano più lungo del disco dopo "7empest"), il che ci riporta all'ossessione dei Tool verso questo numero, cosa che approfondirò più avanti nella recensione. Tolta parentesi, proprio come il rilascio di endorfine in un sonno post-orgasmico, il riff distorto di chitarra che sancisce l'uscita di scena di Maynard e l'ingresso nella seconda parte del brano rilascia nelle orecchie dell'ascoltatore una valanga di effetti distorti, di assoli intrecciati, che accarezzano dolcemente i sensi dopo lo scatenarsi di emozioni a cui quelle orecchie hanno assistito poco prima. È questo il momento giusto per far rientrare in scena l'atmosfera, dove stavolta a farla da padrone è un Danny Carey sempre più indemoniato sulle sue pelli, che sembra quasi duellare con la chitarra di Jones su cui nel frattempo aleggiano ombrose venature di synth a rendere questa corsa verso la fine del brano ancora più misteriosa. Ma c'è ancora tempo per un nuovo climax, questa volta non più vocale ma chitarristico, perché Adam Jones ha deciso di riprendersi il trono che gli spetta di diritto (perché ammettiamolo, è lui il padrone indiscusso di "Fear Inoculum") e si lancia in un lungo e cervellotico assolo che, lungi dal rappresentare una sterile dimostrazione di tecnica fine a sé stessa, evolve in modo limpido, razionale e sempre, sempre, sempre dannatamente emotivo. "Descending" è un capolavoro, e se pensavate che ormai non ci sarebbe stato più tempo per un nuovo classico nelle tracklist dei concerti tooliani, beh, semplicemente, vi sbagliavate.

Culling Voices

Ricordo un post su Facebook pubblicato da una mia amica a proposito del nuovo album dei Tool, che recitava con testuali parole: "Più che 'Culling Voices', sarebbe stato più appropriato 'Cunnilingus Voices'" (cit. Francesca). E se ho deciso di utilizzare questa perla di saggezza nella mia recensione (con il consenso dell'adorabile interessata) è perché la ragazza ci ha visto lungo e l'immagine di tale cunnilingus è a dir poco perfetta per descrivere un brano come "Culling Voices - "Voci da eliminare": lente, dolci, delicate pennellate di musica e di voci che, come la lingua della metafora poc'anzi accennata, si stendono sulle grandi labbra della nostra mente, mandandola così in estasi. E pensare che le voci a cui pensava Maynard erano invece qualcosa di ben più spiacevole: sono le voci della nostra (in)coscienza, le nostre voci interiori, che la psicopatia del narratore fa affiorare in lui in modo disturbante e ossessivo, come fossero gocce che cadono sulla sua testa in una spietata tortura cinese. Maynard si fa interprete sopraffino di questo tormento interiore, di questa lotta contro sé stesso. "Disembodied voices deepen my / Suspicious tendencies / Conversations we've never had / Imagined interplay / Only the whispers from within" ("Voci estrapolate incupiscono le mie / Tendenze diffidenti / Conversazioni che non abbiamo mai avuto / Interazione immaginata / Solo i sussurri dall'interno". Di chi sono queste voci? Con chi stiamo davvero parlando? Tutto questo è reale o ce lo stiamo solo immaginando? Il narratore non sa dare una risposta a queste domande inquietanti, e così si muove avanti e indietro per la stanza, parlando da solo, provando a non impazzire, o meglio, cercando conferme sul fatto di non essere già pazzo. "Psychopathy / Don't you dare point that at me" ("Psicopatia / Non osare attribuirmela"). La mente non può accettare nemmeno per ipotesi l'idea di essere psicopatica, e il nostro Maynard ripete alle voci che lo torturano di andar via, di lasciarlo perdere e non tormentarlo più. La parte strumentale del brano segue fedelmente l'andamento emotivo del cantante, procedendo in modo quieto per poi aumentare sempre più di intensità. Dopo una nervosa introduzione atmosferica la chitarra fa la sua comparsa timidamente, pizzicando appena le sue corde prima di tramutarsi in un riff tanto semplice quanto delicato, e la voce di un Maynard mai così gracile e indifeso si insinua poco a poco nelle nostre orecchie, accarezzandole. "Culling Voices" è anche il brano più corto di tutto l'album (ma di durata sempre oltre i 10 minuti), eccezion fatta per l'esperimento strumentale "Chocolate Chip Trip", in quanto è stato concepito dal gruppo come una vera e propria pausa di riflessione dopo il forte impatto emotivo del duo "Invincible/Descending", il che si traduce in un brano dai toni pacati, estremamente semplice nella sua compatta struttura portante quanto efficace nell'esprimere la sua impronta emozionale. Qui i Tool diventano ancora più intimisti e riflessivi, e l'intreccio di voce e strumenti si fa cangiante man mano che procede l'evolversi di questo tormento.  