THROXIC

Rise the Revolution

2015 - Unsigned

A CURA DI
DAVIDE CILLO
29/06/2015
TEMPO DI LETTURA:
7

Recensione

Il nostro viaggio attraverso il mondo del Thrash Metal prosegue oggi passando per una band underground, indipendente e appassionata, di nome Throxic. Questi ragazzi stracolmi di attitudine si presentano con tanta coerenza, tanti fatti e poche (pochissime) parole: premesso che è impossibile trovare una loro biografia in rete, i nostri sono sprovvisti di una pagina facebook per il loro gruppo (se non una di contatto) e hanno stampato 40 copie del loro album in tutto il mondo. Se percepite già il profumo di underground e di passione nell'aria, allora significa che possiamo proseguire nel parlarvi di questo lavoro. I nostri ragazzi provengono dal freddo Cile meridionale, più precisamente dalla città di Punta Arenas, 130.000 abitanti e capitale dell'Antartide Cilena, dove il freddo imperversa 365 giorni l'anno e in una condizione dove durante l'inverno le temperature superano di gran lunga il sottozero. Il clima oceanico ha fatto guadagnare a Punta Arenas la reputazione di essere una delle città più ventose al mondo, con raffiche di vento che non di rado superano addirittura i 100 km/h. Ciò significa che, per poter permettere ai cittadini di camminare per strada, le autorità hanno installato diverse corde per aiutare la marcia dei pedoni: pensate voi!  L'anno scorso, in questo ghiacciato paese, tre ragazzi e una ragazza hanno deciso di imbracciare gli strumenti e dedicarsi a quella che è la loro grande passione, ovvero la musica Thrash Metal, tant'è che oggi ci ritroviamo con felicità ed entusiasmo a parlare di loro. E' importante capire però il contesto, prima di descrivere il lato strettamente più musicale: qui non ci ritroviamo al centro del mondo, dove è possibile scegliere dove registrare l'album fra tanti dei più grandi studi di produzione, né ci troviamo in un paese dall'economia forte e al centro dell'attenzione mediatica e quindi anche musicale. E' proprio in queste piccole realtà che noi abbiamo molto spesso ritrovato musica di grandissima qualità, come è ad esempio stato per i cinesi Explosicum, che nel modo in cui si presentano insieme alla loro musica non si discostano affatto dai quattro cavalieri dell'Apocalisse cileni protagonisti della recensione odierna. Una volta compreso quali le nostre aspettative debbano effettivamente essere, credo sia indispensabile presentare a tutti voi il progetto dei Throxic. Formatisi nei primi mesi del 2014, i ragazzi hanno in un solo anno rilasciato ben tre lavori: la demo "Throxic" (2014), l'EP "Burning the Liars" (2014) e la demo "Rise the Revolution Demos", che antecede l'album di debutto "Rise the Revolution", rilasciato il 25 Aprile 2015, e che andremo oggi a recensire. A comporre questo giovanissimo ed esplosivo quartetto di genuino metal old school cileno vi sono Fernando Millaquen alla voce e alla chitarra ritmica, Eric Alarcòn alla chitarra solista, Constanza Soto (del '97, pensate voi) al basso e Cristobal Cheuqueman dietro le pelli. La difficile storia e situazione politica vissuta dal Cile durante i decenni si riflette pienamente nella rabbia trasmessa dai ragazzi tramite la loro musica, anche tramite le liriche di protesta e critica sociale tanto apprezzate e che da tanto non ritrovavamo nel recensire un genere come il Thrash Metal che pur di quello dovrebbe parlare. Fortunatamente, oggi si parla del Cile come un paese lentamente in ripresa, e tutti noi ci auspichiamo che dopo i più "magri" e oramai (abbastanza) lontani periodi di dittatura il futuro veda una situazione talmente rosea da non prevedere nemmeno più queste proteste di forma musicale, anche se la storia purtroppo ci insegna che il corso degli eventi è ciclico e, purtroppo, questo difficilmente è mai avvenuto. Carichi come non mai e curiosi per questo lavoro, procediamo ora con la descrizione musicale e lirica dei brani, con la consueta analisi track by track di queste undici brevi ma rapide canzoni per una durata complessiva di mezz'ora circa (precisamente 31 minuti).



