TIAMAT

Clouds

1992 - Century Media Records

A CURA DI
NIMA TAYEBIAN
19/02/2019
TEMPO DI LETTURA:
9,5

Introduzione

Metal. Un termine, corrispondente ad una precisa categoria musicale, che rimanda a specifiche caratteristiche: durezza, pesantezza, solidità; un genere che nella "compattezza" ha la sua precisa raison d'etre. Del resto pensi al "metal" e ti viene in mente l'omologo chimico, il metallo, che nell'immaginario comune incarna in toto le caratteristiche citate. In realtà quando si parla di metallo ci si riferisce a elementi chimici con proprietà ben più specifiche e non necessariamente ancorate a certi luoghi comuni di cui sopra: un metallo, non importa se sia "duro o meno", deve essere conduttore di calore, di elettricità, può essere attaccato dagli acidi e dalle basi, dal'acqua; sono soggetti a fusione se sottoposti a calore. Ma nell'immaginario collettivo, se si parla di metallo (come quando si parla della pietra) viene in mente qualcosa di solido e inattaccabile, duro, coriaceo. Indifferentemente se l'oro e l'alluminio sono malleabili o il mercurio e il copernicio sono liquidi. Pensi al metallo e pensi a qualcosa di inalterabile. Paradossalmente il termine metal, ad intendere il nostro genere musicale preferito, non è stato affibbiato per questo motivo: molti di voi, possibilmente la stragrande maggioranza saprà che è del critico Lester Bangs la paternità dell'epiteto in questione, il quale usò il termine "heavy metal music" per descrivere il sound sferragliante dei concerti dal vivo dei Blue Oyster Cult. E magari - ma non lo sappiamo con certezza - Bangs sarà stato influenzato da quella famosa parte del brano "Born To Be Wild" degli Steppenwolf che recita «I like smoke and lightning/heavy metal thunder/racin' with the wind», ossia «Mi piacciono il fumo e il lampo/il tuono di ferraglia/gareggiare con il vento» nel quale si fa ricorso - forse per la prima volta in ambiti musicali -  al termine heavy metal (il brano è del '68), presto affibbiato al primissimo e più puro, incontaminato genere del metal. Quindi tutto quel che ne è conseguito dovrebbe derivare da una "fantasia on the road" capace di infiammare la mente di critici musicali e/o giovani musicisti. Ergo il paragone con il metallo fatto nelle prime battute è contingente ma non inappropriato. Chiaramente i paragoni tra il metal e il metallo si sprecano. Parlavo prima dell'idea che la massa ha riguardo la sua inalterabilità, la sua incontaminatezza. Si pensa al metallo e viene in mente, che so, un blocco di ferro (la pagina italiana di Wikipedia, per inciso, ha usato proprio questo metallo come riferimento iconico a troneggiare in bella vista nella foto principale) ed esattamente come il blocco di ferro di cui sopra, il metal, alle sue origini, aveva ben poco di malleabile. Un genere "tutto d'un pezzo", poco incline a sperimentazioni, trasformismi, bizzarrie. A testimoniare ciò basterebbero i primi album degli Iron Maiden, Saxon, Samson, AngelWitch, Accept, Anvil. Gruppi granitici, duri e puri come il ferro di cui sopra. Ma il ferro, facendo un discorso concreto, non è un "metallo-simbolo", dato che in realtà, data la complessità della natura dei metalli, sarebbe difficile trovare metalli-tipo. Ogni metallo ha le sue proprietà, e tutti i metalli sono equiparabili. E in effetti, c'è, in ambito metal, chi ha scelto, alla staticitità del ferro, il maggior dinamismo del mercurio. Sempre di metallo si parla, ma con proprietà ben differenti. Senza entrare troppo nello specifico basti ricordare che il mercurio - nello specifico un "metallo di transizione" - è, al contrario di altri metalli, un cattivo conduttore di calore e un buon conduttore di elettricità, ma soprattutto è l'unico tra questi elementi (escludendo forse il copernicio, ma rimaniamo nel "forse" data la sua natura artificiale e ancora in fase di studio) ad essere liquido a temperatura ambiente. Tutto questo per dire, rimanendo ancorati alla mole di discorsi fatti in precedenza, che se un paragone tra metallo e metal ci può essere, alcuni hanno preferito seguire una via più simile a quella del mercurio, informe, mutevole, piuttosto che quella di un ferro "duro ad oltranza". I Celtic Frost ad esempio, portavoci all'epoca di qualcosa di nuovo e cangiante che aveva iniziato a ribollire nel calderone metal. Padri putativi di un nuovo modo di intendere il genere che poco aveva a che vedere con la rigidità true di