THE VISION BLEAK

Set Sail to Mystery

2010 - Prophecy Productions

A CURA DI
ELEONORA STEVA VAIANA
10/02/2015
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Recensione

Che cos'è l'orrore? Un sentimento naturale, puro, proprio all'uomo sin da quando l'essere umano ha imparato a distinguere tra razionale e irrazionale. Già, perché essendo menti ingabbiate in un corpo, tendiamo a sottoporre tutto quanto al giudizio selettivo della logica: tutto ciò che fa parte della logica, fa parte della normalità. Tutto ciò che va oltre alla logica, diventa anormale, oscuro, terribile, un orrore. Nel corso della storia, i grandi uomini che hanno lasciato il segno in questo mondo hanno tentato di concepire, descrivere, razionalizzare o semplicemente accettare le proprie paure: qualcuno ha cercato di trovare una soluzione alle situazioni più agghiaccianti (e qui potremmo aprire una parentesi sulla teologia e l'importanza per l'uomo di credere che esista un Dio, nonostante l'esistenza di un qualcosa di invisibile, ma direttamente interessata alla nostra esistenza, sia illogica, quindi oscura, quindi un orrore), qualcuno ha semplicemente stabilito l'inutilità di abbandonarsi a certe debolezze. E poi c'è stato qualcuno che il proprio orrore lo ha abbracciato e lo ha lanciato da un pendio ripido, scosceso verso una presa di coscienza: e quindi troviamo l'orrore naturale di spiriti sensibili che, durante il Romanticismo Tedesco hanno provato spavento di fronte all'immensità inarrivabile del tutto, rispetto alla piccolezza dell'essere umano (Sehnsucht). Dall'altro lato si trova invece l'orrore artificiale della letteratura horror, dove, in special modo con la narrativa gotica, vengono a unirsi sentimenti naturali a mostri creati da menti in grado di celarvi paure e comportamenti umani aberranti: Frankenstein, Dracula, Dr. Jekyll & Mr Hyde, gli orrori di Poe e quelli di Lovecraft. Generalmente siamo abituati a considerare l'horror come un genere pertinente all'ambito letterario e cinematografico: e nella musica? Basta citare qualche nome per renderci conto che anche in questo campo esiste molto da scoprire: King Diamond, Death SS, Notre Dame, Agony Bag, Alice Cooper, Rob Zombie. Grandissime band, tutte diverse tra loro, grandissima musica, grandissima caratteristica principale: il fatto di essere estremamente variegata, esattamente come le paure e gli orrori personali lo sono nella nostra vita quotidiana. I The Vision Bleak appartengono esattamente al meraviglioso e terrificante mondo dell'horror metal, proponendo brani che attingono da molti subgeneri (gothic, industrial, dark, ma anche thrash e death). La band nasce nel 2000 dall'unione di due menti pazzesche e visionarie: quella di Ulf Theodor Schwadorf (Empirium) e quella di Allen B. Konstanz (Nox Mortis): Schwadorf si occupa di basso, chitarra e tastiere, Konstanz di voci, batterie e, di nuovo, tastiere. Dopo il demo “Songs of Good Taste” (2001), il duo lancia nel 2004 il disco d'esordio, intitolato “The Deathship has a New Captain”, improntando il proprio stile verso la tendenza prettamente horror: la loro influenza principale? H. P. Lovecraft! Nel 2005 è la volta dello splendido “Carpathia – A Dramatic Poem” mentre nel 2007, via Prophecy rodutcion è la volta di “The Wolves go hount their Prey”. Occorre attendere tre anni perché i Nostri diano alla luce il mastodontico e terrificante “Set Sail to Mystery”, registrato e mixato presso i Klangschmiede Studio E in Germania: si tratta di un lavoro complesso, completo e corrotto da due menti davvero catapultatesi con corpo e anima, nel mondo del tormento, dei mostri danzanti, dei demoni, del buio.



