TOMBSTONER

Descent To Madness

2020 - Redefining Darkness Records

A CURA DI
NIMA TAYEBIAN
21/05/2020
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

Ogni tanto fa piacere imbattersi in nuove realtà dotate di grinta e carattere, capaci di elevarsi al di sopra del ribollente magma eterogeneo del metal contemporaneo. Un magma talmente multiforme che presenta di tutto, e solo con molta pazienza è possibile individuare prodotti e gruppi davvero meritori di ascolto. Come gli esordienti Tombstoner, responsabili sino ad ora di un unico ep, Descent To Madness, oggetto peraltro di questa recensione. Una band davvero nuova, considerando che esordisce in questo 2020, ma che, nonostante tutto dimostra con solo cinque tracce brevi (la più lunga non supera i quattro minuti abbondanti) di avere le idee molto chiare in materia di death metal. Essendo statunitensi, per la precisione newyorkesi, ci si aspetterebbe un death più orientato a certe sonorità americane (magari le storiche floridiane), e invece quello che ritroviamo nel mini disco in questione sembra essere più incline a certo death scandinavo, Hypocrisy e Entombed su tutti. Chiaramente potrei sbagliarmi, ma ad una serie di ascolti attenti sono queste le prime influenze che mi sono venute in mente. Naturalmente non è detto che siano volute, ma il death proposto dai nostri sembra più affine a questo versante che altri, come quello storico floridiano ben esplicitato da mostri del calibro di Morbid Angel, Death e Deicide. Dunque un fulmineo lotto di brani caratterizzati da una terremotante irruenza "crushing" destinata a non fare prigionieri. Una gragnola di mazzate "in your face", articolate in cinque brani diretti, essenziali e destinati a colpire, come autentici pugni in faccia, tutti quegli ascoltatori alla ricerca di una sana dose di violenza. Inutile citarne uno piuttosto che un altro: sono tutti di buona fattura, tutti bene o male allo stesso livello, caratterizzati da notevole possenza e innegabile capacità di fare breccia nel cuore e nella mente dell'ascoltatore. E tutto questo all'interno di un ep "inaugurale", fatto da quattro giovani ancora non del tutto "rodati", che aspettano - e noi con loro - ancora di riversare il meglio delle loro idee nel loro futuro Lp. Che speriamo davvero arrivi al più presto, perché se queste sono le premesse siamo sicuri che il loro primo parto discografico "completo" sarà una bomba. Uno di quei dischi che non sfigureranno in un eventuale paragone con i maestri conclamati della scena death. Chiaramente è ancora presto per parlare. Potrebbe passare del tempo prima che i nostri riescano a tirare fuori dal cilindro il loro primo full (e, realisticamente parlando, tanti gruppi estremamente promettenti si sono persi per strada prima di arrivare ad un parto discografico compiuto), e dunque nel frattempo ci gustiamo questo primo piccolo assaggio, che già in nuce contiene idee potenziali davvero egregie. Un disco a suo modo "autosufficiente", dato che nel death (ma direi nella musica in generale), non ha senso parlare di "durata di un disco" (l'esordio omonimo dei Deicide dura si e no tredici minuti più di questo mini disco). Quello che conta è la qualità, e qui sicuramente ne abbiamo. Ma direi di risparmiare tante considerazioni per la parte finale di questa recensione, dedicando queste ultime righe ad un breve spaccato biografico sui nostri: "Nel gennaio del 2019 due gruppi Hanno condiviso il palco ad un locale Amendment 18 a Staten Island. I "Demopolis" con i fratelli Quinones e i "Sinking Monroe" con i fratelli Megill. Durante il concerto Le due coppie di fratelli sono divenuti amici e hanno provato ammirazione per la musica l'uno dell'altro. Stando a quanto dice Jason (Quinones, il batterista):" ho visto un pazzoide ubriaco che correva tutta la notte facendo moshing, gridando,  insomma facendo un gran casino! Si trattava del bassista dei Sinking Monroe. Ho pensato tra me e me, devo essere nella stessa band con questo tizio!". Due mesi dopo sono diventati buoni amici e il giorno di San Patrizio 2019, hanno fatto uno jamming per la prima volta. Suonavano la musica che ci ha influenzato, come Morbid Angel, Slayer, Cannibal Corpse i cover dei Death, e alla fine quella che è divenuta la prima canzone M.Y.F.B. Alcune settimane dopo, erano nati i Tombstoner. La direzione del gruppo era quello di creare musica metallara senza trucchetti, che abbracciasse il death old school con quello moderno. I loro stili si sono mischiati amalgamando i riff brutali di Dan, lo stile ultra tecnico e complesso di Jesse, il caos crudo ed energetico di Tom con la tecnica ed il groove di Jason.". Detto questo passiamo direttamente alla nostra analisi traccia per traccia, relegando altre eventuali note per le consuete considerazioni finali.