Il primo pezzo si intitola "T.B.I.Y.V.I.C.T." e mostra sin da subito, sfacciatamente, alcune caratteristiche del full che ci stiamo apprestando ad analizzare: la produzione è grezza e diretta, un po' sporca ma tagliente, i ritmi sono asfissianti e si viaggia su velocità elevatissime. Il riff iniziale è incentrato su un gustoso fraseggio che si ripete continuamente, fino al punto di essere armonizzato dopo una serie di ripetizioni nel suo ultimo giro introducendo un feroce riff di matrice puramente thrash di stampo feroce e "ignorante". Potremmo assimilare quanto ascoltato ai primissimi Tankard, se non fosse che le velocità sono ancor più elevate tanto da ricondurre ciò che viene suonato ad un thrash metal molto di stampo HC (difficile dirlo dopo pochi minuti, ma quella è la sensazione). La voce del vocalist Fernando è ferocissima, con uno screaming davvero rauco che ci lascia la sensazione che il nostro frontman per donarci questo lavoro si stia letteralmente spezzando le corde vocali in due. Il tupa tupa martellante, insieme alla produzione low cost e alle incalzanti metriche vocali del cantante/chitarrista, ci conducono in meno di due minuti allo sferzante assolo di Eric, brevissimo ma estremamente appropriato, prima di tornare al riff portante (l'intero brano è praticamente composto da un solo riff dopo quello introduttivo) che chiude il brano con un ben calzante power chord. Questo è un brano che ci fa respirare attitudine, passione e coerenza dal primo all'ultimo secondo di distorsione. I nostri quattro ci mettono l'anima per proporre questo genere, e questo traspare ad ogni nota che viene suonata. La voce potrebbe forse risultare un po' troppo feroce e moderna per quanto di old school viene suonato, ma prendetela più come una mia opinione personale che come un dato di fatto: sono curioso di sentire le vostre opinioni a riguardo. Le liriche mi ricordano moltissimo il mio primo brano, che si intitolava "Thrash Time": vi dico questo perché a 14 anni la mia passione era già molto sincera, e questo mi fa capire ancor più che lo stesso sentimento onesto e profondo verso il genere lo ritroviamo anche in questa formazione cilena. Il testo di questa prima traccia si rivolge all'ascoltatore del brano: costui sente che il suo sangue ribolle, il piacere della musica aumenta in maniera costante fino a condurlo nella stessa realtà di chi la musica la sta suonando. I nostri ragazzi spiegano che questa è per chi ascolta l'ultima occasione per scappare, perché se costui deciderà di continuare, sarà travolto dall'emozione e dall'energia del Thrash. Ci tengo a ribadirlo, questo non è un concetto banale quanto quello che (ahimé) troviamo in molte canzoni. Quello che leggiamo è un concetto estremamente profondo, un concetto di amore al primo ascolto che contraddistingue il nostro genere (come certamente anche gli altri). Nella parte finale delle liriche la band spiega all'ascoltatore che quello che sente su per le sue vene è il Thrash, un sentimento che risale il suo corpo fino a travolgerlo conducendolo ad una passione senza fine.  Stracolmo di curiosità mi appresto ad analizzare la seconda traccia, intitolata "Toxic Infection". Dopo gli asfissianti ritmi del primo brano, i nostri ci concedono una breve pausa di 30 secondi circa scandendo dei power chord propedeutici all'introduzione del brano; non temete: allo scoccare del primo minuto, la musica tornerà più furiosa che mai con le soffocanti linee vocali di Fernando che ci trascineranno attraverso una scarica d'energia senza fine. In un velocissimo "polpettone" sonoro (utilizzo questo termine perché la produzione talvolta non ci permette di distinguere perfettamente ogni singolo strumento) che ruota per oltre un minuto attorno ad una sezione di vera anima HC, i nostri ci sbattono in faccia nella parte conclusiva del brano la sigla di Batman degli anni '60. Proprio quella, quella figa e rock n' roll, con le vocine che facevano "Batman", ma in matrice puramente rapida, grezza e thrash metal, roba per gli intenditori e roba che ci fa godere. I nostri ci propongono addirittura un ultimo riff negli ultimi secondi di canzone, e la parte si mostra efficace e diretta come un cazzotto ben assestato sui denti. Le liriche di questo brano narrano di un altro grande classico del Thrash Metal, ovvero la diffusione di un virus tossico, argomento che ha unito anche con una serie di B-Movie tutti noi appassionati. Nel brano questa malattia