Se quindi l'inizio appare flemmatico e dai toni sussurrati, con una sezione ritmica pressoché assente, man mano che le voci interiori di Maynard si fanno più persistenti avvertiamo come la chitarra diventi sempre più distorta, sempre più incisiva, finché la batteria di Carey non fa la sua comparsa e quel "don't you dare point that at me!" non esplode in tutta la sua ira dopo aver accumulato tensione per tutto il resto del brano. Il riff di chitarra che ne segue cambia totalmente i toni del brano, che tuttavia resta posato ed elegante, non sfocia mai nell'irruenza, e dopo questo breve climax torna a rilassarsi nelle tranquille acque della pacatezza sonora iniziale. Il tempo di riprendere nuovamente quel riff, di far ruggire ancora un po' le chitarre e di sparare in cielo le ultime cartucce di cattiveria, e "Culling Voices" ci saluta con un ultimo mezzo minuto di placida atmosfera, appena percettibile dalle nostre orecchie che trovano così il tempo per riprendersi e prepararsi al gran finale che incombe su di loro. 

Chocolate Chip Trip

"Ma che è 'sta cafonata?", direbbe un Christian De Sica qualsiasi dopo aver ascoltato i primi secondi di "Chocolate Chip Trip - Viaggio del chip di cioccolato (??)". Non lo so, Christian, e vorrei tanto saperlo. Qui arrivano le note dolenti: ok, va bene, capisco che i Tool per una volta abbiano voluto cedere al lato oscuro della sperimentazione fine a sé stessa; capisco che Danny Carey, colto da una improvvisa sindrome di Mike Portnoy, abbia voluto mettere ancora più in mostra le sue mostruose qualità tecniche (come se finora ce ne fosse stato bisogno); capisco che i ragazzi qui si siano voluti concedere semplicemente un po' di sano cazzeggio, e capisco pure che magari dopo una serata alcolica abbiano deciso di registrare questa roba mentre erano ubriachi come cucuzze e urlavano "Siiii dai facciamoloooo!" , trovandosela poi registrata senza rendersi conto di ciò che avevano appena fatto, tipo quando ti risvegli a Las Vegas sposato con una spogliarellista di Milwaukee ma non ti ricordi il perché (no, a me non è mai successo, ma in compenso ho adorato "Una Notte Da Leoni"). Insomma, capisco tutto. Però qui la sensazione è che questi 4 minuti e 48 secondi di nulla assoluto siano stati semplicemente assemblati alla bell'e meglio al sol fine di poter arrivare a un numero di brani quantomeno accettabile per un disco (sempre lui, il fatidico "sette"), a prescindere dalla sua durata complessiva. "Chocolate Chip Trip" è un brano di cui davvero non capisco il senso, e se era uno scherzo beh, qualcuno dica ai Tool che era di pessimo gusto. Che poi lo scherzo è bello quando dura poco, e quasi 5 minuti di una ciofeca sonora che ti martella i nervi tutto sono tranne che pochi. Non solo inutile, a dirla tutta, ma anche dannosa, in quanto spezza quell'ipnosi emotiva sulla scia di "Culling Voices" che si era venuta a creare dopo il climax emotivo di "Descending". Insomma, una traccia che non serve a una mazza e ha il solo risultato di confondere l'ascoltatore e rovinare l'atmosfera fantastica che si era creata nel frattempo, motivo per il quale la detesto così tanto e approfitto di questa recensione per sfogarmi un po'. Spiegatemi voi a che cavolo serve un saliscendi di accordi di sintetizzatore disturbante e dissociato, messi insieme senza alcun senso armonico di base, che si ripetono in loop per tutto il brano mentre quel mattacchione di Danny fa rullare la batteria come fosse in preda a una crisi da metanfetamine. Non fosse stato per questo brano (e per altri difetti di cui parlerò nelle conclusioni) forse avrei anche potuto far volare il voto verso il 9, o magari dargli un 8,5 con maggiore cognizione di causa, ma personalmente non me la sento di allargare così tanto le mie maniche per un album con al suo interno dei suoni più fastidiosi di un gatto viola attaccato ai testicoli (perché si, il classico gatto nero sarà fastidioso ma quello viola è fastidiosissimo). E qui sorge la domanda fondamentale: ma non sarebbe stato meglio, per il bene generale della comunità, evitare questa sterile sperimentazione in favore di un'altra canzone "reale", che fosse almeno decente, anche senza superare per forza il tetto autoimposto dei 10 minuti? Avremmo avuto un disco con sette brani REALI e saremmo adesso stati tutti felici e contenti. Ma a quanto pare no, era chiedere troppo. Per riassumere, se qualcuno tra voi non ha avuto la pazienza di leggere questa pappardella di dettagliata analisi sul vuoto cosmico, riassumerò cosa penso dell'esperimento "Chocolate Chip Trip" in sole quattro parole: PER ME È NO.

