THIS HEAT

Health And Efficiency

1980 - Piano Records

A CURA DI
TIZIANO ALTIERI
01/11/2020
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione Recensione

Correva il biennio '76 - '77 quando il Cold Storage di Camberwell chiudeva i battenti. Il fabbricato consisteva in una fredda e buia stanza con pochi altri ambienti annessi dove gli animali delle più disparate tra le razze commestibili -e disponibili legalmente per il commercio- andavano a trascorrere i loro ultimi istanti sulla terra, sotto forma di carcasse scuoiate. Non allarmatevi. Trattasi di una comune macelleria locale, situata appunto nel distretto del sud-est londinese denominato Camberwell, una piccola cittadina che aveva dato i natali ai protagonisti di questa recensione. Charles Hayward, Gareth Williams e Charles Bullen furono i membri di una delle band più sconvolgenti del panorama post-punk britannico, e operavano sotto il nome di This Heat. Furono proprio loro a rilevare quella piccola macelleria di Camberwell per farne uno studio di registrazione. Le gelide stanze del complesso, sozzate del sangue innocente degli animali, restituiscono perfettamente le atmosfere create dal gruppo durante le loro composizioni. Atmosfere lugubri, oscure, dalle quali emergono sapientemente sprazzi di luce atti a impreziosire la matrice gotica dei brani, altrimenti troppo fine a sé stessa. Nel periodo di attività dei This Heat, in effetti, il panorama musicale della Gran Bretagna viveva di tumulti sperimentali e avanguardistici che rispecchiavano perfettamente quello che accadeva oltre oceano, in particolare a San Francisco, dove si stavano affacciando sulle sponde sonore americane le band che avrebbero costituito la cosiddetta "tetrade sperimentale": Chrome, MX-80 Sound, Residents e Tuxedomoon. Era quindi auspicabile che un qualsiasi gruppo con una buona preparazione tecnica si allineasse a questa tendenza. Ma mai come allora, sia in patria che fuori, sia era visto un approccio così dannatamente preciso e chirurgico all'avanguardia musicale, capace al contempo di declamare il grezzismo più ostinato risultando come in una sintesi hegeliana -che unifica ed eleva due opposizioni- persino estremamente vendibile. Se così non fosse, e riferendosi ai This Heat si menzionasse solo la mera avanguardia, si perderebbe il senso delle cose, rendendo incomprensibile il successo da loro avuto nonostante i soli 108 minuti di materiale pubblicato. A citare infatti tutte le band che sono state influenzate dal terzetto londinese non basterebbero due interi articoli, per citarne solo alcune tra le meno recenti potremmo dirvi: Sonic Youth, Glenn Branca, Public Image Limited, Radiohead, Swans, Shellac, Nurse With Wound, 23 Skidoo ed Eyeless in Gaza, fino ad arrivare ai giorni nostri con i Preoccupations  e i Black Midi, fino ad artisti stranoti come Steven Wilson dei Porcupine Tree. Il tutto pubblicando solamente due dischi e un EP. Ed è proprio sull'extended play "Health and Efficiency" che ci andremmo a concentrare, in attesa di un approfondimento sulle altre due pubblicazioni della band. Anzitutto, prima di entrare nel vivo delle tracce, è bene sapere che se non fosse per la durata delle stesse si tratterebbe niente più che di un singolo, dal momento che il numero dei brani ammonta a due, circa la metà di un qualunque altro Ep in circolazione. Non stupitevi dunque se analizzeremo l'unico paio di canzoni presenti nel disco poiché le sviscereremo fino in fondo, tentando di cogliere l'essenza del gruppo da appena diciannove minuti di registrazione. Un'operazione non facile, trattandosi di una band dal cotanto slancio creativo, ma che affrontiamo dandovi un accenno di quelle che saranno le future analisi di This Heat e Deceit, rispettivamente primo e secondo disco della formazione, di cui Health and Efficiency risulta il fratello mediano. In fondo, gli stilemi proposto dai This Heat sono sempre gli stessi, a prescindere da quale pezzo della loro minuscola ma gargantuesca discografia si attinga: nevrosi, paura della vita, calma, irrequietezza, lungimiranza intellettualoide, primitivismo. Una sottile trama di contraddizioni che si traducono musicalmente nella contrapposizione delle due tracce, due mondi in lotta tra loro ma in forzata convivenza. Di seguito, cercheremo di rendere sensata quest'ultima affermazione.