L'horror si comincia a macinare dalle cupe e solenni note introduttive della opener “A Curse of the Grandest Kind”: sul giro di tastiere di apertura, una voce roboante e profonda scandisce parole ritmiche e serrate, mentre tamburi, archi e fiati gonfiano la situazione di carica e atmosfera. Un bellissimo giro sostenuto da archi e rullate gentili apre ulteriormente sull'ambientazione a tratti epica, a tratti colma di un buio trafitto dal raggio pallido di una luna licantropiana: un mantra estremamente elegante, la ripetizione di una situazione costituita dagli stessi accordi, ingigantiti da armonizzazioni sempre più accurate, ritmiche incalzanti e arricchiti dalla voce sempre più carica. Questa lunghissima intro mette in scena tutti gli elementi caratteristici dei Vision Bleak: atmosfere, situazioni complesse ricamate perfettamente su di un pavimento colmo di orrore gotico e incontrollato, imbellito da una cura maestrale per la scelta di ogni singola nota. E la voce magnetica del caro Konstanz intenta a scandire parole riesumate dalla letteratura Ottocentesca appartenente al Romanticismo inglese: se in “The Deathship has a New Captain” (2004) William Blake e la sua splendida “Tyger” suonavano rivisitate nel ritornello della meravigliosa “Wolfmoon”, in questa intro ci troviamo di fronte a un altro grande autore: Lord Byron, con un estratto dal dramma “Manfred”. Il testo ci parla di un'ambientazione prettamente gotica, dove troviamo una luna intenta a illuminare delle tombe, cullate dal canto dei gufi: un panorama immobile in un dipinto affamato di tenebre, dove anche il vento sembra volersi fare da parte per non andare a intaccare quello splendore mozzafiato. Ed è proprio qui che lo spirito è in grado di immergervisi completamente, in maniera molto sensuchtiana, riesce a librarsi in un volo incontrollato di pensieri, sorretto dalle ali dell'ignoto. Ed è proprio quel potere sublime e vorace di un indefinito nebuloso a essere, finalmente, compreso da chi è in grado di lasciarsi andare all'immensità del buio. Una voce muliebre sussurrata dal vento porta con sé l'immagine della donna dagli occhi virtuosi, della donna dal seno freddo e dal sorriso serpentino: una donna che è in grado di imprigionare il cuore umano in un perfetto inferno costruito, obbligando, così, a divenire fratelli di Caino. Il viaggio prosegue con “Descend Into Maelstrom”, un pezzo che si apre la strada a gamba tesa, lanciando in scena un riff cupissimo sostenuto da ritmiche cariche e tese: le corde di chitarra ammaestrano la situazione, costruendo un'atmosfera ideale da arricchire con fiati profondi sui quali incastonare una voce calzante ad hoc. La strofa scorre perfettamente, bella e carica di tensione finendo per essere trinciata da un rallentamento delle ritmiche improvviso, pronte di nuovo a gonfiare le vele verso il pre-chorous: tra tuoni e rintocchi di synth, la situazione va a ingrossarsi notevolmente, contando su una voce famelica e trasudante orrore, gracchiante e sporca. Le voci, nei Vision Bleak, hanno il pregio di saper abbracciare perfettamente uno stile forte e grezzo, a metà strada tra lo scream e il growl, per poi tornare a far squillare la bellissima voce pulita, profonda e tuonante di Konstanz: un paradigma già sentito e risentito, potremmo pensare, in realtà il binomio stilistico va a incastonarsi perfettamente con il sound, lo stile e l'orrore che la band trasuda da ogni singola battuta. Si spezza, così, la monotonia, riuscendo a fornire elementi cardine che invogliano l'ascoltatore a divorare il lavoro, in un'attesa mordace tra tensione e pioggia di endorfine. C'è giusto il tempo di assistere alla sfilata di brividi di paura sulla schiena, dovuti a quella situazione pregna di oscurità