THE VOICES

Oneiric Anthem

2017 - Masked Dead Records

A CURA DI
MAREK
27/01/2017
TEMPO DI LETTURA:
6

Introduzione Recensione

Seppur breve, l'epopea dei Secretpath non ci aveva di certo lasciati indifferenti; anzi, si può tutt'oggi ammettere quanto in "Wanderer and the Choice" ci fosse effettivamente molto materiale sul quale porre attenzione. Un disco particolarissimo, spaziante da stilemi tipici del Death ed il Black e poi tendente verso soluzioni più moderne, estrose, sui generis. Una band assai promettente, la quale ha terminato le sue attività proprio nell'appena trascorso 2016. Come testamento, un semplice EP di tre tracce, "I Hear the Voices!", rilasciato dalla "Masked Dead Records" e limitato ad una tiratura di soli venticinque esemplari. Un congedo in punta di piedi, che purtroppo non ha reso giustizia ad una delle più particolari ed estroverse realtà che il suolo italico potesse (fino a qualche mese fa) vantare. The Show Must go On, tuttavia, direbbe qualcuno d'autorevole. Ed eccoci qui, proprio in virtù di questo, a narrare una storia per forza di cose parallela a quella dei Secretpath. La storia di Paolo "The Voices" Ferrante. Le voci, esattamente. Un soprannome abbastanza autorevole (l'uso al singolare fu appannaggio totale di un certo Frank Sinatra), scelto non a caso. Un po' per rammentare uno dei più grandi personaggi della storia della musica, un po' per descrivere una delle principali (se non LA principale) caratteristiche-a di Paolo: la versatilità. Il Nostro è infatti un personaggio singolare, artisticamente difficile da inquadrare. Più stili in una sola persona, più anime, più sfumature. Un caleidoscopio di sensazioni ed emozioni fra di loro differenti o congiunte, un prisma che svela la sua multiforme natura se correttamente esposto al raggio solare della somma ispirazione. Una storia, dicevamo: la storia, appunto, di The Voices. Questo, il nuovo progetto di Paolo, il quale decide di mettersi in gioco (o meglio, di rimettersi) affidandosi alla sua ugola, alle sue ugole meglio ancora, cercando di tirar fuori dal cilindro un qualcosa che potesse vagamente ricordare la particolarità già espressa dai Secretpath a suo tempo. C'è da precisare, come ammesso dallo stesso master mind di questa one man band, che The Voices è un progetto nato dalla volontà di trarre virtù da uno status di profonda necessità. Una necessità che vedeva il buon Ferrante carico di idee e di ispirazioni, ma nessuno con le quali concretizzarle, visto e considerato lo split del precedente gruppo. Rimasto "solo", il Nostro ha quindi pensato di sfruttare l'unico strumento musicale che egli è in grado di utilizzare: la voce. Le voci, meglio, avendo egli prestato, per il suo (nuovo) esordio "Oneiric Anthem", tutte le sue più disparate doti ed influenze, arrivando a suddividere il suo canto in più realtà da sovrapporre ed incollare, creando una sorta di psichedelico e folle puzzle. Uno stile, due stili, tre stili, quattro, far combaciare il tutto in una sorta di palazzesco divertissement. Il poeta si diverte, pazzamente, smisuratamente. Uno Zang Tumb Tumb sonoro di rara particolarità. Il tutto realizzato con le sole proprie forze. Esattamente, perché oltre ad aver adoperato la sua voce in ogni modo possibile ed immaginabile, Paolo ha nel frattempo imparato anche ad ingegnarsi dietro la consolle, per curare egli in prima persona il suo lavoro musicale. Un vero e proprio factotum, ideatore di quel che lui definisce un Experimental Avant-Garde A Cappella. Sui primi due termini non è d'uopo soffermarsi più del dovuto, in quanto abili masticatori di metallo avranno già in mente, più o meno, i significati legati a queste due espressioni. Sperimentalismo ed avanguardia, dunque. A Cappella, invece, merita un piccolo approfondimento in più. Il dizionario sentenzia in tal guisa: "si definisce a cappella ogni esibizione sonora che non preveda, durante il suo svolgimento, alcun intervento da parte di strumenti musicali". Ed è proprio questo il particolare principe della musica di The Voices: l'utilizzo delle SOLE voci. Più linee vocali registrate, armonizzate, alcune scandenti il ritmo ed altre la melodia.. insomma, un qualcosa di estremamente particolare ed avanguardistico. "Oneiric Anthem" si pone dunque a tutto campo come un manifesto programmatico. Il futurista Paolo Ferrante, in uno slancio di marinettiana sfida, scende in campo per presentarci una creatura eccezionale. Un mostro di Frankenstein da lui stesso elaborato e permeato di vita. Un disco che, come base, reca il concept del sogno ed è per questo suddiviso in due sezioni distinte. Da una parte il giorno, dall'altra la notte. Ad occuparsi del licenziamento di tale opera, sempre la "Masked Dead Records", la quale ha nuovamente limitato la tiratura a soli venticinque esemplari.. più un'edizione assai speciale, realizzata esattamente da Paolo. Trattasi di un cofanetto in legno dipinto, con all'interno (oltre al CD) anche un particolare liquore al cioccolato e peperoncino habanero, realizzato dal buon Ferrante, assai a suo agio anche in contesti bucolici, come ci informa lui stesso nella sua bio. Proprio per contrastare l'amaro del liquore (e dunque il "lato notte" di "Oneric.."), ecco anche un vasetto di miele speziato (il "giorno"). Contrasti, stranezze, particolarità, avvenirismo.. insomma, gli ingredienti per un folle viaggio visionario vi sono tutti. Non ci resta che cedere al sonno, ritrovandoci alla ricerca dello sperduto Kadath, come dei novelli Randolph Carter. Accompagnati dal nostro The Voices, naturalmente.. let's play!

