THE VISION BLEAK

The Deathship Has A New Captain

2004 - Prophecy Productions

A CURA DI
ELEONORA STEVA VAIANA
24/04/2015
TEMPO DI LETTURA:
9

Recensione

I Vision Bleak sono una realtà teutonica formatasi nel 2000, un duo particolare formato da Ulf Theodor Schwadorf (Empyrium) e Allen B. Konstanz. La loro proposta musicale si può riassumere in horror metal, un genere abbastanza infinito dal punto di vista musicale, per quanto riguardano le influenze stilistiche, ma caratterizzato per un unico collante: l'horror. Tra le band portavoce di questo genere musicale e stilistico è impossibile non citare sua maestà il Re King Diamond (e ovviamente anche i suoi Mercyful Fate), ma è impossibile anche tralasciare un nome tutto italiano del quale possiamo far vanto in tutto il mondo: i Death SS, capitanati dal Maestro Steve Sylvester. Spostandoci in Svezia si trovano i Notre Dame, una realtà formatasi nel 1997 e scioltasi nel 2004 tra le cui fila si incontrava Snowy Shaw (King Diamond, Mercyful Fate, Therion), che per così dire hanno passato lo scettro dell'orrore svedese ai Ghost B.C. La caratteristica di tutte queste band è di avere un forte impatto visivo e teatrale, garantito da costumi scenici ispirati all'horror tradizionale o a fantasie nere dei singoli membri, di trattare tematiche spinose, talvolta, ma sempre con lo sguardo volto al mondo del gotico e dell'orrore dai tempi dei tempi, spaziando tra mostri, demoni e argomenti legati all'esoterismo e all'occulto. Musicalmente parlando ognuna di queste band, compresi i Vision Bleak, si esprimono in un modo assolutamente personale: si spazia dall'heavy metal classicone all'elettronica più sperimentale, senza lasciare da parte né rock'n'roll né generi più estremi. Sono linfa vitale per chi ama l'horror visceralmente, poiché oltre a poterlo leggere o guardare sullo schermo di un cinema o di una televisione, è possibile ascoltarlo: la musica agisce sulla parte più profonda di una persona riuscendo a evocare paure, sensazioni, emozioni e pensieri che, altrimenti, potrebbero rimanere sopiti o rischierebbero di andare perduti. La bellezza dell'horror music sta proprio nel fatto di sapersi adattare perfettamente a tutti i gusti musicali di qualunque appassionato di orrore, considerato soprattutto che le band citate sono soltanto alcune tra le realtà che hanno costellato questo cielo così cupo e nero. Parlando dei Vision Bleak, l'album “The Deathship has a new Captain” è il loro album di debutto, uscito nel 2004 per Propecy Production: precedentemente il duo ha all'attivo un demo datato 2002, “Songs of Good Taste” e un singolo nel 2003 intitolato “The Vision Bleak”. La cosa interessante di questo lavoro è l'attenzione a un mondo dell'horror a tutto tondo, in questo album si trovano celebrazioni di film, di opere letterarie, di leggende nere e con un alone di morte e mistero quasi tangibile: Lovecraft, George A. Romero, William Blake, Fritz Lang, John Carpenter. Maestri del cinema, della letteratura e della poesia che hanno saputo ispirare la creatività musicale di Schwadorf e Konstanz, i quali hanno saputo attingere a un vasto panorama di possibilità, irrompendo nel panorama dell'horror music in maniera imperante e maestosa, con un passo duro prepotente.



