TOKYO BLADE

Tokyo Blade

1983 - Powerstation Records

A CURA DI
STEFANO VIOLA
04/04/2015
TEMPO DI LETTURA:
6,5

Recensione

E’ sempre bello poter utilizzare la tecnologia per scopi nobili come l’acculturarsi su di un determinato argomento, cercando nozioni ed informazioni che soddisfino la nostra volontà di ricerca. E soprattutto facendo riferimento al Metal, è oggi possibile sfruttare questi mezzi per poter riscoprire band del passato che, nel loro periodo di attività, erano forse passate leggermente inosservate o totalmente perse nel calderone. Se facciamo riferimento alla N.W.O.B.H.M., poi, il discorso è più che calzante. La cosa positiva è che oggi, a differenza di trent'anni fa, la ricerca riguardo alla band oggi recensita, i Tokyo Blade, ha richiesto pochissimi minuti, ed altrettanti ne sono serviti per fare un rapido pre-ascolto dei brani, tanto per farmi un'idea di cosa avrei dovuto recensire. Devo dire che alcune canzoni mi sono subito suonate familiari, riportandomi ai tempi delle cinture borchiate, del chiodo di pelle e della lunga chioma, e ho iniziato ad inquadrare di cosa si trattava. Ai tempi tutto questo avrebbe comportato almeno un paio di giorni solo per avere le Info per redigere la biografia della band, aspettare il sabato mattina per andare nel negozio di dischi del nostro “spacciatore di metallo” di fiducia ad ascoltare il vinile, comprarlo (con esborso di denaro che avevamo riservato ad altro), ascoltarlo ed infine farne la disamina track by track; tutto questo invece è stato magicamente possibile grazie all’ausilio di internet. Beata tecnologia la quale ci permette di apprendere che la formazione a cinque elementi, inglese fino al midollo e solo di “ispirazione” nipponica, vede la sua genesi in quel di Salisbury, agglomerato urbano che conta meno di cinquantamila abitanti situato nel sud della Gran Bretagna, nella contea del Wiltshire precisamente, famoso per la sua Cattedrale e per aver dato i natali a Kerry Minnear, tastierista cofondatore della band di Rock Progressivo Gentle Giant . La cittadina è oltremodo conosciuta nell’ambito della musica Rock poiché il suo nome fu scelto dagli Uriah Heep per l'omonimo album pubblicato nel 1971, la controversa copertina raffigurante un carro armato è in realtà una foto scattata in un base di addestramento per carristi situata poco distante. In questo ambiente, dunque, nascono i Tokyo Blade. Nel 1981, con una line Up capitanata da Andy Boulton (Chitarrista/fondatore), Andy Robbins (Basso), Alan Marsh alla Voce, Steve Pierce (Batteria) e Ray Dismore (Chitarra), la band va ad accodarsi alle centinaia di realtà desiderose di mettersi in luce nella nuova realtà che la musica Rock aveva partorito, l'Heavy Metal. La scena era indubbiamente occupata dai Mostri sacri del Metallo pesante, basti pensare che "British Steel" dei Judas Priest era stato pubblicato appena un anno prima, ed i canoni di riferimento erano quindi a dei livelli estremamente elevati. Gli Iron Maiden avevano già affrontato il tour di supporto ai KISS (1980), che li aveva visti di gran lunga migliori dei loro Headliners, tanto da guadagnarsi l'encomio della critica ovunque essi suonassero. Nel 1981, poi, la band diede alle stampe "Killers" ed anche in questo caso il livello con cui confrontarsi crebbe a dismisura. Altri nomi di spessore erano Angel Witch, Diamond Head e Venom ( il loro "Welcome to Hell" esce proprio nell'anno di nascita dei Tokyo Blade), per non dimenticare i mitici Saxon di Biff Bifford, formazione che ha guidato la prima ondata della NWOBHM. Soltanto un anno prima i Motorhead pubblicavano l'intramontabile "Ace of Spades", e la lista potrebbe diventare infinita se lasciamo andare la memoria a briglia sciolta. Il livello quindi, come dicevamo, era assai elevato e qualitativamente sopra la media; molte delle band e dei lavori prodotti nel periodo compreso tra il '79/83 ( anni d'oro della New Wave of British Heavy Metal ) possono definirsi di ottima fattura e, a mio avviso, le produzioni erano ancora orientate a creare qualcosa che piacesse alla gente, invece di produrre il materiale scadente degli anni successivi, orientato solo a reperire facili guadagni. Per nulla spaventati da questa concorrenza,  con il nome di "Killer" i Nostri iniziano a farsi vedere ed ascoltare nel circuito dei locali, ma essendoci in giro diverse band omonime, i nostri amici devono trovarsi un'altra identità e adottano il moniker "Genghis Khan". Sicuramente l'appellativo con cui è più comunemente conosciuto l'Imperatore Temujin dona alla formazione un'aura più carismatica e sotto questa denominazione si apprestano a registrare, autoproducendosi, un EP dal titolo "Double Dealin’ ". Purtroppo però la scelta dei nomi sembra non essere il loro forte, e visto che già un'altra formazione aveva adottato, prima di loro, lo stesso appellativo, il Combo di Salisbury decide di cambiare definitivamente in Tokyo Blade. La band, forte della sua nuova identità, mette mano al doppio EP e lo ripubblica separatamente in un nuovo formato, con i rispettivi titoli "If Heaven is Hell" e "2nd Cut" non prima di avvicendare, nelle sue file, il fuoriuscente Ray Dismore con il nuovo chitarrista John Wiggins. Il passo successivo è la firma del