(Lost) My Mind

Iniziamo con il lato "giorno", aperto da "(Lost) My Mind - (Ho perso) la testa". L'ambiente ha del favolesco, dello spettrale. Sembra quasi che Voices abbia voluto ricreare un ambiente a metà fra il macabro ed il fiabesco: la sensazione di base è quella di ritrovarsi sperduti nella selva di Alice in Wonderland, circondati dallo Stregatto e da tutta una moltitudine di creature bizzarre. Insani spiritelli danzano in cerchio attorno a noi, mentre spaesati ci dirigiamo sempre più in profondità, curiosi circa quel che potremmo ancora vedere, compiendo progressivamente un passo avanti dopo l'altro. Un'atmosfera, quella più grottesca e "infestata", messa in atto dalle voci in background; voci stregate ma per nulla inquietanti, anzi. Per certi versi ricordanti qualche vecchio cartone animato anni '40, di quelli in bianco e nero. Quelli dove gli scheletri danzavano allegri e riuscivano comunque a divertire i piccoli spettatori, per nulla impressionati da queste figure rimandanti morte. La voce principale, ben meno grave di quelle in background, intanto ci racconta una storia carica di follia. Il protagonista, con fare declamatorio e particolarmente istrionico, ci narra infatti di un suo viaggio intrapreso nei meandri della sua mente. Il nostro si dichiara senza troppi problemi un folle; un personaggio ormai a secco di proverbiali Venerdì, perso nei meandri labirintici della sua testa priva di rotelle. La pazzia lo assale, tuttavia non scorgiamo in lui la sofferenza tipica dei malati mentali (per esempio) cantati in brani come "Welcome Home (Sanitarium)". Tutt'altro, il protagonista sembra crogiolarsi in questo suo status, come un curioso e malefico giullare. Ha perso la testa.. o si è liberato di essa, riuscendo a spalancare una nuova porta della percezione? Intanto, il brano continua a dipanare immagini spiritiche, alla poltergeist. I vocalizzi in background ben si sposano con una linea vocale principale decisamente molto ispirata e sentita, la quale conosce un significativo cambio di registro verso il minuto 2:05. Toni ben più gravi e solenni, in questo momento Paolo si tramuta in un vecchio e lamentoso fantasma, quasi piangendo le sue disgrazie. Sempre più istrionico, sempre più supportato dai cori in sottofondo, cori equamente suddivisi fra falsetti e tonalità ben più basse. La linea principale si fa poi più solenne, quando giunge il momento della riflessione principe; cosa significa esser matti? E chi è, veramente matto? Una domanda che conosce una sola risposta, ovvero: tutti siamo matti, ed i più pazzi sono proprio coloro i quali non se ne accorgono. Un capovolgimento di prospettiva niente male, quindi. Il nostro giullare cosmico, proprio con fare da Stregatto, arriva a considerare pazzo chiunque, senza esclusioni. Ci apprestiamo quindi a salutare il nostro pazzo cicerone, scivolando verso il secondo brano.