7empest

Ed eccoci qui, pronti per assistere alla chiusura di un cerchio. Se la title-track in apertura dava il via alle danze riesumando sonorità che appartenevano in qualche modo al passato più recente della band, come se quello dei Tool fosse un discorso tra amici che si rincontrano dopo parecchio tempo, "7empest - 7empesta" (con il 7 al posto della T) chiude l'album spingendosi ancora oltre, facendo salire a galla reminiscenze che provengono direttamente dai pentagrammi di "Aenima", se non addirittura di "Undertow". Il fatto che questo brano finale sia stato pensato fin da subito dai Tool come un vero e proprio canto del cigno per la loro opera traspare già dal fatto stesso di aver scelto di utilizzare il numero 7 al posto della "T" nel titolo "7empest", in quanto il numero 7 è il perno su cui si basano le ossessioni di Maynard e soci lungo tutto il disco; nelle interviste rilasciate da Adam Jones, risulta come l'intero album sia stato basato su riff in sette, e non per volontà costruita a tavolino ma semplicemente perché le cose sono andate così ("non ti metti a pensare che adesso suonerai un riff in sette, lo suoni e dopo ti accorgi che è in sette", cit.), e lo stesso Maynard ha rivelato a Jones di avere una sua filosofia in merito al numero 7, che ha poi condizionato l'intero lavoro (che inizialmente volevano intitolare "Volume 7"). 7 è il numero delle tracce nell'edizione in CD, 7 Maggio è la data in cui hanno annunciato la pubblicazione dell'album durante un concerto in Alabama, 7 Agosto la data d'uscita del singolo di lancio. E ora qui troviamo di nuovo il numero 7 come sostituto ideale di una "T" nella parola "Tempest", quella tempesta che a suo modo è da considerarsi un'immagine molto cara alla filosofia del quartetto californiano. Tutto torna, il quadro è completo. Non resta che addentrarsi nei meandri di questa straordinaria suite di oltre un quarto d'ora di durata, che la rendono in assoluto la traccia più lunga dell'intero album. La composizione di "7empest" sembra sia avvenuta con la precisa intenzione di chiudere il disco nel modo più giusto, ovvero offrendo ai propri seguaci un commovente e monumentale omaggio al passato. L'arpeggio iniziale di Adam Jones ha un che di magico e catartico, è psichedelico al punto giusto ed è costruito su tempi dispari, anche se più di qualcuno ne ha accusato la troppa somiglianza alla "Frame By Frame" dei King Crimson, in modo non dissimile da "Pneuma" con gli Alice in Chains (somiglianze assodate, ma su cui a mio avviso si è insistito un po' troppo più del dovuto). Quando inizia ad apparire quel "din din din", che in modo ambiguo pare essere in incrocio tra le note di un synth e il ticchettare del buon Danny sul suo ride, abbiamo già capito di non avere più scampo e di essere stati già catturati dall'atmosfera di un brano in continuo crescendo, che evolvendosi fa sentire l'ascoltatore come intrappolato in una casa degli specchi dove la propria immagine, rappresentata dal quel continuo ticchettare ipnotico, ci appare sui muri, proiettata in ogni dove. In questo modo, il già citato ticchettio va ad incastrarsi alla perfezione con l'arpeggio in sottofondo, creando un puzzle cerebrale che fa ondeggiare la mente dell'ascoltatore neanche fosse su un'amaca a Honolulu con tanto di ventaglio e figona hawaiana che glielo sventola in faccia. Poi però quest'intro si placa, ci svegliamo come se qualcuno ci avesse gettato addosso dell'acqua gelida e parte l'assolone distorto di Adam Jones che ci riporta indietro nel tempo di 23 anni. E lì, signori, godiamo. Perché arrivati a questo punto, chi è cresciuto passando le proprie giornate con "Aenima" nelle orecchie non farà fatica a riconoscere in 7empest" quello stesso spirito che muoveva il capolavoro del 1996, un'energia che la band non si faceva scrupoli a sprigionare in tutta la sua potenza. La batteria di Danny che danza a meraviglia con il basso incattivito di Justin e Maynard che canta "keep, keep, keep it calm (mantenete, mantenete, mantenete la calma?)" come fosse un pazzo con la camicia di forza che parla da solo mentre fa avanti e indietro