contratto con l'etichetta discografica “Powerstation Records” che, nel 1983, si prepara a dare alle stampe l'omonimo primo album, in parte costituito dai precedenti lavori della formazione Anglofona. Il prodotto, intitolato semplicemente come Tokyo Blade, si presenta al pubblico con una accattivante copertina dall'artwork che celebra lo stile Giapponese riproducendo la bandiera di guerra del Sol Levante, sullo sfondo. Campeggia nel centro uno pseudo samurai con ali da demone che brandisce una testa mozzata nella mano destra, mentre con la sinistra impugna quella che dovrebbe essere una  Katana, tipica spada Nipponica a lama ricurva risalente al IV Secolo. Sempre nel centro troviamo le due lettere stilizzate, in prospettiva davanti al guerriero alato, che formano il nome della band il quale appare per intero sotto di esse. Il tutto risulta un po' ridondante, anche se visivamente di sicuro impatto, e si colloca perfettamente (visto con gli occhi dei giorni nostri) nel periodo " Inizio anni '80 " dove qualsiasi cosa suonassi, se era Heavy Metal, doveva presentarsi sotto forma truce e aggressiva. Successivamente all'uscita dell'album la band parte in Tour e partecipa ai più blasonati festival Europei al fianco dei Big della scena Metal. Suonano così come supporto ai Venom e ai Metallica(“Aardshock Festival”), oltre che come Headliner all' “Earthquake Festival” e, vista da un ottica commerciale, la strada per la vetta della NWOBHM può dirsi spianata. Vediamo quindi come suona, questo esordio, direttamente ripescato dagli anfratti di un movimento che  definiremo come seminale per gli anni successivi al 1983 ( il periodo d'oro, ricordiamolo si colloca tra il 79 e l'83 appunto). Ed il fulcro dal quale tutto è partito è l'Inghilterra, vero e proprio epicentro tellurico che ha ridisegnato la morfologia musicale del genere Hard Rock, donandole una nuova spinta evolutiva che ancora oggi non accenna a smorzarsi.



L'apertura dell'album è compito dell'energica "Powergame" che spinge fuori dalle casse tutto il suo potenziale, in un solo colpo. L'attacco iniziale è permeato da riff i cui effetti appaiono di chiara ispirazione "Van Halen" degli esordi, il che induce a pensare ad un sound Metal decisamente “catchy oriented”. Questa sensazione è di breve durata, l'incedere del brano riporta il tutto ad una dimensione più British Metal facendo emergere sonorità molto simili a band contemporanee dei nostri quali Tygers of Pan Tang e, non ultimi, gli Iron Maiden della “prima legislatura”. Alan Marsh (Voce) irrompe con un acuto Halfordiano che si smorza nell'apparato ritmico, dove le chitarre lavorano di concerto creando la struttura sulla quale arriva a dare man forte il basso, con la sua linea poderosa, a mio avviso registrata un po' troppo bassa rispetto al resto degli strumenti. Stesso discorso vale per la batteria, Steve Pierce svolge un ottimo lavoro ma il livello di registrazione lo relega ad una posizione comprimaria che, a volte, lo fa scomparire dietro alle due chitarre; queste ultime registrate decisamente più alte. Emerge dal missaggio finale del disco la voce di Marsh, ad un ascolto più approfondito vera padrona della la scena, quasi che le rispettive parti (voce e strumenti) siano state registrate in separata sede e poi messe insieme senza correggerne i livelli. Discorsi tecnici a parte, che alla fine sono comunque impressioni personali (ed ognuno ha le proprie), l'impressione iniziale è positiva e il brano si lascia ascoltare molto volentieri, coinvolgendoci con la sua forza trascinante. La partenza dell'assolo strizza l'occhio all'olandese di Pasadena (Eddie Van Halen), molto probabilmente tra gli ispiratori di Andy Boulton, il quale ne ripercorre spesso lo stile usando effetti che lo ricordano da vicino, (facendolo inoltre “comparire” più volte nel corso della track) e si sviluppa in un crescendo più personalizzato dalla nervatura consistente. La chiusura del brano sembra un "copia e incolla"  di Maideniana memoria con il tipico, inconfondibile incedere, a cui la formazione di Steve Harris e Soci ci ha da sempre abituato. La prima track dell'album, ad un primo ascolto, esce con un buon voto e ci aiuta a delineare il profilo di questa nuova realtà nell'ambito della NWOBHM. Il testo è lo stereotipato argomento affrontato da ogni band, le Donne, ed il conseguente rapporto che si viene a creare con esse. "You Like to mess round with all the guys in town" (“Ti piace passare da un ragazzo all'altro”), "And now there's no one left that You ain't cheated on" (“E non ce n'è uno che tu non abbia imbrogliato”). Il termine "To Cheat", letteralmente "Imbrogliare", in questo caso è riferito a quella pratica che non implica un contatto sessuale diretto, ma è orientato a finalizzarlo almeno in teoria. Si definisce in questo modo poiché, generalmente, la cosa non va oltre l'eccitamento dopodiché il partner viene lasciato a se stesso. Il bridge ci porta alla focalizzazione del testo, nel quale la nostra ragazza viene in qualche modo messa sull’attenti e redarguita dall’uomo imbrogliato. Ella è intenta unicamente a portare avanti il suo “gioco di Potere” ma presto o tardi arriverà a pagare lo scotto di quanto commesso. Se tirata troppo la corda rischia di spezzarsi