chi faceva di una immutabile, ostentata durezza, il proprio cavallo di battaglia. Mi si obietterà che molti dei gruppi citati prima hanno via via smussato i loro angoli prendendo strade oblique rispetto al genere (gli ammiccamenti prog dei Maiden e gli inserimenti tastieristici, le parentesi melodiche dei Priest e dei Saxon), ma tali "sfumature" sono percepibili più come tentativi di maturazione stilistica o lievi sperimentazioni mai troppo ardite che trasformazioni eclatanti in qualcosa di "altro". Per i Celtic Frost il discorso è ben diverso, essendo un gruppo che progressivamente ha incorporato elementi eterogenei nel proprio sound sino a trasformarlo in un blob mutaforma e instabile. E questa strana bestia, questa chimera, non poteva che gettare le basi per un nuovo modo di intendere il metal, meno ancorato alla propria ragione di essere e più incline alla mutazione. Più mercurio che ferro. Tutto questo sarà preso a modello, più o meno direttamente da pletore di giovani musicisti pronti a dare nuova linfa vitale ad un genere che altrimenti avrebbe continuato ad auto-cannibalizzandosi fino a ridursi ad uno scheletro. Un gruppo facente parte di questa schiera potrebbe essere quello preso in esame oggi dal sottoscritto. Gli svedesi Tiamat. Un gruppo che esattamente come il mercurio, citato a più riprese, ha saputo plasmarsi e riplasmarsi, a onor del vero in maniera più continua dei Celtic Frost (più frammentari ma sicuramente più geniali) dato che l'evoluzione, per i nostri, è stata lineare, e li ha portati già nel giro di una decina di anni, a perdere molte delle scorie irruente tipiche di un certo stereotipo metal, a favore di sonorità più melliflue, suadenti, evanescenti. Partiti con il monicker Treblinka ed ancorati ad un sound black/death, i futuri Tiamat (in questo caso il leader maximo Johan Edlund e il bassista Jörgen Thullberg) presto abbandonano la loro prima creatura per mettere in piedi un nuovo progetto (inizialmente) di stampo death. Nel 1990 danno alle stampe il loro primo disco, "Sumerian Cry". L'anno dopo è il turno del secondo "The Astral Sleep". Evidenti sono anche le nuances doom atte ad arricchire le loro possenti partiture death. Ancora un anno dopo quello che, a parere di chi scrive, rappresenta uno degli apici della loro discografia, ossia "Clouds". Il disco preso in esame quest'oggi. Più maturo del precedente disco, più ruvido rispetto al successivo, goticheggiante (capo)lavoro, il platter qui presente è un elemento dotato di un equilibrio perfetto all'interno della discografia dei nostri. Qui la componente strettamente death viene superata a favore di sonorità più inclini al gothic/doom, ma il passaggio tra il sound dei precedenti dischi e questo è scorrevole e indolore (anzi, addirittura parecchio apprezzato da molti fans dell'epoca) tanto da non darci l'idea di distanze abissali tra Astral Sleep e questo, ma solo di un'evoluzione naturale, una trasformazione biologica di una larva (altresì piena di fascino) in una stupenda farfalla. La volontà di questa farfalla di evolversi ulteriormente porterà la suddetta creatura ad una mutazione totale: un ulteriore ammorbidimento del sound, un passaggio da lidi gothic/doom a una sorta di gothic metal psichedelico prima, poi gothic metal con influenze elettroniche, quindi via via una diluizione nel genere gothic rock. Ma qui siamo ancora lontani da tutto questo. Quello proposto in questa sede è un sound compatto, deciso, possente, e al contempo suadente, capace di catturarci nelle sue spire come un ancestrale serpente incantatore per poi stritolarci nella sua morsa impietosa. Fanno capolino, a dire il vero in maniera abbastanza evidente, echi dei Celtic Frost, ravvisabili qua e la in molte tracce. Ma nonostante ciò emerge una notevole originalità in fase di composizione, tale da eludere quasiasi sensazione di déjà-vu (scusate, meglio "déjà-entendu"). Dunque, lontani miglia da molti loro conterranei, i nostri usano il death come pretesto per avviarsi alla costruzione di architetture particolarissime e mai scontate. Perchè in molti trovano il giusto binomio tra il metal e la solidità del ferro, ma qualcuno, tipo i Tiamat, sembra prediligere un'altro metallo. Il mercurio. Fluido e riplasmabile. Come loro. Detto ciò, e avendo esaurito (per ora) quanto avevo da dire, direi di proseguire il nostro viaggio addentrandoci nella nostra consueta track-by-track. Pronti? Andiamo.