Health and Efficiency

Dalle frenetiche ma accomodanti schitarrate di apertura ci si aspetterebbe di trovarsi in un ambiente tutt'altro che ostile, complice il cantato che declama: "Questa è una canzone sui raggi di sole, dedicata ai raggi di sole". L'assetto del pezzo però varia immediatamente, subito dopo queste due frasi. Si passa da una versione migliorata delle Shaggs a una esplosione psichedelica ed eterea, penetrante nel suo costrutto corale, formato dall'accavallarsi delle due voci sommate a incursioni inaspettate di fiati. Il tutto ovviamente accompagnato da voluminose sferzate chitarristiche. "L'entusiasmo darà energia. Mente sulla materia. Momento sulla stasi". Queste le parole che la prima voce enuncia incessantemente per un minuto, mentre il controcanto gli risponde con parole sconnesse, proprie quasi di una libera associazione psicanalitica. Mani, gambe, occhi, orecchie, viso, odore, risate, sorrisi, danze e canzoni. Queste alcune delle parole emesse dalla seconda voce che fanno appunto da contraltare alle frasi della prima. Il nesso è troppo complicato da svelare, e le altre parole sciolte cantate dal coro non ci vengono in aiuto (internazionale, potenziale, immaginazione, analogia, impegno). Ci vengono in mente i testi nati dall'espediente creativo della Strategie Oblique, un particolare processo di sblocco mentale ideato da Brian Eno, atto ad aiutare l'immaginazione nei momenti di intasamento. Consiste in un mazzo di carte scritte solo su un lato. In esso sono riportati aforismi criptici e intricati, esattamente come il testo di Health and Efficiency. Proprio come nei brani Eno, le parole hanno qui un ruolo decisamente marginale, scelta che lascia maggiore spazio all'impatto sonoro. Di fatti, proseguendo nell'ascolto, ci accorgiamo che non c'è più spazio per il cantato, e la ritmica cambia di nuovo. Ora siamo dalle parti di un industrial "saltellante", scandito dai riff sbarazzini della chitarra, intersecati da un di sottofondo di natura ogni volta diversa. Tastiere, oggetti che cadono, voci, armoniche a bocca, interferenze audio e percussioni varie. Siamo già a tre cambi di ritmo dopo appena due minuti di canzone. Questo cambio in particolare, reso assai dinamico dalle variazioni della chitarra, risulta per la sua natura composita di una complessità totale. Si nota un sopraffino lavoro di armonie e disarmonie su cui evidentemente i This Heat puntavano molto, considerato che la durata di questa sezione occupa quasi precisamente metà del brano. Dopo circa quattro minuti si cambia di nuovo: ora abbiamo una ritmica ancora più martellante formata da scambi psicotici di chitarra e batteria  che proseguono per venti secondi, per poi sparire nel sottobosco sonoro, sostituiti da un leggerissimo giro di chitarra interrotto qua e là da una chitarra distorta ed ingombrante che viene incalzata man mano da una batteria che prima si limita a battere le bacchette e in seguito a creare un vero e proprio feel che costituisce un ennesimo cambio di ritmo, anche se stavolta è interno alla base. Se si considera che un espediente simile vieni utilizzato proprio all'inizio del pezzo (dove la batteria cambia accompagnamento in seguito alla variazione del riff di chitarra), ci troviamo ad aver a che fare con un brano nel quale in 8 minuti si schiudono 7 diverse ritmiche, in media quasi un cambio al minuto. Al che una domanda sorge spontanea: stiamo recensendo un brano Post-Punk o un brano Prog-Rock? La bellezza dei This Heat sta proprio in questo, l'ergersi sopra un filo sottilissimo che divide questi mondi agli antipodi, costituendo un vero e proprio unicum nella scena musicale non solo britannica, ma anche mondiale. Quello stesso filo che li vedrà sbilanciarsi l'anno dopo con Deceit (1981), il quale contiene una elaboratissima base in 11/4. Ci sarà tempo per parlare anche di quest'altra acrobazia, cioè quando analizzeremo quel loro secondo e meraviglioso disco.

