TIAMAT

Wildhoney

1994 - Century Media Records

A CURA DI
NIMA TAYEBIAN
11/04/2019
TEMPO DI LETTURA:
10

Introduzione

Nella mia precedente recensione sui Tiamat, dedicata a "Clouds", terzo parto discografico della band, mi sono espresso in termini assai favorevoli sull'album in questione, definendolo giustamente come un capolavoro: un capolavoro ascrivibile non solo nella discografia del gruppo, ma dell'intero panorama metal. Un disco equilibrato, prosecutore di una vena sperimentale sempre consona ai nostri, in cui certi vezzi più "duri" ravvisabili negli esordi vengono diluiti in un sound più vellutato, foriero di quanto stava per avvenire. E infatti, nel giro di due anni (Clouds è del 1992) i nostri cambiano ulteriormente pelle, senza comunque snaturare il loro mood, proponendo nel 1994 il mai troppo celebrato "Wildhoney", un disco destinato ad essere ricordato come uno dei maggiori pilastri del gothic metal e del metal tutto. Per "Clouds" ho detto "un capolavoro", ma qui è più lecito asserire "IL capolavoro". E infatti il disco, senza nulla togliere al precedente e al successivo "A Deeper Kind Of Slumber" (altro gigante capace di proseguire in maniera degna una carriera priva di punti deboli prima di un'inevitabile quanto fisiologica "flessione") è indubbiamente il più bello mai partorito dalla mente di Edlund e soci. Quanto presagito in Clouds trova effettiva definizione in Wildhoney, un disco che non solo riesce nel compito di non sfigurare di fronte al suo mastodontico fratello, ma raggiunge possibilmente vette ancor più alte raffinando e perfezionando un sound ancora in fase di trasformazione. Ogni spigolo che era lecito smussare viene opportunamente limato, e quella creatura che - nella mia precedente recensione - ho definito "malleabile come il mercurio" riesce qui a plasmarsi in una forma pressoché perfetta. Ogni asperità, ogni ruvidezza ravvisabile nel loro sound primigenio (parlo ovviamente dei due album e di quanto abbozzato prima dei Tiamat con i Treblinka) sfuma irrimediabilmente, tutte le scorie "death" vengono totalmente superate e quanto emerge è un lavoro incredibilmente maturo, suadente, in cui l'elemento gothic "comprimario" nel disco del '92 diviene deliziosamente protagonista riuscendo ad ammaliare in dieci tracce in cui il termine perfezione diviene sin troppo riduttivo. Merito questo di un'ispirazione che fin qui (e al massimo nell'immediato futuro) non è mai venuta a mancare, di arrangiamenti perfetti capaci di magnificare trame il cui obiettivo è calare l'ascoltatore in una dimensione quasi trascendente, onirica, in cui è lecito perdersi come dopo un viaggio nel "Paradisi Artificiali" di Baudelaire, immerso in effluvi di oppio, pregustando il dolce sapore di quel miele selvatico che da il titolo al disco. Quanto concepito dai nostri quindi non è un semplice album gothic, ne tantomeno un "semplice capolavoro" (mi si perdoni l'ambiguità di tale asserzione) ma un viaggio estatico in recessi narcotizzanti che non possono non ammaliare anche il più svogliato degli ascoltatori. E qui apro una piccola parentesi: anche vivendo ormai nell'epoca del file-sharing, rea di aver limitato la volontà a molti musicofili neofiti, di "gustare un disco sino al midollo" (ai miei tempi, neanche tanto lontani, o si andava avanti per tape trading, o si comprava un disco e lo si ascoltava sino a "consumarlo". Comunque in ambedue i casi si ascoltava con molta più attenzione), anche i suddetti neofiti, che magari non hanno mai sentito parlare dei Tiamat, o di Wildhoney, o conoscono il disco ma non lo hanno mai ascoltato... beh, basta tentare un primo approccio e finiranno per essere trasportati in una realtà allucinata dalla quale probabilmente non vorranno più uscire. Ed è questo quel che distanzia un capolavoro da un buon disco: la capacità di trasmettere emozioni. Ho già ribadito in altre recensioni che non basta la mera componente tecnica (che qui peraltro non manca) per quanto perfetta, per determinare un vero capolavoro: sono altre le componenti indispensabili per la piena riuscita di un album. In primis, come già sottolineato, la capacità di suscitare sensazioni, cosa che va a braccetto con il fattore ispirazione, elemento fondamentale senza il quale, forse, non si riuscirebbero a generare fremiti totalmente credibili. Per inciso, non basta "il mestiere", non è sufficiente svolgere bene il proprio compito se manca quel guizzo, quell'elettricità capace di irrorare un disco di luce propria. Molti dischi nel metal, pur latitando di tecnica, sono etichettabili come capolavori proprio per le emozioni capaci di suscitare inutile ribadire come i primi dischi dei thrashers teutonici piuttosto che certo black "prima ondata" o quello norvegese o slavonico non siano dei concentrati di tecnica, eppure è fuori dubbio che molti di questi il titolo di "capolavoro" lo meritano appieno. E qui, in Wildhoney, la tecnica pur non mancando, è al servizio di trame immaginifiche e particolari, non fine a se stessa e non ridotta al mero onanismo. Quel che contano sono le emozioni, e il qui presente disco è un vero concentrato di emozioni, un "monolite nero" (mi si perdoni la citazione di Clarke e Kubrick) capace veramente di assorbire, straniare, ammaliare, "risucchiare" chiunque lo ascolti. Detto questo, ed avendo già abbozzato a grandi linee il percorso dei Tiamat nella mia precedente recensione (non amando ripetermi trovo inutile ritornare sull'argomento) direi ora di passare ad una disamina più approfondita di questo sublime capolavoro.