In A Dream

Si inizia molto bene con "In A Dream" (In Un Sogno), primo capolavoro del lotto, corredato da un testo incredibilmente immaginifico (le liriche sono uno dei pezzi forte dei Tiamat) e dal carattere introspettivo, considerando che si impernia sui pensieri e sulle considerazioni di un personaggio non meglio specificato, etichettabile come "il protagonista del brano". Questi vagheggia riguardo un suo sogno, molto poetico, in cui scala le nuvole toccando il cielo. Poi si rivolge ad una donna, che non fatichiamo ad identificare come la sua amata. Lui vorrebbe trascinarla nel suo mondo, fatto di dolore, sofferenza e sangue, un mondo reale e ben distante dalla poesia delle sue fantasticherie oniriche. Emerge una totale dicotomia tra la realtà, decisamente dura, prosaica, difficile e il mondo poetico, puro dei suoi sogni. In questa realtà immaginata lui tocca il paradiso, prima di precipitare nel mondo della veglia, fatto di tenebre e oscurità. La notte si apre verso un mondo di sogni e di incubi. In tutto questo, ad emergere in questo binomio sonno/veglia, vi è un terzo elemento, l'amore, definito come non puro ma macchiato di sangue. Passando alla parte musicale, notiamo nei primissimi secondi, a fare capolino in maniera molto circospetta, un'introduzione alla chitarra parecchio malinconica ed evocativa. Questa si estingue ben presto, portandoci nel giro di una quarantina di secondi in seno alla struttura principale, inaugurata da un roboante guitar work che presto defluisce in una parte possente e maestosa. Il brano si assesta su tempi pachidermici, trainato da un guitar work potente, una batteria mai troppo invasiva e la voce di Edlund parecchio cupa ma mai tanto da sfiorare il growl. Le coordinate seguite sono quelle di un granitico doom solo vagamente screziato da un retrogusto gotico. Ma comunque di doom si parla: un brano cadenzato dal portamento altero, capace di essere terribilmente suadente. Il brano prosegue così la sua marcia a tempi cadenzati, senza particolari scossoni sino ai quattro minuti e trentacinque, quando vi è una repentina accelerazione che sconquassa tale architettura ormai assestata su tempi possenti: quasi una ventata di aria fresca a farsi strada tra i miasmi di una catacomba. Oltrepassati ampiamente i cinque minuti il brano si riassesta sul suo classico mood, pesante, decadente, rallentato, trascinandosi spento verso la fine.

Clouds

Si continua con la title track "Clouds" (Nuvole), brano che lascia da parte gli spaccati onirici del pezzo precedente per addentrarsi verso argomentazioni ben differenti: viene presentata una figura, che può essere interpretata come un profeta o un elemento sovrannaturale. Un novello "messia", dati certi ragionamenti e discorsi forti anche di una indiscutibile verità. Il personaggio in questione esordisce dicendo che compiendo quello che agli occhi del "popolino" potrebbe essere interpretato come un miracolo, anche lui - esattamente come Cristo - sarebbe ricordato come una figura da adorare. Il discorso assume una componente "cristologica" (chi è effettivamente il Cristo e perchè viene adorato?) nel quale, un semplice assunto, potrebbe smontare millenni di (false?) credenze. Ma la figura "messianica" è qui per far riflettere, per aprire le menti dei novelli adepti. Trattasi di elemento messianico, come specificato, ma non vi è alcuna identità percepibile tra lui e il concetto di bene. Potrebbe essere tranquillamente una figura "antagonista". Nello specifico è labile il confine tra un novello Cristo e un nuovo Anticristo. Dove, dati certi discorsi fatti, è decisamente labile il confine tra bene e male. Certe cose dette rimandano infatti più a elementi del satanismo Laveyano (o razionalista, o ateo) ma anche possibilmente a quello gnostico. Il Dio che il credente cerca non è trascendente, ma immanente. E' dentro ognuno di noi, e lo si trova solo per gradi, attraverso un percorso specifico. Questo effettivamente ha poco a che spartire con la classica dottrina cristiana (e in generale con quelle monoteiste, anche nel satanismo "non ateo/razionalista": il satanismo occultista ad esempio venera un suo preciso Dio - Satana - che non è un'entità filosofica). Stavolta, a livello musicale, i ritmi sembrano farsi più dinamici, staccandosi di netto dal clima di processione del primo pezzo. L'introduzione è affidata a un guitar work deciso, ben sorretto da un funzionale gioco di batteria, che in breve si stempera in quella che sarà la main-structure: un'architettura possente articolata su tempi medi, capace di smarcarsi dalla tetra ossessività del primo brano. Anche al subentrare della voce la struttura musicale non si discosta eccessivamente da quanto ascoltato nelle prime battute. Si rimane infatti su tempi quantomeno dinamici e "arrembanti" (da usare con cautela, tale termine, dato che qualsiasi impennata in velocità è bandita), solo arricchiti dalla voce cupa ed espressiva di Edlund. Si evidenziano stavolta caratteri generali più consoni al gothic che al doom, anche se a dire il vero, si rimane in una terra di confine ove qualsiasi linea di demarcazione risulta sfumata. A fare bella mostra di se un ottimo solo guitar verso il minuto e venti, un gradevolissimo agghindamento capace di rendere il tutto ancor più godereccio; quindi una parte più evanescente e misteriosa venti secondi dopo, prima di ricominciare sulle stesse linee dettate in precedenza.