A Shadow Arose” apre la strada a quella sensazione di tormento e inquietudine che ci accompagnerà durante tutto l'ascolto del lavoro, poggiandosi delicatamente sui tasti di un pianoforte molto dolce, ma altresì molto sinistro: vi si accompagna una voce narrante, quella di Otto Mellies, il doppiatore tedesco di Christoper Lee. Tuonante e molto grave, la voce ci presenta i Vision Bleak: dall'inizio dei tempi c'è sempre stata l'oscurità che da sempre si porta appresso la paura. Il buio, il sinistro, lo strano, elementi che combattono nelle nostre menti, ma adesso le stelle sono messe nella giusta posizione per far vedere a luce ai grandi rappresentanti dell'orrore in questo periodo, in questo secolo. Una breve pausa lascia aperta una porta riempita dalle note di flauto dolce, mentre i tasti del piano sopperiscono a una pressione maggiore, l'aggressività di chi li suona si fa man mano sempre più evidente, mentre l'inquietudine dilaga. Alla scomparsa del flauto torna rombante la voce che ci annuncia l'apertura delle porte dell'oscurità, dalla quale i morti potranno uscire: stanno arrivando, sono i Vision Bleak. La voce di Otto Mellies si fa da parte per lasciare spazio a un dolce soprano delicato, che ci mostra le ombre intente a risorgere, cantando la propria solitudine. Il pezzo sterza velocemente verso un'aggressività inaspettata, assistiamo ammutoliti a uno slide di distorta che ci colpisce assieme a ogni colpo di batteria, mentre la voce si destreggia tra gli acuti colpendo i nervi della schiena con una pioggia di brividi. Non c'è nessun posto per nascondersi, non c'è nessuna strada per scappare, la notte arriva dal mare: sul finire del pezzo la voce maschile di Konstanz si va a unire a quella femminile, arricchendo la situazione di una nota ancor più drammatica per scoppiare in una risata sadica e che non promette affatto bene, soprattutto considerata anche la potenza orchestrale che va a completare la scena. Si ha una sensazione di vuoto al momento del finale, affidato al giro di pianoforte iniziale e tremolio di archi. “The Night Of The Living Dead” ha un titolo abbastanza eloquente, che irrimediabilmente rimanda al capolavoro horror di George A. RomeroLa notte dei morti viventi” (il titolo originale è “Night of the Living Dead”). Introdotta da un giro di clavicembalo, che richiama il leitmotiv principale del brano, si apre spavalda e cruenta lanciando in scena un bellissimo tappeto musicale ricco e denso di basso, batteria e chitarra, con un tocco di synth che aleggia nell'aria procurando la sensazione di uno spirito aleggiante. Con uno stop affidato a una distorta molto cupa, si apre la strofa, più pulita e minimale: Konstanz in prima linea, un coro di voci maschile e una tastiera, mentre la batteria, inizialmente dinamica e scandita, dimezza i colpi, in un crescendo emotivo diretto verso il ritornello: giocando sul leitmotiv incontrato inizialmente, la voce di Konstanz, cupa e ricca di riverbero, si accosta a una voce femminile che si muove sull'ottava sopra. Di nuovo torniamo nel panorama della strofa, che si estingue in un batter d'occhio per riportarci nuovamente al ritornello, che ci lascia con due giri a vuoto sui quali si collocano le corde di una chitarra pulita, il suono del vento, un piano e un po' di synth. Lo stesso giro viene inspessito dall'ingresso in scena a gamba tesa delle chitarre distorte, che colmano la situazione inspessendo l'aria di una sensazione quasi claustrofobica: il ritorno del leitmotiv viene, per così dire, annunciato da un grido molto acuto, accompagnato da un synth piuttosto inquietante. È il momento del solo di chitarra, molto catchy e pulito, assolutamente godibile ed energico: dopo un giro di assolo tornano in scena le due voci che vanno così a comporre il mosaico del ritornello, finalmente completo e potente abbastanza per trascinarci verso la fine del pezzo. Di cosa stiamo parlando? Di non-morti, ovviamente. La scena è assolutamente gotica, troviamo una coltre di nebbia intenta a emergere dalle tombe, mentre un coro di gufi fa da colonna sonora a una notte senza destino. Delle ombre si muovono, sono i morti