Wildhoney

L'inizio è affidato alla title track, "Wildhoney" (Miele Selvatico), un'introduzione abbastanza breve in cui si cesella un'atmosfera bucolica e pregna di una incredibile tranquillità: si parte con dei cinguettii (vaghe analogie si possono ritrovare, a distanza di nove anni, nell'intro di un brano come False Dawn dei Drudkh, tratto dal loro primo disco) che creano un'atmosfera calma, rilassata. Quindi subentra un cesello di chitarra, molto mesto, malinconico, che viene reiterato mentre gli uccellini intonano ripetutamente il loro canto. Solo una cinquantina di secondi, ma che ben introducono quanto subentrerà da li a poco.

Whatever That Hurts

Si continua magistralmente con "Whatever That Hurts" (Qualunque cosa faccia male), che ci immerge in trame soffici, sensuali, stranianti, in cui fa bella mostra di se un testo tanto affascinante quanto criptico nei contenuti. Quanto viene espresso nella parte lirica, infatti, sembra incline a giocare sul potere evocativo di certe immagini piuttosto che presentare una narrazione compiuta, un resoconto di un qualsiasi fatto o un abbozzo di trama decifrabile. Si percepisce immediatamente che tali visioni sono frutto dei pensieri di un uomo, un personaggio non meglio specificato, immerso in vagheggiamenti che talvolta assumono caratteri surreali e sottilmente disperati. Tra un flash surrealista e l'altro (mi preme citare passi come "Semi di claustrofobia e sangue mescolati/ Maledetto contro la mia volontà./ La ragnatela cattura gli anni liquidi/ scarafaggi serviti con crema" e ancora "Gocce che colano sulle zollette di zucchero/ L'occhio della persona/ Luccica e guarda fisso".) che farebbero la gioia di Dalì e Buñuel, percepiamo pensieri dal carattere malinconico, triste, che comunque fatichiamo a ricondurre ad un evento preciso ("ho asciugato le lacrime con pallottole d'argento/ E con ogni lacrima che piango sogno/ Sogno ad ogni lacrima."). Viene spontaneo, considerando certi dati a disposizione ("Il decotto di stramonio/ Viscido distillato di piante rampicanti" [...]"Tè ai psilocybe") pensare che certe visioni siano stimolate da un uso di sostanze allucinogene, considerato che lo stramonio (Datura Stramonium) chiamata anche Erba Del Diavolo o Erba Delle Streghe, è una pianta con proprietà sedative ed allucinogene, e la psilocybe è un fungo della famiglia delle Strophariaceae che possiede, anch'esso, proprietà allucinogene. Dunque le varie visioni bizzarre sarebbero frutto dell'uso di queste sostanze, magari consumate per cancellare dalla mente qualche evento triste (di cui ho parlato prima) che emerge comunque qua e la tra un flash e l'altro. O forse tutto, anche le visioni disperate, sono frutto del consumo di queste sostanze. Chiaramente si lascia all'ascoltatore la facoltà di tirare le proprie conclusioni. A livello musicale si parte, sin dai primissimi secondi, con un riffone di grande impatto, cupo e ridondante, di vaga matrice sabbathiana (anche se con le debite differenze) che ci traghetta immediatamente in una dimensione tanto oscura quanto pregna di epos. Questo cede in breve il passo ad una parte strumentale, magnificata da un mesto giro di chitarra, che imprime al pezzo un notevole senso di desolazione. Oltrepassato il minuto e mezzo udiamo, nel pattern ormai assestato su ritmi flebili ed evanescenti, il subentrare della voce di Edlund, fioca, sussurrata, quasi cullata dal pattern musicale tratteggiato sullo sfondo. Verso i due minuti e venti i ritmi acquistano nuovamente grinta, grazie ad un recupero del riffone già usato in partenza. La voce segue a ruota, caricandosi di grinta e portandosi ad un impostazione molto cupa e stentorea. Tale frangente, in cui il rifferama doomeggiante concorre con la voce a dare toni epici e monumentali al brano, crea una tensione e una forza difficilmente spiegabili. La potenza e l'evocatività iniziano a farsi strada con decisione, e pur in un sali-scendi emotivo, in cui toni più pacati lasciano spazio ad altri più energici, si viene a plasmare una carica immaginifica senza pari. A riprova di quanto detto, notiamo che nell'arco di non molto, la sezione dominata dal riff doomeggiante e dalla voce monolitica del singer, lascia spazio ad una parte più ragionata, inizialmente dominata dal battito del drum kit, quindi da un frangente ancora una volta flebile, atmosferica, in cui si adagia la voce sussurrata di Edlund; quindi, ripetendo un copione già usato, si ritorna su binari più grintosi (anche se stavolta non necessariamente doom-oriented), stavolta delineati con un solo guitar energico e parecchio evocativo. Il tutto mentre la batteria tamburella incessante sullo sfondo. Neanche il tempo di lasciarsi ammaliare da questa favolosa tessitura chitarristica che si ritorna al riffing doomeggiante e alla voce scultorea di Edlund, in un pattern già sentito ma che lascia il segno ad ogni ripescaggio. Insomma, vi è effettivamente un altalenanza umorale, nella quale rimane inalterata una certa tensione per tutto l'arco del brano: tensione latente nelle parti più rilassate e deflagrante delle parti più dinamiche. Per quanto mi riguarda, senza nulla togliere a tutti gli altri capolavori del disco per me questo è IL capolavoro dell'album, il punto cardine, lo zenith capace di rendere il suddetto masterpiece un opera stellare.