ha il potere di rimuovere il cervello, di far perdere tutti i sensi prima di condurre alla morte per questo strano procedimento, mentre nel frattempo l'anima della vittima si appresta ad abbandonare il corpo. Questa tremenda infezione si diffonde con una facilità disarmante, e con il passare del tempo infetterà sempre più persone fino ad ammalare l'intera umanità. Dalle ceneri nascerà una nuova generazione di mutanti, diverremo esseri mostruosi e dei messaggeri del dolore, mentre il nostro pianeta sarà ridotto (ahimè) ad una immensa scarica di rifiuti di tipo radioattivo. Il terzo brano di questo full mi impressiona sin dal suo titolo, di carattere molto più personale, ovvero "My Pride Is Your Fear" (il mio orgoglio è la tua paura). In questo brano il protagonista dice di dargli una ragione per rispettarti, affinché la sua forza e la sua voce siano tuoi. Questa antica e stupenda filosofia sudamericana di "unione del potere e del valore morale presente nei corpi" è alla base della prima parte di questa canzone, dove il personaggio però minaccia l'ascoltatore cercando di fargli comprendere ciò che ha passato durante la sua vita, attribuendo le sue colpe a colui che ha per qualche motivo alterato il suo buon umore. Il nostro protagonista fa della paura della vittima la sua fonte d'orgoglio, in quanto dopo quanto ha passato durante la sua evoluzione come uomo (il nostro è un guerriero indomito che riesce a non temere più la morte) sarà lui a trionfare divenendo il vincitore del gioco. Questo personaggio un po' alla Chuck Norris è presente in questo brano di fattura estrema e violentissima dal primo secondo alla sua metà, dove il riff mid-tempo più facilmente distinguibile diviene protagonista in quella che è la dimostrazione di forza sonora assoluta di questo quartetto. Una volta terminato questo frangente dal groove più lento e scandito, il brano torna senza la presenza di assolo alcuno ai ritmi più asfissianti e martellanti che hanno contraddistinto l'apertura e l'intero corpo iniziale della canzone. Il riff che ascoltiamo nell'80% di questa canzone è quasi assimilabile a quello di band come i Municipal Waste in quanto ad aggressività ed incisività. Tuttavia, mentre i Municipal possiedono comunque un'anima più musicale e attenta, i nostri quattro ragazzi sputano fuori tutta la loro rabbia e ferocia come se non ci fosse un domani. Certamente questa è una cosa che può piacere, può non piacere, ma personalmente la apprezzo per ciò che è e questo sicuramente riguarderà anche tanti altri che, come me, analizzeranno e assaporeranno questo full per come si presenta. La quarta perla di questo album si chiama "Eleven": questa traccia si apre con una voce narrante che, in lingua spagnola, afferma qualcosa che mi è purtroppo impossibile capire nella sua completezza; è però ben possibile comprendere diverse parole, dove si evince che questa intro riguarda il Cile e la sua situazione politica, e ricollegandoci a ciò che leggiamo nelle liriche ci è possibile evincere che probabilmente il pezzo narra dell'instaurazione della dittatura nel paese. Le liriche infatti intimano al popolo di darsi una svegliata, perché nel tragico giorno che si sta vivendo tutto cambierà e non sarà mai più come prima. Metaforicamente, il cielo diverrà nero, il più potente prenderà con la forza il controllo e la marcia dell'abuso di potere avrà il suo inizio. Purtroppo, da questo giorno in poi si entrerà in una situazione Orwelliana dove non puoi pensarla diversamente dal tuo leader, in una vita circondata dal terrore più vero che rappresenterà, per molti, un conto alla rovescia che conduce alla morte. Saggio da parte dei ragazzi trattare di qualcosa che li riguarda direttamente, perché è sempre una cosa che fa bene e rende credibile quanto viene suonato. Il riff d'apertura, che poi è quello che si protrae per gran parte del pezzo, usufruisce di una scala di note molto "Megadethiana", mantenendo però inalterata l'essenza dura e cruda di questo combo cileno. La parte di chitarra, pur mantenendo inalterato il suo fraseggio, cambia timing diverse volte mantenendo simile l'armonia ma permettendo un'evoluzione estremamente fluida e naturale dell'intero brano. La canzone si contraddistingue per essere la più lunga (oltre i tre minuti e mezzo) e quella mediamente più lenta del full, se escludiamo l'accelerazione finale dove lo stesso riff viene ripetuto in maniera molto più asfissiante e serrata. La band