nel corridoio di un ospedale psichiatrico, non possono fare a meno di esaltarci prima che la chitarra di Adam spazzi via tutto quello che trova intorno a sé. Trattasi forse della traccia più violenta di tutto l'album, questa "7empest", dove i Tool sembrano voler gridare al mondo che non sono cambiati e che ciò che hanno costruito negli anni '90 lo portano nel cuore ancora adesso. Anzi, meglio ancora: l'intero brano, alle mie orecchie, appare come un immenso omaggio che i Tool hanno voluto fare a tutti i loro fan più devoti che li seguono fin da prima del '93 e che non hanno mai smesso di credere in loro, aspettando fino all'ultimo che questo disco vedesse la luce; e quando Maynard urla "We know your nature" ("conosciamo la nostra natura") ormai sappiamo già di trovarci davanti ad un nuovo classico della band. Le ritmiche dispari della chitarra di Jones introducono assoli che confluiscono nell'eclettica voce di Keenan, che questa volta, anche grazie all'eco di "shame on you now" ("vergognatevi adesso") che gli ronza intorno, risfodera quella vecchia voce che aveva fatto la felicità dei suoi fan negli anni passati. Ma sono Adam Jones e Danny Carey i veri protagonisti del brano, come probabilmente di tutto il disco, e il saliscendi di riff sostenuti da vertiginosi movimenti di batteria sfociano negli squisiti giri di basso costruiti da Justin Chancellor, mai così puliti e cristallini. Il pezzo evolve così su atmosfere sulfuree che la batteria e il basso disegnano come pennelli per un quadro, mentre assoli distorti di chitarra schizzano su questa oscura tela facendo crescere il brano sempre più, in un'intensità emotiva crescente che ricorda da vicino quella di "Descending", e si collega con le strutture iniziali del brano da riff che riprendono parzialmente quelli che erano stati suonati all'inizio, ma stavolta diversi, deformati, nel senso più vero che il termine "progressive" dovrebbe avere: plasmare il materiale musicale come fosse argilla nelle mani di un vasaio, modellando in diversi stati lo stesso elemento e facendolo evolvere in base alla forma che gli si vuole donare. Così la voce di Maynard stavolta diventa atmosferica e riverberata, sempre più nervosa e inquieta, mentre gli strumenti sembrano impazzire a loro volta e seguirla in questa corsa contro la ragione. Così il climax arriva ai suoi estremi e si frantuma, spezzettandosi in un nuovo arpeggio e in un nuovo ticchettio che avvolgono i nostri sensi e ci preparano al gran finale: due minuti che sintetizzano in un colpo solo lo spirito dei Tool, una band che ragiona, che riflette fino allo sfinimento sulle proprie composizioni ma che allo stesso tempo sa agire d'impulso quando deve, sa come trastullarsi con i propri strumenti, sa giocare, sa divertirsi e sa seguire il cuore. "7empest" chiude così il cerchio che i Tool hanno creato dal lontano 1990 ad oggi, e lo chiude con lo stesso testo della canzone che hanno scelto come finale per questo lungo viaggio insieme a loro: "Victim of your certainty / And therefore, your doubt's not an option blameless / The tempest will be just that" ("Vittime della vostra certezza / E perciò, il vostro dubbio non è un'opinione irreprensibile / La tempesta dev'essere proprio così"). Chiunque tra voi potrà dare l'interpretazione che preferisce per ciò che ha appena letto, ma personalmente ritengo palese la dichiarazione espressa in questi versi, che altro non sono se non una metafora dei Tool stessi, dei loro fan e di ciò che i fan (o i detrattori) possano pensare di loro e delle loro azioni: voi che ci ascoltate siete vittime dei vostri stessi pregiudizi su di noi, ma la vostra opinione non è esente da criticità; noi, semplicemente, andiamo accettati così come siamo, perché noi siamo come la tempesta, siamo proprio "come dobbiamo essere": la tempesta non distrugge tutto perché "è cattiva", e non è "potente" solo perché distrugge tutto, la tempesta se ne frega dei giudizi morali e degli aggettivi che le vengono affibbiati, la tempesta semplicemente "è", è come è, va accettata per ciò che è, e così deve essere. Noi siamo i Tool: prendere o lasciare.

