THE SWEET

SWEET FANNY ADAMS

1974 - RCA Records (VINILE)/2005

A CURA DI
CESARE VACCARI
02/08/2012
TEMPO DI LETTURA:
9

Recensione

Se c'è una cosa che ho sempre fatto fatica ad accettare è la necessità di etichettare ogni produzione discografica e costringerla all'interno di un determinato genere musicale. Capisco che si tratta di una necessità, utile a far capire rapidamente di cosa stiamo parlando, senza doverci dilungare in articolate spiegazioni. Ma a volte non ci si capisce comunque, perchè l'attribuzione di un prodotto ad un genere o ad un altro rimane soggettiva e può nascere qualche malinteso. Una cosa invece che da sempre non riesco proprio a tollerare, è la divisione della musica in "caste". Chiunque ascolti heavy metal può capire di cosa stò parlando, perchè almeno una volta nella vita gli sarà capitato di essere stato guardato come una bestia rara da qualche fan di un genere considerato più "colto" o "intelettuale". Questo "complesso di superiorità" colpiva in modo particolare chi seguiva la cosiddetta new wave agli inizi degli anni '80 (non si contano le discussioni che ho avuto con questi personaggi!!!), oppure chi ascoltava progressive negli anni '70; in particolare i casi più gravi si presentavano tra i fan dei Genesis (quelli in classe con me erano intolleranti e intollerabili!!). Purtroppo anche all'interno dello stesso hard rock e del metal c'è questa tendenza a considerare le band più scanzonate e disimnpegnate come inferiori e quindi a trascurarle; basta pensare agli sproloqui di Joey De Maio riguardo al "true metal" e puttanate varie. Oppure, tornando agli anni '70, all'arroganza malcelata degli appassionati dei Led Zeppelin o dei Deep Purple nei confronti di altre band di quel periodo. Un argomento questo che ho già in parte affrontato in occasione della recensione del grande "Blue For You" degli Status Quo.

Questa lunga introduzione per arrivare a parlare degli Sweet, prototipo della band sottovalutata dai signori di cui sopra e presa ad esempio quando si parla di rock leggero e senza pretese, definendo la loro musica "bubblegum pop". Questo forse a causa di un inizio di carriera, a cavallo tra '60 e '70, molto easy e segnato da canzonette che ascoltate oggi risultano sinceramente ridicole ("Poppa Joe", "Co-Co", "Chop-Chop", "Wig Wam Bam", "Funny Funny"... solo i titoli fanno sorridere). Ma quando la band, nel 1974, decise di gestire direttamente il proprio destino, liberandosi quasi completamente dalle composizioni da classifica firmate dalla coppia Chinn e Chapman, tra l'altro esterna al gruppo, divenne una hard rock band di tutto rispetto, dalla buona preparazione tecnica dimostrata in esibizioni live travolgenti. Il look rimase molto glamour, stivali argentati con zeppe, lamè e lustrini, ma negli anni '70 non ricordo personaggi particolarmente sobri!! Basti pensare ai loro colleghi Slade, al David Bowie di allora, a Marc Bolan e i suoi T-Rex o al mitico Alice Cooper... Dal punto di vista compositivo questa "emancipazione" musicale dà vita a Sweet Fanny Adams, l'album protagonista di questa recnsione e primo vinile da me acquistato in giovanissima età, dopo anni di audio-cassette (le famigerate K7).

Michael Thomas Tucker (batteria), Brian Francis Connoly (voce), Steve Norman Priest (basso) e Andrew David Scott(chitarra), come vi dicevo, arrivano a Sweet Fanny Adams dopo anni di pop-rock hit, che avevano dato alla band una notevole popolarità. Uno dei più noti, Blockbuster, sale al primo posto nelle classifiche inglesi alla fine del 1973. Teoricamente non esisteva nessuna ragione per abbandonare questo stato di cose. Evidentemente però questa collocazione stava molto stretta agli Sweet, che avevano già dimostrato dal vivo di essere estremamente duri e portati a dilatare le canzoni con lunghe improvvisazioni, come tanti loro contemporanei. Storico il concerto al Rainbow Theater di Londra del 21 Dicembre 1973, uscito originalmente come secondo vinile del doppio Strung Up e ristampato diverse volte anche su CD, ma uscito in Italia solo nel 1976 come Live In England.