che un ritornello sorretto da ritmiche incalzanti, con chitarre e strumenti sinfonici sfavillanti a farla da padrona, si dipana sulle basse tonalità vocali del biondo polistrumentista. E quasi come fosse un ciclo vitale, tornano a reggere alta la bandiera della tensione incontrollata gli elementi già incontrati: strofa, tuoni, pre-chorous in growl, rullate sostenute e pronte a esplodere in un ritornello colmo di carica ricamato dal synth. Il bridge si presenta imponente e maestoso, con un duetto vocale di sporco/pulito sensazionale: si abbassano le luci e una chitarra solitaria, malinconica, pulita e assolutamente inquietante conclude il pezzo, dando vita a un arpeggio che ripetendosi, lentamente, si incammina verso uno sfumato morbido. Ci troviamo al cospetto di un uomo divorato, letteralmente, da un Maelstrom: si tratta di un fenomeno causato dalla marea nei pressi delle isole Lofoten, Norvegia, che provoca una sorta di gorgo improvviso e divoratore. Il fenomeno, in particolar modo nell'Ottocento, è stato fonte d'ispirazione per autori come Jules Verne, nel suo “Ventimila leghe sotto i Mari” o Edgar Allan Poe con il suo racconto “A Descent into the Maelstrom”: è proprio a quest'ultimo che i Vision Bleak si rifanno. La storia del buon vecchio Poe ha come protagonista un gruppo di pescatori norvegesi, imbattutosi in un Maelstrom, i quali finiscono per essere risucchiati, letteralmente, dal gorgo: solo uno di loro riesce a salvarsi, aggrappandosi a un barile e tenendo la presa ben salda finché il vortice non si richiude. Grazie alle correnti, riesce a raggiungere la terra ferma, rivelandosi però estremamente turbato sia dal punto di vista fisico che psicologico e andando incontro a un invecchiamento precoce. È lui a parlare di sé nelle liriche dei Nostri, descrivendo quell'evento naturale impossibile da fermare come un concentrato di tuoni e violenza, talmente potente da richiamare a sé tutti gli Oceani del globo: luci accecanti, un mare pronto a combattere, il giorno che in un momento lascia spazio al nero di una notte mortale. Il marinaio ancora non sa come abbia fatto a fuggire da quella situazione, semplicemente, in un momento di inquietante staticità assolutamente inaspettata, si è gettato nell'occhio del vortice, finendo per essere masticato e sputato sulla sua ancora di salvataggio. E come un Orfeo dei mari disceso negli abissi oscuri delle forze naturali, il povero pescatore è sì tornato indietro, lasciando però in quel turbine la sua amata vita, la sua Euridice. Dopo esserci scrollati di dosso quell'umida sensazione di profondo turbamento, ci troviamo al cospetto di “I Dined with the Swans”, una delle tracce più belle di questo lavoro, che suona come una cupa ballad prepotente, ma estremamente aggraziata: introdotta da un fade-in di chitarra, mostra tutta la magnificenza di un riff a dir poco entusiasmante, che va a costituire il leitmotiv del brano intero. Il giro di accordi, ripreso dai tasti di un piano e sostenuto da ritmiche ipnotizzanti, accoglie la voce di Konstanz, quasi sussurrata ma sempre altisonante, pronta a ingrossarsi per poi tornare a distendersi sinuosa ed elegante: un'esplosione di corde vocali introduce così il ritornello, costruito sullo stesso giro iniziale, ma arricchito da un coro di voci e da una buona dose di synth. Di nuovo, fluida, torna la strofa, dove la voce indossa i panni dell'affanno, della paura, della follia, del tormento, in un saliscendi sublime. Si ripresenta, con una smorfia di superbia, la potenza del ritornello, di nuovo con quel grumo di armonie, corde distorte e synth perfetto, dove le voci vanno a commisurarsi alla perfezione con il resto degli strumenti, riuscendo, così, a completare il mosaico. E, rimasto orfano