richiamati a camminare dal demonio, un incubo dove il loro unico scopo è di arrivare ai cervelli degli umani. Camminano lenti, ammassati sulle pendici delle colline, si portano dietro l'olezzo della putrefazione: immaginando il sopracitato film di Romero con questa traccia in sottofondo, in effetti, si ottiene una bella combo. La particolarità di quel film è di essere estremamente straziante soprattutto nei tempi che sfrutta, inesorabili e drammatici, caratterizzato inoltre da un bianco e nero che si accosterebbe perfettamente al mood dei nostri Vision Bleak. Approdiamo alla maestosa “Wolfmoon”, traccia che sa far colpo in ogni cuore amante dell'horror, del gotico, ma non solo: dei campanellini iniziali, molto gelidi e sinistri, annunciano una melodia sulla quale si posizionano degli archi estremamente nervosi in sottofondo e la voce di Konstanz, quasi sussurrata, anticipa le parole del ritornello. A riguardo è fondamentale citare il grande poeta e incisore inglese, William Blake, che con “Songs Of Experience” donava al mondo la splendida “The Tyger” (1794). La lirica in questione, composta da 24 settenari per un totale di 6 strofe, descrive una tigre e il suo ardore, la sua perfezione agghiacciante in una simmetria così ammaliante. In “Songs Of InnocenceBlake ci delizia con un'altra splendida lirica, intitolata “The Lamb” (L'Agnello): il poeta inglese intende sottolineare come Dio, creatore dell'agghiacciante simmetria della tigre, abbia saputo del resto creare la dolcezza e la purezza dell'agnello. Insomma, non si può avere amore senza odio, non si può avere luce senza ombra, non si può avere bontà senza malvagità: Eraclito docet. I Vision Bleak riprendono in particolare i primi due versi che aprono “The Tyger”, ma al posto della tigre troviamo un lupo mannaro: la goticizzazione di una lirica già gotica di suo, estremizzata da un pizzico di orrore tra il fantastico e l'occulto. Ci troviamo, infatti, in un regno di ombre oscure e profonde, gettate sulla terra direttamente dalla luna: questa è la notte del lupo mannaro, una notte in cui la tormenta si alza trionfante ed energica. È mezzanotte, una classica campana di una chiesa suona e il lupo mannaro ulula, con gli occhi brucianti come un demonio: nelle foreste toccate dalla notte, il lupo mannaro su aggira con uno spirito di fuoco, un'anima dannata e condannata da un tiranno crudele. Il monito di una figura a una ragazza è di scappare, prima che il lupo mannaro la veda, prima che anche solo immagini di assaporare la sua carne, il suo cuore, il suo spirito. Musicalmente parlando il pezzo è molto carico di una tensione estremamente gotica e seducente, la voce di Konstanz suona molto acida e quasi altezzosa, le ritmiche sono molto dense e trattenute, un'ottima soluzione per dare un senso di aria sinistra e poco rassicurante. Assieme alle chitarre si innalzano degli archi posizionati in sottofondo, che lasciano il posto ai fiati nello stacco che separa le due strofe. Di nuovo la danza funebre già familiare si ripete, articolandosi in picchi drammatici apportati dagli archi che, timidamente, si lasciano andare a qualche acuto: troviamo di nuovo lo stacco, questa volta riempito da una voce femminile e soave e dagli stessi campanellini iniziali. Un'esplosione di potenza, caratterizzata da un raddoppio nelle dinamiche, scandisce il ritornello, dove la parola Wolfmoon la fa da padrona: si tratta di un ritornello molto fulmineo e abbastanza atipico, stroncato dal ritorno alle ritmiche dense e solenni iniziali che rimandano, di nuovo, alla strofa, trovando spazio per qualche corda distorta pizzicata fuori dal coro. Nella seconda strofa, in quello che nella prima costituiva uno stacco, troviamo la voce di Konstanz un po' più sussurrata e trattenuta, che si amalgama alla voce femminile strozzata dalla paura, come dimostra il fiato ansimante. Un attimo di silenzio ed esplode nuovamente il ritornello, allungato dal soprano che conduce al bridge fulmineo, dove una chitarra riprende le note portanti lasciando di nuovo la scena alle due voci e al ritornello, ancor più intensificato e claustrofobico dal duo di voci. Con qualche