ed è proprio questo che il malcapitato protagonista delle lyrics tenta di far capire alla sua (ormai ex) bella, la quale prima o poi arriverà a pagare il suo menefreghismo e la sua volontà di giocare a tutti i costi con i sentimenti degli uomini imbrogliati e raggirati. Il finale, come sempre accade in testi dedicati ad un certo tipo di figura femminile, ha il suo epilogo da copione "standardizzato" già ampiamente affrontato in diverse occasioni: la storia si conclude con la donna che capisce suo malgrado i suoi errori ma si ritrova ormai ad un punto di non ritorno, non le resta che piangere ed urlare.. anche se nessuno, ormai, sarà disposto a consolarla. Con una intro che (anche se rallentata) ricorda uno dei cavalli di battaglia (“Message from Hell” per la precisione, contenuta nel loro album migliore "Diamond Dreamer" datato 1981) della formazione olandese Picture, si apre la seconda traccia di questo debut album, Break The Chains. Andamento vigoroso con dei buoni passaggi che purtroppo risentono della scarsa qualità di registrazione, il suono si avverte "appiattito" e proprio quando dovrebbe sparare in alto tutto il suo potenziale, con l'ingresso dell'accoppiata basso/batteria, ecco che il tutto si viene a smorzare dimezzandone il valore. L'entrata in campo della voce è decisamente stucchevole, Alan Marsh risulta fastidioso già dalle prime battute e la tonalità che si sforza di tenere non gli si addice per niente. Forse il brano appartiene al "pacchetto" di canzoni ripescate dal precedente EP, quando la formazione usava lo pseudonimo Gengis Khan, e messo sull'album senza essere stato ritoccato (avrebbe dovuto), sta di fatto che questa seconda track, almeno a livello vocale, lascia un po' a desiderare. La durata del pezzo, cinque minuti e otto secondi, ha il suo vertice nell'assolo che si sviluppa verso la metà dell'esecuzione e riporta un discreto interesse nei confronti di una track dai tratti decisamente monotoni. Usando il vocabolo "monotono" mi riferisco al fatto che, nell'arco della sua durata, non emerge nulla che faccia la differenza; la struttura del pezzo è tipicamente NWOBHM (vecchia scuola) ed il potenziale lo si può avvertire in tutta la sua architettura, questa è la parte positiva, la nota negativa è che vengono a mancare quegli ingredienti che potevano elevarlo ad un livello superiore. Quanto espresso nelle righe sopracitate possiamo riferirlo anche al testo, ermetico esercizio di lirica che ci fa brancolare nella nebbia del suo significato, il quale potrebbe essere interpretato come una sorta di descrizione dalla dipendenza di droga o alcool (l'una vale l'altra) visti alcuni passaggi. “Mi sono svegliato, la mia testa è in uno stato di intontimento, non riesco a ricordare nulla della notte precedente", “Riflessi di un volto vuoto, c'è qualcosa di sbagliato e mi sono perso senza lasciare traccia", frasi piuttosto eloquenti ma abbastanza difficili da contestualizzare. Tanto potremmo trovarci dinnanzi al resoconto di una notte brava, tanto quanto alla descrizione della classica giornata di chi subisce ormai la triste routine di una dipendenza dalla quale non v’è via di fuga. Il sottolineare di voler spezzare una catena, comunque, sembra accendere i riflettori proprio sulla volontà di voler uscire da un tunnel, lasciandosi indietro la sofferenza e la paura indotte dal “post – sballo”, il momento peggiore, quello in cui l’effetto “spegni – mente” sparisce e rimaniamo da soli con le nostre angosce e le nostre più recondite paure, nonché la consapevolezza d’esserci letteralmente gettati in una pattumiera. Più che un simpatico racconto di una serata alcoolica sembra veramente la descrizione della cosiddetta “para dura” di un tossicodipendente. I nostri ci parlano di paure, di incubi, di non ricordarsi cosa si è fatto la notte prima, situazione che causa un vero e proprio sgomento nell’animo del protagonista. Non dovrebbe essere esatto, ma un’altra supposizione plausibile resta quella di un incubo occorso al nostro Alan Marsh (forse un caso di pavor notturno, momento nel quale siamo lucidi e coscienti ma “intrappolati” nel sonno, cercando in tutti i modi di svegliarci) ma questo non ci è dato di saperlo. Proseguiamo con la terza traccia, If Heaven is Hell, brano storico per eccellenza della formazione, appartenente al periodo dell'autoprodotto EP "Double Dealing" (sempre prodotto ai tempi del monicker “Genghis Khan”). La track fu pubblicata come singolo e decretò l'affermazione del combo anglosassone nel giro delle band da tenere sott'occhio, tanto è vero che poco dopo la sua pubblicazione (e dopo il definitivo cambio di nome) la “Powerstation Records” li metterà sotto contratto lanciandone la carriera. Il pezzo è un classico esempio di come suonava il metallo delle origini, ascoltarlo ai giorni nostri ci riporta indietro nel tempo, a quando l'esistenza di internet, telefonia cellulare e musica in digitale erano solo materiale per libri di fantascienza. A differenza di "Break the Chain" la traccia risulta da subito gradevole e la sua esecuzione non ha una sbavatura, tanto da affermare che "If heaven is Hell" potrebbe essere il brano perfetto per rappresentare la band. L'arpeggio di chitarra dalle vaghe sfumature "Flamenco