The Ar

Il proseguo è affidato a "The Ar" (titolo questo che potrebbe coincidere con "L'Ariano") altro brano maestoso corredato da un testo stavolta decisamente più comprensibile ed immediato (e anche abbastanza breve). Stavolta si fa riferimento ad un simbolo che sarebbe celato nel cuore degli uomini. Il simbolo è una grigia stella a cinque punte, capace di emanare una luminosità tale che neanche coprirsi gli occhi per evitare di essere abbagliati servirebbe a qualcosa. Ma tale luce è sopita, ed aspetta di rivelarsi, di essere emanata in tutto il suo fulgore, e questo in coincidenza possibilmente della presa di coscienza da parte dell'uomo puro. Il raggiungimento di un'auto-consapevolezza che coincide con un'illuminazione nel senso più stretto del termine, e che porterebbe il predestinato ad avere cognizione del proprio status di Ariano. Ma tale simbolo ha modo di manifestare il suo benevolo potere solo se è impresso nel "lato giusto", considerando che - almeno questo si evince dal testo - se questo è girato nel verso opposto, non fa che nascondere la comprensione e quindi oscurare la consapevolezza dell'essere che lo porta. Il finale ci porta comunque ad una parte più metaforica, che recita "La grigia stella a cinque punte scolpita/ Sulla fronte di una faccia malvagia", abbastanza strana, considerando che il simbolo risiederebbe nel cuore degli uomini, ergo anche quelli malvagi dovrebbero celarlo li (anche se nel senso opposto e senza alcuna possibilità di rivelazione) mentre da quanto si ode il malvagio avrebbe il simbolo scolpito in fronte. A chi legge lascio qualsiasi interpretazione in proposito. Per quanto riguarda la parte musicale, si denota sin da subito un maggiore dinamismo rispetto al brano precedente. Già dai primi secondi viene sciorinato un riffing più scattante, accompagnato da cori femminili che contribuiscono alla creazione di atmosfere pregne di una certa evocatività. I toni si attenuano in una trentina di secondi, per lasciare spazio a una trama più delicata e flebile, addizionata alla voce da orco di Edlund, che con tale impostazione vocale crea un contrasto interessante rispetto al sottofondo ben più rassicurante. Nel giro, ancora, di trenta secondi si ritorna al main riff, già usato nelle battute iniziali, accompagnato come sopra dai cori femminili. Quindi ancora una parte evanescente in cui a dominare è di nuovo la voce arcigna di Edlund. Non passa molto tempo che si ritorna in seno alla struttura principale (composta da riffone e cori). Esattamente come sopra abbiamo un brano che fa delle alternanze umorali concretizzate in cambi di tempo e di atmosfere, una delle sue peculiarità. La bellezza del riffing principale, l'uso ben giostrato dei cori e la voce di Edlund si pongono come elementi di spicco in un brano egregiamente arrangiato, capace quasi di rivaleggiare con il precedente pezzo in quanto a bellezza. Del resto su questo disco ci sono solo capolavori e nonostante le preferenze personali risulta difficile delineare i brani oggettivamente "migliori" .