della voce, il pezzo si conclude. Il paesaggio descritto nelle liriche è prettamente invernale: è notte, uno strato di candida neve ricopre i tetti, illuminata dalla fredda luna invernale. La notte perfetta per andare a caccia, alla ricerca di una creatura morbida, deliziosa, innocente, addirittura: ed è così che il bianco si trasforma in rosso, per una cena agghiacciante a base di cigni, da accompagnare a un buon cranio colmo di sangue. Il cigno, simbolicamente, rappresenta la purezza, la saggezza, l'innocenza: un cigno dilaniato è un'immagine difficile da accettare, proprio per la rappresentazione che ognuno di noi ha di questo splendido animale. Ed è proprio per questo motivo che il protagonista, una volta tornato in se stesso, viene divorato dai rimorsi, per aver trasformato una notte ideale per riposare in una notte di orrore e delitti. Giungiamo così al cospetto di “A Romance with the Grave”, probabilmente il pezzo più accattivante, additivo, entusiasmante e coinvolgente dell'intero disco, uno di quei classici cazzotti sul setto nasale dai quali ci si rialza sanguinanti e con l'adrenalina a mille, pronti a metter su un putiferio di violenza e caos. Introdotta da una frenata di sei corde e da qualche tocco convulsivante di batteria, la traccia prende vita districandosi su un bel giro grosso e corposo: chitarre imperanti, un basso in sottofondo perfetto per dare quell'atmosfera ancor più cupa, le pelli tirate al punto giusto pronte a trasformarsi in un inaspettato blast beat, tutto sommato abbastanza contenuto. Al comparire della voce, tenebrosa e tuonante, gli strumenti tendono a metter da parte un po' del proprio ego, lasciando una sensazione di vuoto colmato dai synth: si percepisce l'odore di tensione pronta a richiamare i demoni più oscuri, interrotta da un breve intermezzo risolutivo quanto basta per consentire alle chitarre di lasciarsi un po' andare. Il tutto si ripete, conducendo direttamente a quella che potremmo definire come la quiete prima della tempesta: un inframezzo dove la batteria non trova spazio per esistere, sorretto semplicemente da un timido Glockenspiel effettato, dalle sei corde pulite e dal sussurro della voce. Uno stacco istantaneo e l'entrata a gamba tesa del ritornello, con la stessa musicalità sino ad ora incontrata e il blast beat così familiare: si fa spazio, però, uno strano suono doloroso e gracchiante, una sorta di corno da battaglia strozzato, ma vigoroso, mentre la voce, grossa e incupita, tuona furibonda e putrefatta. Un fugace giro di chitarre e pelli impazzite riconduce direttamente al cospetto della strofa, dove la voce sembra suonare più elettrizzante, soffocata e impaurita. Il copione si ripete, portandosi dietro tutta la carica non ancora perita, bensì enfatizzata, portata all'ennesima potenza. Il picco massimo di puro piacere incontrollato si ha una volta attraversato il mondo serpentato di sei corde, concentrate in un sibilante solettino senza troppe pretese, ma ottimo per creare ancor più la situazione, con le pelli infuocate, scattanti e un accompagnamento ritmico godurioso: un deserto di apparente staticità riporta la situazione sui passi già incontrati, esplodendo, tuttavia, in una parentesi di noise piacevolmente fastidiosa, interrotta da uno stacco di basso super effettato, dal suono semplicemente spettacolare, che a 5:17 riporta sulla strada del ritornello. Con le parole “a romance with the grave” (idillio con la tomba) si conclude la traccia, che si concentra sulla spettacolare evocazione di un ambiente a dir poco macabro: un cimitero sulla collina, toccato dalla morbida luce naturale, un luogo macabro ma dannatamente pittoresco. È mezzanotte quando una tomba si apre, espellendo l'odore di un peccato così antico, di