oriented" introducono un robusto attacco di batteria coadiuvato dalla sezione chitarre/basso subito seguite dalla voce che prorompe in un acuto, questa volta, in linea con lo stile di Marsh. Si avvertono passaggi che ricordano piacevolmente il sound dei Californiani Y&T, e nella traccia possiamo notare indizi che ricollegano il brano alla splendida "Midnight in Tokyo" (da “Mean Streak” ,1983 ) di Meniketti & Soci. La parte topica la possiamo focalizzare nell'assolo, architettato ad arte, che prende vita dopo un attimo di sospensione del brano, momento in cui l'incedere si smorza in un ulteriore arpeggio che apre la porte alle due chitarre; assolute protagoniste di questa canzone. Il duo Boulton/Dismore (quest'ultimo accreditato unicamente in questa track al posto di Wiggins) confeziona una performance di ottima fattura a cui non si deve aggiungere, o levare, nulla. Stesso discorso vale anche per Alan Marsh che, restando nelle tonalità a lui più consone, risulta piacevole da ascoltare e si riescono a distinguere le vere potenzialità delle sue corde vocali; non dimentichiamoci gli episodi (alcuni)  che lo vedono "ululare" in stile Halfordiano, e anche se l'estensione vocale non è simile a quella del mitico Rob da Birmingham, la cosa è comunque degna di nota. Il sound perfetto per la band è questo, in cui tutti riescono ad esprimere il loro potenziale senza andare "oltre i limiti". La parte dedicata al testo, anche in questo caso risulta alquanto "sui generis" dove quello che si va ad ascoltare può voler dire tutto oppure niente; non è ben chiaro a cosa si riferiscano i versi cantati. "Se il Paradiso è l'Inferno, non mi avrete mai", "Luce che arde nei tuoi occhi, racconta tutte le tue bugie": difficile trovare un significato preciso e calzante per queste frasi, forse i Nostri hanno deciso di focalizzare la loro attenzione sugli inganni e sulle bugie, un po’ come già successo in “Powergame”. Stavolta non è la componente sentimentale ad essere protagonista, si parla di un contesto più generale in cui un Inferno vero e proprio viene mostrato come un Paradiso.. ed il protagonista, per nulla “pieno di grazia”, decide di rinunciarvi in quanto ha ben capito cosa si cela dietro quella luce così ingannevole. Lo specchietto per le allodole su di lui non funziona e cerca di scappar via da tutto quel trambusto, sperando che qualcuno segua il suo esempio. "Non tornate indietro, abbiamo combattuto così duramente, adesso non possiamo tornare indietro", dice infatti, rivolgendosi forse a chi come lui ha intuito l’inganno. I versi rimangono comunque aperti a moltissime interpretazioni,  giustapposti quasi, generalmente riconducenti a quanto esposto ma forse chissà a quant’altro. Onestamente, al terzo brano dell'album, devo dire che la stesura dei testi non fosse proprio il massimo della band, ma la cosa può passare in secondo piano in questo caso vista la caratura del pezzo. Giungiamo così ad On Trough The Night: iniziale atmosfera AOR che si apre in una cavalcata dal sapore "Maideniano", permeata dal dualismo delle sei corde che si contendono l'assolo in un reciproco scambio di accordi di ottima fattura. Il brano, per quanto buono, presenta due "sporcature" che ne abbassano il valore, a mio avviso, e sono riferite nello specifico alla lunghezza totale, sette minuti e mezzo, che avrebbero potuto ridurre a cinque lasciando comunque lo spazio per l'ottima parte dedicata all'assolo, condensandone il potenziale senza allungarne inutilmente la sua ripetizione, e l'altra nota (ancora) è riferita alla voce di Marsh che, dopo la parentesi totalmente positiva riferita a "If Heaven is Hell" torna a sfoggiare la solita fastidiosa tonalità. Peccato perché se le canzoni dell'album avessero avuto tutte lo stesso stile canoro del singolo, il prodotto finale sarebbe stato di gran lunga migliore. Nel suo contesto, il brano, risulta essere comunque ben confezionato e conferma tutta l'energia la band, almeno a livello strumentale. Il testo: apparentemente sembra uno di quei testi composti da frasi fatte le quali, generalmente, evocano immagini sinistre; il senso compiuto lo si apprende soltanto alla fine e nello specifico è riferito al momento in cui un uomo (inteso come Essere Umano) si trova dinnanzi alla morte. “E’ arrivato il momento per te di andare, hai sempre saputo che questo giorno sarebbe presto arrivato, la realtà sta bussando alla tua porta, speri di svegliarti dal sogno", alla fine la mietitrice incappucciata è giunta alla porta del malcapitato, il quale si rende conto di essere arrivato alla fine dei suoi giorni e cerca disperatamente di credere che si tratti unicamente di un brutto sogno. Tuttavia, niente e nessuno potrà “svegliare” il nostro protagonista, in quanto l’ora fatale,quando arriva, giunge unicamente per portarsi via qualcosa e non certo per donare altro tempo. La vita è finita, bisogna unicamente cedere  al volere del fato ed incamminarsi, mesti, verso il “viale del tramonto”, consci d’aver vissuto ed essere morti come tutti. Non importa quanto in vita si è stati buoni, ricchi, malvagi o poveri.. siamo tutti uguali, nel momento del trapasso, e nessuno può operare differenze o appellarsi a quel che si è stati in precedenza. Lo sguardo della Morte è assente