plettrata e qualche nota acuta di distorta il brano si conclude, lasciando spazio alla bellissima “Metropolis”. Fritz Lang? Cinema espressionista? Siete sulla giusta strada se state pensando al capolavoro del regista austriaco datato 1927, un film muto che ha ispirato alcuni tra i più prestigiosi film tra i quali si contano “Blade Runner” e “Guerre Stellari”. Potremmo definirlo come il film precursore del capolavoro letterario di George Orwell “1984”, un romanzo distopico uscito nel 1948, dove veniva descritto un mondo diviso tra le potenze totalitarie Eurasia, Oceania ed Estasia, dove la guerra era un mezzo per poter controllare una società supervisionata e indottrinata al Partito e al Grande Fratello attraverso telecamere sparse ovunque. Lasciando da parte Orwell e il suo 1984, onde evitare di inciampare in una digressione che meriterebbe un intero trattato, torniamo a “Metropolis” di Fritz Lang: il film descrive il mondo del 2026 (un secolo dopo la produzione del film), fortemente caratterizzato da divisioni classiste molto accentuate. Abbiamo i grattacieli, dove vivono i ricchi e gli industriali, separati dal suolo, al di sotto del quale vivono gli operai, dimenticati da tutti: Joh Fredersen, capo di tutto questo, vive sulla vetta del grattacielo più alto e imperante. Suo figlio Freder, vive in un giardino abitato da bellissime ragazze: la “profeta” Maria, irrompe nel giardino, obbligandolo a guardare gli altri uomini, gli operai e i loro figli. E così, Freder, visita il sottosuolo rendendosi conto di ciò che accade, di come i suoi fratelli sono costretti a vivere e a lavorare. I Vision Bleak tributano degnamente questo masterpiece cinematografico, dedicandogli completamente il testo: ci parlano di un monumento che celebra dei pensieri malati, un inferno di acciaio dove le torri di Babilonia conducono lo sguardo al cielo. Metropolis non è nient'altro che un cumulo di speranze distrutte, un insieme di schiavi segregati e trattati come esseri senza anima: questa è Metropolis. La sensazione che la traccia dà nell'immediato è quella di catapultare in un mondo privo di aria, dove il tempo è scandito dalla meccanicità di quegli operai-schiavi: dire che è pertinente allo scenario descritto, sarebbe riduttivo. Tra voci sussurrate e molto sinistre, Konstanz ci delizia col suo classico tono di voce acido e quasi altezzoso, la traccia si evolve accumulando tensione che esplode con il ritornello, introdotto da un crescendo mozzato dalla voce molto cupa e altresì lenta, accompagnata da una voce lirica timidissima prima, acutissima poi. Un bel bridge a base, principalmente, di sei corde, sempre posto sui tratti già consolidati del ritornello, conduce alla seconda strofa: il tutto si ripete ritualisticamente, si dipanano ritornello e bridge a base di chitarre, divise tra una ritmica e una principale, dove trova spazio un solo che funge da ponte per ispirare Kostanz a inserire le parole “That's Metropolis” (Questa è Metropolis) tra un fraseggio e l'altro. Il pezzo si conclude con una serie di colpi molto inquietanti, acuminati da tasti di tastiera acuti e dissonanti. Proseguendo con “Elizabeth Dane” ci troviamo di nuovo di fronte a una bella sorpresa, una volta ascoltata la traccia: questo brano, infatti, è una rivisitazione della colonna sonora di “Fog”, film del 1980 diretto da John Carpenter, con una trama assolutamente avvincente. Degli strani fatti iniziano ad accadere in quel di San Antonio Bay, un peschereccio, avvolto dalla nebbia, viene fatto fuori: il ministro Padre Malone, facendo qualche indagine, trova il diario di suo nonno, dove si racconta che nel 1880 alcuni fondatori della città avevano fatto affondare la Elizabeth Dane sulla quale viaggiava un gruppo di lebbrosi. La nebbia non sarebbe altro che l'insieme delle loro anime tormentate per essere stati uccisi, da uomini, assolutamente in maniera ingiusta: i Vision Bleak tributano l'ennesimo grande film della storia cinematografica, offrendoci un brano assolutamente catchy e orecchiabile, quasi come se da qualche parte lo avessimo già sentito. La traccia inizia con la voce di Otto Mellies che, di nuovo, ci