Smell Of Incense

La terza track, "Smell Of Incense" (Odore D'Incenso) si allontana dalle elucubrazioni cristologiche del precedente brano per offrirci una serie di poetici vagheggiamenti sulla morte. Protagonista del brano è un uomo prossimo al trapasso, che si lascia carezzare dall'odore dei fiori, dell'incenso, che si perde in riflessioni sul suo imminente distacco dalla vita terrena. L'aldilà è naturalmente percepito come un mistero, ma nonostante ciò questi, chiudendo gli occhi, ha una visione ottimistica, priva di terrore riguardo al mondo ultraterreno. Per quest'uomo la morte non porta alla fine, non è un tetro sipario steso a decretare il buio finale. Si percepisce serenità dai suoi pensieri, e già la sua immaginazione lo porta in alto, lontano, tra le nuvole, dove "volano le aquile". Una visione tipica di un credente, dato che possibilmente un ateo rigetterebbe qualsiasi concetto di aldilà. Vi è speranza, la speranza tipica di chi crede, di chi ha in cuor suo la cognizione che la morte è solo un nuovo inizio. Un brano che gira attorno al concetto di morte, non terrificante ma carezzevole, bella, suadente, poetica. Una visione darkeggiante che da lustro all'ultimo, definitivo viaggio. Arrivando alla parte musicale, stavolta ci troviamo di fronte ad un brano la cui componente à la Celtic Frost è abbastanza palese. E non solo per il "death grunt" (l'UH, per inciso tipico di Tom G. Warrior) piazzato nei primi secondi, ma per il modo di strutturare il brano, l'uso di certi riff che si caricano di reminiscenze "frostiane", insomma, per differenti fattori. Il brano inizia relativamente veloce - già dal guitar work iniziale il paragone con la celebre band svizzera potrebbe starci - per poi rallentare in breve la sua corsa e infilarci in un frangente sorretto da un riff Celtic Frost sino al midollo in cui troneggia come sempre la voce acre di Edlund. Persino la piega che prende il riff verso i quaranta secondi non può che ricordare la già citata band, a dimostrazione di come nei confronti di Warrior e della sua creatura, da parte del leader dei Tiamat ci sia effettivamente ammirazione. Se il brano in questione avesse avuto un vocalist-clone di Tom Fisher (il vero nome del leade dei CF) ora avremmo avuto un pezzo-tributo. Ma sarebbe indegno da parte mia etichettarlo solo come un pezzo debitore di quella specifica band, dato che comunque non ci si svincola affatto dal classico mood di ogni altro pezzo del disco, e nonostante i rimandi, si può tranquillamente asserire che anche questo pezzo - tra l'altro uno dei miei preferiti - ha una personalità, una sua raison d'etre salda ed inattaccabile. Il proseguo, oltrepassati i cinquanta secondi, è di nuovo in corsa, con una batteria martellante e un riffing efficace e granitico. Quindi un nuovo riassestamento su tempi medi una quindicina di secondi dopo, e un brevissimo, serpeggiante inserimento chitarristico verso il minuto e trenta, che ci riporta ancora su ritmi possenti à la CF. Un pezzo  strutturato su un sali-scendi musicale/emotivo, pregno di cambi di tempo e d'umore, capace di catturare sin dal primissimo ascolto,