Tombstoner

L'inizio, davvero egregio, è affidato a "Tombstoner" (Lapidazione). Il brano parte con un bel fregio strumentale energico e irruento cesellato dalla chitarra e accompagnato da una batteria inizialmente dosata. Nel giro di un minuto circa il brano si anima pesantemente assestandosi su ritmi forsennati. Subentra la voce, che si diletta ad accompagnare l'inferno musicale con un testo dal carattere introspettivo, in cui un personaggio non meglio specificato declama tutto il suo tormento, la sua sofferenza e il suo disagio. Questi sta sanguinando, anche se constata di essere ancora vivo (dice sprezzante "ancora respiro"). Nonostante le sue condizioni critiche può ancora sentire il sangue scorrere nelle sue vene e irrorare il suo cuore provato. E si perde in riflessioni, sul fatto che non si possono sconfiggere le forze del male, che di fronte a queste ci si può solo inginocchiare. Le orde infere hanno seminato il caos, portando disastri nel mondo che questi conosceva. E tutto quel che può fare è lottare, sino a che le forze non verranno a mancargli del tutto. Sino a quando non esalerà l'ultimo respiro. Musicalmente, dopo un inizio fragoroso gestito su un riffing granitico, e un prosieguo irruento e "in your face", possiamo constatare come il brano si stabilizzi su coordinate veloci e assassine: la batteria mitraglia colpi neanche fosse in guerra, e una gragnola di riff assassini ben accompagnano la voce del singer, aggressiva ma mai impostata in un vero e proprio growl (è una voce possente, cupa, che potrebbe ricordare per sommi capi l'impostazione vocale di Jens Kidman). Il tutto si mantiene su una cadenza inalterata, velocissima e abbastanza lineare, giostrata tutta su colpi assassini sciorinati come se non ci fosse un domani. Questo circa sino ai due minuti e venti, quando un urlo ferale del singer decreta uno stop al martellamento sonoro facendo scivolare il brano - dopo un attimo di silenzio - verso un frangente più quadrato, marziale, giostrato su tempi medi (la cui melodia ripesca quella messa in campo nei primi secondi del brano). In breve - allo scoccare dei tre minuti - parte anche un gustoso arzigogolo chitarristico che dona al brano un sentore di "caos calcolato". Anche al termine del ghiribizzo di chitarra il brano continua a mantenersi ancora in uno snervante mid tempo, destinato a perdurare sino alla fine.