Impossible Dream

"Impossible Dream (Sogno Impossibile)" non si discosta poi molto dalla traccia precedente. Continuano i toni stregoneschi e fantasmagorici, nessun elemento di rottura se non per il fatto che, questa volta, il falsetto in background risulta maggiormente preponderante al supporto della linea vocale principale. La quale si alterna spesso e volentieri a questo esasperatissimo vociare acuto, sposato alla perfezione con il cantato greve e solenne adottato dal nostro Voices. Un cantato che farebbe venire in mente un gigante dalla lunghissima barba, un Hagrid od un Barbalbero intento a narrarci antiche storie della Terra di Mezzo. Invece, il giullare cosmico di pocanzi, torna a proferir parola, narrandoci di un sogno apparentemente impossibile da realizzarsi ma di fatto concreto. Una para-realtà nella quale il protagonista si perde e crogiola, non volendola più abbandonare. L'andatura del brano, in effetti, tende a dipingere atmosfere oniriche, da sogno, sperdute nei meandri della veglia. Vaghiamo in questo mondo sperduto nello spazio e nel tempo, a bordo d'un ebbro battello. Il quale sembra condurci ora a destra ora a sinistra, ora avanti ed ora indietro. Il protagonista è difatti molto più allegro che nella traccia precedente, forse anche per via di una colossale bevuta. Sta di fatto che, questo sogno, risulta molto più bello della vita reale. Fatta di incertezze, dubbi e tristezza, una vita dalla quale si vuole scappare. Per farlo, basta perdersi nei mille colori del mondo dei sogni. Seguire il giullare e darci alla pazza gioia. Sognate anche voi, non ve ne pentirete. Notiamo come la voce di Paolo, almeno la linea vocale principale, adotti stilemi più "sforzati" e meno solenni all'incirca attorno al minuto 1:47. Un cantato quasi sforzato, sempre circondato dai soliti e ritmici vocalizzi spiritati. I quali prendono brevemente la parola, lasciando poi lo spazio ad un falsetto diabolicamente etereo. Un falsetto che ben serpeggia fra questi gravissimi cori, sgusciando di qui e di là, riconducendosi poi con il vocione del gigante, il quale ritorna verso la fine del brano. Il sogno continua, con esso l'illusione di poter scappare dalla realtà. La mente spazia, sogna e non si ferma. Non svegliate il sognatore, lasciatelo preso dalle sue invenzioni. Non destate la sua veglia, non interrompete il suo capolavoro. Il sogno, l'unica scappatoia che ognuno di noi può sfruttare, qualora la realtà divenisse troppo oppressiva. Sognare dormendo, o ad occhi aperti.. che differenza fa? Seguiamo l'esempio del nostro protagonista. Beviamo, immergiamoci nelle nebbie alcoliche del sogno che cattura. Persi nella nebbia, chi mai potrà più reclamare la nostra presenza?