A Caress Of Stars

Si continua con la quarta track "A Caress Of Stars" (Una Carezza Di Stelle), brano imperniato su spaccati poetici variamente interpretabili. Qui le parole, i vari elementi messi in campo sembrano brillare come visioni intermittenti non legate saldamente da un filo comune. A ergersi è il potere poetico di ogni passaggio, di ogni verso, dove le parole usate sembrano essere più importanti del senso comune e generale di una narrazione continua e lineare. In effetti è dificile, qui, parlare di narrazione lineare. Non ce n'è. Ma come già detto è possibile, data la natura interpretabilissima del testo, tentare una possibile esegesi. Abbiamo qui, come protagonista un uomo, non ben definito. Quest'uomo ha dei presagi di morte: la vede come visione all'orizzonte, all'alba, quando i raggi del sole si stendono sul mare. Riflette sul senso della vita e sulla memoria dei suoi cari, qualcuno di questi ricorderai mai il suo nome? Il suo corpo si annienterà inghiottito dall'universo? La vita del mortale è come la scia luminosa di una stella, che brucia per un breve periodo e poi si spegne nel nulla. Il brano, musicalmente parlando, ha una struttura ben più soffusa, trasognata ed evocativa rispetto ai suoi predecessori, un pezzo che vive di atmosfere, in cui la velocità è praticamente bandita. Le differenze sono palesi anche con il primo brano, sino ad ora insieme a questo, il più lento del lotto, considerando il mood più cadenzato del brano di apertura rispetto a questo. Stavolta ci si trascina spenti, i colori autunnali si stemperano in grigi foschi. Questa torva ragnatela intessuta con i fili della depressione e della più decadente mestizia sembra completamente impermeabile ad ogni più sottile barlume di luce solare. Una cappa caliginosa che ci stordisce ma ci ammalia, un diorama di fuochi fatui talmente fiochi da non essere quasi percepiti. Ed è la lentezza a dominare per tutto il brano, una lentezza non asfissiante ma avvolgente, ben dominata dalle chitarre, capaci di articolare riff davvero coinvolgenti e tristi.

The Sleeping Beauty

Il proseguo è affidato a "The Sleeping Beauty" (La Bella Addormentata), brano che esattamente come i due precedenti accarezza nelle liriche caratteri introspettivi e "mortuari". Stavolta protagonisti della vicenda sono un uomo e sua moglie. La seconda si trova in uno stato comatoso, incosciente. La metafora della bella addormentata suggerita dal titolo riguarda proprio lei, ma non vi sono malefici, incantesimi da spezzare, niente di tutto ciò. Non basta il bacio di un principe per svegliarla dal suo eterno torpore. Il suo è un sonno interminabile, senza sogni. Scuro come la pece. E di fiabesco ha ben poco. Il marito, effettivo protagonista di tutta la vicenda, non può fare altro che rimirarla e logorarsi nel suo dolore. Accarezzare idee di suicidio. Stringersi ad una bottiglia e considerare l'alcool l'unico momentaneo sollievo in attesa della propria morte. Il dolore è lancinante, sa che la sua amata non si sveglierà mai, ma nonostante ciò il suo pensiero, magari di quando era ancora cosciente, ferma "l'emorralgia della sua anima". Placa insomma, come un blando antidolorifico, un dolore sempre più insopportabile, anche se solo per pochi istanti. Il tempo di qualche sparuto pensiero. Di qualche fantasia in cui lei è ancora padrona del suo corpo e della sua mente e lui può dominare e non essere schiavo della propria vita. Musicalmente, stavolta si inizia con una chitarra appena pizzicata a cui fa da contraltare un possente guitar work unito a rintocchi decisi di batteria. Così sino al ventesimo secondo, quando ci si incasella in una potente struttura giostrata su tempi medi, trainata da un riffing granitico ma catchy, di reminiscenza doom. Verso i cinquanta secondi subentra anche la voce, incasellandosi in un'architettura sonora ora misteriosa e sensuale, in cui emergono tetri aloni tastieristici ad incrementare un aura brumosa, notturna. Verso il cinquantesimo secondo la voce si fa stentorea, arcigna, e ad ogni verso declamato emergono contrappunti di batteria. Al minuto e venti inaspettatamente un'accelerazione sconquassa la texture, sino a questo momento massiccia e priva di ghiribizzi. Una parte iper-cinetica che non ci si aspetterebbe, lasciando letteralmente a bocca aperta essendo assolutamente imprevista. Anche questo, inutile ribadirlo, fa parte del bagaglio dei Celtic Frost, bravi ad inserire accelerazioni ad arte in tessuti spesso e volentieri "pachidermici". Ma il tutto dura poco, dato che nel giro di poco ci si rincanala nella struttura principale, ancora una volta possente ed impenetrabile. L'andamento si mantiene cadenzato, talvolta adornato dalla tastiera, e comunque corredato da vocals spesso più declamate che cantate: il tutto concorre a conferire un'aura solenne e maestosa al brano. A due minuti e trenta inoltrati il tutto sfuma in una parte più ariosa ed evanescente, misteriosa, in cui la "solennità" di cui sopra cede il passo a una texture più sfuggevole, smarcandosi dall'andamento possente fino ad ora udito. Questo passaggio comunque non è destinato a durare eccessivamente, considerando che nell'arco di non molto si ritorna in seno alla tessitura principale. Ancora pomposa, sorretta da quel gusto doom e irrorato da effluvi gotici, capaci, nella loro unione, di colpirci ed ammaliarci, data la loro unione in maniera così equilibrata.