ha avuto qui una grande capacità, ovvero quella di saper sviluppare un'intera canzone su una singola melodia: potrà forse sembrarvi cosa da poco, ma molte band non hanno la capacità e la saggezza di saper lavorare sui "dettagli" che colorano un riff in modo da costruire una struttura musicale salda e opportuna. Per il resto, la canzone si basa su una linea vocale come sempre estremamente aggressiva e incisiva, ma diamo atto al merito a Fernando per il fatto che, oltre a lavorare su due "strumenti" essenziali, riesce a creare sempre una buona amalgama all'interno dei brani e un'anima musicale che, tramite diverse sfaccettature e arrangiamenti chitarristici, non annoia l'ascoltatore, nonostante il fatto che la voce sia effettivamente molto piatta e caratterizzata da un'interpretazione sola e unica che si protrae per l'intero album. Le stesse tematiche politiche e anti-dittatoriali le ritroviamo nel successivo episodio, il quinto, dal titolo "Renegades of Liberty": ancora una volta la band compie una scelta intelligente, ovvero quella di raccontarci di loro e più nello specifico del loro paese. Il racconto si fa qui più evocativo, in quanto la band ci racconta di come appaiono le desolate strade che caratterizzano emblematicamente un paese in declino. Quando una società è ingiusta, ci dicono i nostri, questo provoca violenza e un grande dolore interiore. Un gruppo di persone, quelle che hanno a cuore la bandiera del loro paese, decidono allora di scendere di casa e combattere per ciò che, ahimè, non viene più rappresentato dalla classe politica che governa. La protesta ha così inizio, il conflitto si fa duro, e una nuova rivoluzione ha inizio. Purtroppo nessuno tiene a cuore il dolore, la sofferenza e le diseguaglianze all'interno della società, così la popolazione inizia pian piano ad aprire gli occhi e a vedere la verità. La parte successiva delle liriche sostiene letteralmente "Kill the Lies In Your Mind, See the Hate In my eyes, I don't give a fuck everybody die tonight" (uccidi le bugie nella tua mente, guarda l'odio nei miei occhi, a me non me ne frega un cazzo tutti muoiono stanotte). Nell'ultima parte della canzone, i rivoluzionari saranno tutti uniti nel liberare il loro paese dalla corruzione a costo della morte, perché non esiste alternativa concreta a quella di lottare per salvare il proprio caro e amato Cile. Il pezzo è caratterizzato da una introduzione violenta e molto progressiva, in quanto una serie di riff stavolta piuttosto vari si susseguono fino a condurre la velocissima strofa vocale, che si mostra infermabile fino alla pausa del ritornello. Questo pezzo è opportuno alla perfezione, ben strutturato e programmato dalla A alla Z, sia dal punto di vista musicale per il modo in cui si inserisce nel full length che soprattutto dal punto di vista contestuale, nel senso che fornisce all'album un'ulteriore connotazione sociale e politica inerente a quella che è la storia dei ragazzi. Giunti a metà brano, il pezzo assume un'enfasi più HC che mai, tramite una improvvisa e brusca accelerazione che stavolta davvero non può non ricondurci a diverse band all'interno di quel panorama. Qui ci sento vagamente anche un po' di C.O.C. dell'era "Animosity", un album da moltissimi sconosciuto e da qualcuno sottovalutato ma che merita una considerazione assoluta. Nella sua parte finale il brano si chiuderà in maniera estremamente quadrata tornando alle sue battute iniziali, con tanto di ripetizione della strofa e del bellissimo ritornello dove inneggiano i cori vocali dei vari componenti della band. L'utilizzo dei cori qui calza a pennello, anche perché riflette quei caratteri "di massa" tipici di una protesta o di una rivolta popolare. Dopo questa importante e valida canzone ci apprestiamo così ad ascoltare il sesto brano, "T.S.I.G.B.S.I.A.T." (strane queste sigle), che ritorna ai temi classici della musica e del metallo abbandonati dagli episodi precedenti, più storici e politici. Sin dalle prime note a catturare la nostra attenzione è quanto cantato dal vocalist, che inneggia alla birra e al pogo come non sentivamo da un bel po' di tempo. Sarà pur vero che in questo brano sono presenti quasi tutti gli stereotipi del thrasher medio e del Thrash Metal, ma questi sono vissuti con una tale sincerità e genuinità da farci capire da subito che non sono cose scritte per circostanza ma che vengono davvero dal cuore. Il protagonista di questo pezzo alza la birra al cielo