Thin Lizzy

Jailbreak

1976 - Vertigo Records

A CURA DI
SANDRA MZ RUSSOTTO
22/05/2014
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Recensione

Capita spesso che, nel citare o elencare le più grandi ed influenti rock band del passato, ci si dimentichi o si tralasci uno dei gruppi caposaldo degli anni ’70, i Thin Lizzy. La nascita di questa band ha luogo a Dublino nel 1969, durante un periodo passato alla storia come “The Troubles” (traducibile con I Disordini). Periodo di conflitti politici e sociali che si svolsero fra Irlanda del Nord, Inghilterra e Repubblica d’Irlanda. Ma si sa, a volte, dalle peggiori situazioni, possono nascere grandi sodalizi. Successe, infatti, fra il chitarrista Eric Bell ed Eric Wrixon, organista, entrambi di Belfast ed ex-membri della band nordirlandese Them, con il cantante Phil Lynott e il batterista Brian Downey, entrambi membri degli Orphanage, fondati dallo stesso Phil dopo essere stato cacciato da Gary Moore. Phil Lynott accettò di unirsi al progetto, purché il suo ruolo fosse sia di cantante che di bassista, e così fu. La band prese dunque vita, inizialmente noti come Thin Lizzie cambiarono in Thin Lizzy poco più tardi; il nome fu suggerito da Eric Bell, che prese spunto dal nome di un personaggio del fumetto “The Beano”, che si chiamava Tin Lizzie. Un cambio di line-up però si ebbe dopo solo un anno, durante il quale la band pubblicò un singolo, “The Farmer”, che vendette meno di 300 copie, Wrixon così abbandonò la band per riunirsi ai Them; inoltre i Lizzy alla fine dello stesso anno firmarono un contratto per la produzione di due album con la Decca Records, casa discografica per la quale incisero grandi nomi del panorama musicale come i Rolling Stones, Cat Stevens, i Genesis e molti altri. Si spostarono a Londra dove incisero il loro primo omonimo disco, che non riscosse particolare successo. La Decca Records, per contratto, nel 1972 finanziò comunque un secondo album intitolato Shades of A Blue Orphanage il cui sound era un hard rock con chiare influenze blues (Hendrix influenzò notevolmente lo stile della band e soprattutto il cantato di Lynott) e con elementi della tradizione musicale irlandese, infatti riscosse successo nel loro paese natale ma non in Inghilterra. Lo stesso anno ottennero un discreto seguito grazie alla cover di una ballad irlandese: “Whiskey in the Jar”, che l’anno successivo consacrò la loro scalata verso la fama. La band non era però ancora solida, nel 1973 infatti, dopo la registrazione del loro terzo album Vagabonds Of The Western World, Eric Bell lasciò la band e Gary Moore, vecchia conoscenza irlandese di Lynott, prese il suo posto per poi abbandonare la band l’anno dopo. Con l’arrivo dei due chitarristi Brian Robertson e l’americano Scott Gorham venne a crearsi una stabilità nel gruppo che fino ad allora era sempre venuta meno e in più vennero presi sotto l’ala protettrice dell’etichetta Phonogram Records con la quale pubblicarono nel ’74 l’album Nightlife che, come i tre precedenti, non ebbe un grande riscontro commerciale. L’anno che consacrò i Thin Lizzy all’immortalità fu il 1976, nel quale pubblicarono Jailbreak, prodotto da John Alcock con la casa discografica Vertigo Records; i testi dell’album furono interamente scritti da Lynott, con solo sporadici interventi degli altri membri. In breve tempo, il vocalist diventò il frontman, grazie alla sua ottima capacità compositiva (si dilettava anche nella stesura di poesie), alla sua voce dal timbro tipicamente afro e grazie al suo carisma. Con Jailbreak la band avanzò verso un incalzante successo che farà pubblicare loro ben sei album, fino al loro scioglimento nell’agosto del 1983.