The 25 Floor

"The 25 Floor"(il venticinquesimo piano) è un'altro pezzo strumentale (il secondo dopo la opener), giostrato interamente su rumori di fondo "ribollenti": un'amalgama gorgogliante, fetida, putrescente che offre spunti Lovecraftiani in un contesto generale a onor del vero ben più delicato e tenue (l'album, per quanto visionario, non si alimenta di incubi, ma piuttosto di allucinazioni, e neanche troppo spaventevoli). Una porta spalancata nel buio degli abissi che potrebbero coincidere con gli abissi della mente ("quando guardi a lungo nell'abisso, l'abisso guarda in te" - Nietzsche). Un minuto e cinquanta in balia dei nostri incubi, delle nostre paranoie, come un viaggio sotto effetto di narcotici finito male, senza uno sherpa a guidare il nostro cammino allucinatorio. Ma in tutto questo emerge un qualcosa di "riconoscibile", ossia il suono di un carillon, che lungi dall'essere rassicurante, in realtà si pone come amplificazione di una certa paranoia di fondo.

Gaia

La successiva "Gaia" (Terra), song di indescrivibile bellezza (e tra quelle più celebrate, considerando che successivamente figurerà nella scaletta di un Ep omonimo) ci porta al cospetto di una parte lirica ancora una volta "particolare", decifrabile ma pregna di simbolismi atti a rendere meno immediata la lettura di un testo sicuramente bello e tendenzialmente surreale. Il plot suggerisce una piaga che ha colpito il nostro pianeta, la quale ha portato danni incommensurabili: gli animali più comuni sembrano estinguersi e la siccità ha dispiegato le sue nere ali alimentando la morte e la disperazione. Ma un rimedio sembra essere stato trovato. Non vi sono particolari dati che suggeriscono quale sia il rimedio, ma sembra che vengano attuati riti sciamanici ("Mentre l'acqua ruota due volte in cerchio" ha il sapore di un espediente adottato dall'uomo in maniera "meccanica" e ritualistica, forse con i mezzi che ha a disposizione; "Ragni, serpenti e un piccolo topo/ Sono fatti contorcere e cadere" ha ancora il sentore di un rito: si fosse trattato di qualcosa di naturale, magari dovuto alla piaga, magari avremmo sentito "si contorcono e cadono", mentre qui gli animali vengono fatti contorcere e cadere da qualcuno. E ancora, mentre si parla di ragni e serpenti al plurale, di topo ne viene fatto cadere solo uno, quindi si presuppone un rituale). Tali riti sembrano dare benefici, tant'è che si accenna ad un uomo che miracolosamente si alza dalla sua sedia a rotelle, oltre al fremere di sollievo per i vari insetti e ai boccioli dei fiori che non tarderanno a schiudersi. Dunque si parla di un sollievo, di una cura per una terra martoriata e logora, il cui beneficio giova sia all'essere umano che a piante ed animali. Musicalmente ci troviamo di fronte ad uno dei brani più suadenti e catchy del lotto, in cui la componente più strettamente metallica sembra cedere il passo a tessiture ben più rilassate e sognanti. In effetti, trovandoci di fronte ad un brano strutturato su partiture così delicate, usare il termine "metal" sarebbe potenzialmente improprio. Più facile dire che "è un brano dei Tiamat", e si sa, la grande musica più che di essere incasellata ha bisogno di essere gustata, goduta, assimilata. Il brano si assesta sin dai primissimi secondi su tessiture "evanescenti", sorrette da un evocativo cesello tastieristico. La batteria risulta poco invasiva e funzionale alle trame dettate dalla tastiera. L'apparato strumentale delinea in breve un apporto epico e drammatico capace di catturare l'ascoltatore nell'arco di poco. In breve subentra anche la voce, roca, quasi recitata, che si adagia mesta sul pattern strumentale lento e in odor di processione. Poche le variazioni (salvo un moderato surplus di grinta della voce dal minuto e quaranta) prima di un cesello chitarristico di rara bellezza verso i due minuti e cinque, che portano il brano ad aprirsi ad una parte esclusivamente strumentale. Una parte questa davvero carica emozionalmente, e capace di trasmettere in maniera immediata sensazioni quali malinconia, desololazione, mestizia.Quasi verso i due minuti e quaranta il brano riprende nella sua "marcia" da simil-processione, trascinandosi lento e struggente. Nonostante non si giochi su particolari ed eclatanti variazioni ritmiche e umorali, il brano risulta vincente, grazie alla sua capacità di comunicare emozioni e risucchiare l'ascoltatore in una spirale ipnotica dalla quale è difficile riprendersi. Si finisce, ascoltando il brano, in un gorgo dal potere psicotropo, capace di stordire ed ammaliare, ed è questo il fattore vincente di uno dei brani - a parere di molti se non di tutti - migliori del lotto. Quello di saper rapire, di saper trascinare l'ascoltatore "lontano", come solo certi capolavori della musica sanno fare.

