TONY MACALPINE

Tony MacAlpine

2011 - Favored Nations

A CURA DI
FRANCESCO PASSANISI
08/08/2012
TEMPO DI LETTURA:
7

Recensione

Una delle più grandi bellezze della musica è che certi album trasformano il nostro stereo in una vera e propria macchina del tempo capace di portarci a rivivere scenari di epoche passate, arrivando perfino a percepire odori e sensazioni che vanno oltre i segnali audio che stimolano le nostre orecchie. Oggi torniamo nell'assolata California degli anni '80 e precisamente a Novato al 1530 di Center Road, sede della storica Shrapnel Records. Entriamo per la porta principale e passeggiamo per quei corridoi e magari potremmo scontrarci con uno svedesone tanto geniale quanto egocentrico che non ci chiede nemmeno scusa, incontrare un riccioluto chitarrista "Cacophonyco" o fermarci a scherzare col simpatico "Paul dei Racer X". In quest'ipotetica convention di musicisti geniali e dita velocissime potrebbe forse sfuggirci la presenza di un simpatico ragazzone afroamericano con una cascata di capelli da far impallidire Dave Mustaine, uscito da poco dallo "Springfield Conservatory of Music" e dotato di una tecnica strabiliante dalle vaste influenze classiche e una spiccata propensione al polistrumentismo. Sto parlando proprio di Tony MacAlpine, grandissimo chitarrista molto conosciuto nell'ambiente shred che fin dal suo primo ma ancora immaturo "Edge of Insanity" ha saputo costruirsi una solida carriera che lo ha portato a diventare uno dei turnisti più stimati d'America con partecipazioni sui dischi di personaggi come Vinnie Moore, Joey Tafolla, Vitalij Kuprij, Derek Sherinian e ad aver fatto parte di superband come Planet X, M.A.R.S., CAB, senza dimenticare il fatto che ormai da 10 anni è il braccio destro di un virtuoso come Steve Vai nei suoi live (e questo, per i non "addetti ai lavori" significa essere virtuosi almeno tanto quanto il chitarrista principale).