Filth Hole

"Filth Hole" (Buco Sporco) ancora una volta ci cala, testualmente, in un contesto quasi apocalittico, tra esseri che vagano in cerca di sangue e raggelanti pianti che si odono in lontananza. Nel mondo è il caos a regnare: quelle che sono chiamate "ombre" diffondono una nuova malattia, e nel mentre, in questo contesto sepolcrale, vengono offerti sacrifici allo scopo di purificare il genere umano. Per il resto il brano si snoda tra rappresentazioni "visuali" di quello che il caos ha suscitato in un mondo ormai funestato: il protagonista si perde in criptiche riflessioni (tipo che "lui non girerà la chiave, dato che il tempo non può tornare indietro) mentre varie vittime di questa inspiegata piaga giacciono nelle cripte, e "menti redente sanguinanti" distruggono tutte le vite considerate superficiali. Sul piano musicale si denota sin dalle primissime battute un pattern irruento, giostrato su un chitarrismo implacabile e colpi di batteria tipo sassaiola. Anche al subentrare della voce, verso il quarantesimo secondo, l'andamento generale del brano sembra smuoversi leggermente: la velocità si riduce di poco, scivolando su tempi medi, ma la violenza percepita rimane inalterata. A quasi un minuto si riprende con il martellamento sonoro, incessante e brutale, tutto giostrato su un guitar work ferale accompagnato da una batteria tipo martello pneumatico e dalla voce arcigna del singer. A circa un minuto e trentacinque il pattern sconquassante precedentemente udito fa di nuovo posto ad una parte più quadrata, destinata a sferrare colpi meno veloci ma ugualmente ben assestati. Frangente che dura poco, dato che in breve ritorniamo in pasto al carnaio musicale basato su stilettate frenetiche.

M.Y.F.B.

"M.Y.F.B." si snoda testualmente in spaccati che non sono poi così lontani da quelli offerti nei due brani. Ancora si parla di "oscure entità" e di un personaggio vittima di questi esseri. Stavolta comprendiamo che il personaggio è stato plagiato da tali entità, le quali hanno oscurato letteralmente la sua percezione temporale, e dunque la "percezione del domani". Questi esseri hanno lavorato poi a fondo nella coscienza di questo personaggio, istruendolo e convertendolo alle loro leggi. Ma dentro il proprio io, tale personaggio, ha scavato un solco nel quale è riuscito a conservare un pizzico di raziocinio. E grazie a questo barlume di coscienza rimasto l'uomo decide a suo modo di ribellarsi, di non essere più schiavo, spezzando per gradi le catene che lo opprimono. Nessuno, una volta liberato da queste gabbie mentali, potrà più manipolarlo, renderlo schiavo. Stavolta l'introduzione si fa strada in maniera più ragionata (al contrario dell'orgia di velocità nel preambolo del brano precedente), strutturandosi su un riffing possente e monolitico, cupo e dall'incedere brutale. Superati i quaranta secondi il brano sembra "decollare", mettendo in campo un pattern decisamente veloce ed irruento, forgiato da iraconde stilettate di chitarra e da un lavoro energico di batteria. A coronare il tutto si erge tonante la voce del singer, in perfetta sintonia con l'inferno sonoro proposto dagli strumentisti. Il pattern si assesta su un martellamento meccanico e destabilizzante, in cui il concetto di "musicalità" sembra essere bandito. Si continua così senza particolari sussulti né scossoni sino al minuto e quaranta, quando subentra una parte ancor più meccanica ed alienante, giostrata su un riffing grigio e sepolcrale.

Guts

"Guts" (Sacrifici) presenta un testo che si distacca leggemente dal plot dei precedenti: pur permeato di olezzi sepolcrali, stavolta il brano non si concentra sulle torture fisiche o psicologiche subite da un qualche personaggio, vittima di esseri oscuri, ma ci si focalizza proprio su un essere oscuro, una sorta di "morte personificata" venuta sulla terra a portare caos e morte. Questo essere fa capire di essere giunto tra gli uomini per "strappare ossa, drenare il sangue dei malcapitati e far si che la loro carne diventi marcia". Questo essere sembra essere la rappresentazione letterale del caos, della morte, della pestilenza: una figura infera che fa capire di non essere né mortale né appartenente alla stirpe degli dei. Stavolta l'introduzione è irruenta, destabilizzante: si parte immediatamente in quarta su ritmi assassini, velocissimi, e nel giro di un paio di secondi fa la sua comparsa anche la voce acre del singer. Il brano si assesta così su un pattern davvero furibondo, in cui un guitar work soffocante e una batteria che non lesina colpi contribuiscono a cesellare brutalmente un terrificante inferno sonoro. Poche le variazioni sino al trentacinquesimo secondo, quando i ritmi cambiano di misura portandoci al cospetto di una parte meno furibonda ma altrettanto perturbante. In breve si riparte in quarta e ancora una volta il brano torna su coordinate veloci e spossanti. A quasi un minuto e venti si ritorna grossomodo ad un pattern simile a quello messo in campo dal trentacinquesimo secondo, che ci porta ad una parte leggermente più dilatata una ventina di secondi dopo, inquietante ed ansiogena. Il lavoro alla chitarra diviene più ragionato, ma capace di pennellare riff decisamente lugubri. Non passano neanche venti secondi che si ritorna ad una parte frenetica, stavolta inframezzata - nel giro di poco - da un pattern di nuovo rallentato e catacombale, che si apre in breve ad una parte strumentale davvero energica e di grande effetto. Verso i tre minuti e venti siamo deliziato anche da un interessantissimo solo guitar, capace di rincarare la dose di follia di questa piccola perla sonora. Terminato il solo un piccolo stop, quindi si riparte su ritmi ossianici, quadrati, marziali, che ci portano alla fine del brano. 