Sfruttando la fiducia che ormai la RCA ha nei loro confronti, il combo decide di rendersi quasi completamente indipendente dal punto di vista compositivo e registra nove nuove canzoni, sei loro, una cover e due pezzi firmati Chinn/Chapman, ma scelti accuratamente in modo da essere coerenti con il resto del disco. Ad aprire la side A la veloce "Set Me Free" composta da Andy Scott: subito salta all'orecchio il biglietto da visita degli Sweet, i cori a quattro voci. Ancora oggi nel blog di Andy c'è chi chiede quali trucchi la band usasse in studio per realizzare questi intrecci vocali al limite dell'umano ed ogni volta le risposta è la stessa: "Nessun trucco, a parte le nostre voci...". Notevoli dal punto di vista tecnico i passaggi di batteria che legano tra loro le varie parti del pezzo e l'assolo centrale di chitarra. La canzone ha un tiro notevole, struttura semplice ed immediata ed è talmente facile da ricordare che è stata scelta come cover da una infinità di gruppi. Ricordo come quella meglio riuscita la versione di Vince Neil nell'album Exposed. Nel finale c'è spazio per l'ego dei musicisti, che si esibiscono a turno in brevi assoli, nella miglior tradizione hard rock. Segue "Heartbreak Today", un composizione dalla struttura rocciosa, caratterizzata dalla chitarra terzinata e dai sempre presenti cori. L'assolo di Scott porta in evidenza un'altra caratteristica della band, cioè il grande gusto del chitarrista nel costruire parti soliste sempre strettamente legate all'economia della canzone. Ogni nota viene eseguita esclusivamente per rendere migliore la composizione e mai per il gusto del virtuosismo inutile. In questo modo non si ricordano solamente i ritornelli delle canzoni, ma si memorizzano immediatamente anche tutte le parti soliste. Il finale si allontana completamente dal resto della canzone; la scelta di dividere drasticamente gli strumenti, la chitarra a sinistra e il basso a destra, la batteria dal tempo jazz e la qualità eccelsa dei suoni fà sì che questa canzone venisse utilizzata per testare gli impianti Hi-Fi! 

"No You Don't" è la prima canzone di Chinn e Chapman che incontriamo nell'ascolto dell'album. La struttura è completamente differente da quella delle canzoni che la coppia aveva precedentemente scritto per il gruppo. L'uso particolare della chitarra acustica e i molteplici cambi di tempo la rendono tutto tranne che commerciale. Altra caratteristica il fatto che sia cantata da Steve Priest. Particolare anche l'intermezzo centrale, dove vengono utilizzate le tastiere per realizzare particolari effetti sonori, accompagnati dal un ritmo tribale imposto della batteria. 

La seguente "Rebel Rouser", introdotta dalla batteria, riprende le caratteristiche delle prime due tracce in versione più rock 'n' roll: riff di chitarra potente e tempo veloce con le voci dei quattro che si alternano. Breve ed incisive le parti soliste della chitarra, sorrette da cori in falsetto perfettamente eseguiti. Chiude la prima facciata "Peppermint Twist" (1961) di Joey Dee, a sottolineare il lato più glam della band. Il risultato è simpatico e scanzonato, anche se non è certo uno dei momenti più significativi di Sweet Funny Adams. 

Giriamo il vinile ed affrontiamo la title track. Siamo di fronte ad una delle canzoni più riuscite del quartetto inglese. La struttura è composta da una serie di sequenze strumentali che introducono le strofe, con tempi molto diversi tra loro, dove la batteria non si limita quasi mai a tenere semplicemente il tempo, ma inventa in ogni singola sezione un accompagnamento diverso, con hit-hat e cassa, rullante e cassa o con il drum-kit al completo. E' certamente il pezzo forte di Mike Tucker, il batterista, dove dimostra la sua grande preparazione e la notevole fantasia. Ad accompagnare il ritornello, sempre ricco di cori ai confini della realtà, dove normalmente nelle composizioni standard la batteria deve limitarsi a tener il tempo, c'è invece lo slego maggiore e basso e batteria fanno veramente numeri "da Circo". Durante le due sezioni dedicate all'assolo di chitarra, una centrale e una al termine, l'improvvisazione si scatena e sembra di essere davanti ad una jazz-rock band composta da dieci elementi. Alla conclusione della seconda, per porre fine anche alla canzone, un'esplosione, quasi a voler dire "questa volta abbiamo veramente esagerato!!". Cambiamo registro e ci ascoltiamo "Restless", altra canzone cantata da Steve Priest, il bassista. Si tratta di un mezzo tempo, sorretto da un bel riff glam-rock, ancheggiante come una modella ad una sfilata. La voce di Steve, la più alta come intonazione delle quattro, risponde ai cori del ritornello in modo ammiccante, quasi soul. Piacevole e frivola al punto giusto. Ma, introdotta di nuovo dal rullante di Mike, torniamo all'hard rock più sanguigno con "Into The Night", composta e cantata da Andy Scott. Il suono è veramente duro e le pennate della chitarra fanno tremare i diffusori. Le strofe sono cantate su un tempo spezzato, pieno di stacchi, ma sul ritornello il tempo raddoppia e si parte alla grande. Anche l'assolo, come sempre armonico e immediato, è costruito sul tempo veloce. Si torna all'accompagnamento rullante-cassa dell'introduzione nella parte centrale, dove mentre una campana lontana scandisce la mezzanotte, una voce d'oltretomba pronuncia chissà quali maledizioni: tanto per ricordarci che stiamo ascoltando una hard-rock band, mica Raul Casadei. In calce alla composizione, della serie "l'ho scritta io e ci metto quello che voglio!!", decine di chitarre che si intrecciano in una tempesta di note provenienti da tutto il pentagramma. Signori siamo arrivati alla fine; per concludere un rock 'n' roll che sembra uscito da "Happy days" scritto dai soliti Chinn/Chapman, "AC-DC" quasi a fare la coppia con "Peppermint Twist", che concludeva la side A. Il pezzo è carino ed orecchiabile, forse un po' troppo da veglione di capodanno, ma comunque rapido e indolore... del resto il meglio lo abbiamo già sentito e difficilmente ce ne dimenticheremo!!