e si immerge nel moshpit, mentre l'adrenalina sale in corpo liberando la violenza nascosta che ognuno cela dentro se stesso. Il concerto è visto un momento di sfogo per spezzare le catene da tutto ciò che ci opprime giorno dopo giorno, una sorta di grido di libertà e di auto liberazione. Il nostro metallaro, reale appassionato, non potrebbe vivere senza la sua B "birra", V "velocità" e T "thrash". L'aspetto reale di passione per il genere lo ritroviamo in ogni aspetto della musica di questi ragazzi e del modo con cui essa viene realizzata, e questa non è cosa da poco perché da diversi anni sto assistendo a quella che ritengo, ahimè, la rovina del genere che amo, che rischia di trasformarsi in una moda e di essere rovinato da qualche grande etichetta discografica, ma sono cose molto soggettive quindi non troverei giusto se ci soffermassimo più di tanto su questo punto in questo frangente. Mentre le furiose chitarre ci offrono qui riff più gustosi e dalla velocità più moderata che si susseguono uno dietro l'altro, gli scanditi ritmi della batteria di Cristobal forniscono una metrica e un input eccellente alla serie di evoluzioni atipiche che rendono questo brano differente da tutti gli altri ascoltati fino ad ora. Questo pezzo possiede addirittura un atmosferico e tematico assolo, poco elaborato ma comunque un'aggiunta rispetto ai brani precedenti che, ad eccezione di qualche momento, ne erano privi. Le liriche nella parte finale di questa canzone ci spiegano di liberarci e di urlare, di sfogare la nostra fottuta mente e non reprimere questo amore per la musica che tanto ci appassiona. Leggendo il testo di questa canzone non ci è possibile evincere il significato della sigla che fornisce il titolo al brano, ma questo utilizzo per denominare i brani è stato già spesso recentemente utilizzato da molte band thrash, e forse i nostri con dei titoli così lunghi e indecifrabili hanno voluto prendere in giro tale tendenza. Molto originale invece il testo del successivo episodio, di nome "Brain Damage": in questa canzone la band parla delle dipendenze del protagonista, che cerca di combattere i suoi cattivi vizi con scarsi risultati. Nella parte iniziale della canzone i nostri ci raccontano di come l'uomo cerchi di liberarsi dalle errate abitudini che lo affliggono, mentre giorno dopo giorno vive la sua passione per il metal pogando e sanguinando. Tuttavia, la sua vita viene ridotta ad un circolo vizioso, dove la spirale dell'alcol e del fumo lo traggono in inganno proprio nel momento in cui il nostro si sta, costantemente, per liberare. Questa situazione di sofferenza viene definita un autentico "Brain Damage" (danno cerebrale), e il ritrovare faccia a faccia il mostro che è in se stesso  porta il nostro uomo ad affrontare una volta per tutte la battaglia a testa alta, sperando che questa sia la volta buona. Dal punto di vista musicale, ci ritroviamo ad ascoltare un brano brevissimo, di 40 secondi di musica esatti. Questo breve ma violentissimo lasso di tempo ci scaglia in un muro sonoro da pogo e da puro HC, in un unico e crudele riff sullo stile di quello di canzoni come "Hang the Pope" dei Nuclear Assault o la più recente "Mussolini Mosh" dei Gama Bomb. La scelta di inserire una canzone del genere in questo album è a dir poco calzante, in quanto la fattura dei brani è estrema ma molto monostilistica, e un pezzo di questo tipo permette di tirare ancor più il livello d'intensità dell'intero lavoro innestando però una curiosa e interessante variabile, senza però alterare il senso dell'album come avrebbero ad esempio fatto una ballad o comunque un brano che avrebbe rallentato il sound. Questa canzone, inoltre, conferma  quanto detto di relativo alle influenze HC di cui vi avevo già accennato, rendendo certa la suddetta influenza presente nel sound del gruppo. Curioso il fatto che, proprio un brano di 40 secondi di pura matrice HC, non tratti di tematiche politiche, ma magari questo rende il tutto solo più particolare e originale quindi ben vengano il carattere e la personalità! Dopo questo pezzo siamo carichi più che mai per l'ottavo capitolo, che è nientemeno che la title track, ovvero "Rise the Revolution": il groove del riff d'apertura è ferocissimo, con una cattiveria che a tratti ricorda quella di "Deathraiser" degli Attomica, storica underground Thrash Metal band brasiliana dei tempi d'oro. Il riff successivo, tuttavia, si mostra molto più allegro e vivace nella