Descent To Madness

L'ultimo brano, nonché title track, "Descent To Madness" (Discesa nella Follia) parte testualmente con un preambolo che, detto tra noi, sembra una strizzatina d'occhio a Nietzsche ("Le fotografie sul muro fissano l'abisso he c'è dentro di me"), per poi dipanarsi in una lunga parte che narra di strane maledizioni perpetrate su ignari esseri umani e tentativi di ribellione contro "presenze occulte". Dunque molto di quello che si può ascoltare (leggere, nel caso si abbia il testo sottomano) non sembra distaccarsi troppo dalle tematiche affrontate nei primi brani. Qui tra l'altro abbiamo una persona, che potremmo considerare in qualche maniera la figura centrale del brano, che ammonisce una seconda persona a non cedere alle trappole mentali di quegli esseri occulti. Gli dice di difendersi dal male e di andare avanti a tutti i costi, di non ridursi come lui, che scopriamo alla fine, essere forse il personaggio del penultimo brano, ossia la morte personificata, l'oscuro portatore del caos e della pestilenza. Il malvagio distruttore né umano né divino. In questo ultimo brano abbiamo un'introduzione inquietante cesellata su una melodia spettrale, che presto viene raggiunta da una serie di colpi di batteria, e quindi sostituita da un riffing fragoroso. La voce subentra quasi subito, adagiandosi su un pattern in mid tempo granitico e ossessivo. La chitarra ripete a loop un riff ipnotico destinato a stamparsi immediatamente nella corteccia dell'ascoltatore. Il tutto prosegue su binari marziali senza scossioni sino al cinquantesimo secondo, quando subentra un nuovo pattern, leggermente differente ma ancora una volta giostrato su tempi medi, e se possibile ancor più inquietante, in cui le vocals aspre del singer sono alternate a delle declamazioni strozzate in shriek. In breve si ritorna alla struttura principale, ancora una volta strutturata su tempi granitici e marziali. Poche le variazioni sino ad una nuova alternanza con una parte del tutto simile a quella già udita verso il cinquantesimo secondo. Terminata tale parte abbiamo un frangente strumentale, decisamente energico, impostato su un chitarrismo fragoroso e una batteria assassina. Verso i due minuti e quaranta, con una certa sorpresa, i nostri iniziano a "pestare" come se non ci fosse un domani: i ritmi divengono incandescenti, il tasso di bpm impenna e il brano scivola con energia verso lidi estremamente veloci e martorianti. Il chitarrismo destabilizzante funge da contraltare a un incessante blast beat simile ad un infernale martello pneumatico. Il tutto si mantiene su queste coordinate più o meno sino ai tre minuti e venti, quando una lieve decelerazione della batteria (che rinuncia all'incessante gragnola di blast beats) ci porta su territori ugualmente martorianti ma meno parossistici. Il pezzo comunque si mantiene martellante, possente, e con una carica energetica invidiabile ci porta dapprima ad un interessante solo guitar accompagnato da ferali rintocchi di batteria, quindi alla fine.