una pelle candida, della morte: immediatamente si consuma l'idillio magico e romantico con un'irrefrenabile passione, tra la polvere e lo sporco. Mentre la nebbia lascia spazio a una luna boriosa, uno scambio di sguardi, qualche timido bacio, qualche sussurro dagli abissi delle tombe. È impossibile trattenere la curiosità ed è allo stesso modo impossibile trattenere l'immaginazione che vola, finendo per andare a toccare quei tasselli della morale comunemente indicata come corretta: necrofilia o romanticismo immortale? Un quesito difficile al quale rispondere, ma che concentra in sé l'anima del pezzo stesso: questo è un brano che coinvolge in un vedo-non vedo malato, naturale, istintivo. Anche senza conoscere la tematica del brano, quei suoni, quel noise, quel cupo godere di melodie così grumose infondono perfettamente la sensazione che scopriremo essere così familiare, una volta scoperto il tema. Proseguiamo con “The Outsider”, brano che si presenta con una nota di raffinata drammaticità messa in scena dalle trombe squillanti sorrette da basso e batteria. Dopo qualche battuta di puro piacere, la situazione si completa con l'ingresso in scena di chitarre e rulli di timpani in lontananza, i quali aprono la strada alla strofa: ben cadenzata, cupa e piena di tutta l'energia delle sei corde, conduce lentamente al pre-chorous denso di tensione creata da un arpeggio di synth e da un coro di voci contrastanti. Il ritornello, sulle stesse note iniziali con i fiati a farla da padrona, suona ben completato dalla voce tuonante del caro Konstanz, pronto a mettersi di nuovo in gioco per tornare alla maratona di pre-chorous e ritornello già incontrati. Le sonorità della strofa, dalla quale si sente l'assenza della voce, lasciano spazio a un assolo delicato ma drammatico al punto giusto, abile a sfoggiare l'amaro delle emozioni evocate, enfatizzate da strumenti sinfonici perfettamente combacianti con il mood generico: torna a far la sua comparsa il ritornello, del quale rimangono soltanto gli stralci dei fiati, sul finire, che sfumando terminano la traccia. È la solitudine la vera protagonista del pezzo, intenta ad abbracciare colui che come unici compagni di vita ha avuto soltanto ombre, ragnatele e topi: c'è qualcosa di dolceamaro in tutto ciò, probabilmente il fatto che il sole sia un ospite davvero molto inaspettato agli occhi di quell'Eidolon, uno spirito-immagine dell'antica letteratura Greca, una sorta di ombra proveniente da una persona viva o morta. Tutto questo spaventa il prossimo e anche il suo stesso io, pronto a patire l'orrore di una vista oscena e aliena con la conseguente scoperta di essere nient'altro se non il proprio sé. Ci troviamo di fronte a un testo molto criptico, ma allo stesso tempo con molte interpretazioni disponibili tra le quali scegliere in base al proprio essere: chiamiamolo Eidolon, spirito, chiamiamolo pure ghoul, o forse è soltanto l'ennesimo riflesso cantato in grado di ricordarci qualcosa di così intimo ed aggrappato con tutte le proprie forze alla nostra stessa, medesima e oscura natura. La stessa sensazione che si evince dalla tematica trattata nelle liriche di “Mother Nothingness (The Triumph of Ubbo Sathla)”, una sorta di elogio, riflessione e terrore nati di fronte alla concezione dell'immensità dell'immaginazione. Ubbo-Sathla, il Demiurgo, è un'entità facente parte delle Divinità di Clark Ashton Smith, pantheon appartenente ai Miti di Chtulhu dello scrittore horror amico del caro H. P. Lovecraft: si tratta di una massa protoplasmatica che abita in una grotta dei ghiacciai polari, dove genera continuamente organismi unicellulari. È inoltre posto di guardia a un insieme di tavolette all'interno delle quali sarebbe contenuta la conoscenza dei