Visionaire

"Visionaire" (Visionario), esattamente come suggerisce il titolo, ci regala un testo particolarmente surreale, sulla scia dei precedenti, in cui un uomo sembra preda di strane e fantastiche illusioni dall'incredibile componente immaginifica. Questi sembra preda di flash allucinatori, in cui vede se stesso brandire un "coltello solare" e sezionare in due parti il cielo per poi viaggiare all'interno di tale fenditura. Il suo viaggio dovrà portargli grandi risposte e gli regalerà visioni estatiche indicibili data la loro natura astratta ed invisibile all'ochio umano. L'uomo quindi fa riferimento ad un altra persona dicendo che "ha rubato il colore della notte per fuggire alla sua vista" ed esorta questa persona a seguirla, sottolineando la sua natura di "visionario". Si possono qui trovare analogie con certi "viaggi" compiuti grazie al peyote, mescalina, acido lisergico o qualsiasi sostanza psicoattiva di natura allucinogena. Forse quanto detto, riguardo al fatto di aver rubato "il buio" (il colore della notte) per nascondersi dalla vista dell'altra persona può riferirsi alla volontà di oscurarsi di fronte agli ochi di una persona cara (la propria donna? Un'amicizia stretta?) magari a seguito di una delusione perpetrata da una delle due persone ai danni dell'altra (il protagonista potrebbe aver deluso l'altra persona e per questo tenta di nascondersi, e magari per riscattarsi vorrebbe mostrare ad essa il "suo mondo" fatto di grandezza e visioni estatiche; oppure il contrario: l'altra persona avrebbe deluso il protagonista e lui vorrebbe oscurare la sua presenza, anche se solo momentaneamente, prima di mostrare ad essa la grandezza del suo mondo immaginario). A livello musicale il brano inizia con una parte abbastanza soffusa, in cui a troneggiare risulta innegabilmente il vocione da orco di Edlund. Verso il cinquantesimo secondo subentra quello che a tutti gli effetti può essere considerato il riff portante del brano: possente, dal carattere vagamente doomy. L'innesto di tale riff coincide con una parte vocale di Edlund maggiormente soffusa, più recitata che cantata. La voce torna comunque in breve oscura e possente, e il riffing di cui sopra sfuma di nuovo nella tessitura più soffusa udita inizialmente. A un minuto e cinquantacinque un nuovo innesto del riffone, quindi una nuova parte "recitata" del singer e mastermind. Un breve arazzo strumentale porta quindi ad un solo guitar pregno di emotività, capace grazie alla sua carica comunicativa di far brillare ulteriormente il brano. Verso i tre minuti e trentacinque ancora un recupero del main riff, in alternanza, come sopra, con una parte più sfumata ed evanescente. Ancora una volta siamo al cospetto di un brano che definire ottimo è puro eufemismo, anche se paragonato con Gaia o Whatever That Hurts rischia quasi di sparire. Ma la qualità è innegabile, e non potrebbe essere altrimenti, dato che come specificato in precedenza, in questo disco non troviamo niente di meno che brani di un livello superiore.