La canzone omonima “Jailbreak” apre grandiosamente quest’album avvertendoci che c’è stata un’evasione da qualche parte in città. I fuggiaschi, inseguiti dalla polizia, stanno scatenando l’inferno ed è più sicuro non ostacolare la loro fuga. La spavalderia e il cameratismo la fan da padroni e che tutte le donne stiano accanto ai loro amici al sicuro, perché non c’è scampo al passaggio degli evasori! La composizione musicale è ripetitiva ma suona perfetta se associata al cantato che è assoluto protagonista; l’intro è un riff di chitarra al quale viene presto aggiunto il wah-wah, effetto che non si spreca nell’arrangiamento-tipo dei Thin Lizzy; la voce di Lynott apre le danze dinamica e un po’ roca. Dopo la prima strofa troviamo un ritornello capitanato dalla voce di Phil e la chitarra diventa graffiante mentre Downey si destreggia alla batteria magistralmente; nell’interludio il basso precede l’urlo “Breakoooout!” che viene seguito dal suono di allarmi e sirene accompagnate da un riff di chitarra, che ci ricorda l’evasione in corso, segue ancora un’altra strofa che lascia poi lo spazio ad un ultimo ritornello che chiude il pezzo. Il secondo brano è “Angel from the Coast”, che si discosta sin dalle prime note dalla canzone precedente, il testo è strutturato come una poesia il cui contenuto è a tratti innaffiato di cinico sarcasmo, come nella prima strofa che, tradotta in italiano, recita “Il sacro cuore sta sanguinando, vallo a dire allo Spirito Santo, che il tossico sta ancora imbrogliando, per ottenere ciò che vuole di più” come a dire che il sacrificio di Cristo è ancora fresco nell’aria che già risulta vano poiché l’essere umano è nato per essere corrotto. Man mano che si va avanti si crea una scena quasi da set cinematografico, dove troviamo vari personaggi: Angel, una femme fatale, poi c’è Sally la giocatrice di poker, l’ubriacone ed infine uno sbandato nella hall. Come se tutti fossero protagonisti di diverse realtà nello stesso edificio dove ognuno di loro vive i propri vizi e le proprie disgrazie. Oltre alle grandi capacità di paroliere di Lynott, questa canzone offre una poliedricità di suoni, dall’Hard Rock all’influenza della musica irlandese. Nell’intro le due chitarre si sovrappongono per una decina di secondi prima che Lynott inizi il primo verso introducendo voce e basso, accompagnato alla batteria da Downey. Il riff iniziale e il ritornello vengono riproposti, segue un bridge che è un calderone di ghost notes e scratching, dopodiché troviamo un solo che conduce alla ripetizione ultima dei due riff iniziali, mentre la voce di Lynott sfuma con l’ultimo verso della strofa. Arriviamo al terzo brano dell’album “Running Back”, il rimpianto di un musicista che riesce a mantenersi perché canta del suo dolore per essere stato lasciato. Il musicista, protagonista del brano, parla della sua ex ragazza con la quale vorrebbe ricongiungersi e si chiede se lei lo lascerebbe anche se lui si scusasse per averla sempre data per scontata. Conclude con la fine di uno show in cui sta cantando, dove tutti devono andare a casa e lui rimane solo con il rimpianto, desiderando di tornare ancora indietro da lei. Questa canzone è stata chiaramente scritta per diventare una hit radiofonica e tutto l’arrangiamento viene indirizzato seguendo sonorità più pop, scelta che indusse Robertson a rifiutarsi di suonarla, lasciandone l’esecuzione a Scott Gorham. L’intro parte con la tastiera dell’inglese Tim Hinkley, accompagnata dalla chitarra che esegue un loop di tre accordi. La voce di Phil parte calma e roca mentre la tastiera ripropone lo stesso passaggio iniziale, le chitarre si intrecciano pur rimanendo quasi in secondo piano rispetto alla voce e alla tastiera. La canzone suona piatta rispetto alle altre, ritroviamo un po’ di dinamicità grazie al solo nella parte centrale. Il brano si conclude con il ritornello ripetuto due volte e la voce di Lynott che accompagna gli strumenti in chiusura canticchiando un “na na na na”, rendendo particolarmente ovvia l’influenza di Van Morrison. Segue “Romeo and the Lonely Girl”, un chiaro riferimento alla storia dei due amanti Shakespeariani per eccellenza; il testo racconta di come una ragazza sembra essere fatta per stare con Romeo, che suo malgrado deve lasciarla, ma la ragazza ben presto ritrova l’amore e Romeo deve fare i conti con se stesso e con le sue scelte e, nonostante sia di bell’aspetto e amico di chiunque, porta delle cicatrici dentro di sé che non lo rendono il ragazzo perfetto che si pensa. Infatti non è detto che due amanti siano perfetti solo perché così appaiono. L’arrangiamento di questa canzone offre un Downey in ottima forma alla batteria e lo si sente sin dall’intro nel quale è accompagnato dalla chitarra che suona in stile piuttosto funk, la voce di Phil si fa subito sentire, il solo di chitarra di Gorham esplode a metà canzone con un sound dai sapori irlandesi prima di lasciare di nuovo spazio all’ultimo verso e al ritornello che viene ripetuto fino in chiusura. Arriviamo alla quinta canzone, che è anche uno dei brani di punta dell’album, scritta a due mani da Lynott e Gorham, si intitola “Warriors” ed è un tributo a giovani leggende della musica come Hendrix e altri musicisti raccolti in quello che viene chiamato il Club 27 (27 come i loro anni), deceduti giovani ma nonostante questo diventati leggende. Il “guerriero” protagonista del testo è colui che porta il messaggio