TOOL

10.000 Days

2006 - Volcano II

A CURA DI
MALKAVO
09/07/2011
TEMPO DI LETTURA:
9

Recensione

Puntuali come sempre, ogni cinque anni, la Sperimental/Progressive Metal band Tool ci regala un'altra bellissima chicca.

Se con il precedente Lateralus avevamo iniziato ad amare i Tool per quel loro savoir faire nel creare atmosfere allo stesso tempo seducenti e vorticosamente maligne, adesso con 10'000 Days possiamo trovare l'assoluto perfezionamento del sound iniziato a sperimentare in Aenima e proseguito in Lateralus.

Come se il terzo occhio della band avesse trovato loro la via. Un'ispirazione improvvisa che ha aperto le porte di un nuovo genere musicale, al quale nessun gruppo riesce ancora ad approssimarsi.

L'album parla di dolore, ma da un punto di vista disumano ed alieno, abbastanza distaccato dal dolore stesso da poterne parlare con un cinismo ed una misantropia del tutto fuori dal comune. Questo album è la commemorazione del lutto da parte del cantante per la perdita di sua madre, dopo 27 anni (quasi 10'000 giorni) e come in ogni lutto abbiamo varie fasi del dolore. Alcune track rievocano rabbia, nichilismo mentre altri struggente tristezza.

Penso non occorra ricordare il grande talento e genialità dei componenti del gruppo, che tanto per ricordarli sono Maynard James Keenan alla voce e alle tastiere (quando presenti), Adam Jones alla chitarra, Danny Carey alla batteria e Justin Chancellor al basso.

L'album si apre con "Vicarious", primo singolo estratto e brano magistrale, caratterizzato da bellissime fughe di batteria, una chitarra sfuggente con riff continuamente costruiti e poi tagliati, quasi viscida, accompagnata sempre dal basso che copre gli spazi lasciati da chitarra e drumming, ed il tutto è ritmato da tempi dispari. La voce è rauca e leggermente in background rispetto agli altri strumenti, creando una sorta di rapporto indiretto (appunto Vicarious) con l'ascoltatore. Nel testo non c'è niente di umanamente pensabile: questa canzone è malvagia, ma non si capisce bene se sia un monito per l'Umanità, o una spietata apocalisse fine a se stessa.

La seguente "Jambi" é una fucilata che difficilmente si lascia etichettare a causa della complessa articolazione della canzone e dalle sonorità più disparate presenti nel brano. Alcuni effetti sonori ricreano un ambient quasi Pink Floyd, in altri più Meshuggah. Sostanzialmente la chitarra si alterna in riff ritmici a corde stoppate e si apre soltanto nei momenti in cui esplode la rabbia di Maynard, che incredibilmente affronta il brano con un pathos carico di amore e rabbia animalesca, ricordando quasi Pushit, track dell'album Aenima. La batteria segue come sempre tempi dispari, accompagnando la voce come se fosse uno strumento sinfonico, aiutata da un sempre ottimo Justin Chancellor.

Giungiamo adesso a "Wings for Marie/10000 Days" canzone singola volontariamente spezzata in due brani differenti, il "prequel" ed il "sequel". Parto con la premessa che quando l'ho sentito la prima volta quasi mi commossi e non c'entra niente la musica. Qui è il Pathos a vincere. Non ci sono riff importanti o parole che ci colpiscono, ma la canzone ci avvolge, facendoci sprofondare in un mare di nostalgia che soltanto per un attimo esplode e poi torna nuovamente il sound angoscioso, senza però che la canzone perda di dinamismo. La voce cupa e lamentosa di Maynard ci accompagna con frasi sparse e frammentarie, ma con senso logico, fin quando al finale ringraziando la madre, ne abbandona il ricordo.

La seconda parte di Wings for Marie è intitolata "10'000 Days" e riprende praticamente la prima da dove l'avevamo lasciata, con la stessa angosciosa voce come unico appiglio ad una atmosfera cupa, sconquassata ad un certo punto anche da un temporale che ingrigisce il nostro umore più di prima. Insospettabilmente ad un terzo del brano abbiamo progressivamente un accelerazione di tutti gli strumenti ed un notevole aumento di volume e di tono, dove possiamo trovare un bellissimo duetto di batteria e chitarra con solo il basso a tenere il ritmo, portandoci alla chiusura della canzone con un altra dedica di Maynard alla madre. "Please forgive this bold suggestion: if you'll see your maker tonight look him in the eye and tell him -I never told a live, I'll never take a life, but surely I saved one. Halleluja! It's time for you to bring me home"

"The Pot", quinta song dell'album, resta a mio parere una delle migliori che i Tool abbiano mai partorito, sia a livello generale sia analizzandone ogni singolo strumento. Ovviamente tutti gli strumenti si articolano su tempi dispari, come in ogni canzone dei Tool, e il basso, assieme alla voce, crea la base di tutta la canzone, portandola avanti per tutta la sua durata, lasciando ad Adam Jones spazio per gestire gli effetti più disparati che possiamo trovare in background, penalizzando leggermente la parte di chitarra, che per quanto miriguarda non brilla come una delle migliori , ma sicuramente nessuno avrebbe mai potuto fare di meglio.

A seguire nell'album troviamo "Lipan Conjuring" e "Lost Keys". Evidentemente per Maynard ed i suoi creare un album di sole otto canzoni portava sfortuna.. quindi hanno inserito questi due filler, da ascoltare giusto una volta ogni tanto, ma non certo classificabili come canzoni.

A seguire abbiamo "Rosetta Stoned", brano aggressivo e veloce, con un introduzione quasi Slipknot ad un primo ascolto che poi sfocia in riff di chitarra stoppati e poi di nuovo arpeggi veloci e soffusi, sempre accompagnato dal basso che però, proprio per troppa somiglianza alla chitarra, a volte sfugge alle nostre orecchie. La parte cantata è molto varia, sia grazie alle doti di Maynard.. effettivamente ogni canzone di quest'album se ci fate caso è cantata in modo diverso, per i vari effetti e distorsioni applicati al microfono e spazia prima da un rap rauco, poi altre parti più melodiche e lente, fino ad una esplosione di voce nell'ultima parte della canzone che mi lascia sempre a bocca aperta.

Il trio finale, come da prassi, rappresenta un leggero distacco sonoro dal resto dell’album. La litania di "Intension" è un lento addio agli incubi che avvolgevano le precedenti tracce. Percussioni africane e un basso morbido costruiscono un tappeto per la nenia recitata: il distacco avviene totalmente, e proprio nell’ottica del tornare in sé stessi si sviluppa "Right In Two", la parte razionale cerca i perché di tutto quel che è successo; in un crescendo parallelo tra consapevolezza e potenza del suono, vengono riprese le percussioni e il panorama sonoro si dilata, divenendo una scia in cui Maynard ripete la frase "cutting our love in two", a simboleggiare probabilmente la necessità dell’abbandono.

La chiusura è affidata all’indecifrabile "Vigenti Tres", nella quale si rinnovano rumori somiglianti a un respiro affaticato e stanco, o forse altro. La svolta verso un suono più diretto e comunicativo è palese, così come la capacità di creare una proposta unica sul panorama musicale attuale. A evolversi è il modo di comunicare, e dieci anni dopo l'uscita di Aenima, i Tool marchiano a fuoco una decade di perfezionismo musicale.


1) Vicarious
2) Jambi
3) Wings For Marie
4) 10'000 Days (Wings part 2)
5) The Pot
6) Lipan Conjuring
7) Lost Keys
8) Rosetta stoned
9) Intension
10) Right in Two
11) Viginti Tres

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