Kaleidoscope

Il settimo brano "Kaleidoscope" (Caleidoscopio) è un nuovo intermezzo strumentale, come sempre di grande effetto. Completamente distante dalle modalità oscure e terrificanti di 25th Floor, il pezzo in questione si sviluppa su atmosfere estremamente dilatate. Poche note di chitarra, tristi, malinconiche, vengono reiterate più e più volte, mentre sullo sfondo si ode una pioggia battente. Non sarebbe azzardato collocare un pezzo del genere in territori affini all'ambient, e in effetti mi sento di azzardare tale paragone. Quanto si respira è un senso di mestizia, di solitudine che attecchisce immediatamente nel cuore dell'ascoltatore, il quale si ritrova trascinato in paesaggi autunnali screziati di grigio e di ocra. Un intermezzo molto semplice - ridotto all'osso direi - ma che trova nella semplicità la sua massima efficacia.

Do You Dream of me?

"Do You Dream of me?" (Mi Sogni?) nella sua incredibile poesia ci presenta un testo tutto sommato abbastanza semplice, ma non semplicistico, dato che la raffinatezza di cui si compone denota un preziosismo lirico ormai assodato come peculiarità dei nostri. Il testo presenta due figure: una delle due è etichettabile come il protagonista, che veglia attentamente su una seconda figura dormiente (si evince sia una donna, possibilmente la sua amata), in attesa che questa si risvegli. Il protagonista si lascia andare a pensieri (l'altra figura, essendo stretta tra le braccia di Morfeo, non può certo sentire un vero monologo del protagonista, quindi immaginiamo che questo stia pensando più che parlare) in cui "dice" di attendere il momento in cui questa si desterà dal suo sonno, e lui sarà li ad aspettarla. Il risveglio viene espresso metaforicamente come una discesa, e lui, in attesa, si assicura che questo avvenga in maniera lieve. Il protagonista quindi afferma che potrebbe entrare nei suoi sogni, avrebbe la forza e le capacità per varcare tale soglia, ma quel che si limita a fare è rimanere al suo fianco sussurrandole dolci parole sperando che questa le senta. Testo meno visionario rispetto ad altri, comunque non manca di accennare una vena surreale, considerando che se quanto proferito fosse vero ("Ho la forza di cui ho bisogno/ Per irrompere nei tuoi sogni") più che di un essere umano normale, dell'amante quindi della donna sopita, potremmo tranquillamente parlare di una sorta di Psicopompo, di Oniro o dello stesso Morfeo. Ma i simbolismi sono sempre dietro l'angolo, e potremmo tranquillamente pensare che il protagonista si reputi solo capace di entrare nei suoi sogni, anche se questo non è possibile in alcun modo. Passando al piano prettamente musicale il brano sembra mantenersi sui livelli di tranquillità abbozzati dal precedente intermezzo strumentale - che potrebbe anche essere considerato una sorta di introduzione al pezzo in questione - e infatti sono poche le "impennate" energiche che potrebbero anche stavolta farci etichettare questa "Do You Dream Of Me" come un brano strettamente metal. Il pezzo infatti gira tutto attorno a pochi accordi, carezzati dalla voce soave di Edlund, senza particolari variazioni sino a circa i tre minuti e venti, quando una parte strumentale dall'andamento diciamo "epico" trasporta il brano - e l'ascoltatore - verso lidi immaginifici. Un frangente retto dagli intarsi di una chitarra classica e da un tamburellare di batteria che assume connotati a dir poco "esotici". E tanto basta per creare una grande atmosfera in un contesto sino a questo momento adagiato in un clima mesto e crepuscolare. Ennesimo capolavoro sostenuto sul più ampio concetto di "psichedelia", considerato l'impatto lisergico capace di obnubilare la mente dell'ascoltatore.

Planets

Il nono brano "Planets" (Pianeti) risulta essere l'intermezzo strumentale più lungo dell'album dato che supera i tre minuti e dieci. Anche stavolta si gioca sulle atmosfere: dopo un inizio in odor di krautrock (ma senza che questo genere venga veramente scomodato), con tessiture di chitarra distanti e dal gusto effettivamente "spaziale" (non a caso il pezzo titola "Planets") si entra in un pattern evanescente e soave, che a tutti gli effetti si articola su connotati ambient. E' la tastiera a ricamare sfumature nebulose, e il tutto assume un gusto impalpabile e algido. In breve l'ascoltatore viene sospinto in un agglomerato di emanazioni siderali che lo traghettano verso un regno di pura beatitudine, tratteggiato su sfumature difficilmente comprensibili per la mente umana.