presenta la situazione: sono le 23:55, quasi mezzanotte e c'è ancora tempo per raccontare un'altra storia. La voce, effettata e proveniente da uno strano passato, si zittisce per lasciare spazio alle chitarre potenti e cupissime che subito ripropongono il leitmotiv della colonna sonora di “Fog”, in una vena molto più energica e aggressiva: un synth in sottofondo richiama continuamente quella scala così vivida nella mente e così maledettamente familiare, fino a mettersi in sordina, in sottofondo, per lasciar spazio alla strofa. Non è un brano “normale”, concedetemi il termine, ce ne accorgiamo non appena compare la voce narrante che non canta ma parla, appena percepibile in lontananza mentre in sottofondo il tema si ripete. Uno stacco introduce un giro di piano molto drammatico e perfettamente in sintonia con il mood cupo e terrificante dell'intera traccia: con un rombo il brano si riapre, il tema viene leggermente stravolto poiché le tonalità e le scelte stilistiche si rifanno sempre alla composizione di Carpenter, che divampa nuovamente dopo un paio di giri. Ci siamo di nuovo, tutto si ripete, la voce continua a narrare la propria storia con degli strumenti estremamente corposi a farle da compagni, fino alla fine affidata al narratore e a rintocchi di campane. Il testo di questo brano non è altro che una lunga citazione direttamente dal film “Fog”: una nave a vela viene accerchiata dalla nebbia, che impediva all'equipaggio di vedere qualsiasi cosa. Dopo aver visto una luce proveniente dalla costa, la nave si distrugge colpendo le rocce della costa, tutti gli uomini finiscono in fondo al mare con gli occhi aperti, intenti a fissare l'oscurità. Secondo la leggenda, quando la nebbia torna ad Antonio Bay gli uomini infondo al mare emergono cercando quella luce che li aveva portati alla morte. E così come è arrivata, la nebbia se ne va e non torna più. La successiva “Horror of Antarctica” porta con sé il nome di uno dei più grandi maestri dell'horror di tutti i tempi: H. P. Lovecraft. La traccia è ispirata al capolavoro “Alle Montagne della Follia”, un romanzo scritto nel 1931 e pubblicato cinque anni dopo, nel 1936. La storia è incentrata su sedici esploratori in viaggio verso il Polo Sud, dove scoprono una caverna con esseri mostruosi rimasti congelati per anni e anni: la caverna, alle pendici di un'immensa montagna, si riempie dei latrati dei cani che accompagnano la spedizione, intenti ad abbaiare a quelle strane creature denominate dagli esploratori “Antichi”. Le comunicazioni tra la spedizione a capo della scoperta e il campo base si interrompono il giorno successivo, una spedizione parte per vedere cosa sia successo trovando solo i cadaveri degli uomini e dei cani. Oltre la montagna, scopre la spedizione aerea inviata in soccorso, si trova una gigantesca città aliena, attraverso la quale è possibile in parte ricostruire la storia degli “Antichi” acquatici, terrestri, intrecciati con la progenie di Chtulhu, con gli Shoggoth. Gli Shoggoth sono immense creature gelatinose, quasi, con una serie di occhi fluttuanti e sovrabbondanti: non hanno una forma, ma possono creare arti a proprio piacimento. La loro caratteristica più evidente sta nel fatto di ripetere e urlare continuamente la parola “Tekeli-li”, appresa dagli Antichi che li ipnotizzarono e li controllarono. I Vision Bleak attingono al bellissimo scritto di Lovecraft, come dimostrano le parole del testo: ci troviamo tra le ombre dell'immensa montagna di ghiaccio, circondata dall'oscurità del cielo. Un'aria fredda e pungente quasi taglia il volto al narratore, mentre delle voci congelate, trasportate dal vento, pronunciano le parole “Tekeli-li, Tekeli-li”. Noi sappiamo bene di cosa si tratta, il protagonista del brano no: lo Shoggoth porta il narratore e i suoi compagni verso una città monolitica, un vero e proprio labirinto di rovine, dimenticato da chiunque. Un'introduzione molto gelida e fredda congela subito l'ascolto in una successione molto angelica, spaventosamente angelica, di note acute e dolci: inaspettatamente esplode la scena, ingrossata da chitarre molto cupe e pienissime e da dinamiche