Graphic/Varispeed

Con questa seconda e ultima traccia, sembra quasi di aver per sbaglio cambiato disco. Le atmosfere qui proposte non rispecchiano in modo più assoluto la cavalcata dell'opening track, dalla quale ci si stacca del tutto. Si aprono queste eteree danze con un bordone (termine che in musica indica un suono costante e continuo), nella fattispecie del synth. Questa lunghissima nota quasi assillante vaneggia gli stilemi dell'ambient più minimalista, e prosegue all'interno della traccia per quasi tre minuti, variando leggermente di tono. È interessante notare come l'attacco di questa nota iperbolica sembra partire da prima della registrazione, quasi come nella magistrale Cathedral del compianto Eddie Van Halen, il quale per l'intera durata del brano preme con la mano sinistra la nota sulla chitarra avente volume a zero e con la mano destra alza di scatto la manopola del volume facendo sentire della nota solo il suo eco. Graphic/Varispeed, brano lontano anni luce dal capolavoro di Van Halen, sembra però condividerne l'espediente tecnico, per lo meno durante l'attacco iniziale. Questo bordone non agisce indisturbato, venendo infatti intersecato qui e là da dei sibili scostanti e procedendo leggerissimamente in "caduta libera" verso il basso, acquisendo in attesa di una vera e propria modulazione un volume sempre maggiore. A un certo punto si allarga, qualcosa, un altro suono un po' più concreto, sembra venirle incontro. Ma subito si richiude, titubante. Il bordone prosegue quasi del tutto asettico per altri tre minuti, coadiuvato da brevi cenni sonori che emergono dal fondale (parenti lontani di un elettrocardiogramma e segnali radio) e da una modulazione che giunge a compimento allo scadere del terzo minuto, quando una seconda modulazione irrompe con maggiore decisione. Ne consegue una terza. Ci si blocca di nuovo, mentre dal fondo appaiono echi lontani. Giunge una quarta modulazione che si fa altalenante fino a toccarne una quinta, che adesso, spogliata dai suoni provenienti dai fondali, precipita di tono con cadenza regolare fino a una settima modulazione. Essa prosegue imperterrita, sorretta da suoni esterni (per lo più feedback) che poi scompaiono lasciandola sola e indisturbata per due interi minuti. Precipita di nuovo ad appena quaranta secondi dalla fine del brano - o potremmo anche dire "del viaggio" - per poi risollevarsi cautamente, quasi a fare capolino. SI precipita di nuovo e il viaggio finisce. Per quanto priva di parole, questa traccia appare stranamente più comprensibile della precedente. Non abbiamo infatti utilizzato a caso il termine "viaggio", bensì ci riferiamo ad esso per dare una chiave di lettura figurativa a questa traccia ambient. Essa, rappresenta il volo. Quelle strane e avvolgenti modulazioni (in totale dieci) producono sensazioni tali da proiettarci in alta quota, quasi come se volteggiassimo al di sopra di un altopiano insieme a quelle ipnotiche note sintetiche. Lo strumento che ci ospita non è però un deltaplano, strumento di volo passivo che sfrutta le correnti d'aria e quindi la natura, né tanto meno un'elegante mongolfiera o un aereo di linea. È piuttosto un modulo ultratecnologico autosufficiente, capace di librarsi in aria in maniera autonoma per trasportarci su di una montagna russa senza impalcature disegnata nel cielo. Dopo i Van Halen, potremmo azzardare un altro strambo parallelo musicale. La natura oscillante di questa traccia ci richiama infatti alla mente un brano eccezionale di una band il cui successo avvenne in maniera postuma rispetto alla carriera dei This Heat, ma che ne condivise il suolo natio. Parliamo dei The Smiths e della loro Oscillate Wildly. Esattamente come Graphic/Varispeed, quel brano rappresenta un unicum all'interno della discografia della band, dimostrazione dell'infinita voglia da parte di entrambi i gruppi di sperimentare, cosa che nel caso dei This Heat risulta lapalissiana. Tra le traduzioni di Oscillate Wildly, troviamo "oscillare enormemente", frase che descrive in maniera perfetta sia il brano dei The Smiths che Graphic/Varispeed. Il parallelo può dirsi dunque concluso senza fraintendimenti e anche l'analisi dei brani giunge al suo termine. Ma non è finita qui.