A Pocket Size Sun

Il decimo e ultimo brano "A Pocket Size Sun" (Un Sole Tascabile) si mantiene, a livello testuale. sulle direttive surreali della maggior parte dei brani: il protagonista si avvicina ad una figura femminile (così vicino, si legge, "che è quasi uscito da suo guscio"), una "visione di colore rosa", la quale gli vende un sole tascabile. Lei sembra essere di una purezza immacolata, il suo sorriso è innocente. I due si sfiorano, si toccano, scocca l'amore. Lei lo delizia con una ninna nanna e lui accenna un canto Senoi (un popolo indigeno della Malesia, chiamato anche Popolo Dei Sogni). Poi il sole tascabile aumenta la sua luce, lo acceca, e lui finisce sepolto dalla sabbia (ergo si suppone si possa trovare in un deserto o in una spiaggia, oppure - e propenderei per questa ipotesi - anche la sabbia è parte di una sorta di visione), mentre i suoi ricordi svaniscono. Il sole portatile finisce a terra, anch'esso sepolto dalla sabbia, e lui inizia a cercarlo, ma quel che trova sono due conchiglie. Allora le mette vicino alle orecchie ed inizia a sentire il rumore delle campane aldilà dei sette mari. Testo più lungo dei precedenti, ci presenta uno spaccato immaginifico di rara intensità: surreale ed emotivo, ci da modo di viaggiare in un mondo allucinatorio sublime, in cui fanno capolino soli portatili, spiaggie aldilà del mondo e donne immacolate, portatrici del più puro concetto di amore. Un brano che trasmette sensazioni che hanno davvero ben poco di immanente, perfettamente in linea con le musiche fantastiche e immaginifiche concepite dal gruppo. Passando alla parte strettamente musicale stavolta abbiamo un introduzione "misteriosa", capace di creare un'atmosfera di sottile inquietudine, che in breve introduce la voce di Edlund, spenta e malinconica. Quasi subito si sfocia in un frangente dominato dalla più immacolata tranquillità e a supportare la voce del singer sono solo poche note di piano. Superato abbondantemente il minuto lo sfondo si vivacizza moderatamente grazie all'inserimento della batteria (dosatissima, usata davvero in maniera parsimoniosa) mentre una voce femminile si intrufola delicatamente a fare da contraltare al recitato di Edlund. Quindi le voci sfumano e si ha una parte strumentale fioca, evanescente, in linea col contesto generale. Oltrepassati ampiamente i due minuti la parte strumentale sfuma nel silenzio, rotto nuovamente dalle stringatissime note di piano e dalla voce del mastermind. A due minuti e quarantacinque si reinserisce la batteria, sempre incredibilmente dosata, a scandire tempi lentissimi. Quindi un ritorno della voce femminile e una nuova parte rigorosamente strumentale. Ancora un riutilizzo delle note smunte di piano addizionate alla voce deprimente del singer, precedono un nuovo inserimento di parchi rintocchi batteristici. Prima dei cinque minuti e cinquanta si ha qualche "variazione", grazie all'uso di tempi più marziali della batteria, che vengono sovrapposti ad un tappeto distante di synth, destinato gradualmente ad aumentare d'intensità. Pian piano si scivola in una parte vagamente "free form", dove note viaggiano liberamente intrecciandosi senza soluzione di continuità.Insomma, avrete capito che le variazioni non sono eccessive (salvo nell'immaginifica parte finale), e tutto segue bene o male schemi "statici" senza grandi voli pindarici, ma ancora una volta, nella sua semplicità il pezzo, dotato di una verve psichedelica non comune, riesce a trasportarci facilmente in mondi e dimensioni a noi sconosciute. E non potrebbe essere altrimenti, tutto considerato che il brano segue musicalmente un testo dai connotati onirici e surreali, sublimando e magnificando certi stati di percezione.

