THE ROUGH BOYS

Blood, Booze and Gasoline

2014 - Self Released

A CURA DI
NIMA TAYEBIAN
04/08/2014
TEMPO DI LETTURA:
8

Recensione

Siete pronti ad essere folgorati? A deflagrare sotto i prepotenti colpi di un sound energico, fragoroso, irrorato da migliaia di volt? Se la risposta è si allora preparatevi a far percorrere ogni centimetro delle vostre ossa, dei vostri muscoli, della vostra pelle dalle scariche elettriche emanate da "Blood, Booze And Gasoline", terza fatica dei canadesi (di Toronto per la precisione), The Rough Boys, terzetto composto da Tom Gervais (Basso/voce), Sam Greenland (Batteria) e Mark Zapata (Chitarra): il genere proposto è uno speed and roll ad alto voltaggio, carico e dirompente, capace di far sobbalzare dalla sedia anche l'ascoltatore più avveduto, già affine a certe sonorità. La ricetta risulta abbastanza chiara sin dall'inizio: prendete Motorhead e Tank, sporcateli con una bella spruzzata di Punk Rock e unite al tutto un vago aroma thrash. Et voilà, più o meno il piatto è completo. Ho aggiunto il "più o meno" perchè come capita spesso è difficile (e debilitante) irrigidire una proposta musicale entro cardini perfettamente stabiliti. Il rischio è sempre di sminuire la personalità dell'artista incasellandolo in maniera troppo forzata in un corpus di influenze che qualche volta finiscono per dare un idea solo approssimativa di quella che risulta essere la vera proposta, forte (come in questo caso) anche di parecchia personalità e idee "proprie". Lasciamo comunque da parte digressioni sul "genere suonato" per passare alle info sulla band. I nostri muovono i loro primi passi dal 2009, anno della formazione, avvenuta a Parkdale, una cittadina vicino Toronto. Il nome "The Rough Boys" prende spunto dal verso contenuto in "One Of These Days" (non il brano dei Pink Floyd, attenzione, bensì quello di Neil Young), che recita: "all those ROUGH BOYS, playin' Rock and Roll". I ragazzi, giunti alla terza fatica discografica (all’attivo già una demo ed un altro EP), iniziano a riscontrare diversi successi di pubblico e critica. “Exclaim Magazine” definisce il loro sound come “uno scontro fra Motorhead e Slayer”, mentre “Extreme Underground Music Zine” li classifica come dei musicisti a metà fra lo speed metal ed il Punk Rock. La verità, come capita spesso, è insita in maniera frammentaria nell'insieme delle parti. Nel senso che obiettivamente tutte le influenze citate dalle testate sono verosimili (con - ed è un parere personale - una parte davvero esigua del sound Slayeriano. Ma il retrogusto thrasheggiante più grezzo ed in your face non manca di certo). I nostri chiariscono in merito che le loro ispirazioni sono molteplici: oltre a leggende dello speed metal/rock n Roll come Motorhead e Tank, apprezzano molto la proposta di gruppi come i Kyuss ed i Nashville Pussy. Spiega in tal proposito il frontman Tom Gervais: “bluesy stoner rock songs in a punk metal setting – Canzoni Rock blueseggianti e venate di stoner, suonate in maniera punk e metal”. Con queste particolarità, i Rough Boys vogliono, come dichiarano, “shockarci, farci scatenare e farci venire voglia di premere “Play” ancora ed ancora”. Il gruppo (un terzetto,come già specificato: cosa che ricorda da vicino le formazioni dei mentori Tank e Motorhead) per la registrazione del suddetto Ep si avvale della collaborazione di Jack Cerre (chitarra ritmica in tutti i brani meno che nel primo, nel quale interpreta l’assolo). Da aggiungere che i nostri hanno avuto l'onore e il piacere di condividere il palco con band come Cauldron, Fuck the Facts, Axxion, Midnight Malice, Adrenechrome, Saigon Hookers e molte altre. Rivolgendo ancora una volta la nostra attenzione sull'ultima fatica del combo (un Ep che non mancherà di stupirvi per freschezza e dinamismo) notiamo come i nostri siano perfettamente focalizzati a livello tematico. I brani (quattro per l'esattezza) si dividono tra storie di criminali (i primi due) e peripezie legate all'alcool (gli ultimi): il primo brano ("Before the Devil Knows i’m Dead") ha come soggetto un condannato a morte, il secondo ("Hogtown") parla di criminalità a livello più generale), il terzo e il quarto ("Blood, Booze and Gasoline" e "May Two Four") di sbevazzate e ruspante goliardia. Avendo così fornito un piccolo ma succulento assaggio delle prelibatezze contenute in questo Ep, passerei ad un'analisi decisamente più dettagliata ed esaustiva.