Sia chiaro, io non devo e non voglio convincere nessuno delle mie idee riguardo questo album, però vi invito a fare una riflessione. Siamo nel 1974: sia i Deep Purple che i Led Zeppelin hanno già pubblicato molti ottimi album, così come Black Sabbath, Atomic Rooster , Black Widow, Uriah Heep, Alice Cooper ecc.. Il '74 è anche l'anno dell'esordio di band come Rush e Montrose oltre ad essere quello in cui esce il fondamentale "Phenomenon" del U.F.O.. Ora, dopo aver ascoltato Sweet Fanny Adams, ditemi sinceramente quanti degli album che ho menzionato suonano oggi altrettanto dannatamente "hard" e quanti possono vantare una produzione così attuale e fresca, che dimostra 10/15 anni in meno. Non sembra un disco di quegli anni! Oltre, ovviamente, alla qualità elevata delle canzoni, potenzialmente tutte degli ottimi singoli. Quindi, nel momento in cui ricordate le grandi hard rock band del passato, quelle senza le quali non ci sarebbe la musica che oggi ascoltiamo, ricordatevi anche degli Sweet. Fate come Saxon, Black 'n' Blue, Vince Neil, Steve Stevens, Girlschool, Raven, Mad Max etc. che ne hanno riproposto le canzoni o come tante altre band che ne hanno saccheggiato i riff e le strutture senza dichiararlo apertamente (Gamma Ray, Warrior, Easy Action, Motley Crue etc.). Non fermatevi a "Smoke On The Water" e "Whole Lotta Love", vi perdereste un sacco di buona musica.

Per la cronaca, gli Sweet esistono ancora. Sono attualmente divisi in due gruppi, uno attivo in Europa, Andy Scott's Sweet, e l'altro in America, Steve Priest's Sweet. Ho visto dal vivo i primi e sono rimasto colpito dalla loro esibizione all'"Estragon" di Bologna, riconoscendo in questa formazione la continuità con la band degli anni '70, sia per la qualità delle esibizioni sia per l'impeccabile lavoro vocale, così importante per questo gruppo. 

Non posso dire la stessa cosa della controparte d'oltre oceano, di cui ho sentito alcune registrazioni live che definirei a dir poco imbarazzanti. Le sbavature non si contano e le voci non sono in nessun modo paragonabili a quelle originali. Purtroppo, Brian Connoly dal 1997 e Mick Tucker dal 2002, si esibiscono su un palco per ora a noi tutti negato, insieme a Chuck Schuldiner, Dimebag Darrell, Jimi Hendrix, Vincent Crane, David Byron, John Panozzo, Mark Reale, Jon Lord, Ronnie Montrose, Gary Moore, Phil Lynott e tanti altri grandi... ovunque sia questo luogo, è sicuramente il posto più indicato dove cantare "...I wanna rock 'n' roll all nite and party every day!!!".





N.D.R. La copertina che compare nei video è quella di "Desolation Boulevard", che nella versione per il mercato americano risulta più un Greatest Hìts che un album inedito, e contiene anche "Sweet F.A." e "Set Me Free".

 


1) Set Me Free 
2) Heartbreak Today
3) No You Don’T
4) Rebel Rouser
5) Peppermint Twist
6) Sweet F.A
7) Restless
8) In To The Night
9) Ac-Dc

Bonus Tracks:
10) Blockbuster
11) Need A Lot Of Lovin’ 
12) Hell Raiser 
13) Burning
14) Ballroom Blitz
15) Rock ‘N’ Roll Disgrace