spedite, mentre un esercito di tastiere sfila in marcia per rendere ancor più memorabile la situazione. Al comparire del maestoso Konstanz e della sua voce sempre più grave, gli strumenti si tirano indietro, lasciando spazio alle ritmiche di emergere sensuali e seducenti: tra voce piena e sottovoci taglienti, Konstanz non perde occasione di far tremare il cranio di chi ascolta con ruggiti profondi e pieni. L'entrata nel ritornello è dolce e liscia come la seta, improvvisamente l'orecchio capta il Tekeli-li e subito la schiena si cosparge di una serie di brividi incontrollati al solo pensiero di trovarsi di fronte a uno Shoggoth: gli elementi già incontrati si ripetono, Konstanz ruggisce sempre con più veemenza mentre le chitarre danno quegli accenti ad hoc per sottolineare la crescita di una situazione molto intensa. Dopo il secondo ritornello si fa strada un solo molto catchy e orecchiabile, semplice e senza troppi vortici di note, mentre in sottofondo ci troviamo praticamente faccia a faccia, ancora, con la musicalità del ritornello. Uno stacco, al quale sopravvivono solo basso, batteria, e qualche arpeggio di chitarra, riporta alla mente la presenza di quell'insieme di campanelli glaciali che sì, erano presenti, ma che ormai erano stati mixati al mood del pezzo talmente alla perfezione da essere parte integrante, fondamentale quasi, dello scenario. Dopo il breve stacco ritorna in scena il refrain del ritornello, che troncato di netto pone la parola fine al pezzo. Uno dei brani che a mio avviso simboleggiano nel miglior modo possibile il duo tedesco è proprio “The Lone Night Rider”, settima in tracklist, che si fa spazio immediatamente ponendoci di fronte a un giro di synth gracchiante da un lato, melodico dall'altro: sembra l'allarme dell'arrivo di un qualcosa di nero come la notte, qualcosa dal quale bisogna nascondersi, qualcosa di mostruoso. L'entrata in scena di basso, batteria e chitarra si fa sentire: un sipario forte e combattente, mitragliato da quella melodia di synth iniziale che non accenna ad andarsene, ma trapana e trapana la mente andandovisi a scavare il proprio spazio perenne. Dopo un breve break, durante il quale scompare il synth e cambiano gli accordi portanti, torna di nuovo il tema iniziale: al posto del synth troviamo una tastiera fluttuante e molto melodica, posta un po' in sordina. Le basse frequenze del basso rimbomano all'unisono col cuore, mentre anche il buon vecchio Konstanz ci mette del suo per scuotere dall'interno: la strofa carica, carica, carica fino a lasciare il tutto in pausa, per un attimo, con una sospensione tesa ad hoc. Nel ritornello ritorna di nuovo quel synth, accompagnato questa volta dalla voce bassa principale e da un controcanto leggero in sottofondo. La seconda strofa ha il tempo di nascere per poi morire di nuovo, cremandosi con il ritornello sull'attenti, pronto a scattare per tornare nuovamente in scena: l'horror, il gotico, sono quasi tangibili, si assaporano su ogni cellula del corpo, anche con l'assolo, inizialmente quasi noise, estremamente semplice ma molto funzionale, condotto a un tunnel di demoni e ombre. Tra passaggi ritmici e una serie di parole pronunciate da un oltretomba non troppo lontano, torna nuovamente a farsi sentire il ritornello corredato di quel synth pungente e insistente fino alla fine, che si trascina fino a concludere il brano. Ci troviamo al cospetto del cavaliere notturno e solitario, che arriva sempre quando la notte è la regina assieme all'oscurità portandosi appresso la sua melodia: quando le sue vittime la sentono non lo sanno che le loro teste, presto, non saranno più al loro posto. Il cavaliere notturno, colui che rapisce il piacere altrui: è lui il vision bleak, che potremmo tradurre come la visione pallida, oscura, tetra e triste. Il moniker della band, al proprio debutto con “The Deathship Has a New Captain” figura per la prima volta nei testi: a differenza di molte altre band, che scelgono di dedicare un pezzo alla propria storia o al proprio ritorno (per citare un'altra band teutonica pensiamo ai Rammstein e alla loro omonima canzone presente in “Herzleid” o “Rammlied” in “Liebe ist für alle da”), i Vision Bleak decidono di inserirsi nell'ultima frase di un proprio testo. Probabilmente “The Lone Night Rider” potremmo considerarla come la traccia che descrive questa visione tetra e oscura, potrebbe rappresentare proprio lo spirito che si cela dietro al duo tedesco. “The Grand Devilry” non si fa troppi problemi a iniziare con forza e determinazione: un rombo di ritmiche e chitarre si evolve in una serie di fischi noise ed esplose in un maestoso riff fiero e grintoso. La voce del caro Konstanz suona superba ed estremamente grave, mentre basso, batteria e chitarre dipingono ad hoc un sottofondo che lascia digrignare i denti: il ritornello, semplicissimo e poggiato sulla stessa musicalità della strofa, è semplice ma molto efficace. In un baleno ci ritroviamo nella strofa e notiamo come Konstanz non si limiti ad eseguire o cantare, semplicemente, i propri pezzi ma li tinge di emozioni, graffiando e marchiando con sussurri e allungati aggressivi: in particolare, trovandoci di nuovo nel ritornello, risulta efficace il raddoppio delle voci che vano a dare corpo al pezzo. Uno stacco e ci troviamo nel bridge, rituale, maestoso, felino e doomeggiante: le ritmiche sono dimezzate, le chitarre graffiano a più non posso, compare una tastiera orrorifica affiancata da un sottovoce appena percettibile che conduce alla fine in sfumato. Si parla di una figura che è un lupo nella notte, pronto a cacciare toccato dai pallidi raggi lunari. Si parla di una figura che è la mela, la causa dei nostri peccati: quando si sente la paura è sempre il diavolo a metterci lo zampino, quando si prova l'odio c'è lui illuminato sul palco. Lui è il veleno nel nostro cuore, la parola bruciante di ogni poeta. È l'arma che conduce alla guerra ed è la stella del mattino: considerato come solitamente viene trattata la figura del diavolo se si parla di musica, dobbiamo dire che in questo caso i Vision Bleak dimostrano di avere una visione molto più estesa, che non si limita allo stereotipo dell'individuo rosso, caprino, con tanto di corna e coda. Si conclude il lavoro al cospetto di sua maestà “The Deathship Symphony”, iniziata dalla voce calda di Otto Mellies che introduce il brano: una serie di sfuriate sulle pelli, accompagnate da chitarre dinamiche ed energiche, abbraccia i fiati in una situazione tesa e bella, solenne, sublime, elegante. La preparazione alla strofa è matura e contorta nei tempi, ma al comparire della voce si ha un inevitabile sussulto spontaneo: una voce impostata di un tenore che occupa tutta la scena del canto. La sensazione è molto drammatica, malinconica ma potentissima, soprattutto quando compare il graffiato sporcato di Konstanz mentre un acuto di diaframma scuote l'anima: il ritornello è dinamicissimo, demoniaco e oscuro, sinfonico e molto armonico. I Nostri giocano molto sul connubio di elementi appartenenti alla musica classica e un gothic metal drammatico che finisce per virare verso un nefasto riff, con tanto di parlato mostruosamente malvagio in un bridge frenetico. Un martellante rullante non si ferma un attimo, picchiando duro assieme agli altri strumenti: è follia pura, voci che compaiono da ogni parte, soprani che ci regalano acuti, una voce sempre più sporca e sanguigna mentre in sottofondo un caos ordinato e additivo colpisce a più non posso. Il ritornello spunta nuovamente da un sottosuolo di tormento e frenesia, che prosegue e prosegue finendo di netto su una nota prolungata di voce impostata. A parlarci è la ciurma della nave della morte, toccata dalla luce della luna e dal freddo della tormenta: sono riusciti ad arrivare al gelo e alla neve sotto i cieli artici, hanno attraversato monumenti di acciaio, un'ombra è risolta, qualcuno è inciampato prima di osservare i demoni. Avete capito bene: l'epilogo di questo album non è altro che il riassunto dell'album stesso, la nave della morte ha attraversato i mari di mille mondi, ha incrociato gli occhi di storie, demoni, morti e lupi mannari. La conclusione geniale di un album ricco di sfumature tendenti sempre al nero, all'odore di bara appena dissepolta, di sangue e zolfo.



