THINE

The Dead City Blueprint

2014 - Peaceville Records

A CURA DI
SAMUELE MAMELI
25/05/2014
TEMPO DI LETTURA:
8

Recensione

Quando ho preso in mano questo lavoro, ho pensato: in tanti anni ho sentito parlar solo bene della "Peaceville Records" ma, ho sempre nutrito un senso di noncuranza poiché le parole possono essere dettate da varie circostanze che ne annebbiano la totale sincerità, per carità, fa parte del comportamento umano esprimere buoni concetti per cullare la difatti posizione d'interesse e bene, questa volta ho l'assoluta conferma che l'etichetta inglese è una vera famiglia composta da persone oneste e maledettamente professionali che elargiscono affetto e passione per gli artisti meritevoli. Non è nuova in questa veste patriarcale, anche quando i My Dying Bride erano tentati di cercare un'altra etichetta per la pubblicazione di “34.788%... Complete”, la stessa Peaceville incoraggiò la band per quel passo ostico. Lontano dal loro consueto standard sonoro, il gruppo affrontò così un passaggio importante della loro carriera. Incentivano a sognare a occhi aperti e questo non è da tutti. I miei complimenti vanno a loro, al fondatore e genio Paul "Hammy" Halmshaw che verso metà anni 90, crede in questi ragazzi, inquadrati prima come amici e poi come musicisti. L'avvicinamento alla musica è stato un incanto, sarà pure dipeso dal fatto che vivessero quasi come vicini di casa ma, tutto sommato, c'è una magia nella nascita di questa band e fatemelo dire, essere invitati dalla label ad assistere alla registrazione di “Pentecost III” degli Anathema, non è una cosa di tutti i giorni. Io stesso sono sbalordito anzi, l'insieme fa sognare pure il sottoscritto. Ci accingiamo quindi, a mettere sotto esame i qui denominati Thine, inglesi pure loro che non sono proprio dei novellini. Si sono formati intorno al 1993 grazie al chitarrista Paul Groundwell e al singer Alan Gaunt, seppure con un altro monicker ma, è nel 1995 che il gioco si fa duro. Entra in pianta stabile il talentuoso Daniel Mullins (ex My Dying Bride su tutti) e ci si avvia in quest'avventura ricca di soddisfazioni a livello artistico, commerciale forse, un po' meno, purtroppo. L'esordio vero e proprio risale al 1998 con “A Town like This”, la proposta si affiancava all'alternative progressive rock parecchio psichedelico con venature gothic, ricco di cambi di tempo e abbastanza astruso all'ascolto ma, ha un suo perchè. Il passo successivo si chiama “In Therapy”, esce nel 2002 e balza subito all'udito il cambio stilistico. Maggiormente melodico e diretto, conserva un bel tiro, sempre in territori alternative prog ma con l'accento acid rock visibilmente abbandonato. Dopo una pausa di oltre dieci anni dovuta ad alcuni problemi personali, riemergono con il qui presente “The Dead City Blueprint”. Bene, non potevano tornare in auge nel migliore dei modi. La posizione rimane costantemente ancorata all'alternative progressive rock ma, la maturità acquisita è tangibile per tutto il cd. Hanno rifinito il loro sound, l’hanno colorata di creatività, mescolando mille emozioni, tutte racchiuse in quest'ampolla. E' come imbattersi in centinaia di farfalle, essere incantati da tale spettacolo e di colpo, rimanere impietriti per la loro corrosione sotto il sole, un vai e vieni di contrastanti percezioni che se in un primo momento ti bacia con un sorriso, subito dopo ti sfiora con afflizione e viceversa. Anche l'artwork rispecchia il senso. L'immagine apocalittica parla da sola, aggiornata ai nostri tempi, possiamo contemplare la fine dell'umanità, il paese vissuto da soli fantasmi, si dissolve sotto l'ira di madre natura che riagguanta ciò che era suo, senza pietà. E' stato un ciclo e come tale che sia, ha un inizio e una fine. Vien da rattristarsi ma d'altronde, l'attualità è questa, forse la poca informazione è insufficiente per convincerci del pericolo, non si fa abbastanza. L'ecosistema è seriamente colpito. Camminiamo sul filo del rasoio. L'equilibrio ambientale vacilla. Le conseguenze degli errori umani si manifestano dopo tantissimi anni, ecco probabilmente svelato il rebus per cui non ci sta tanto a pensare. Non abbiamo il tatto immediato del processo, siamo consapevoli delle colpe ma non conosciamo gli effetti sino al momento che accadano a nostro discapito. L'opera tratta l'inerente aspetto, si addentra nel concetto di morte, di frustrazione e abbandono per i risvolti tragici di un operato riprovevole. Grosso modo è un concept album che rafforza più aspetti negativi che possibili soluzioni.