Ad introdurci al disco è la spiritata "Before the Devil Knows i’m Dead" (Prima che il Diavolo sappia che Sono Morto), folgorante fast song di puro speed and roll marchiata a fuoco dalla prestazione indiavolata di un Tom Gervais che sembra letteralmente morso da una tarantola. Scomoderei il termine "terremotante" per definire una tale bomba di adrenalina. Il pezzo, veloce e "in your face" scorre veloce come un treno su binari lisci come l'olio, colpendo l'ascoltatore con tutta la sua disarmante furia e lasciandolo alla fine del brano letteralmente basito. Pochi accordi assassini di stampo speed (classico e grezzo, alla Exciter per intenderci), taglienti e diretti inaugurano il brano, presto raggiunti da deflagranti colpi di batteria e dalla voce nasale e isterica di Gervais. Il brano si incanala subito in coordinate veloci ed incompromissorie, strutturate attraverso un rifferama tanto semplice quanto efficace. Possiamo tranquillamente dire, senza timore di essere smentiti, che il brano in questione fa abbastanza perno proprio sui riff scarni che richiamano in egual misura speed metal e rock and roll, e sulla voce lancinante del singer. Il tutto ben sorretto da un gioco al drum kit feroce, triturante, perfettamente in linea con l'aria dirompente di cui la song si fa carico. A quaranta secondi circa uno stop and go decreta una micropausa seguita da una ripartenza brusca e fulminante sulla scorta della voce grintosa di Gervais, destinata, dopo una marginale parentesi esclusivamente strumentale (meno di dieci secondi) a divenire ancora più isterica e carica di follia. La rappresentazione in musica delle urla di un folle, un monomaniaco in preda ad attacchi epilettici. A quasi un minuto e dieci un rifferama un pizzico più meccanico decreta un rallentamento (di misura) dei tempi, che fanno scivolare il pezzo da up tempo a mid tempo, granitico, duro come il diamante. Solo agli strumenti è lasciato il compito di vergare tali texures. Ma giusto per pochi (intensi) secondi, al termine dei quali si riparte in accelerazione accompagnati da un urlaccio becero del vocalist. Da qui ancora una volta il pezzo ritorna su coordinate strumentali, sulla scia del secco rifferama portante, con il protagonismo, per pochi attimi, del basso di Gervais. A un minuto e cinquanta circa, mentre il vocalist ripete laconico il refrain, si inserisce uno svolazzo di chitarra capace di ampliare notevolmente i colori della tavolozza, arricchendo questa "Before..." di magnifiche tinte sanguigne. Il brano, come già accennato in precedenza, è incentrato sulle vicissitudini di un condannato a morte. Per l'esattezza descrive le sensazioni di un uomo che sta per essere giustiziato nonostante sia innocente. La sua paura è così grande che sente già ardere attorno a se le fiamme dell’inferno, nonostante non sia ancora morto. tuttavia, questo percepire nitidamente l'inferno accanto a se, potrebbe effettivamente farci dubitare della sua innocenza, come se fosse consapevole di aver fatto qualcosa di sbagliato. O forse, ad un passo dalla morte, il protagonista stila lentamente una lista di peccati compiuti in precedenza dai quali non verrà purtroppo assolto ("Nulla va per il verso giusto!/ Stanno eseguendo la mia condanna,/ colpevole del reato d’omicidio,/ non ha importanza ciò che dico./ Il fuoco è così vicino che riesco a sentirlo,/ nonostante ciò che il prete mi dice./ Il fuoco è così vicino che riesco a sentirlo,/ anche prima che il Diavolo venga a sapere che sono morto!"). Poche introspettive note di basso danno il via alla successiva "Hogtown" (Città dei Porci). Presto a queste si addizionano, in secondo piano, secchi colpi di batteria e un effetto distante di chitarra in feed. A circa venti secondi alcuni decisi colpi al drum set decretano l'inizio del brano vero e proprio, che incomincia ad assestarsi su una struttura ben più ragionata rispetto a quanto sentito in precedenza: dalle battute iniziali intuiamo che stavolta le coordinate di base ruotano attorno ad un mid tempo. Il proseguo del brano non smentisce quanto immaginato inizialmente: Hogtown risulta essere proprio un roccioso pezzo strutturato su tempi medi, tronfio e prepotente, che pur dimenandosi in tempi assolutamente più contenuti, non toglie nulla all'ep in termini di carica, ma anzi, dimostra come i nostri si