The Deathship has a New Captain” è un lavoro assolutamente entusiasmante e maturo, nonostante sia l'album di debutto del duo tedesco: si percepisce vividamente la passione di Schwadorf e Konstanz per una tematica così intrigante come l'horror, in tutte le sue sfumature. Si percepisce, inoltre, un gusto musicale con molti orizzonti, che non si fa problemi a interessarsi di musica classica, metal estremo, elettronica e chi più ne ha più ne metta: l'idea di adottare la voce di un narratore onnisciente, potremmo dire, come Otto Mellies è ottima. La band si caratterizza, infatti, come una sorta di entità letteraria e musicale, ascoltando questo lavoro assistiamo a uno spettacolo senza immagini visive, ma indotte dagli scenari evocati da melodie tetre ed energiche e da personaggi di una storia letteraria e cinematografica ricchissima. Consideriamo anche il sottotitolo di questo lavoro “9 songs of Death, Doom and Horror”, una specie di avvertenza a quello che andremo ad ascoltare: sinceramente non potevano adottare sottotitolo migliore, in poche semplici parole vengono riassunti alla perfezione gli scenari, i mondi e le sensazioni che si hanno dall'ascolto di un lavoro così completo. Musicalmente parlando nel disco si trova un po' di tutto: ottimo il sound, ottimi gli arrangiamenti, semplici ma molto efficaci. La componente sinfonica, inoltre, dà ai brani un senso di completezza assoluta, ogni aspetto viene curato come si deve senza lasciare nulla al caso: emozioni frenetiche, drammatiche, tetre, evocate da riffs semplici, perfettamente in grado di abbracciarsi agli archi, ai fiati, alle voci liriche. Parlando di tematiche in questo lavoro troviamo il meglio di una letteratura e un cinema eccelsi: i nomi che aleggiano nell'aria di “The Deatship has a New Captain” sono grandi. Lovecraft, fra tutti, primeggia come padre indiscusso dell'orrore letterario, Blake dimostra un'ottima conoscenza letteraria come confermano “Wolfmoon” e quella citazione di “The Tyger” che personalmente continua a farmi esaltare come quando, per la prima volta, mi imbattei nella visione della simmetria terrificante descritta dai suoi versi. I Vision Bleak non tralasciano di attingere neppure a Carpenter e Lang, due registi geniali che hanno fatto la storia del cinema: l'horror metal dei Nostri non si adagia sugli allori di qualche riff dissonante, di qualche synth strano o di qualche suono strano. Questo è horror metal perfettamente degno di tale nome, perché ricco di rimandi a una cultura vastissima della quale i Vision Bleak non hanno voluto tralasciare nulla, inoltre l'introduzione e la conclusione dimostrano un ciclo nel quale tutti questi elementi possono trovare l'habitat naturale per convivere e unirsi senza problemi, senza paura del tempo o dello spazio. Il tempo e lo spazio, due costrutti dell'essere umano così fragile di fronte all'esperienza della vita, che si sente raggelare il sangue quando fuori è notte o quando un povero Schoggoth annoiato irrompe con un “Tekeli-li”.


1) A Shadow Rose
2) The Night Of The Living dead
3) Wolfmoon
4) Metropolis
5) Elizabeth Dane
6) Horror of Antarctica
7) The Lone Night Rider
8) The Grand Delivery
9) The Deathship Symphony

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