e vitreo, non v’è pietà nel suo volto, non v’è compassione o tanto meno un sentimento d’accondiscendenza. Il suo tocco e la sua falce sono perentori, è giunto il momento, bisogna andarsene. Dopo tre testi non propriamente originalissimi e non troppo ben strutturati, ci troviamo dinnanzi ad un lavoro assai più impegnato e molto più sentito ed ispirato. Un testo tanto angosciante da risultare quasi poetico, nella sua sintesi. Arriviamo dunque a Killer City: ecco un brano che fotografa l'heavy metal delle origini, energia allo stato puro supportata dalla tecnica di una formazione che viaggia spedita e senza intralci. Sembrano convivere due band all'interno di questo album, quella che ha composto il materiale di "Double Dealin' " ed una ipotetica che ha composto il resto, ovviamente non è così ma questo è irrilevante davano ad una track del genere. Se nella precedente recensione ho bocciato la voce dei Tokyo Blade, definendola fastidiosa, in questa traccia devo sinceramente complimentarmi in quanto risulta perfetta nella sua esecuzione; confermando la tesi secondo cui, usata entro i limiti, renderebbe molto di più. L'attacco iniziale profuma di Van Halen e, per un attimo, riecheggiano nella mente un paio di accordi dei KISS di "Lick it Up", album del 1983 che ha presentato il quartetto New Yorkese senza l'immancabile make up. Le somiglianze con il rock d'oltreoceano si limitano a queste poche note le quali, prendendo vigore, riportano l'architettura del brano su di un altro livello e il tutto prende le sembianze di un pezzo degli Iron Maiden periodo Paul Di’ Anno (sempre loro). A difesa della band c'è da dire che, visto il periodo in cui si è formata, l'influenza di Steve Harris e Soci deve essere stata predominante in quanto il loro, omonimo album d'esordio, ha tracciato le linee guida per tutti quelli a venire. Ergo il ripetersi del sound che ne imita lo stile. La parte centrale si sviluppa in una ritmica d'effetto che mette in evidenza, sia la linea di basso, sia il lavoro di Steve Pierce dietro la batteria e va a completarsi nello splendido assolo che, da solo, vale tutto il pezzo. Ho già capito che i Tokyo Blade non sono una di quelle formazioni "assolute" che ti piacciono al primo ascolto, anzi è una band da scoprire canzone dopo canzone, eliminando alcuni episodi e valorizzandone altri. "Killer City" è uno di quei pezzi che metterei senza indugi nella mia cartella personale e mi ascolterei ripetutamente senza stancarmi. Praticamente una relazione di Odio e Amore. Affrontiamo in queste liriche un tema che ci riporta al mito, in negativo, di Jack Lo Squartatore o almeno così lascia supporre il significato del testo: "In piedi nell'ombra hai una visione, vedrai l'alba, riuscirai ad arrivarci ? Correndo in una strada secondaria c'è qualcuno dietro di te, ti devi girare e affrontarlo non hai alternative". Il famoso assassino ha a più riprese ispirato musicisti di tutti gli ambiti (basti ricordarsi di Screaming Lord Sutch, che sul mito dell’assassino misterioso ha costruito il suo personaggio) ed ha trovato, in ambito Heavy Metal, sicuramente un terreno fertile, come i nostri ci dimostrano. Jack The Ripper (questo il nome originale) è stato un serial killer tanto famoso quanto elusivo, in quanto nessuno è mai riuscito a scoprire con certezza chi egli fosse in realtà. Il suo modus operandi, però, era ben noto: sorprendere le sue vittime a notte fonda, per strada, attaccando quando la vittima meno l’avrebbe potuto sospettare. Una lunga serie di omicidi tessero la triste fama di questa figura, ed i Tokyo Blade decidono di descriverci appieno le sensazioni di una sua vittima, la quale ha ben inteso d’essere seguita nella notte e sa che scappare è inutile. Dovrà voltarsi ed affrontare il maniaco, anche guardare indietro sembra la cosa più difficile del mondo. Qualora la tesi legata a "Jack the Ripper", come veniva chiamato Lo Squartatore, non fosse plausible, associata a quanto riportato sopra, resta comunque l'immagine di una città violenta e priva di umanità; come purtroppo sono diventate le grandi metropoli ( e non solo ) dei giorni nostri. Senza sosta proseguiamo con Liar, introdotta da un arpeggio ingannevole in stile power ballad che tradisce la sua vera identità alcuni accordi dopo, sfociando in una poderosa, trascinante cavalcata. L'incedere è lineare, senza stacchi che ne possano spezzare il ritmo e la voce oscilla perennemente su quel sottile confine che la divide tra il convincente ed il fastidioso. Arrivati quasi alla fine dell'album abbiamo potuto constatare che, con tutta probabilità, questa caratteristica potrebbe essere imputabile alla registrazione in studio, forse orientata a far risaltare di più la voce rispetto al resto degli strumenti. Chi può dirlo? Sicuramente, con la dipartita di Alan Marsh durante le registrazioni del secondo album, la band ci ha guadagnato. Il pezzo arriva fino a metà senza cambiare schema per poi aprirsi in una parte strumentale, fatta di assoli a due chitarre, da applauso.  