Grandi Antichi. In quanto Demiurgo, avrebbe generato le forme di vita terrestri, nonostante, paradossalmente, qualsiasi essere vivente tocchi, è destinato a morire immediatamente: dall'altro lato, Ubbo-Sathla riassorbirà tutti gli organismi viventi del globo terracqueo una volta passati a miglior vita. I Vision Bleak riescono a descrivere tutto ciò enfatizzando gli aspetti più interessanti, ma anche agghiaccianti: siamo destinati a tornare tutti alla radice della nostra esistenza, a quell'Uno per certi versi plotiniano, racchiuso in una grotta congelata. Anzi, dobbiamo tutti tornare a ricongiungerci con Ubbo-Sathla, in quanto discendenti dal quell'informe massa gelatinosa. Per descrivere perfettamente questa situazione, dei cupi colpi tuonanti introducono il pezzo, sul quale vanno a incastonarsi suoni incerti e metallici: ha inizio così il riff portante, bello e doomiano, sorretto da bassissime frequenze di sottofondo e dal coro di chitarre distorte e corpose. La voce compare in un momento di silenzio inaspettato, al quale fa seguito il ritorno in scena delle ritmiche funebri e delle chitarre corrosive: qualche pizzico di growl, un'inquietante calma davvero pertinente alla tematica del brano, in grado di evocare perfettamente l'immagine di quel blob gelatinoso e mastodontico. Un breve solo sulle note portanti del riff, ripetuto all'infinito, ed ecco di nuovo tornare in scena la strofa ipnotica e veramente potente. Il ritornello, in questa traccia, si muove sulle stesse tematiche melodiche del pezzo ed è riconoscibile grazie all'incupimento generale di ritmiche e voci ingrossate. Una chitarra solitaria sopravvive andando a iniziare il bridge, caricato a dovere da una scarica di colpi sulle pelli: cambia la situazione, tutto si fa più acido, compare una bellissima voce baritonale tendente accattivante e straripante bellezza, che lascia spazio al finale sfumato sulle note del riff. Proseguiamo con “The Foul Within”, introdotto da un arpeggio di chitarra distorta e da una bella rullata iniziatica: la strofa, tesa e potente, si apre su una dissonanza di accordi ben studiata, resa ancor più inquietante dal theremin che suona come una presenza fluttuante. Una veloce messa in sordina agli strumenti e la voce, delicata ma tuonante, fa il suo ingresso in scena nella strofa, condotta velocemente verso un bridge più corpulento: theremin dissonante, parole serrate a denti stretti e un'esplosione di potenza sconvolgente nel bellissimo ritornello. Le armonie aprono le ali per abbracciare quelle dissonanze, enfatizzate da una bellissima voce di soprano in duetto col nostro Konstanz, che si tiene un ottava sotto. Una brevissima pausa e di nuovo torna a farsi vedere il pre-chorous, pronto a portare di nuovo, ciclicamente, quella pioggia di brividi sulla schiena data dal ritornello. Questa volta, ad attenderci dopo il suo finale, troviamo uno stacco, tra energiche rullate all'impazzata, ed è la volta del solo: i soli dei Vision Bleak si tengono sulla semplicità, per lo più sono costituiti da note allungate e modulate, d'impatto ed essenziali. E di nuovo, dopo una leggera pausa morbida, il maestoso ritornello, sostenuto dalle voci complementari, da ritmiche possenti e da chitarre massicce. La seducente atmosfera rossastra che si capta durante l'ascolto della traccia riflette in qualche modo il soggetto descritto dalle liriche: Lucifero, il diavolo, i demoni Azazel, Belial Seth. Il re di tutte le catastrofi, di tutti i dolori, sia fatta la sua volontà. Un amico di vecchia data conosciuto (e apprezzato?) per portare scompiglio, il nome di quel padre che ha soppiantato dio, che lo ha battuto. Una considerazione da fare, circa il modus operandi dei Nostri durante la stesura dei testi, riguarda il