Conclusioni

Ed ora, le arringhe finali. Quei "due mondi in lotta tra loro ma in forzata convivenza" dovrebbero essere stati sviscerati appieno. A voi lettori il compito di giudicare la sensatezza di questa affermazione scritta nel corso dell'articolo. A noi divulgatori, invece, non resta che porre l'accento sulla parte della band lasciata finora in sospeso, facendo attenzione a non raccontare la storia dei This Heat nella sua totalità, per poterla esaminare meglio durante l'analisi degli altri loro due dischi. Ci siamo concentrati sul suono, sul panorama musicale vigente in quel periodo, persino sulla cittadina che fu culla di quegli impetuosi assalti sonori. Ma una cosa ben più rilevante è stata lasciata in sospeso: la formazione di questa fantomatica band. Li abbiamo solo nominati, ma chi erano davvero? Partiamo dal batterista, tale Charles Hayward. La sua militanza all'interno dei This Heat iniziò ben dodici anni prima della formazione vera e propria della band, dal momento che egli ed il polistrumentista Charles Bullen -i due tecnicisti del gruppo- suonavano insieme fin dagli anni '60. In quel periodo, i due, suonavano un genere completamente diverso da quello proposto in Health and Efficiency e negli altri due dischi, ma che come abbiamo già accennato si lega indissolubilmente al sostrato sonoro del gotico terzetto. Trattasi del Progressive Rock, genere che i due padroneggiavano con estrema sapienza prima di incontrarsi col futuro cantante e bassista della band, il compianto Gareth Williams. Efficientissimo studente dalla media altissima, conobbe i due futuri colleghi quando di ritorno dal viaggio in Canada (compiuto per completare i suoi studi) cominciò a lavorare in un negozio di dischi, abitualmente frequentato da Hayward e Bullen. Al tempo, Williams non suonava alcuno strumento, ma non si fece intimidire dalla preparazione di quei due navigati musicisti. Era infatti lui la vera anima del gruppo, e fu capace con la sua straordinaria intelligenza di barcamenarsi tra i secchi ma intricati componimenti delle sue spalle musicali, emergendone come il miglior tra i solisti. In breve tempo, riuscì a padroneggiare in maniera eccelsa non solo il basso e la sua voce ma anche le tastiere, cavandosela niente affatto male anche con le manipolazioni sonore. È infatti presumibile che siano sue le mani dietro all'oscillante delirio di Graphic/Varispeed. Ciò non stupirebbe visto la carica di leader rivestita da Williams all'interno del gruppo. Purtroppo, come molte parti della storia dei This Heat non ci è dato saperlo con certezza. Ciò che sicuramente sappiamo è che l'influenza di questo EP, nonostante la sua breve durata, non possieda alcun limite di genere. Anzi, molti tra i maggiori esperti musicali del periodo concordano nell'affermare che in quei quattro svisceratissimi minuti della title track -quella sezione identificata come il terzo cambio di ritmo- si celino gli embrioni del Math Rock, sottogenere altamente tecnicista del Rock più chitarristico di cui si comincerà a parlare apertamente solo dieci anni dopo l'uscita di questo mini-album. Un lavoro che non si ferma quindi alla mera influenza sui generi ma che con la sua perfezione ne crea di altri, sicuramente senza neanche rendersene conto. D'altronde stiamo parlando di un progetto sorto a ventiquattro mani: i tre membri della band, David Cunningham in veste di produttore, anch'egli membro di una straordinaria band sperimentale (The Flying Lizards) e ben otto ingegneri del suono. Tenete conto che la maggior parte dei dischi che avete ascoltato in vita vostra ne hanno appena uno. Difficile quindi aggiungere qualcosa per descrivere cotanta perfezione. Non resta che ascoltarsi il disco, in attesa della prossima loro recensione. 

1) Health and Efficiency
2) Graphic/Varispeed