fattura, sostituendo i toni macabri e violenti iniziali ad un'enfasi molto più alla Tankard dei tempi di "Chemical Invasion". Questo rapido susseguirsi di riff e ritmiche che non gettano le basi per una melodia ben definita pongono come protagonista l'ingresso vocale del nostro frontman, che per diversi secondi urla in maniera asfissiante incenerendo i nostri timpani come farebbe una bomba a tempo infilata su per le nostre orecchie. Dopo due minuti di brano intensi e che non lasciano scampo alcuno, la band rallenta i ritmi proponendoci una interessante melodia, caratteristica e che si discosta molto (ma la variazione è opportuna) dai sette pezzi già ascoltati. Complessivamente, questo è un episodio sicuramente più personale e che lascia ben sperare per il futuro di questo complesso. Come potrete evincere dal titolo, durante questa title track torniamo a trattare di tematiche politiche. Nel racconto il nostro pianeta è giunto al punto di non ritorno, e l'unica speranza che abbiamo per donare un futuro ai nostri figli è quella di scendere in piazza e protestare contro coloro che stanno mangiando sempre più i nostri diritti. I protestanti riescono così a rompere il dominio che gli veniva imposto, e sventolano verso l'alto la loro bandiera, la bandiera della rivolta, che sbugiarda i colpevoli e dona voce e autorevolezza a coloro che sono nel giusto. Fra le grida di libertà e la ritrovata energia del popolo che aveva totalmente perso entusiasmo e fiducia verso la politica, l'urlo che rivendica i propri diritti si fa talmente forte da far comprendere a chiunque che, instaurando terrore e persecuzione, è impossibile governare un popolo senza giungere a risultati pessimi. Questa valida canzone e le altrettanto valide liriche rappresentano un bel passo in avanti per questo full, ritrovando nel nostro ascolto una bella boccata di qualità che non può mai fare male. Il brano è concreto e coerente, costante e coinvolgente: in poche parole, a questo ottavo episodio non manca davvero nulla. Concluso questo pezzo non avete nulla da temere, perché ci sono ancora tre brani tutti da gustare: passiamo quindi a "419-B", nono capitolo di questo full, della durata di due minuti e mezzo circa. Il pezzo possiede sin da subito le giuste carte in tavola per catturare e catalizzare la nostra attenzione, ma con ritmi non eccessivamente asfissianti e un'andatura tutt'altro che da dare per scontata, almeno nelle battute iniziali. Successivamente infatti i nostri quattro ragazzi buttano sul campo tutta la loro cattiveria ed energia, accelerando sempre più ma proponendoci stavolta un riff che, oltre ad un'anima "metallica", possiede anche un'anima discretamente musicale. Particolarissima invece la sezione di chitarra che ascoltiamo dal secondo minuto, con una serie di movimenti Slayeriani nella scrittura ma Tankardiani nel concetto e nella musicalità. Anche in questo caso il pezzo è sprovvisto di un assolo, e forse questa è una cosa che effettivamente alla qualità di questi ragazzi manca un po'. Tuttavia, questo valido brano si chiude lasciando un power chord aperto e ben serrato, con una coda in fade-out di quattro secondi, mettendo fine a quello che comunque è un buon episodio. Le liriche di questo pezzo sono in questo caso più di "cronaca", trattando della storia sfortunata di un uomo, o forse un bambino, che crolla a causa della tremenda malattia che lo affligge. Il protagonista di questo brano vive un sogno, un sogno di tenebre dove vede un mostro pronto a strappargli la vita. Ciò che ci raccontano questi ragazzi non potrà non far pensare un thrasher ad "Alison Hell" degli Annihilator, con la differenza che qui non ci sono genitori menefreghisti ma solo un personaggio imprigionato nel suo status mentale e destinato alle gabbie del manicomio. Il nostro povero figliuolo perde i sensi e cade in preda a un raptus, comincia a tremare e sente che la morte lo sta cogliendo. Il protagonista è consapevole del fatto che non riesce a tornare indietro dal suo trip, e del fatto che sta dimenticando come si sentiva quando era mentalmente sano. Nella parte conclusiva del brano l'ammalato avverte la sua difficile situazione e la pericolosità del suo malessere, ma è sprovvisto di una soluzione concreta e crolla sulle sue ginocchia, devastato, con la consapevolezza che la sua unica possibilità di sopravvivere sarebbe quella di scappare immediatamente da una realtà, inquietante e fantasiosa, che però purtroppo