Conclusioni

Ok, patti chiari amicizia lunga, quindi meglio  chiarire subito come stanno le cose: qualsiasi giudizio che si autodefinisce "oggettivo" sul nuovo album dei Tool, specialmente quello che proviene dai fan di vecchia data (come anche da chi non li ha mai potuti soffrire), nella stragrande maggioranza dei casi è stato viziato da queste beneamate tredici primavere di attesa, nonché da tutta una serie di considerazioni sul passato della band, cosa che vale tanto per i fan più fedeli dei quattro californiani quanto per certa critica specializzata che vorrebbe professarsi al di sopra delle parti (ma senza riuscirci). Detto questo, non è possibile affrontare l'analisi di "Fear Inoculum" senza mettere in conto una serie di elementi accessori che poco hanno a che fare con il contenuto nudo e crudo di un album del genere. Questo perché, all'atto pratico, ci sono diversi punti di vista che è possibile adottare per ascoltarlo, e per parlarne in modo professionale bisogna prestare cura e attenzione all'ottica dal quale lo si guarda. Questi punti di vista sono i seguenti: 1) L'ascolto nell'ottica della discografia precedente, valutando con il misurino quanto e come i Tool abbiano cercato di reinventarsi o al contrario di plagiare sé stessi, riuscendoci o fallendo miseramente; 2) L'ascolto incentrato sui fatidici tredici anni di attesa e su tutto quel polverone mediatico che ha accompagnato la realizzazione dell'album e la sua successiva promozione; 3) L'ascolto incentrato sui propri pregiudizi personali, cosa che vale in positivo come anche in negativo, per cui da una parte ritroviamo il giudizio da innamorato perso della band che darebbe il voto 10 anche a una compilation di rutti e scorregge registrata da Maynard, e dall'altra quello da hater professionista / leone da tastiera, per cui i Tool fanno cagare a prescindere e senza possibilità di appello, vuoi perché si sono comportati da infami con i fan in tutti questi anni di vana attesa, vuoi perché quelle canzoni così lunghe e complesse a qualcuno avevano grattugiato gli zebedei già a partire da "Lateralus";  4) L'ascolto il più possibile oggettivo, basato solo ed esclusivamente sul contenuto dell'album. Personalmente, approfittando del mio status di "non un vero e proprio fan dei Tool", ho necessariamente scelto di adottare questo ultimo punto di vista, che ritengo il più autentico e professionale per un critico musicale che si voglia definire tale. Quindi eccovi il mio personale giudizio, signore e signori, siete pronti? Squillino le trombe, suonino i tamburi, cantino le voci bianche in coro, oooooooooooooooh: "Fear Inoculum" è un bel disco. Punto e basta. È davvero un gran bel dischetto. È proprio BELLO. Non c'è santo che tenga, un album del genere la stragrande maggioranza delle band in circolazione non sarebbe in grado di concepirlo neanche sotto doping, ed è un album che riflette appieno una certa maturità della band nelle proprie sonorità e nelle proprie intenzioni artistiche. Un'evoluzione c'è stata e la si sente tutta, nelle ritmiche dissonanti tra la chitarra di Adam e il basso pulsante alla perfezione di Justin, nella costruzione lenta ed estremamente riflessiva dei riff di Jones, nella tecnica sopraffina di Danny alla batteria che qui si scatena peggio di Satana nel film dei Tenacious D, e anche nel nuovo ruolo che Maynard si è auto-assegnato mettendosi finalmente più in disparte rispetto al resto della band. Certo, è innegabile che "Fear Inoculum" abbia dei difetti evidenti: è un album che deve reggere il confronto con una discografia ingombrante e monumentale; è un album che qua e là fa qualche lavoretto di taglia e cuci su alcuni riff già ideati in passato; è un album che, a dispetto