Cosmoillogical Existence

Senza indugio alcuno ci appropinquiamo ad ascoltare la terza traccia, "Cosmoillogical Existence (Esistenza cosmo illogica)". Non cambiando di una virgola, lo stile proposto risulta esattamente quello dei due pezzi precedenti. Paolo prorompe subito con il suo vocione ben impostato, mentre i cori da sfondo fungono da punto di partenza ed unità di misura per quel che dovrebbe concernere la "sezione ritmica". Il nostro giullare, sfruttando in questo frangente un'andatura più pacata, arriva a declamare una nuova sezione della sua storia. Un testo che potrebbe ricordare alla lontana le lisergiche fantasie degli Hawkwind: perso nel centro dell'universo, il protagonista guarda gli astri collidere, i suo i sogni materializzarsi. Il confine fra veglia e realtà arriva quindi a cedere: i sogni si realizzano, ma la realtà diviene solo un sogno. Interrogativi marzulliani che di fatto ci conducono attraverso un viaggio astrale liricamente ben strutturato. Peccato non aver utilizzato, in sede, qualche strumento che avrebbe potuto donare una particolare effettistica al tutto. In questo caso, un bel sound fantascientifico / avveniristico tipico di un certo tipo di Space Prog. avrebbe funzionato alla grande. L'idea, infatti, è che i pezzi si somiglino ormai un po' tutti, ma siamo sempre pronti a ricrederci. Continuando a sognare, il protagonista è ormai incapace di comprendere la realtà  che lo circonda. Una cosmo illogica esistenza la sua, un mondo nel quale le leggi della fisica sembrano sovvertite, così come quelle della chimica. Niente sembra più stare al suo posto, ogni cosa sembra brillare di luce propria. Il nostro giullare, tuttavia, non poteva chiedere di meglio. In questa confusione ha trovato un posto in cui vivere, e per nulla al mondo lo lascerà. Minuto 1:23, assistiamo ad un momento particolarmente solenne e ben strutturato, nel quale la linea vocale principale assume dei toni quasi sacri, come se questa provenisse da un sancta sanctorum. Anche i cori dimettono per un attimo i panni più "grotteschi" e si fanno più monastici. Sembra quasi di udire un'insana processione procedere lungo la sua strada, una processione inscenata da meste figure incappucciate. Particolarmente apprezzabile la capacità del nostro di assumere certe tonalità decisamente baritonali, basse, grasse e grosse. L'esistenza cosmo illogica viene quindi celebrata a dovere: il nostro protagonista si rende conto di voler vivere in questa confusione d'astri e di sogni. Un mondo in cui piccole esplosioni, piccole reazioni creano ogni giorno un qualcosa di nuovo, magnificamente ben visibile nell'oscurità del cosmo. Galassie oniriche da colonizzare e conquistare, per poter per sempre vivere felici.

Distant, Unreachable

Penultimo brano del lato "giorno", nonché pezzo più lungo dell'intero lotto, "Distant, Unreachable (Distante, Irragiungibile)" inizia come di consueto con i soliti cori in sottofondo, supportanti stavolta una voce più aggressiva e per certi versi rauca, sguaiata. Potente e perentoria, strozzata e quasi esasperante, la nostra ugola principale ci narra di una storia assai densa di tristezza. Quel sogno che nei precedenti episodi sembrava poter fornire una qualche speranza al nostro giullare, ormai pare andato e sparito per sempre. Un sogno che poteva significare salvezza, e che ormai altro non può fare che ridursi a pallido ricordo di lontano benessere. Scalare le vette della tristezza è d'obbligo, in certi casi, affrontare un dolore incommensurabile, dovuto al fatto che un sogno, per quanto "ricorrente", una volta svegliati non si ripeterà mai più. Ed ecco che il giullare cerca qualcuno che lo possa portare via dalla realtà, ma nessuno gli tende la mano. Quel sogno è ormai perso, sarà impossibile ritrovarlo e riviverlo. L'atmosfera è abbastanza sottolineata da questa voce più sofferta, nonostante il background continui ancora a somigliare a quello di una foresta incantata. Variazione definitiva verso il minuto 1:24, quando le voci di sottofondo si uniscono in cori sacrali e maestosi, e la linea vocale primaria torna a narrarci una storia madida di pianto. Il problema del disco, comunque, rimane il medesimo: ogni testo è recitato pressappoco nel medesimo stilema, il che rende il tutto "monocorde" e difficile da plasmare. Ogni lirica dovrebbe essere storia a sé; ma riducendo il discorso ad uno stilema abbastanza reiterato, Paolo rende leggermente difficile capire il distinguo fra le varie storie narrate. Si scivola verso metà brano e il tutto non sembra cambiare. Stessa voce da mostro triste, stessi cori in background, stessa storia portata avanti. Ritornano a 3:16 i bei cori sacrali, preludio ad un arrivo della voce più limpida e declamatoria, seppur impostata su registri molto bassi. Ruggito oscuro e gutturale, perpetuo, al minuto 3:46. Un bell'elemento di novità sul quale i sussurri ben si spalmano, danzandogli attorno. Presto, però, viene ripreso il mood principale. La tristezza del protagonista continua a farsi sentire, niente sembra andare per il verso giusto. E' condannato a lasciar andare ogni speranza di rivivere quanto a perso. Sormontato dalla tristezza, il Nostro si sfoga quindi mediante toni più solenni ed altisonanti, fino alla fine del pezzo. Cinque minuti abbastanza pesanti, a dire il vero, salvo qualche piccola scintilla qui e là.