lo imprigiona. Passiamo ora al decimo pezzo di questo album di debutto dei cileni Throxic, intitolato "Born Down the Cross". Anche in questo caso le liriche sono similissime (ma per davvero, le differenze sono poche!) ad un grande classico del thrash underground, in questo caso "Chalice of Blood" dei Forbidden. L'intero testo è rivolto contro la chiesa e contro la religione, definendo la chiesa come la chiesa delle bugie (the church of lies, ricordate "chalice of blood"?) e come dispensatrice di falsità. Il rapporto tra credente e chiesa è visto dai ragazzi come quello tra schiavo e padrone, in un drammatico senso di schiavitù che sottopone persone inconsapevoli della loro condizione nelle mani di un prete potente e che vuole solo abusare delle menti altrui. L'intera seconda parte delle liriche è la preghiera dell'"Ave Maria", riportata però con qualche modifica e insulto qua e là. Diciamo pure che questo testo non apre la mente, nel senso che non stimola intellettualmente chi lo ascolta, ma propone invece qualcosa di già sentito e risentito e riportato letteralmente da tanti altri gruppi, imponendo come un dictat il pensiero anti-religioso con tanto di contorni politicamente scorretti per rendere il tutto più "metallaro". Poco importa, metallari siamo e metallari dobbiamo essere, anche se ritengo personalmente che la musica in ogni sua forma sia arte, e quindi la parte lirica dovrebbe comunque aggiungere un qualcosa in più a quella musicale (almeno teoricamente, perché pare più un'utopia leggendo le liriche dell'underground che quotidianamente ascoltiamo). Il pezzo si apre con un alternate picking di tempo medio, con i colpi di cassa del batterista Cristobal che scandiscono l'ingresso del riff portante, più "Municipal Waste" che mai. Il nostro vocalist urla successivamente "fuck", e la martellante canzone parte ruggente e brusca quasi come se non ci fosse un domani. Senza mezzi termini, questo brano è decisamente più HC Punk che Thrash, anche se si parla comunque di un ibrido che mette in mostra più che altro una violenza sonora inaudita. Abbiamo desiderato questo assolo quanto desidereremmo una borraccia stracolma d'acqua nel pieno del deserto, ed ecco qui che la band ce lo regala dando soddisfazione ai nostri desideri. Il riff di post-assolo che conclude il brano è molto Thrash New Wave nella fattura, ma nel suo essere della nuova ondata è anche molto old school, per fare un paragone è quindi estremamente vicino al sound dei Violator, ben noto gruppo thrash brasiliano del nuovo millennio. L'atto finale, undicesimo episodio di questo full, si intitola infine "Ready to Punish": la sezione chitarristica iniziale è più unica che rara, nel senso che spicca per una bella originalità e si differenzia ampiamente dal classicismo estremo del resto del lavoro di questi ragazzi. L'evoluzione che sale di tonalità della strofa nelle sue furiose plettrate alternate è probabilmente un po' scontata e banale, ma è molto valida invece l'armonizzazione sul riff che contraddistingue il dinamico ritornello. Incredibile come si sgola qui il vocalist, e davvero buon per lui se riesce a fare tutto ciò senza perdere di intensità e violenza. Ottimo il suo urlo durante l'assolo (ebbene sì, anche qui c'è un assolo!), che si mostra rapido e classico ma davvero ben inserito e sfruttato. Credo che questo sia, tirando le somme, uno dei miei episodi preferiti all'interno dell'intero full, in quanto aggiunge un qualcosa di nuovo e particolare al nostro ascolto e catalizza la nostra attenzione come più non potrebbe. Sarebbe stato interessante ancor più ascoltare questa canzone a metà album, perché avrebbe spezzato il nostro ascolto e magari valorizzato ancor più questo lavoro, che è comunque ampiamente più che sufficiente. Dal punto di vista lirico, l'intero brano è focalizzato su una minaccia rivolta a coloro che hanno oppresso il popolo e sottratto i diritti alle masse. Il protagonista, esponente dei cittadini, ribadisce all'oppressore che nessuno dimenticherà mai quanto subito, in una reazione furiosa e viscerale che non risparmierà in alcun modo colui che, avendone avuto l'opportunità, non ha lasciato la sovranità al popolo. L'ultima parte del testo fa infine citazioni di vari album storici del metal vecchia scuola, come "Kill 'Em All" dei Metallica e "Coma of Souls" dei Kreator, idea molto simpatica sebbene il loro inserimento non abbia molto a che fare con l'idea e il senso del testo.