Conclusioni

Il qui presente disco, ormai lo abbiamo capito - se già non si sapeva - è un capolavoro. E non bastano le sin troppo modeste parole del sottoscritto per dare un'idea della grandezza di un simile mastodonte. Si, certo, ho cercato sia nella parte introduttiva che nell'analisi traccia per traccia di dare un'idea della sua innegabile perfezione, sia attraverso un'idea d'insieme che scandagliando ogni sfumatura di ogni singola perla incasellata in questo prezioso diadema sonoro. Ma in realtà il disco andrebbe ascoltato, goduto, vissuto, dato che solo in questa maniera si può capire quanto sia grande, quanto sia capace di trasmettere sensazioni, di calarci in realtà a noi sconosciute, realtà celate al nostro intelletto e che solo con questa chiave psicotropa possiamo rivelare. Sembrano parole altisonanti, sembra quasi che si esageri per regalare a un normale capolavoro un surplus di grandeur atto a magnificarlo più del dovuto. Ma non è così, e basta mettere il disco nel lettore, e far partire play per captare le sue sottili vibrazioni, la sua magia, quel "qualcosa" che possiamo trovare solo nei più grandi esempi di musica. Per arrivare a una tale, matura espressione musicale ai nostri sono bastati tre dischi (Sumerian Cry, Astral Sleep e Clouds) il che non è nemmeno molto considerando che sono in tanti a ricercare per una vita la perfezione e non vi arrivano neanche dopo infiniti tentativi. Ai nostri invece è bastato davvero poco, e nell'arco di circa cinque anni dalla loro formazione, hanno saputo quadrare il cerchio in maniera magistrale, dando in pasto all'ascoltatore un disco privo di punti deboli, dove ogni cosa è articolata in maniera pressochè perfetta. Anzi, divina. L'ispirazione qui è ai massimi livelli e bisogna render merito a Edlund e soci di aver saputo tirar fuori un prodotto di innegabile caratura, in cui le varie trame musicali, pur non sfoggiando una manieristica ricercatezza, sanno giungere al punto colpendo al cuore come la lama di una baionetta. Impossibile tacere di tanti elementi che contribuiscono alla riuscita di questo disco: dall'ugola duttile del singer e mastermind alla indubbia capacità dei vari strumentisti. Passando per una parte testuale che ruotando inderogabilmente attorno a trame di natura visionaria e surrealista riesce a traghettare l'ascoltatore in realtà allucinate e lisergiche, che poco hanno a che vedere con la concretezza del mondo materiale: magari il punto di partenza può essere talvolta quello della realtà cosciente ma subentrano sempre dati che ci riportano a "fantasie" disconnesse dal nostro piano materiale. Si veda "Do You Dream Of Me" e i suoi sottesi bizzarri (il protagonista "aspetta la discesa" della sua amata - metafora possibilmente del suo risveglio - dicendo di essere pronto ad afferrarla quando cadrà, e afferma di avere la capacità di entrare nei suoi sogni, anche se la cosa non viene messa in atto) o "Gaia" e le sue strane metafore di stampo naturalista (magari certi atti esplicitati nel brano sono solo ritualistici, per cercare di alleviare il mondo dalle sue piaghe, ma il tutto assume connotati vagamente onirici, e anche la "visione" della terra che muore sembra più un allucinazione dovuta a delirio, a uno stato confusionale acuto). Quindi, parlando di ispirazione, questa è ravvisabile oltre che nelle trame sonore anche nell'uso di liriche vincenti, funzionali nella loro non-linearità, e che anzi sarebbero state banalizzate nel caso fosse mancata una certa componente bizzarra. Ma oltre al "contenuto" del disco, anche la sua presentazione risulta azzeccatissima: naturalmente parlo della cover art, stupenda ed elegante, virata su toni rossicci e gialli, nella quale troneggia un florilegio di elementi totemici (alcuni dei quali presenti nel platter). E allora non mancano di fare bella mostra di se un sole, dei fiori, una farfalla. Tutti annegati in un atmosfera calda e solare. In generale potrebbe interessare sino a un certo punto che un disco abbia una bella copertina (ci sono capolavori adornati da copertine pietose: si prenda Hanging In The Balance dei Metal Church), e in effetti, riflettendoci, non che la bellezza di una cover incida in alcuna maniera con il contenuto di un album, ma quando il piatto servito risulta di indubbio pregio, anche una buona presentazione può regalare ulteriori punti. E dunque ragazzi, qui tutto funziona. Dovendo chiedere un'ulteriore analisi ai R.I.S. non potranno che confermare che non c'è una virgola fuori posto. E nonostante che per me è sempre molto divertente cercare il "neo", il pelo nell'uovo, qui non c'è davvero nulla da criticare. Bisogna solo inchinarsi di fronte a un capolavoro assoluto nella storia del metal, un vertice mai più raggiunto (forse solo sfiorato) dai grandissimi Tiamat.

1) Introduzione
2) Wildhoney
3) Whatever That Hurts
4) The Ar
5) The 25 Floor
6) Gaia
7) Visionaire
8) Kaleidoscope
9) Do You Dream of me?
10) Planets
11) A Pocket Size Sun
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