Forever Burning Flames

La sesta track "Forever Burning Flames" (Le fiamme che bruciano per sempre) si sofferma ancora una volta su tematiche sepolcrali. Ci viene presentato un personaggio ormai morto, in procinto di essere svuotato dai propri organi, in quella che sembrerebbe una funzione ritualistica, simile a quelle praticate nell'antico Egitto. Ma essendo scarsi i dati a nostra disposizione si potrebbe trattare anche di una normale autopsia. Fatto sta che l'uomo, ancora padrone della propria coscienza, si perde in pensieri e voli pindarici sulla morte, sul luogo di sepoltura, sull'aldilà. E immagina il suo corpo risucchiato dal fiume Lete, il fiume dell'oblio. Si materializzano i simulacri di corpi martoriati dai vermi, le anime sue compagne nell'oltretomba consunte dalle fiamme, e queste stesse fiamme consumare anche lui. Quella che sembra essere una sua visione in realtà potrebbe corrispondere al vero: il suo corpo è stato bruciato e le sue ceneri cosparse intorno ad un cenotafio. Realtà e fantasia si mescolano negli ultimi barlumi di coscienza di un anima che presto sarà risucchiata dal nulla. E nessuno, ne i suoi parenti, ne i suoi amici, ne chi ha amato, si ricorderà più di lui. Fondamentalmente il triste destino di tutti noi viventi, destinati ad amare, a sognare, compiere le nostre azioni quotidiane fino al giorno in cui i nostri occhi si chiuderanno per sempre, e nonostante il dolore iniziale di chi ci ha conosciuto, quel che resta alfine è solo l'oblio. Poche foto sbiadite, un diario ormai sciupato e dimenticato dal tempo, lacrime da tempo asciugate. E un mondo che va avanti senza di noi, senza ricordarsi del nostro passaggio. Un'apparato testuale, questo, che va - come del resto è capitato in tutti i brani sino ad ora - a braccetto perfettamente con la parte musicale, ancora parecchio consona a fungere da soundtrack alle visioni cupe e funeree di Edlund & co. Stavolta si inizia con un guitar work spento, alienato, atonale, sorretto da una batteria decisamente funzionale. Ben presto il brano si assesta su una struttura altrettanto cupa, alimentata da un riffing funereo, capace di conferire al brano toni bituminosi e claustrofobici. Il subentrare della voce - al solito scura come la pece - coincide con l'inserimento di intarsi tastieristici che donano al brano un sapore particolarmente gotico. La batteria scandisce, nel mentre, rintocchi dosati adeguandosi al pattern funebre di cui sopra. Un guitar work granitico spezza l'andamento del brano, per poi spegnersi e lasciarci di nuovo in balia del pattern principale, cupo ed ossessivo, al solito agghindato da evocativi ricami di tastiera. Verso il minuto e cinquanta, un nuovo granitico giro di chitarra lascia presto spazio ad una decisa accelerazione, possente ed incontenibile, addobbata dagli ululati licantropici di Edlund. Decelerazione verso i due minuti, che ci riporta in seno alla main-structure, poderosa e catacombale. Quanto segue ricalca schemi già usati in precedenza (tappeto tastieristico e voce impostata su registri tetri, guitar work granitico a spezzare), fino ad una nuova accelerazione verso i tre minuti e trenta.

The Scapegoat

"The Scapegoat" (Il capro espiatorio), settima track del lotto, si allontana bruscamente dalle compiaciute contemplazioni sulla morte per portarci al cospetto di un testo aspro e provocatorio. Il protagonista del brano si sfoga con parole di fuoco nei confronti di chi lo circonda: personaggi falsi, bugiardi, che si crogiolano nelle loro meschinità giornaliere e borghesi. Il male è intorno a lui, nella ipocrisia del quotidiano. Un uomo forse preso di mira per le sue convinzioni poco allineate, per il suo pensiero "differente". Il suo credo non convenzionale. Un uomo che, si, forse - da quanto afferma, comunque in preda ad esplosioni di ira - adora il Diavolo. Ma è forse veramente lui l'elemento malvagio? Dal modo con cui questi si esprime si potrebbe intuire che il personaggio è al limite dell'esasperazione, magari finito sotto una allegorica gogna per un modo di pensare che al popolino benpensante non aggrada. E questi, come si evince dal testo, finisce per diventare una sorta di "capro espiatorio" su cui puntare il dito e dire "ecco, è lui il male". Come sottolineato in precedenza si evince un qualcosa di provocatorio in questo modo di fare - l'uomo che sbandiera in piazza la sua natura - quasi a ribellarsi a una società sempre pronta a condannare, a creare "mostri" senza rendersi conto che a questo mondo ogni persona, anche la più santa, ha il suo scheletro nell'armadio. Ma "Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso?" (dal Vangelo Secondo Luca) e, per citarne un'altra - che con un testo il cui protagonista dichiara il suo amore per Satana ci sta benissimo - "Perché guardi la pagliuzza che è nell'occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio?" (ibidem). Ci si aspetterebbe che un brano simile, composto stavolta da liriche particolarmente aspre, sia corredato da un apparato musicale altrettanto rude. Ma è così solo in parte. Dopo un inizio roboante, sulla scorta di un guitar work arcigno e sostenuto, ci si immerge ancora una volta in una tessitura sonora cupa, spenta, forgiata su un lavoro di chitarra cauto e una batteria non invasiva, adeguata al contesto. Persino quando, al cinquantesimo secondo, si decide una moderata impennata nei tempi, si ha a che fare con un passaggio parecchio melodico, lontano dalle asperità del testo. Un passaggio abbastanza catchy, godereccio, in cui incredibilmente sembra filtrare della luce in tutto il buio a cui ci eravamo ormai abituati. La luce di Lucifero? Forse. Ma comunque tale parte sa "brillare" e non spegnersi in un nuovo pantano di solenne depressione, che può essere particolarmente godereccia, ma ispira sempre sentimenti di auto-annichilimento, decadimento, morte. Quindi una parte dai colori meno autunnali, non allegra, per carità, ma accesa di timide colorazioni, forse pastello. Al minuto e venti ancora un guitar work aspro e roboante, con una batteria martellante, che ci riportano ad un passaggio "rallentato" e decadente, in cui troneggia la voce rassegnata del mastermind dei Tiamat. Quindi ancora un "passaggio melodico", che ci porta dunque verso una parte massiccia, "doomeggiante". Accelerazione a metà del terzo minuto, quindi un passagio strumentale, breve e dimesso, che ci riporta alla struttura di base: mesta in un primo momento, dinamica e catchy subito dopo.