Tirando su un giudizio complessivo su questo full length, ritengo che questo sia un valido ascolto per chiunque ami il genere e intenda approfondire ogni nuovo lavoro uscito sotto al cielo. Difficilmente avrete intenzione di ascoltare e riascoltare quest'album all'infinito come magari fareste per i grandi classici del genere, ma senza dubbio potrebbe piacervi e potrebbe catturare la vostra attenzione rendendovi lieti della scoperta. Quando ascolterete questo disco, non dovrete però assolutamente giudicarlo negativamente per il modo grezzo e "pragmatico" con cui esso è stato realizzato, in quanto la produzione talvolta confusionaria talvolta incostante si riallaccia perfettamente alla filosofia con cui questi 4 giovanissimi ragazzi di una cittadina sperduta nel Cile hanno deciso di abbracciare la loro passione e suonare Thrash Metal, dando massimo sforzo a tutte le loro risorse per raggiungere tale obiettivo. Come vi invito sempre a fare, non criticate questo album solo perché non offre nulla di nuovo, perché non è quello che nel 99% dei casi un musicista Thrash Metal intende fare. Se consideriamo il genere suonato come amore puro per un determinato tipo di sonorità, ecco che i Throxic sono una band da aggiungere assolutamente alla nostra "agendina" del Thrash Metal underground. Molto belle le liriche che raccontano del Cile e della cultura del paese, scelta molto saggia e opportuna e che merita sicuramente un certo riconoscimento. I ragazzi meritano pienamente il voto "7" perché, pur offrendo un prodotto molto di nicchia e non perfetto in vari punti esecutivi e compositivi, mettono dentro tutto il loro amore e divertendosi, ecco che ci fanno anche divertire. Interessante elemento la voce di Fernando, che si discosta dalla salsa Thrash Metal vecchia scuola generale offrendo uno screaming a tratti parecchio moderno, a tratti estremamente HC. Brava la nostra Constanza al basso, sempre puntuale e mai fuori di una nota. Come da prassi, volevo infine dedicare la parte finale della recensione odierna alla descrizione dell'artwork. Nel disegno, un'invasione di non morti assale la piazza di una città. Certamente curioso l'elemento degli undead in questa cover, visto che nelle liriche (per una volta, e lo dico io che amo l'horror) non se ne parla affatto. Nella copertina il cielo è verde, lasciandoci immaginare che quella che si respira nell'aria è una polvere tossica che potrebbe aver trasformato alcuni abitanti in esseri mostruosi. A confermare tale tesi, vi è il fatto che i combattenti hanno un fazzoletto posto dinanzi al loro volto, probabilmente per proteggersi dalla diffusione di tale malattia. Sullo sfondo della piazza vi è una chiesa, simbolo di schiavitù e oppressione, e uno degli zombie uccisi ha un crocifisso in mano e una veste da suora addosso. Sulla sinistra, infine, uno strano essere animale e dotato di corna alza verso l'aria una bandiera nera, la bandiera della rivoluzione, tramite cui il popolo si appresta a riprendere il controllo di ciò che gli appartiene. Come unico ulteriore particolare, il disegno ha un che di fantasy e medievale per alcuni modi in cui si pone, forse perché i rivoluzionari utilizzano le aste delle bandiere come unica arma, o forse perché l'architettura presente sullo sfondo è tutt'altro che moderna. L'enorme logo della band occupa la parte centrale e superiore del disegno, ponendosi sopra la cappella della chiesa, mentre la scritta verde "Rise the Revolution" occupa la parte più inferiore senza sottrarre spazio alcuno a quanto illustrato. Vi aspetto alla prossima Throxic!


1) T.B.I.Y.V.I.C.T.
2) Toxic Infection
3) My Pride is Your Fear
4) Eleven
5) Renegades of Liberty
6) T.S.I.G.B.S.I.A.T.
7) Brain Damage
8) Rise the Revolution
9) 419-B
10) Born Down the Cross
11) Ready to Punish