Con l'omonimo "Tony MacAlpine", il chitarrista statunitense ci prende per mano e ci riporta direttamente nella "shred era" con un album dal sapore moderno ma senza dimenticare uno spiccato retrogusto antico che si apre con "Serpens Cauda", pezzo che mette subito le carte in tavola. Il pesante intro che si sviluppa in una ritmica che prosegue lungo tutto il pezzo sfrutta a dovere le ottave più basse di una Ibanez 8 corde suonata magistralmente mentre la chitarra solista sviluppa una linea dove melodia e tecnica camminano di pari passo, facendosi spesso accompagnare dalle tastiere suonate dallo stesso MacAlpine in un vortice di note che lascia stupefatto l'ascoltatore per tecnica e varietà. Nell'intro di "Oludeniz" le tastiere acquisiscono ancora più importanza prima di lasciare il centro del palco ad una perfetta linea melodica supportata da una sezione ritmica veramente tritaossa formata dalla Drum Machine scritta e programmata da Tony e dal basso di Philip Bynoe, altro stimatissimo turnista americano. "Fire Mountain" richiama alla nostra mente i Racer X di Paul Gilbert e la sua inimitabile voglia di sperimentazione melodica e divertimento. L'intro in tempo dispari, supportato dalla splendida batteria di Marco Minneman, si sviluppa ancora una volta in un'ottima ritmica giocata sul Si Basso che lascia ben presto spazio ad una melodia basata sulla scala minore armonica prima di cambiare completamente volto con uno Stop'n'go che permette al chitarrista statunitense di cambiare melodia e mood generale di tutto il pezzo per un breve intermezzo prima che un breve fill di chitarra e batteria lo riportino alla melodia principale in una sorta di RingKomposition mostrando un songwriting che, pur non mancando di una buona dose di improvvisazione degli assoli, non lascia nulla al caso. "Dream Mechanism" tira un pò il freno a mano regalandoci un pezzo dalle atmosfere più rilassate che comunque non esclude una linea melodica genialmente tecnica dimostrando perfettamente che alternate picking, economy Picking, Sweep Picking, Legati e tutto il resto sono i mezzi comunicativi che ogni buon chitarrista deve conoscere per piegare la chitarra al suo volere e fargli trasmettere le emozioni che vuole. "Ten Seconds to Mercury" è un pezzo squisitamente sperimentale che vede due chitarre sovrapporsi continuamente prima di dare spazio ad un intermezzo di pianoforte dal sapore molto jazz al quale segue un assolo di basso (suonato dallo stesso MacAlpine) accompagnato da lontani echi di assoli chitarristici che crescono sempre più fino a riprendere la posizione dominante chiudendo il pezzo con potenti powerchord che rendono ancora più inaspettato l'arrivo della stupenda ballad pianoforte-chitarra acustica "Flowers for Monday" che mostrano il lato più dolce e riflessivo dello shredder americano e ne mette in risalto la bravura come polistrumentista e la sua passione per la musica classica e soprattutto per Frederic Chopin, la cui influenza su questo pezzo è veramente forte. "Angel of Twilight", dopo un intro che fonde chitarra acustica e sintetizzatori elettronici che si evolve in una sezione da power ballad, si torna a lidi più metal. La batteria pressochè perfetta gestita dalla drum machine ci mostra l'enorme pecca di quest'album. Nulla da eccepire sulla perfetta prestazione di Marco Minneman e Virgil Donati (i due turnisti che si danno il cambio nel martoriare le pelli), ma la registrazione e la post-produzione della batteria risulta assolutamente indegna e plasticosa arrivando a farmi preferire i pezzi con la drum machine. E' infatti la produzione (curata dallo stesso MacAlpine) la più grande pecca dell'album con volumi troppo alti e svariati clip che ne inficiano l'ottimo ascolto senza contare il fatto che le chitarre occupano quasi completamente tutte le frequenze che lo strumento riesce anche minimamente a raggiungere relegando gli altri strumenti ad un ruolo di secondo piano. Naturalmente, su un album di shred strumentale le chitarre devono avere un ruolo importante nel master finale, ma MacAlpine esagera coprendo quasi completamente la batteria che "esce" solo con le frequenze più basse o più alte (per giunta clippando in maniera inverosimile) mentre il basso si riesce a sentire pochissimo e solo quando le chitarre "liberano" le frequenze più basse. La breve "Pyrokinesis" è un vero capolavoro. Minneman si mostra ancora una volta un mostro dietro le pelli della batteria fornendo il perfetto supporto per la chitarra ritmica di MacAlpine che sfrutta pienamente la maggiore estensione nelle ottave più basse della chitarra a 7 corde mentre la linea solista si lancia in funamboliche evoluzioni shred da sciogliere le corde con grande varietà di tecniche, scale velocissime, rallentamenti e ripartenze che mettono in mostra le qualità di questo chitarrista che ha lasciato un vero e proprio segno nella "shred Era" degli anni '80, sfortunatamente anticipato di un anno dallo storico "Rising Force" di Yngwie Malmsteen. L'intro e la ritmica di "Blue Maserati" evocano direttamente i potenti motori della casa produttrice modenese. I powerchord della ritmica sembrano imitare le accelerate e ingranamenti di marcia di una Maserati e la rendono perfetta da ascoltarla al volante di una di queste macchine da sogno sulle highway californiani mentre la linea solista grida energia e libertà da ogni singola nota. A noi non resta che chiudere gli occhi e immaginarci la scena, magari aggiungendoci una bella bionda al sedile di fianco. Posteggiamo la Maserati dell'immaginazione e ascoltiamo a fondo la psichedelica "Summer Palace". Tempi dispari e assoli che si interrompono di colpo tanto da sembrare lasciati a metà sono alla base degli svariati intermezzi che compongono questo pezzo e si alternano con linee melodiche più convenzionali in un geniale universo sperimentale che mostra il lato più moderno del metal neoclassico e dello shredding. "Salar de Uyuni" parte con sintetizzatori che portano alla mente la fantascienza e lo spazio prima che i pesanti powerchord della 8 corde di MacAlpine si facciano spazio ed aprano la strada ad una linea solistica che potrebbe benissimo essere la colonna sonora per un film fantascientifico o un videogioco di Guerre Stellari guidandoci fino alla conclusiva "The Dedication", pezzo del compositore ottocentesco tedesco Robert Schumann, arrangiato in chiave metal che conclude un album che miscela perfettamente l'atmosfera della Shred Era ottantiana con la musica più moderna. Per i chitarristi e gli appassionati di chitarra e metal neoclassico quest'album è una vera perla, ma un ascoltatore più generico e meno avvezzo alla tecnica chitarristica potrebbe esserne annoiato.


1) Serpens Cauda
2) Ölüdeniz 
3) Fire Mountain 
4) Dream Mechanism 
5) Ten Seconds to Mercury 
6) Flowers for Monday 
7) Angel of Twilight 
8) Pyrokinesis
9) Blue Maserati 
10) Summer Palace
11) Salar de Uyuni 
12) The Dedication
(Robert Schumann cover)