Someone To Blame

L'ultimo brano del settore "Giorno" risponde al nome di "Someone To Blame (Qualcuno da incolpare)". Nulla cambia, l'atmosfera è sempre quella. I cori in sottofondo sembrano essere più "eterei" e dediti a soluzioni più ariose, a tratti addirittura "gregoriane". Le linee vocali principali duettano con essi, stabilendo un gioco abbastanza piacevole se non altro recante un po' più di colore. I falsetti sono di molto ben eseguiti, ma abbastanza gigioneschi, rimandanti per certi versi a quelli sfoggiati da Seth Putnam in brani come  "The Word Omophobic is Gay". Notiamo immediatamente come le voci più profonde e quelle più acute instaurino una sorta di tenzone, di botta e risposta: infatti, il testo sembra quasi parlare di una persona ripetutamente incolpata da una voce malvagia, atta a spiattellargli in faccia una indigesta verità. Il protagonista delle liriche viene descritto mediante mille difetti fisici e morali. Una "brutta balena" che come unico interesse ha solamente il mangiare e bere senza sosta; un "puzzolente pezzo di mer*a" lasciato solo, a marcire. Egli si chiede di chi sia, la colpa di tutto questo. Del perché, del percome. Ecco quindi che una voce non fa altro che rimarcargli tutte le sue mancanze, chiedendosi come possa egli (o ella, non ci è dato saperlo) aspettarsi di più di quel che già fortunatamente ha. Tutti siamo nati per vivere da soli, tutti siamo purtroppo condannati alla desolazione più totale. Nessuno può salvarsi da questa condizione, figuriamoci una persona così brutta e sgradevole. Il coro di voci prosegue nella sua tenzone, nel frattempo, alternando vocals "trombone" ad altri più leggere e cristalline. Sono proprio le seconde a chiudere definitivamente il brano, il quale si infrange con le tristi consapevolezze del protagonista. Solitudine, desolazione, smarrimento.. questo il suo destino, inutile opporvisi.

The Unicorn Nightmare

Apriamo il lato "Notte" con "The Unicorn Nightmare (L'incubo dell'unicorno)", brano per l'ennesima volta simile, per stilemi, ai precedenti. Le variazioni fra i pezzi, purtroppo, risultano appena appena percettibili; uno dei maggiori punti deboli di quest'album, a parer di chi vi scrive. Proseguiamo, comunque, lasciando alle conclusioni finali il compito di sviluppare determinati giudizi in maniera più ampia. Il brano presenta, come dicevamo, stilemi già reiterati e per nulla originali. Voce declamatoria, cori "stregati". Il tutto atto a narrarci l'ennesimo testo delirante. Forse in prossimità della notte, anche i versi perdono brillantezza, offuscandosi. L'incubo del protagonista lo vede perso e sperduto in una strana foresta, inseguito da creature che avrebbero dovuto mostrarsi docili e dolci, come da folklore popolare; invece, si presentano in una veste orribile, demoniaca. Unicorni neri e rossi, dotati di denti aguzzi e di lame al posto degli zoccoli. Mostri d'indicibile bruttezza, i quali calpestano irrimediabilmente lo sventurato visitatore della loro selva, vogliosi di ridurlo in trance grossolane. Un incubo così terribile e veritiero che il protagonista vorrebbe tanto svegliarsi, anche se il solo ricordo dell'onirico vissuto lo angoscia a tal punto che avrebbe desiderato morire. Le voci spettrali dipingono quindi una sorta di climax che porta la storia ad essere narrata in maniera particolarissima, difficile da decodificare. Cori straziati e perentori, questa volta meno giullareschi delle precedenti tracce ed anzi più diabolicamente guasconi. Un sogno strano, terminato nel peggiore degli epiloghi: l'uomo, accolto in seguito dai dolci unicorni bianchi, decide di ucciderli per vendetta, arrostendo la loro carne sul fuoco. Un pezzo che dunque non distingue particolari fasi tali da poter spiccare. Qualche squillo ogni tanto, qualche sussulto, ma in generale dominato da una piattezza generale. E' senza dubbio interessante vedere Paolo barcamenarsi fra così tanti stili.. ma dopo sei pezzi, il tutto comincia a divenire leggermente pesante.