Da un break che, ripetiamo, assomiglia molto allo stile Maideniano, Boulton e Wiggins si lanciano in un susseguirsi di riff "effettati" di notevole impatto, creando una più che degna struttura su cui reggere l'intera track. Questo ci da così modo di constatare, se mai ce fosse stato bisogno, che il livello professionale dei componenti è di sicuro al pari con il resto della scena in circolazione in quel periodo. Se la parte strumentale è ampiamente sopra la sufficienza, il testo lascia abbastanza perplessi in quanto non si capisce di cosa voglia parlarci ed altrettanto a cosa si riferisca nello specifico, giudicate Voi. "Non mi fermo per nessuno, nessuno può forzarmi a farlo! Io sono qui per vivere correndo libero e selvaggio, non me ne frega niente nessuno può fermarmi! Nelle strade buie e vuote nessuno vede”. Sembra quasi ricollegarsi al testo precedente, quello su Jack Lo Squartarore, in quanto si fanno anche ampi riferimenti alla capacità del protagonista di “mostrare l’inferno” ad una presunta vittima ed al suo essere un Killer. Un testo breve che comunque sembra abbandonare l’oscurità del precedente, per presentarci un “assassino” meno misterioso e senza dubbio più “manifesto” e capace di mostrarsi. Un testo molto breve, il cui senso è difficile da trovare anche per via del suo non essere poi così articolato. Un susseguirsi di frasi che appunto ci parlano dapprima di un ribelle stile biker, ed in seguito di un assassino capace di gravi efferatezze, come se il tutto apparisse come un insieme di parole messe insieme solo per riempire giustificare la parte vocale del brano. Una sorta di “sfogo” o comunque la volontà di comporre un testo “cattivo” ed un po’ selvaggio, che ben si amalgamasse alla proposta musicale dei nostri, all’Heavy Metal, uno dei generi più duri e puri per antonomasia. I Tokyo Blade si cimentano in una cover, Tonight, rifacendo il brano di Russ Ballard. Non possiamo evitare di dedicare alcune righe a questo poliedrico musicista Britannico, il quale inizia la sua carriera come chitarrista (ex ascia del gruppo Argent) per poi diventare cantante e compositore di testi. Tra le sue più celebri canzoni troviamo la famosissima radio hit "Voices" (dall’album suo omonimo ed intitolato alcune volte come l’anno di nascita, “1984”) "God Give Rock 'n' Roll To You" rifatta dai KISS (proposta dai newyorkesi nell’album “Revenge”),  "New York Groove" riproposta da Ace Frehley sul suo album solista; ha scritto "You can Do Magic" per gli America, composto testi per Bad English, Abba, Santana, Phil Collins. La lista è praticamente infinita, e tutti questi brani sono stati un successo. Russ Ballard è il mago del singolo anthemico per eccellenza, se vogliamo spingerci a sintetizzare il personaggio. Detto questo, i nostri cinque amici ne ripropongono un cavallo da battaglia che, in origine, suonava più grezzo e con un impatto decisamente più incisivo all'orecchio dell'ascoltatore. La band dà l'impressione di puntare forse a creare la versione che scateni all'unisono l'audience e per questo il confezionamento del pezzo sembra più in linea con il rock d'oltreoceano, obbiettivo per il quale la “Powerstation Records” aveva iniziato a lavorare, fin da subito, per poter sbarcare con la band negli States e conquistarne le arene (motivo per cui spingeranno Alan Marsh a lasciare la band). L'etichetta discografica ha sempre spremuto la band affinché ammorbidisse i toni e si orientasse verso sonorità più "Mainstream", favorendo gli incassi. I primi accordi richiamano alla mente la ben più famosa "Calling Doctor Love" dei KISS (“Rock 'n' Roll Over”, 1977. Il brano originale è ancora più somigliante) e anche se l'esecuzione è più veloce rispetto al brano di Simmons e Soci la si continua a percepire qua e là nel brano, il quale scorre via dall'inizio alla fine in modo abbastanza anonimo. L'unico momento di attenzione lo abbiamo con l'assolo che come sempre è ben eseguito, ma non si assiste ad ulteriori episodi per cui questa traccia, al di là che sia di Ballard, possa farsi ricordare. E' il classico brano che rimane in sottofondo mentre state mettendo le mani nel cofano della vostra auto o nel motore della vostra moto. Volendo spezzare una lancia in favore della band possiamo azzardare che, essendo il loro album d'esordio abbiano voluto inserire, oltre al loro materiale, anche una traccia "firmata" per delineare un profilo delle loro potenzialità. Il testo parla di due sconosciuti che "flirtano" in un locale: "In piedi al bar, ad uno sguardo di distanza, Lei potrebbe essere solo un passo di danza più in là, Gioca con lo sguardo e non si rende conto che la voglio da morire, lei ha la stessa sensazione ma nessuno si muove, continuano a giocare lo stesso gioco". Il copione, quando si gioca a rincorrersi tra sconosciuti con gli sguardi, è quasi sempre lo stesso: l’uomo è per sua natura più cacciatore, la donna ama farsi desiderare e dunque il più delle volte attende che sia proprio Lui a far la prima mossa, in modo tale da potersi finalmente conoscere. Il problema sta nella comunanza di intenti ma nella sostanziale “incapacità” di leggere i segnali. Alcune volte siamo frenati dalla timidezza, altre volte dalla paura di poter compiere una figuraccia “in grande stile”, altre volte ancora non sappiamo minimamente come approcciarci: vorremmo evitare le solite scuse dell’ora o adoperare qualche “complimento ad effetto” scontato e ritrito. Viceversa, è anche la donna molto spesso a “nascondersi” dietro la sua volontà di “attirare”, in quanto le problematiche non hanno bandiera o differenze. Anche le nostre belle sono prede degli stessi nostri dubbi, il tutto instaura un gioco del “prima tu, no tu” che difficilmente porterà ad una vittoria o ad una sconfitta. Un pareggio perpetuo, fatto di sguardi ed allusioni ma mai di concretezza o “risultati” ben più consistenti. Si arriva alla penultima track, Sunrise in Tokyo, e il titolo della canzone sembrerebbe propiziatorio, in quanto il sole sorge sui Tokyo Blade. L'accostamento ci potrebbe stare essendo l'album d'esordio, il sole è da sempre visto come la fonte di energia più potente nell'universo, e riferito ad una band che in quel tempo muoveva i suoi passi nel complicato mondo dello show business, assumerebbe le connotazioni di "rito propiziatorio" per una carriera longeva. Elucubrazioni a parte (solitamente varianti di una realtà molto più semplice) il pezzo è forse il più bello inserito nell'album, con la sua cadenza al cardiopalma e la parte centrale ci regala uno stacco degno della migliore NWOBHM. Steve Pierce si lancia sulle pelli a scandire il tempo mentre l'apparato Chitarre/Basso costruisce un impenetrabile muro sonoro sul quale si sviluppa l'assolo, punto di forza della formazione, in cui perfetta sinergia tra Boulton e Wiggins riesce ad amalgamare al meglio il resto della band. Marsh ha un paio di "fuoripista" in cui la tonalità sembra sfuggirgli di mano e lo porta nella zona a rischio della stonatura, è comunque strana questa cosa poiché la stessa estensione vocale che gli permette di arrivare a livelli alquanto notevoli, non lo ripaga nell'arco della durata della canzone, evidenziandone semmai l'effetto contrario. Il testo sembra riportare la descrizione di una persona sola dall'altra parte del mondo, in un contesto a lei estraneo, come fosse una sorta di "Lost in Translation" musicale ante litteram, invece che la splendida pellicola con protagonisti Bill Murray e Scarlet Johansson. "Ascolto i rumori che mi riempiono la testa, la stanza continua a girare, è la calma prima della tempesta ed Io sento che c'è qualcosa che non va ", lyrics molto criptiche e strane, che sembrano parlarci appunto di una persona persa nella notte in una Tokyo presentata come centro della modernità e mondanità, decadentemente descritta come una metropoli addormentata. L’ambientazione urbana notturna, apparentemente calma ed illuminata unicamente da luci artificiali, riesce sempre a suscitarci fascino ma comunque paura al contempo, in quanto ogni minimo rumore potrebbe ricondurci immediatamente al timore d’essere seguiti da qualche malintenzionato, il quale beneficia dell’oscurità parziale per poterci ghermire all’improvviso. Tuttavia, il “criminale” in questione risulta essere proprio lo stesso protagonista delle lyrics, il quale si specchia nei vetri della finestra e capisce d’essere lui il problema. Il nostro sembra anelare ad una figura (una lei?) e desidera ardentemente che sorga presto il sole, così da poter finalmente riacquisire quel minimo di lucidità e sicurezza che gli permetterà di tornare a vivere sereno. A chiudere il disco è il minuto scarso di Blue Ridge Mountains of Virginia, un simpatico siparietto corale per voce e pianoforte, ad opera della band, in puro stile "alcoolico" da fine party. Il brano è un vecchissimo, nonché famosissimo pezzo, dal titolo originale "The Trail of the Lonesome Pine" (il sentiero del pino solitario) datato 1913 la cui composizione è stata ispirata dal racconto omonimo del 1908 di John Fox Jr. ed è , sostanzialmente, una storia d'amore dedicata ad una ragazza di nome June che vive proprio nella località di Blue Ridge Mountain. Il brano arriva sugli schermi cinematografici nel 1937, al seguito di un film con protagonisti Stan Laurel & Oliver Hardy (i nostri Stanlio & Ollio), e nel Regno Unito viene proposto da Vivian Stanshall, cantante della "Bonzo Doo-Dah Band”, nel 1968 ( gruppo Prog/Jazz/Experimental/Avantgarde ). La versione cantata dai Tokyo Blade presenta il titolo modificato, rispetto a quello originale. Fedeli alla linea editoriale proponiamo il testo con relativa traduzione: “Lungo il sentiero del Pino Solitario, a Blue Ridge Mountains in Virginia sotto una pallida luna abbiamo intrecciato i nostri cuori, lei ha inciso il suo nome ed Io ho inciso il mio". E' bello leggere come venivano scritte le canzoni d'amore decenni addietro, con una licenza poetica che ai giorni nostri si è ormai persa. Sembra quasi si faccia riferimento ad una ben nota “abitudine” degli innamorati, ovvero qualla di incidere i propri nomi nella corteccia di un albero, circondati da un cuore, proprio per voler “eternare” il sentimento avendo come “testimone e giudice” la natura stessa. Un’ingenuità ed una purezza d’animo oggi purtroppo persa dietro la stucchevolezza di frasi ad effetto o terribilmente scontate, che differiscono enormemente dall’espressione adamitica di un amore sincero e veritiero come poteva essere quello dei giorni risalenti alla versione originale di questo brano. Tempi persi ma che ci hanno insegnato comunque molto, tempi in cui la tecnologia non era ancora un mostro divora mondo e si, potevamo anche conquistarci il lusso d’essere felici con poco.