della sua enorme lunghezza e della mastodontica attesa che ha preceduto la sua pubblicazione, sembra sia stato composto con una certa "fretta" di base che ne ha compromesso lo sviluppo di alcuni passaggi cruciali; è un album che a volte sembra non decollare e che vola spesso rasoterra, o comunque piuttosto vicino al suolo, avvicinandosi raramente a un climax propriamente detto, di quelli da peli irti sulla schiena (climax che personalmente riconosco nel finale di "Invincible" e in certi passaggi di "Descending"); è un album che (e qui casca l'asino) piacerà, e anche molto, a una certa fetta di vecchi fan come anche ne lascerà delusi diversi altri, perché il suo apprezzamento sarà del tutto subordinato a quello che è il rapporto personale di ciascun ascoltatore con i Tool stessi e, in senso lato, con quel tipo di progressive metal visionario che la band ha costruito nel corso della sua storia.  Eppure, lasciatemelo dire: CHI SE NE FREGA. Chi se ne frega se i brani sono lunghi e prolissi, chi se ne frega se adesso appaiono ancora meno d'impatto e più cerebrali che in passato (non per tutti è un difetto?), chi se ne frega se quella copertina stimola la defecazione meglio di Activia Bifidus Actiregularis e se quel nuovo logo finto-egiziano della band è un pugno negli occhi che a confronto quelli di Mike Tyson sono carezze di un poppante, chi se ne frega se "Chocolate Chip Trip" è una ciofeca che non farei ascoltare nemmeno ai miei bulli delle elementari, chi se ne frega se i brani effettivi sono solo 6 e le fatidiche bonus tracks dell'edizione in vinile sono interludi utili quanto un rosario per Varg Vikernes, chi se ne frega se alcuni riff sembrano "riciclati" dal passato e riarrangiati per l'occasione, chi se ne frega se Maynard canta relativamente poco e in modo piuttosto diverso dai dischi precedenti, e soprattutto chi se ne frega se abbiamo dovuto aspettare questi dannati tredici anni per metterci le mani sopra. Quel che posso dire è che ancora adesso, dopo tanti e ancora tanti ascolti di fila, "Fear Inoculum" mi coinvolge e mi fa godere, mi prende con sé per accompagnarmi nel suo mondo contorto, ma soprattutto mi affascina con le sue melodie viscerali e il suo intimismo raffinato, con i suoi poliritmi ragionati e le sue sonorità avvolgenti e mai così curate, con le sue riflessioni spirituali e le sue visioni sciamaniche che fanno viaggiare la mente verso mondo extrasensoriali. Ogni singolo minuto di questo disco è una scoperta nuova, e affrontarne l'ascolto in modo attento, entrando nei suoi reconditi meccanismi e lasciandosi trasportare completamente dalle sue note, equivale a compiere un piccolo viaggio nel labirinto della nostra interiorità. Perché i Tool del 2019 sono questo, sono un gruppo intimista, sono un gruppo estremamente più ragionato rispetto al passato, un gruppo che riflette molto sulla propria musica e su come questa possa sposarsi alle corde emotive dei propri ascoltatori. Più cervello e meno istinto, ma non per questo meno cuore. Certo, non possiamo pretendere di ritrovare qui quelle intuizioni geniali che avevano fatto di "Aenima" e di "Lateralus" i capolavori che sono. Stiamo pur sempre parlando di esseri umani, non di semidei, e basterebbe questa considerazione a smontare qualsiasi ragionamento su chi avrebbe voluto, o peggio ancora preteso, un "Lateralus Parte Seconda" o comunque un album che mantenesse lo stesso smalto del passato. Non ci troverete dentro una nuova "The Grudge" né tantomeno una nuova "Stinkfist", mettetevi il cuore in pace, e d'altronde è assolutamente giusto che sia così. "Fear Inoculum" è un disco DIVERSO, con un modo nuovo di intendere la costruzione dei brani, ma che non perde mai di vista quello che è