linguaggio adottato: tutte le parole sono soppesate, perfettamente calibrate per stare dove sono. Soprattutto facendo attenzione alla tipologia di vocaboli adottati, ci troviamo spesso di fronte a termini appartenenti all'inglese antico, perfettamente pertinenti al fascino che i Vision Bleak hanno saputo non tanto conquistare, bensì costruire. Delle bellissime poesie intrise di nero e di malvagità, curate esteticamente in maniera assolutamente maniacale. Ne è una chiara testimonianza l'ultima traccia di questo “Set Sail to Mystery”: “He Who Paints the Black of Night”. Si parla di un pittore che non ha mai fermato la sua piuma nel nero inchiostro: ha sempre preferito sottolineare la bellezza, dando il giusto tocco di luce e diluendo a puntino, finché...finché non ha dipinto la notte più oscura. In una stanza oscura e vuota, con un foglio bianco di fronte, in attesa che la luce dell'ispirazione si accenda: il pittore inizia a lavorare, pennellata nera dopo pennellata nera, finché quel bianco non scompare, finché la mente del pittore non compare, finendo per saltare in un sommesso stato di trance. Con la morte negli occhi e la follia nel cuore, finalmente la grandiosità della sua arte ha modo di spiccare. Ed eccolo, signori e signore, colui che dipinge il buio nero di una notte colma di ombre, di peccati, di morte e oscurità. Colui che dipinge un cielo così nero, così familiare per la sua anima, pronto a creare un abisso nel quale discendere sempre più in profondità: in un degenero di follia e delirio, il pittore promette di non lasciare mai più quel buio infestante, sarà la morte a portarlo via. E, infine, disgustato dalle altre opere dei suoi “colleghi”, così colme di finti sentimenti, celebra la gloria dell'insanità, dell'oscurità, della morte e del peccato: nessuno sarà completo finché non dipingerà il buio della notte. La chiusura del lavoro è affidata a una traccia dal forte impatto immediato, introdotta direttamente dalla strofa al massimo della sua potenza: ritmiche affannose, un bellissimo tappeto musicale arricchito da tocchi sinfonici. Uno stacco dinamico e molto catchy evolve la strofa in una danza sinuosa di oscure melodie, riportando in scena un cantato questa volta poggiato su tempi più contenuti: voce calda, profonda, nera, pulita, pronta a ripetersi dopo uno stacco fugace, colmo di speranza per quella scarica di adrenalina che si prevede arrivare col ritornello. Un pre-chorous drammatico, più ansante e serrato, si divincola su chitarre inacidite, piuttosto acute: tra un brivido di piacere e l'altro ci dirigiamo verso uno dei più bei ritornelli dell'intero lavoro, caricato a dovere e in grado di generare una pioggia di puro piacere grazie ai fiati e all'orchestrazione trionfale. Di nuovo in scen la strofa, introdotta da un bel riff di chitarra pieno: questa volta la voce si porta su tonalità leggermente più alte, prima di sprofondare nuovamente nel baratro tuonante del pre-chorous. È sensazionale quanto questo ritornello, bello e supremo, riesca a inondare il corpo e la mente di una scarica di puro piacere: lo stesso piacere si protrae verso il bel solo di chitarra che gradualmente conduce verso un picco tenue ma abbastanza acuto, pronto a tornare sulle tonalità del ritornello sinfonico. Istintivamente saremmo portati a credere che, come da copione, i Vision Bleak ci salutino facendo finire il pezzo con il ritornello lasciato correre a vuoto, ma stavolta non è così: un colpo di gong inaspettato ed ecco che la batteria assume le vesti di un ritmo molto death thrash. La voce si fa più cattiva, coprendo anche il range del growl, mentre un trionfo di orchestra, lancia la mente in un oltremondo scandito dal cantato lirico tenore/soprano a dir poco entusiasmante.