Prima di iniziare a tirare le somme circa il disco in questione mi preme puntualizzare una cosa, in tutta onestà, una cosa alquanto singolare ma non inusuale se riferito ad un periodo in cui, ogni settimana, uscivano in media dalle cinque alle dieci nuove pubblicazioni di altrettanti nuovi gruppi. E' proprio partendo da questa premessa che vado candidamente ad affermare che, la suddetta formazione non la conoscevo benissimo, prima di questo articolo, malgrado io abbia scritto a suo tempo in una delle prime Fanzine di musica Metal (con orientamento alle Band Italiane) del paese. Il fatto di non conoscerla non significa che l'abbia volutamente snobbata per darmi un'aria da Rocker vissuto e poco incline alle nuove proposte, anzi, l'ho proprio bypassata perso com'ero nel calderone delle Super Potenze dai nomi altisonanti che tutti noi conosciamo e che, grazie a Dio, resistono ancora oggi senza perdere un colpo. Guardando a posteriori e riflettendo su questa mia mancanza ammetto che, a prima vista, ho probabilmente associato la copertina di questo esordio ad una realtà legata a sonorità tendenti al Glam Rock e, di conseguenza, non ho prestato l'attenzione che i nostri si meritavano. Ho praticamente messo in atto il contrario di quello che il proverbio recita, “non giudicare un libro (album, in questo caso) dalla copertina". Con l'esperienza acquisita negli anni penso sia più facile ammettere di NON conoscere una cosa, invece di millantare nozioni accademiche farcite di termini barocchi che, alla fine dell'articolo, non hanno detto praticamente nulla. L'arte del non dire niente usando un lessico complicato lasciamolo a chi, di mestiere, fa l'imbonitore di folle; in questo caso, l'onestà nell'affermare di avere delle lacune musicali rende il tutto molto più "umano" e mette tutti quanti sullo stesso livello. Nessuno è in cattedra, Nessuno è al banco di scuola, Tutti insegnano a Tutti, o meglio, Tutti si scambiano le proprie informazioni/impressioni con gli altri, in una sorta di villaggio globale musicale. Forse l'unica forma di globalità che non nuoce alla libertà di ognuno è proprio questa, alla fine. Dopo questo preambolo, a mio avviso "dovuto" vista la genuinità di cui è formato “Rock & Metal in My Blood”, affrontiamo il combo Britannico come se li scoprissimo per la primissima volta, lontani dalla faziosità e dall’entusiasmo di chi molte volte si lascia sopraffare dall’altisonanza del “passato”. Come già detto, il mio interesse era rivolto principalmente alle band Hard Rock del decennio precedente, e a quelle che avevano già pubblicato qualche lavoro nei primi anni tra il 1980 e il 1983. Sta di fatto che la suddetta formazione, sebbene mi ricordassi perfettamente la copertina dell’album in questione (e quella dell'album successivo ), mi è semplicemente passata accanto e non ho espresso sin da subito l'interesse che avrebbe meritato. Riferendomi a questo primo album esprimerò un giudizio partendo dalle cose che mi hanno colpito, in negativo e ne hanno reso difficile la disamina. La voce di Alan Marsh in primo piano, e il livello di registrazione, sono i due punti focali sul quale ho perso almeno il cinquanta per cento dell'interesse nei confronti del prodotto che, al contrario sul piano strumentale, merita la promozione a pieni voti. Il sound che traspira dai solchi del vinile profuma di anni '80, e le similitudini con le band di quel periodo lo evidenziano in modo positivo. Però, quasi sempre con l'ingresso della parte cantata, l'attenzione viene a diminuire per via della fastidiosa timbrica. Boulton e Wiggins sono due autentici "manici" con la sei corde ed altrettanto si può dire di Robbins al Basso e Pierce alla batteria. La votazione finale però, basandomi su questi due cardini quali, voce e livello d'incisione, non supera il sei e mezzo; non è a mio avviso l'album migliore della band, anche se presenta molti aspetti di ottima qualità che si evinceranno nel secondo lavoro che presenterà, tra l'altro, Vic Wright alla voce in luogo di Marsh. La formazione dei Tokyo Blade è diventata una band di culto (per alcuni) come lo sono diventate band del calibro di Tygers of Pan Tang o Praying Mantis, sicuramente il proprio status lo hanno guadagnato negli anni e con le successive uscite.. ma non mi sento di dire "buona la prima" riferendomi a questo disco.



1) Powergame
2) Break The Chains
3) If Heaven Is Hell
4) On Through the Night
5) Killer City
6) Liar
7) Tonight (Russ Ballard cover)
8) Sunrise in Tokyo
9) Blue Ridge Mountains of Virginia