il suono distintivo della band losangelina. E così doveva essere. Ragazzi, svegliatevi: stiamo parlando di gente che ormai ha una vita alle spalle, una band che non ha più nulla da dimostrare a nessuno. Danny Carey ha 58 anni, ma cosa vogliate che gliene importi di far vedere agli altri quanto sono in gamba i suoi Tool? Lo sanno benissimo di essere in gamba, e non hanno bisogno di fan nostalgici del passato che gli insegnino come si compone un disco. Certo, questo non significa che i Tool siano dei maestri assoluti o che abbiano cambiato la storia della musica al pari di ben altri mostri sacri; anzi, io per primo li considero un tantinello sopravvalutati (che diamine, non sono mica l'unica band metal del pianeta Terra?) e non capisco perché ci sia gente che a tutt'oggi ancora li venera come fossero divinità intoccabili. Tuttavia, bisogna dare a Cesare quel che è di Cesare: stiamo parlando di un gruppo che è riuscito a diventare incredibilmente mainstream suonando una musica che fosse quanto di più lontano dal mainstream stesso, una band che ha raggiunto il successo planetario pur non scendendo a compromessi artistici di sorta e pur rifiutando l'ormai "normale" distribuzione sul web (sono approdati su Spotify solo nel 2019 in occasione dell'uscita di "Fear Inoculum", il che è tutto dire). Scalzare una reginetta del pop come Taylor Swift dal trono di Billboard, che ricordiamocelo resta ancora la rivista più famosa e dettagliata al mondo in materia di classifiche musicali, era un'impresa praticamente impensabile per qualsiasi gruppo metal fino a non molto tempo fa. E i Tool ci sono riusciti, in questa benedetta impresa. I Tool hanno mostrato il dito medio al mondo, urlando "noi facciamo musica seria, musica VERA, musica non per le masse, eppure vendiamo più di tutti voialtri messi insieme, quindi sapete che c'è, andatevene un po' affXXX". Quindi tutto ciò deve indurci a una riflessione fondamentale: chi è che decide chi ha successo e chi no nell'industria discografica del 2019? La risposta è: io. La risposta è: tu. La risposta è: tutti voi che leggete questa recensione e che sceglierete con la vostra testa se utilizzare o meno il vostro tempo e i vostri soldi per dare una chance all'ultimo dei Tool, o all'ultimo di Taylor Swift, o all'ultimo di quella band brutal death/thrash portoricana che non si fila di striscio nessuno a parte voi. Siamo noi, il PUBBLICO, a determinare il successo di una band, e se in Italia non esistesse ancora un macigno culturale obsoleto che ci affossa nel mondo di Sanremo, delle cover band, dei talent show e dei trapper classe 98 con la faccia tatuata tipo banco delle superiori, noi saremmo finalmente liberi di decidere, come già accade in paesi più aperti di mente come la Svezia o gli Stati Uniti, di ascoltare i Tool anche su Lattemiele invece di dover per forza passare (e forse neanche) dal monopolio di Virgin Radio. Questa band, con il suo "Fear Inoculum", ha raggiunto un risultato epico per i tempi che ci troviamo a vivere: rendere popolare quell'arte che prima era destinata solo a pochi eletti. Un disco METAL, e anche bello pesante, lungo, complesso, cerebrale, con canzoni tutte oltre i 10 minuti, che si piazza in vetta alle classifiche mondiali e diventa uno dei più venduti in assoluto del suo anno di pubblicazione, peraltro in una sola edizione dal prezzo proibitivo: seriamente, l'avreste mai detto? Prendiamone atto e gustiamoci questo bellissimo disco, perché tutto il resto ormai conta ben poco. Il nuovo album è arrivato: ascoltatene e godetene tutti. Che sia dopo tredici anni, che sia dopo un battito di ciglia.

1) Fear Inoculum
2) Pneuma
3) Invincible
4) Descending
5) Culling Voices
6) Chocolate Chip Trip
7) 7empest