Oeniric Anthem

Ci pensa il brano numero sette, la titletrack "Oeniric Anthem (Inno Onirico)", a risollevare leggermente le sorti del tutto. Molto ritmato e coinvolgente, il pezzo si dipana in maniera sostenuta, sfruttando una cadenza assai piacevole e trascinante. I cori in sottofondo fanno un bel lavoro, ed il giullare cosmico torna a farci visita, cantando quest'inno onirico a metà fra voci solenni e squillanti falsetti. I quali giungeranno addirittura a dominare un'intera sezione del brano, supportando e soppiantando una linea vocale appena sussurrata. La piacevole e sognante cavalcata sembra parlarci di quel sogno perso in un brano del lato "giorno". Il sogno tanto agognato, richiamato a gran voce da un inno qui intonato in maniera decisa e schietta. Torna, sogno, torna. Queste sembrano essere le parole decantate dal giullare, deciso più che mai a riacquisire la libertà presente solo in quell'onirica dimensione. Una libertà che deve essere recuperata con forza, cantando e desiderando, non smettendo mai di inseguirla. Tutto è possibile, in fin dei conti. The Voices ha ambientato il suo concept in un luogo privo di tempo e spazio, nel quale ogni ordine naturale viene praticamente sovvertito. C'è quindi la possibilità che un sogno sperduto possa in un certo senso tornare indietro, recuperare i suoi passi. Il tutto continua ad essere ben scandito da una baldanzosa andatura. Le sezioni in falsetto tornano anche verso il finire, particolarmente acute e squillanti. Presto soppiantati da una voce grave, la quale declama a sua volta i versi del pezzo. I falsetti rimangono comunque a far da supporto in background, in un piacevole connubio fra giorno e notte, fra grave ed acuto. Sempre alla ricerca di quel sogno, visto come il rifugio definitivo, la decisiva ancora di salvezza alla quale appigliarsi, per poter finalmente fuggire da questa drammatica quanto orribile realtà.

Lie

Ottava traccia, "Lie (Bugia)" prosegue sui ritmi inaugurati dalla titletrack. Si continua con l'oscura baldanza, ed anche la metrica della voce principale risulta particolarmente "simpatica" all'ascolto, decisamente ben costruita. Vocalizzi e scat si sprecano, benché il testo esista e sia anche particolarmente criptico. Ci viene detto di questa "cosa", la quale sembra vivere in noi e, sue testuali parole, si alimenta della nostra energia, per rinascere ogni volta più forte. Egli, esso, esiste? Sembrerebbe di no. Falso, la sua esistenza non è pervenuta. Eppure, come può dirsi falso un qualcosa di inserito in un mondo in cui il concetto di verità non esiste? Un paradosso quasi alla Carmelo Bene: esistere per non esistere. E' vivo, è una bugia. E' vivo, è una bugia.. una tiritera quasi diabolica, unica luce in un enorme buio impossibile da squarciare. E che il nostro "protagonista" proprio non vuole diradare, preferendo non sapere cosa ci sia attorno a lui. Solo, si definisce un falso, proprio perché ha scelto di essere vivo. La connessione fra le due cose non ci è dato saperla, ma del resto ci troviamo dinnanzi alle liriche più strampalate dell'intero lotto. Liriche in cui una "cosa" sussurra e parla di pazzia, sostenendo di vivere in noi. Di sfondo, la solita selva d'alberi posseduti, i quali verso il finale si donano a pregevoli vocalizzi a bocca chiusa, almeno finché la voce portante non decide di declamare gli ultimi versi, chiudendo così il brano, il quale si conclude sfumando.