Entriamo nel vivo con il primo tassello Brave Young Assassin e lasciamo che la classe c'investa. Rintocchi di note soavi e languide ci porta in uno stato di fluttuazione. Non esiste più la legge gravitazionale, la sensazione di lievitare tiene i nervi tesi sino al giungere della sezione ritmica che risveglia di colpo la mente. Da questo istante è solo un continuo crescendo con un superlativo Alan Gaunt che aizza bandiera. Prestazione vocale sopra le righe, sentita e allo stesso tempo grintosa che incornicia una song dinamica, per nulla noiosa anzi, un perfetto biglietto da visita che nasconde un finale strumentale ben intrecciato e pregno d'interesse. Alternative progressive rock/metal schiaffeggiato in faccia senza indugio. Il testo si sofferma sugli effetti negativi tratteggiati nei primi anni di età, dei loro riflessi nocivi che possono esternarsi nel futuro, condizionandone la personalità e traumatizzandone la crescita. Il decesso di un genitore potrebbe essere uno di questi casi. L'inizio acustico di Flame to the Oak sembra scritta direttamente da quel genio di Duncan Patterson degli Antimatter. Si evolve sinuosa, tendente al malinconico con note calde che riscaldano l'anima ma, dopo qualche battuta, il muro sonoro capovolge un po' il tiro, rifugiandosi in sentieri prog rock. Il songwriting è sublime. Elaborati spunti ne esalta il formidabile background dei singoli componenti che trova il principale protagonista nel chitarrista Paul Groundwell. Per tutta la durata, si diletta a girovagare imperterrito tra lo spartito, disegnando scenari intrippati che dilatano la vista e rende il perimetro instabile. Goduria. Le liriche girano attorno al danno paesaggistico, di un mondo che abbiamo posseduto ma che non ci appartiene e davanti all'evidenza, ci si domanda se abbiamo ancora il coraggio di continuare con questo scempio. Con Out of Your Mind & into a Void si fa decisamente sul serio. S'incammina attraverso dei ragionati accordi di elettrica, oserei dire puntigliosi, tutt'attorno c'è solo silenzio e lei, estremamente attenta, prepara il tappetto per l'entrata in scena del singer che pare aver rubato le corde vocali a Michael Stipe (R.E.M.). La traccia prende forma e tra innesti di chitarra acustica, si avvia verso una spirale da urlo che culmina con un ritornello da capogiro. Anthemica sino all'osso, ci si ribalta dalla sedia. La sagoma dei Pink Floyd si staglia per benino e a me, non resta che soffocare l'emozione. Bellissimo, sicuramente la migliore del lotto. Melodica, grintosa e incisiva. The perfect one. La scrittura insiste sull'incapacità dell'uomo a non creare problemi. Fa parte della sua indole. Anche se riuscisse a raggiungere terre incontaminate, innesterebbe una catena disastrosa. Per quanto uno, possa limare e attutire l'arroganza verso la natura, i suoi simili non seguirebbero l'esempio. L'approccio brioso e scanzonato di To the Precipice propone un eterogeneo ripiego. Si schiaccia l'acceleratore per una track coinvolgente e vigorosa. Ci s'inoltra in meandri post rock. L'andatura allegra non lascia respiro, è diretta e squadrata con un estro chitarristico che balza all'orecchio dopo qualche ascolto. Il guitarwork non presenta sbavature, ne tratteggia azzeccati partiture ben esaltate nell'intermezzo dove ne allentano la tensione con invidiabile nonchalance per poi ripartire compatte lungo l'epilogo a dir poco esaltante che, mi rimanda agli Anathema e sia chiaro, puntualmente sorreggendo l'ammiccante leit motiv, idonea per essere cantata in auto a squarciagola. Le parole segnalano un quesito e cioè se il tempo potrà migliorare le cose. Si cambia di sicuro e bisogna valutare se, come esseri umani, potremo essere recuperabili. Se, i giorni possono aiutarci a riscoprirci, a liberarci da certi cliché. Si ritorna in fausti acustici nell'introspettiva The Dead City Blueprint. Le chitarre classiche si fissano in prima linea. Accompagnano il cantato sentito di Alan che sprigiona pathos a go go, delineando un estratto folle e morboso. La struttura riproduce uno scorcio quasi visionario. Sono ipnotizzato dalla fuoriuscita di queste melodie ispirate e concepite con maestria, si cacciano nel cervello e creano confusione senza riuscire a captare un'effettiva emozione che possa essere cupa o lieta. Geniali. Il testo è particolarmente profondo. Si guarda a fondo la morte. La tristezza di un funerale è vincolata dal pensiero straziante di stare soli, non tanto dalla perdita in sé, quanto nel ritrovarsi in piena solitudine. Non accettiamo il lutto, il trapasso, ecco perchè teniamo i ricordi vivi. A Great Unknown offre una partenza riflessiva in pieno stile Anathema. Cauta e passionale, evinta da un'interpretazione vocale persuasiva, mi avvolge di