Undressed

Concludiamo con la ottava traccia "Undressed" (Svestito), in cui la natura provocatoria del precedente brano lascia spazio ad un pezzo dalla natura ancora una volta intimistica. Abbiamo un protagonista principale, dai cui ricordi affiorano le immagini di una ragazza che non fatichiamo ad identificare con la sua amata. A seguito di un fatto non meglio precisato il nostro protagonista si taglia le vene (quanto succede è lasciato all'interpretazione: la donna, come riferito, "apre la bocca" a proferir qualcosa di doloroso per il suo uomo. Magari l'intenzione di lasciarlo, o la confessione di un tradimento. Difficile saperlo). A seguito di ciò veniamo a conoscenza di come lui sia rinchiuso in una cella. Quel che viene in mente è una cella frigorifera. Lui è morto e sta ripensando a quanto è accaduto. E si sente ormai libero, ancora capace di sentire la voce del vento, di "comandare grandi aree", di sentirsi insomma, finalmente forte, capace di cose che non avrebbe mai immaginato nella sua vita. Sentire il sapore della libertà, avere la cognizione di non dover più soffrire. E essere ormai certi che quella donna, fonte di dispiaceri, non farà più parte del suo mondo. Ancora una volta l'apparato testuale è ben adagiato in un tessuto musicale totalmente in linea con quanto espresso dalle liriche. Infatti,  ci si trova nuovamente di fronte ad un pezzo decadente, rallentato, molto evocativo. La perfetta colonna sonora per questa storia di amore infranto e suicidio. L'intro si fa forza su un riffing spento, vacillante, arricchito da un inserimento di tastiera capace di incrementare una certa aura autunnale. Dopo non molto subentra la voce di Edlund, arcigna, sprezzante, cullata da un pattern sempre mesto, gestito su ritmi rallentati e stanchi. Il riffing insiste su un low tempo capace di evocare solo malinconia, e anche la batteria si limita a rintocchi lenti a rimarcare il clima funereo. Poche le variazioni, escludendo un bellissimo inserimento di chitarra classica oltrepassati i due minuti e quindici. La voce si assesta, ma solo in sparuti frangenti, su un mood declamatorio, che ben si alterna sull'impostazione vocale tetra e spenta qui usata maggiormente dal singer. Il resto è malinconia: un possente concentrato di malinconia che si trascina claudicando ed ammaliandoci per oltre sette minuti, arrivando alla fine ad un frangente molto particolare, che ci porta dapprima a sentire l'elettrocardiogramma - in fase di "appiattimento" - del protagonista quindi ad una picola parte strumentale soffusa ed evanescente. Ennesimo capolavoro dei nostri, che in questo platter non conoscono cedimenti, confermando anche in questo ultimo pezzo - che pone il sigillo all'album - la loro bravura nell'intessere pezzi capaci di colpirci ed ammaliarci.