The Bare Unbareable Bearings of a Bear

Un singolare gioco di parole dà il titolo alla penultima traccia del lotto: "The Bare Unbareable Bearings of a Bear (Gli schivi ed insopportabili atteggiamenti di un orso)". L'andatura rallenta molto, porgendo il fianco ad un proseguire lento e cupo, decisamente inquietante. La profonda voce di Paolo ci narra infatti di un timido cerbiatto, perso in una selva oscura e circondato da inquietanti paesaggi. Alberi oscuri e torreggianti, sibili sinistri, vegetazione fitta; tutto quel che il cerbiatto vede sembra predisposto a suscitare nel suo animo una profonda angoscia, un senso d'ansia crescente. Zompettando allegramente, il piccolo animale ha smarrito la via di casa, imboccando un sentiero che avrebbe fatto meglio a non prendere mai. Si prosegue in tal guisa, con vocioni gravi e spaventosi ricamanti un contesto d'oscura paura.. fin quando, al secondo 00:53, ecco la follia totale. Una vocina simile a quella di Alvin di "Alvin & The Chipmunks" arriva a rendere il contesto insolitamente ilare, simpatico. Una risata abbastanza marcata è d'obbligo farsi, ma non certo per dileggiare il lavoro di Voices. Anzi, se non altro per rimarcarne la sostanziale audacia, dopo tutto. Il piccolo chipmunk continua quindi ad esibirsi, in barba ai cori che lo supportano. Forse impersonante, il falsetto cartoonesco, il cerbiatto che proprio in questo istante si è imbattuto in un'enorme massa di peli, artigli e denti aguzzi. Un orso, in poche parole. Egli sa bene di non essere in un incubo (in quanto, ricollegandosi alla prima traccia del "Lato Notte", ammette in quel senso di sognare unicorni). Un ruggito in growl di Paolo segna quindi l'entrata in scena del mostro peloso. Un growl oscuro e gutturale, di scuola vagamente Barnes. Il contesto torna comunque allegro verso il minuto 2:38. Una strana virata festosa, giullaresca, la quale coincide con il lieto fine della storia. L'Orso non mangerà il cerbiatto, in quanto la carcassa di un suo simile giace a terra. L'enorme plantigrado ha già cenato, dunque il capriolo potrà passargli dinnanzi senza paura alcuna, ringraziando paradossalmente il suo defunto fratello. Il tutto viene scandito da dei "la la la la" che sembrano venir pronunciati da Mickey Mouse. Il clima torna lento e solenne verso la fine del brano. Dopo quell'esperienza, il cerbiatto comincia a porsi domande esistenziali. Grazie alla morte, egli è vivo. Non è dunque vero, che la vita si ciba della morte? E cosa conta una vita, messa a paragone con l'intensità di una galassia? Cosa può contare un respiro, dinnanzi all'esplosione d'una stella millenaria? Domande alle quali non potremo rispondere mai. Una nota particolare, mi sento di sottolineare: ovvero, la rottura della quarta parete inscenata da Paolo, il quale arriva a dirci che sì, certi quesiti sono senza risposta.. e che l'unica certezza che abbiamo è l'aver buttato quattro minuti per ascoltare questa "mer*a". Un commiato a dir poco geniale, che conferma questa come la traccia migliore dell'intero lavoro.

Behold the Passing of Time

Giungiamo quindi alla conclusione con "Behold the Passing of Time (Osservare lo scorrere del tempo)". Vocalizzi allegri aprono un brano che decide di congedarsi non cambiando o discostandosi poi molto, rispetto a ciò che abbiamo già ascoltato. L'andatura baldanzosa viene supportata da una vocal principale che ben presto scade nel grave più totale, raggiunta da un tintinnio che sembrerebbe uno strumento.. ed invece, è la voce del nostro Paolo, abilissimo nell'imitare una quasi chitarra. Lo scorrere del tempo è il protagonista di questo brano: uno scorrere perentorio, irrefrenabile. Come le sabbie di una clessidra, come l'andare d'un ruscello. La vita è caduca, fugge et non s'arresta un'ora, direbbe il buon Petrarca. Un concetto degnamente ripreso dal nostreo The Voices, il quale si diverte quindi a tormentarci con questo spettro nichilista. Passa il tempo, possiamo solo osservarlo. Impotenti, privi d'armi, privi della possibilità di fermarlo. Ammiriamo, in silenzio ed a braccia conserte. Ritroviamo nuovamente la "caduta" all'interno di registri più gravi, finché il Ferrante / chitarra torna ad imitare un Mi cantino. Il resto della track non cambia quindi stilema, presentando una voce certo maggiormente trionfale ed un'andatura forse più epica di quel che abbiamo sentito all'inizio. Solito bel gioco di cori in sottofondo, bei botta e risposta che trascinano quindi il pezzo verso una conclusione assai cupa, nella quale un verso gravissimo fa la sua comparsa, facendo degenerare il tutto verso una fine inquietante ed a dir poco angosciante. Cala così il sipario sulla prima fatica di The Voices.