di morte e che inferisce il colpo fatale. La morte non è una risposta semplice, e dunque soddisfacente, da dare a chi ha la smania della conoscenza e si domanda cosa riserva il futuro. Il fato dovrà aspettare che il tempo guarisca le ferite perché sì, il cuore è guidato da Venere, e quindi dall’amore, ma la testa è guidata da Marte, il dio della guerra. Come a dire che il guerriero venuto a portar la morte si ritroverà davanti ad un valido combattente che non si arrenderà al volere del destino, e la morte non basterà a spazzarne via il ricordo. Inizia con un riff vibrante e dal suono un po’ tetro, accentuato proprio dal basso di Lynott. Il primo verso diventa più dinamico e la voce viene effettata con un effetto echo; nell’interludio troviamo un magistrale solo di Robbo, seguito da un solo di batteria che lascia la pelle d’oca e in chiusura un coro dei Lizzy accompagnato da un duetto strumentale fra Downey e Robertson. È ora il turno di una delle più grandi hit del panorama hard rock dell’epoca nonché una pietra miliare della band stessa, “The Boys Are Back in Town”. Sembra che la canzone sia stata ispirata a Lynott da una gang di Manchester chiamata Quality Street Band e dai tifosi del Manchester (Lynott stesso supportava il Manchester United) che si trovavano giù in città per spassarsela con le ragazze, per bere e a volte per fare qualche rissa o far festa tutta la notte; ritroviamo, infatti, un po’ lo stesso clima cameratesco presente nella stessa “Jailbreak”. La canzone inizia con un riff in cui spicca il basso di Phil e si ripete per quattro volte prima che la voce inizi a farsi sentire per la prima strofa, fino al ritornello, che altro non è che la ripetizione del titolo della canzone due volte, la prima cantata da Lynott e la seconda dai chitarristi Robertson e Gorham. Fra le varie strofe e ritornelli, possiamo notare come i due suonino lo stesso riff simultaneamente (twin lead guitar) accompagnati dalla sezione ritmica finché la canzone non termina con l’ultima ripetizione del ritornello. Arriviamo così alla settima canzone dell’album, “Fight or Fall", sembra quasi una preghiera o un pensiero intimo rivolto ad un fratello, al quale Lynott dice che è diventato un uomo. Il tempo che scorre e spesso si ritrova a dire a se stesso che dopotutto non ha sprecato il suo tempo, la sua vita, perché non è nella sua indole farlo. Lynott scrive che c’è sempre un buon motivo per combattere piuttosto che perire, ed è meglio essere insieme nel combattimento piuttosto che da soli. Dal ritmo più cadenzato e tranquillo rispetto alla canzone precedente introduce l’uso di una chitarra acustica, strumento focale dell’intero pezzo; la voce di Phil è dolce e calma, si accentua solo grazie all’effetto stereo impostato sulla voce quando dice durante il ritornello “I tell-a tell-a myself”, gli stessi riff si inseguono per tutta la durata della canzone che si conclude con un coro che recita “Brother, brother” fino alla fine. L’influenza di Springsteen e di Van the Man è sempre costante e la voce di Lynott appare quasi come un tributo alla voce di Hendrix. Arriviamo così alla penultima canzone, “Cowboy Song”, con scenari alla Clint Eastwood. Il testo altro non è che il racconto di un cowboy che cavalca solitario mentre ripercorre con la memoria le sue avventure amorose. Parla dei rodeo ai quali partecipa, cavalcando finché non finisce al suolo, disarcionato. Il brano inizia tranquillo, scandito dal suono di una chitarra e dalla voce di Phil che canta i primi tre versi della prima strofa; ad un tratto un riff di basso si interpone, si uniscono le chitarre e la batteria e la voce prosegue con la prima strofa. Segue il ritornello durante il quale le armonie vocali si sposano perfettamente con le chitarre che duettano. Il solo centrale è da brivido, al termine del quale è tempo di recitare l’ultimo verso, dopodiché un ultimo solo ci lascia estasiati e la canzone si conclude con il ritornello finale. Giungiamo così all’ultima canzone, “Emerald”, che sembra parlare delle incursioni di Cromwell per la conquista dell’Irlanda (Emerald significa Smeraldo, riferimento ai verdi paesaggi irlandesi). Parla di come gli invasori saccheggiarono e devastarono i villaggi, lasciandoli vuoti. La battaglia ha inizio dalle montagne fino al mare, gli invasori sono venuti per pretendere quella terra senza la quale sembrano non poter vivere. La canzone suona come la più heavy dell’album, a tratti addirittura epica, inizia sin da subito con il primo verso accompagnato dalle chitarre, alle quali si unisce ben presto la batteria, le chitarre rievocano la musica irlandese, quasi come fosse composta per andare a marciare in guerra. Nella sezione centrale della canzone troviamo Robertson e Gorham che sembrano essere un corpo e una chitarra, il solo è magnifico e anche Downey, alla batteria, si unisce con maestria ai chitarristi fino alla fine che è enfatizzata da un riff decisamente all’irlandese.



Si conclude magnificamente un album strutturato alla perfezione e che non annoia mai, non stupisce come sia stato l’album che ha portato alla ribalta questa valida ma sottovalutata band. I testi sono poesie e i musicisti sono sicuramente fra i più apprezzabili e i più validi del panorama rock dell’epoca.


1) Jailbreak
2) Angel from the Coast
3) Running Back
4) Romeo and the Lonely Girl
5) Warriors
6) The Boys Are Back in Town
7) Fight or Fall
8) Cowboy Song
9) Emerald