L'ascolto di “Set Sail to Mystery” lascia il segno: sconvolge, abbandonandoci in un oceano di oscurità e ombre. Cosa abbiamo ascoltato? Siamo riusciti ad apprezzare dell'horror metal dai tratti gotici, ammiccanti all'industrial, al death, al thrash, siamo riusciti ad ammirare un quadro musicato, raffigurante i volti di tanti di quei mostri da far paura. Siamo riusciti a provare paura e dolore, abili nel trasformarsi, in pochi istanti, in gioia e piacere. Il duo Konstanz-Schwadorf è un mondo completo e avvolgente, costellato di tutte quelle sfumature di nero difficili anche solo da immaginare: eppure, in questo album, di sfumature ce ne sono davvero tante. A partire dalla semplicità dei brani, pregio e difetto, a seconda dei punti di vista, i Nostri sanno abbellire con stile e con gusto le proprie composizioni, posizionando qua e là quegli elementi cardine, semplicemente sconcertanti: gli archi, i fiati, i sussurri e i ruggiti, così distanti, così complementari, in grado di andare a creare ad hoc la giusta atmosfera. Non lasciatevi ingannare dalle apparenze, non siamo di fronte all'ennesimo lavoro tendente al gothic metal desaturato e sviscerato di qualsiasi elemento innovativo o quantomeno interessante: dietro alle armonie e alle melodie, dietro alla scelta di accordi, in grado di vestire alla perfezione ogni situazione descritta, c'è un feeling disarmante di due menti intrise di orrore. Andando ad attingere dai racconti più spaventosi che ogni amante della letteratura horror ha apprezzato e conosciuto nell'arco della propria vita, riescono a disegnarne perfettamente i confini: confini sfumati, pronti a lasciarsi cadere in un'immensità dissoluta, in un universo illimitato di buio e sussulti. La cura delle melodie, il saper posizionare alla perfezione una tromba o un inquietante themerin, rispecchiano la cura dei testi: calibrati, eleganti, assolutamente ottocenteschi. Il gotico si respira a partire dall'inizio della prima traccia e riesce a saziarci le viscere fino all'ultima battuta finale. Quelle parole scelte con una cura disarmante evocano mondi paralleli in continua evoluzione, pronti a contorcersi per cambiare forma, portandoci, una volta, nella grotta congelata del Demiurgo Ubbo-Sathla, una volta nella stanza e nella mente di un pittore assetato di notte. E di fronte all'immensità evocata dalla celebrazione di mondi e storie così magiche, si è in grado di provare quella sensazione descritta dal gotico come movimento letterario: una pozione di conflitti interiori, sovrannaturale, amore, la sensazione quasi panica di fronte al sublime. Nonostante non si debba giudicare un libro – o un disco – dalla copertina, parlando dell'artwork, riusciamo a trovarvi riassunta, in qualche modo, l'essenza del lavoro: il duo in abiti ottocenteschi, immersi in una cornice sepia, sono a bordo di una nave. Konstanz, a bocca spalancata in una smorfia di orrore e mostruosità, sorregge una cima, mentre Schwadorf osserva un orizzonte a noi sconosciuto, per mezzo di uno strano arnese molto simile a un binocolo. Una scena per certi versi piratesca (il mare, come abbiamo visto, è un elemento presente in più di un'occasione all'interno del lavoro), per certi versi di rimando a un classico film muto di inizio '900, con il nome della band impresso in un riquadro nero decorato ai bordi, quasi fosse una didascalia. Insomma, il leitmotiv di questo disco e della discografia completa dei Vision Bleak, è un amore morboso e viscerale per un oltremondo di tenebre e tormento. Il vero padrone indiscusso, in tutto ciò, è soltanto lui: l'horror, dipinto, sfumato, squarciato e gridato in tutti i modi possibili, vissuto e raccontato attraverso due paia di occhi che forse, quei mostri, li hanno visti davvero.


1) A curse of the Grandest Kind
2) Descend into Maelstrom
3) I dined with the Swans
4) A Romance with the Grave
5) The Outsider
6) Mother Nothingness
7) The Foul Within
8) He who Paints the Black of
Night

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