Conclusioni

Giunti alla conclusione di un ascolto così particolare, diverse sarebbero le considerazioni da fare; sia parlando di elogi, sia parlando di critiche, ma è bene procedere con ordine. Partiamo esattamente dal bicchiere mezzo pieno. Anzitutto, mi preme sottolineare quanto l'Avanguardia sia sempre da premiarsi; entro determinati limiti, certo. Fermi restando che, come il buon Orazio sentenziava, non si può giudicare arte un delfino posto a bagno in un torrente, assieme ad un orso. Quindi, lo shock nonsense fine a se stesso non dovrebbe mai essere contemplato, in quanto occorre cultura per disfare il concetto di "soggetto" ed esser noi stessi, dei capolavori, non tanto la materia prodotta. Una cultura che Paolo ha mostrato di padroneggiare, seppur in maniera ancora grezza ed a tratti incerta. Di Arte parliamo, senza dubbio. Il nostro ha giocato con la sua voce, spezzettandola e proponendocela in molte salse differenti. Ha creato veri e propri viaggi onirico/mentali, pazzi affreschi di una mente paragonabile a quella del Joker. Immagini irreali, grottesche, ironiche e spesso auto ironiche. Insomma, in questo "Oneiric Nightmare" l'avanguardia alternativa corre selvaggia, al solito non facendo sconti a nessuno o ad alcunché. Sarà forse compito della storia, giudicare in toto un disco del genere. Magari, fra vent'anni, questo platter sarà oggetto di culto presso una nutrita schiera di appassionati. Del resto, tutto è possibile. Un disco senza dubbio da avere, per principio quasi. Proprio per rendersi conto di quanto "tosta" sia in fondo la faccia di Mr. Voices, il quale si è divertito a presentare il suo lavoro divenendo egli stesso il suo più acerrimo critico, sconsigliandone a chiunque l'ascolto. Inutile dire che il vostro affezionatissimo non ha abboccato al sapiente ed astuto tranello, ed ha voluto calarsi appieno in questa sì balzana realtà. I riscontri, dunque, sono positivi. Le idee ci sono. Grezze ed ancora da sviluppare, ma ci sono. Perché se un'unica, marcata pecca di questo lavoro può essere individuata.. beh, dovremmo necessariamente ricondurla alla troppa somiglianza che le tracce mostrano fra di loro. Dopo già due tracce, sappiamo cosa aspettarci dalle prossime; senza che queste mostrino variazioni importanti o comunque degnissime di nota. Un "piattume" generale, uno stilema reiterato sin troppo, che avrebbe potuto essere arricchito dalla presenza d'altri elementi. Il carattere A Cappella non sarebbe infatti "svanito" o riscontrato "soppiantato", se i vari testi (bellissimi, a mio avviso) fossero stati caratterizzati a seconda del loro topic. Con suoni artificiali atti a distinguerli, magari. Visto e considerato il tutto, mi è quasi difficile considerare "Oneiric.." come un disco diviso in dieci tracce. Sembra quasi di ascoltare una maxi suite, una traccia unica componente per lunghezza un intero platter. Insomma, la mancanza di "colore". E' questo, il difetto principale di un disco che avrebbe potuto rendere molto, molto di più. Sembra quasi che Paolo abbia voluto sfruttare unicamente due-tre colori, pur avendo a disposizione una tavolozza pressoché sterminata. Un giudizio, il mio, che non vuole comunque stroncare  sul nascere l'entusiasmo del progetto The Voices. In un mondo di sciocchi revival privi di senso, ben venga l'estro e la pazzia di un personaggio come Paolo Ferrante. Il quale potrebbe, imbroccando la strada giusta, dare veramente molto, a questa scena. E' mio preciso dovere, quindi, incoraggiare il musicista a continuare lungo il proprio sentiero. Chi lo sa, potremo anche vederne delle belle, fra non molto.

1) (Lost) My Mind
2) Impossible Dream
3) Cosmoillogical Existence
4) Distant, Unreachable
5) Someone To Blame
6) The Unicorn Nightmare
7) Oeniric Anthem
8) Lie
9) The Bare Unbareable Bearings of a Bear
10) Behold the Passing of Time
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