Conclusioni

Cosa aggiungere dunque, in queste battute finali, che non abbia già detto o che non sia stato trattato da pletore di critici, giornalisti, recensori et similia? In realtà non molto, evitando di cadere nella retorica fine a se stessa. Il disco è tra i migliori dati alle stampe dai Tiamat, un gioiello senza tempo che qualsiasi amante della buona musica dovrebbe possedere e custodire gelosamente. Alcuni reputano il successivo Wildhoney migliore, altri si sbilanciano eleggendo A Deeper Kind Of Slumber come capolavoro assoluto. Ma in realtà è qui che si giunge all'equilibrio perfetto. Ed è proprio da qui che i nostri iniziano a mostrare tutta la loro autentica bravura, dopo un primo platter ancora ancorato a certi stilemi del death e un secondo in cui si iniziavano gradualmente certe minute trasformazioni (sul secondo già ci si muove su coordinate doom/death), e quanto giunge dopo non può che confermare questa bravura, evidenziando un progressivo cambio di pelle che farà dei Tiamat degli autentici "trasformisti" capaci di rinnovarsi disco dopo disco. Questo fino a Skeleton Skeletron, da qualcuno definito il primo passo falso, e che in realtà, a distanza di anni si lascia ascoltare con piacere. Sono pochi i gruppi che con autentica maestria hanno saputo gradualmente evolvere, trasformare il proprio sound cercando nuovi stimoli, nuove ispirazioni, lasciando che ogni album parlasse un linguaggio differente dal precedente, ma senza strafare: i già citati Celtic Frost ("nonostante" Cold Lake? No, anche questo disco si inserisce credibilmente nella loro volontà di sperimentare), i Death, i Carcass, i Coroner, i Voivod, Bathory. Ma mettiamoci anche gli Ulver, che pur avendo incredibilmente spiazzato i metallari di più stretta osservanza, hanno composto sempre musica di alto livello. Perchè i maestri sanno come osare, hanno quel quid di ispirazione che a tutti gli altri manca, e permette loro di plasmare la materia musicale a piacimento, talvolta creando generi/sottogeneri (Death, Bathory) oppure semplicemente dando modo alla propria musica di crescere. Come nel caso i dei Tiamat, che sino a prova contraria non hanno creato nulla, ma hanno "raffinato" il loro mood sino a derive meno "metalliche" e più "gotiche". Cosa che ha stimolato le battute di certi incauti critici che li hanno definiti, da un certo punto in poi "i Sister Of Mercy dei poveri", a torto. Non mi pare che gli Anathema di Alternative 4 siano i Radiohead o i Pink Floyd dei poveri. Se qualcuno attinge la propria ispirazione da un gruppo o da un'altro penso che non ci sia nulla di male. Non credo che sia un delitto lasciarsi fascinare/ispirare da altri che il titolo di "Maestri" lo hanno guadagnato ben prima. Infatti è anche attraverso lo studio di altri maestri che si trova il modo di evolvere e di raffinare la propria proposta, evitando di rimanere rinchiusi nella propria gabbia metallica. Così hanno fatto i Tiamat, gruppo che ha saputo guardarsi intorno, "attingere", lasciarsi ispirare. Ma sto (forse) divagando. Quello di cui ci importa, in questo momento, è il disco appena trattato. Del quale, come aggiunto a più riprese non si può che parlare bene, considerando la totale assenza di punti deboli. Non solo: oltre a non avere alcun tallone d'Achille il disco risulta una delle maggiori vette mai raggiunte dalla band, cosa già detta ma che mi piace ribadire anche per quelli del loggione. Musicalmente eccelso, sempre ispiratissimo nel comunicarci sentimenti di mestizia e decadenza. Abbellito ulteriormente da una voce, quella di Edlund, comunicativa come poche. Forte di otto tracce in cui le musiche fungono da perfetto sottofondo a delle liriche davvero incredibili. Pura poesia. Dalle poetiche fantasticherie del primo brano, alle visioni mortifere del brano di chiusura è un susseguirsi di testi particolarmente ispirati ed efficaci. Cosa che risulta uno dei punti forti di Edlund and co. sempre bravi a infarcire i loro brani di liriche mai banali. In questo disco poi, lo avrete notato (salvo piccoli divertissement tipo "The Scapegoat") girano sempre attorno ai concetti di malinconia, decadenza, morte. Si rimane dunque ancorati a tematiche ben specifiche, trattate con molta capacità. Quindi sia dal lato musicale, che quello lirico, ogni cosa funziona a meraviglia. Questo è quello che non esito a definire un capolavoro. E, se avete scoperto il gruppo solo ora, non esitate a procurarvi Clouds. Come punto di partenza per scoprire la band è perfetto. Il giusto disco per rendersi conto della grandezza dei Tiamat.

1) Introduzione
2) In A Dream
3) Clouds
4) Smell Of Incense
5) A Caress Of Stars
6) The Sleeping Beauty
7) Forever Burning Flames
8) The Scapegoat
9) Undressed