calura, riscopre nostalgie che calzano perfettamente con questa breve parte sonora, almeno sino all'arrivo del wall of sound che spazza letteralmente via ogni accenno desolante che, poi riveste di rivalsa. Il raptus improvviso dispone il pezzo su un mid tempo solido e compatto con le solite armonie che primeggiano in assoluto. Risoluta e slanciante, trasuda energia, milioni di particelle che ci sormontano e trasmettono vitalità. Mi lascia stampato un piccolo sorriso malizioso. Le liriche esplorano l'incertezza del futuro, di come siamo talmente attratti da cose futili e di come la vita scorre senza un briciolo di gratificazione. Non abbiamo ben chiaro quanto sia fondamentale l'esistenza, di come potremo sfruttarla eppure, riusciamo a perdere tempo in questioni assolutamente banali. The Rift è un brano semi acustico e miei cari, mi sento morire. In lontananza vedo la fossa, mentre il minutaggio avanza, si avvicina, quell'angusto puntino sbiadito assume pian piano forma. Le misure si fanno sempre più consoni al suo utilizzo. Mi ritrovo con la punta dei piedi lambire la cinta, la testa si piega sul fianco e cado nel buio più totale sino ad accorgermi che a fine canzone, sono completamente ricoperto di terra e dimenticato. L'acustica, in apertura, crea una calzante sinergia con i vocalizzi sofferenti, sospinti all'ennesima potenza dai riff elettrici che ne accentuano il mood opprimente. Poderosa track da sentire e risentire senza indugio. Tonnellate di accordi melodici ne realizzano un brano creativo, apparentemente semplice, contiene differenti trame che arricchiscono un finale spettacolare. Nella stesura, la natura ha iniziato il suo corso distruttivo con il fuoco, mari minacciosi, il terreno che si sgretola. Siamo nel banco degli imputati, da qui possiamo comprendere la nostra inutilità. Dopo l'estinzione, a qualcuno dovremo rendere conto. Siamo obbligati a dare delle risposte all'esercito dei fantasmi, morti a causa di pochi. Cerco di riprendermi dal semi shock con la successiva The Beacon. La storia potrebbe ripetersi ma, in questo caso, i ragazzi si tuffano ancora una volta nel progressive rock. Inizia in sordina con scosse di ritmica che spingono con grinta nel giro di pochi secondi. Il reticolo sonoro è privo di pecche, forse il brano più sperimentale, più fuori di testa, un mix inaudito di sensazioni che vanno e vengono. Ispirata al massimo, l'abilità compositiva avvalora quanto di buono hanno proposto anzi, da l'idea che possono spingersi oltre e questo stralcio ne è la conferma. Si sgretola attorno a svariate espressioni. Una montatura chirurgica che si conclude in maniera meditativa e ossessiva. La scrittura si focalizza sulla possibilità di rinascita ma, con l'incognita se ciò che abbiamo lasciato sulla terra, nell'altra vita, è rimasta decadente oppure è tutto nuovo e si può ricominciare. Gli errori madornali, comunque sia, ci perseguiteranno anche dopo la morte, su questo non si discute. I sensi di colpa saranno il nostro pegno da pagare. L'ultima in scaletta Scars from Limbo da il colpo di grazia. Ideale per essere dedicata alla vostra amata/o, vi strapperà le lacrime dagli occhi. Dolce, romantica, con un retrogusto di tristezza, mi squarcia il petto e mi accarezza lo spirito. La sento viva, genuina, è così ammaliante che mi ci tuffo dentro e ballo tra i solchi del disco in dolce compagnia, sperando non termini mai e duri all'infinito. Mi son emozionato e, questo, per la musica, è un particolare non di poco conto. Spetta al pianoforte consacrare questa perla, un paio di note annunciano la futura bellezza, la chitarra classica ne solidifica il brivido e la voce la rende infuocata. Un viaggio imponente, intenso. Il sound dilatato ti abbraccia con toste melodie, è devastante. Al sottofondo del mare, il coronamento di una meravigliosa traccia che ha l'unico difetto di durare poco più di sette minuti. Le onde ci salutano e a me, non resta che riavviare il cd per la millesima volta. Nelle liriche si affronta la fuga dalla disfatta. In un pianeta che cade a picco, non basterà voltare le spalle o rifugiarsi in chissà dove, la morte chiederà il saldo. Si fugge dall'inevitabile. Benchè consci, si ha troppa paura di scomparire.



Che altro aggiungere? Questo favoloso platter riporta in alto il genere, gli amanti degli Anathema possono rifarsi le orecchie e grosso modo, tutti quanti hanno solo da guadagnarci ascoltando cotanta grazia. Con sincerità, segnatevi questo nome, procuratevelo, non lasciate che si perdano simili esempi artistici. Fattevi trasportare.


1) Brave Young Assassin
2) Flame to the Oak
3) Out of Your Mind & Into a Void
4) To The Precipice
5) The Dead City Blueprint
6) A Great Unknown
7) The Rift
8) The Beacon
9) Scars From Limbo