Conclusioni

Cosa aggiungere, arrivati alla fine di questa disamina? In realtà non moltissimo, dato che gran parte delle informazioni degne di interesse sono state date nel nostro preambolo, e considerando che abbiamo ampiamente sezionato le varie tracce di questo durissimo diadema metallico. Ma preme ugualmente sottolineare come, a conti fatti, ci troviamo di fronte ad un parto riuscito. Breve sicuramente, essendo un Ep, ma come già sottolineato in precedenza, la durata di un prodotto discografico non incide in alcun modo sulla sua bontà. Molti sono i prodotti che pur non dilungandosi riescono a raggiungere il proprio scopo in maniera essenziale, senza perdersi in fronzoli. Essendo comunque il primissimo vagito di una band che ancora ha tutto il tempo per mostrare le sue carte, la prima tentazione sarebbe quella di andarci cauto. Sia con il voto, sia con i commenti. Ma l'entusiasmo è tanto, ed ascoltare queste cinque perle di irrefrenabile violenza, sarò sincero, mi ha dato veramente la carica e riempito di entusiasmo. Perché qui non parliamo di violenza cieca, di ragazzi che menano fendenti nella maniera più dura possibile tanto per dimostrare che "sanno picchiare". No, queste tracce sono davvero ben fatte, trasudano violenza ma al contempo non sono esempi di manierismo estremista. Non è come ascoltare certi prodotti suonati alla velocità della luce, con voci fognarie che alla fine non ti trasmettono nulla. Assolutamente no: qui la "violenza" è al servizio di tracce ben scritte, ben suonate, e concepite da menti ispirate. E se il "saper suonare bene" è un qualcosa di raggiungibile tramite esercizio, tramite volontà e dedizione, l'ispirazione è un qualcosa che o si ha o non si ha. I nostri la hanno, e lo hanno ben dimostrato impilando cinque gioiellini death uno sull'altro in maniera magistrale. Non una traccia è condiderabile inferiore all'altra, tutte sono belle in egual livello. E tanto è stato l'entusiasmo nel sentire un nuovo prodotto che mi ha dato nuovamente gioia nell'alcoltare death metal, che il suddetto Ep mi ha fatto compagnia in maniera incessante in questi giorni spesso uggiosi, regalandomi le scariche di adrenalina di cui avevo decisamente bisogno. Dunque musicalmente i nostri sono senza dubbio promossi. Per quanto riguarda i testi, si... li ho trovati interessanti. Carina la metafora reiterata dell'uomo oppresso da forze invisibili, o di esseri oscuri che tramano alle nostre spalle. Molto carino il testo della quarta traccia (Guts) che ci presenta una sorta di personificazione del caos/della morte. Ma chiaramente sotto questo punto di vista i nostri possono fare ancora di più e meglio. Magari concentrandosi ancora una volta su testi tra loro interconnessi. O regalando maggiore varietà lirica al futuro Lp. Ma da parte mia non vi sono critiche specifiche: testualmente non vi è nulla che posso dire "non funzioni". Solo, è chiaro, con la loro futura "maturazione", mi aspetto di sentire materiale ancora più esplosivo e testi ancor più raffinati. E spero che questa maturazione sarà possibile coglierla in un full length che, spero, non tarderà a venire. Perché se queste sono le premesse, se questi ragazzi sono capaci di fare tanto semplicemente al loro primo ep, allora quanto potrebbe venire fuori in seguito avrebbe del miracoloso. Un toccasana per il death che ha bisogno di giovani leve dotate di carattere, grinta, ispirazione e tanta voglia di tirare fuori piccoli gioielli da dare in pasto a noi schiere fameliche. Dunque non solo mi sento di consigliare questo dischetto a tutti gli appassionati del genere, ma lo raccomando caldamente. Se siete veramente amanti del buon death metal, se siete alla spasmodica ricerca di qualche nuovo prodotto capace di saziare la vostra fame di "metallo della morte", allora puntate tranquillamente su questo Ep. Non ve ne pentirete di certo!

1) Tombstoner
2) Filth Hole
3) M.Y.F.B.
4) Guts
5) Descent To Madness