possano fare vittime non solo a colpi di baionetta ma anche attraverso strumenti possenti e comunque privi di sofisticherie. Dopo un preambolo strumentale quantomeno lungo (almeno rispetto alla durata sia del suddetto pezzo che degli altri, tutti mediamente intorno ai tre minuti), per essere precisi della bellezza di circa trenta secondi (trenta secondi belli pesanti - nel senso buono - in cui il giro di basso iniziale si incrocia con svolazzi di chitarra e si arriva ad una parte finale abbastanza "noisy") si insinua nella struttura pesante e grassa messa in piedi sino ad ora la voce isterica, acida di Gervais, destinata comunque a rimanere poco, dato che oltrepassato il minuto e trenta questa torna nell'oblio per lasciare ancora una volta spazio agli strumenti. Si apre così una lunga parentesi strumentale, in cui si ergono, ben più che la batteria, ora in veste più accessoria, il basso (che quasi al minuto e cinquantacinque ci regala un altro bel giro accompagnato da un feed isterico di chitarra) e la chitarra, che oltrepassata la soglia del secondo minuto ci delizia con un bell'assolo. Dopo un riff di chitarra sulla falsariga del giro portante di basso, ritorna l'ugola del vocalist (3 minuti circa) e ci si rincanala nelle coordinate di base. Finale inaspettatamente in accelerazione. Come avrete avuto modo di notare il titolo Hogtown è stato tradotto con "Città Dei Porci". Come mai, direte voi? E' molto semplice: il termine Hogtown risulta essere un nomignolo affibbiato sin da tempi remoti alla città di Toronto: “Hog” è difatti un termine tipicamente statunitense che equivale appunto al nostro “porco” .“Città dei Porci” perché, sino al 1927, Toronto è stata la sede di una grandissima catena di negozi e fabbriche operanti nel settore della carne di maiale, appunto, la “William Davies Company”, fra le più grandi industrie di allora “dedicate” ai porcelli. In realtà qui la band non sembra propriamente parlare di maiali “animali”. Probabilmente i porci ai quali i ragazzi si riferiscono sono i criminali, i personaggi della malavita e quant’altro, che non esitano a picchiarti o giustiziarti anche solo per un fraintendimento. E non sembrano agire nemmeno nell’ombra, in quanto come dicono i Rough Boys: le strade possono anche essere piene e può essere giorno, se avranno un valido motivo per ammazzarti lo faranno comunque ("Non importa se le strade sono affollate,/ comunque verrai picchiato./ Non importa se le strade sono affollate,/ ti spaccheranno i denti./ E’ successo ad un ragazzo che conosco,/ vendeva l’erba,/ i trafficanti lo volevano morto,/ gli hanno puntato un fottuto fucile in testa!/ La mia città,/ la città dei porci!/ La città dove a nessuno gliene frega di chi sei"). Dopo un pezzo roccioso e quadrato, con la seguente "Blood, Booze and Gasoline" (Sangue, Liquore e Benzina) ritorniamo prepotentemente alle coordinate di partenza. Dunque ancora una volta facciamo i conti con un brano veloce, deflagrante, scanzonato. Un brano destinato a non fare prigionieri. Ad aprire le danze è un riffone potente, ripetuto diverse volte, a cui si addiziona un potente gioco al drum set. Intorno alla ventina di secondi entra in scena la voce di Gervais, al solito acidissima quanto pervasa di una certa dose di astio. La struttura si assesta attorno ad un rifferama semplice ma di sicuro impatto che traina il pezzo verso lidi lineari, scevri da eccessivi fronzoli. Dopo due ripetizioni del refrain siamo deliziati da un coro reiterato e selvaggio ("Blood! Booze! And Gasoline!!!) quindi da un interessante parte strumentale cesellata, verso il minuto e  tre quarti da un ottimo solo guitar dinamico e scanzonato, portato avanti sino ai due minuti e dieci. Si ritorna dunque alle coordinate portanti, forse prive di grandi sorprese, ma è questo che le nostre orecchie vogliono sentire da un dannato pezzo di puro speed and roll, grezzo, tagliato con l'accetta. Dunque va bene così, anzi, più che bene: il pezzo nella sua essenzialità sembra funzionare alla grande, e qualsiasi "strutturazione aggiuntiva" porterebbe solo a rompere quella sottile alchimia di fondo. A livello testuale ci si concentra su tematiche oserei dire "goliardiche": il pezzo fa perno infatti su una serata alcolica e, più in generale, sul divertimento senza limiti, ricalcando per certi versi lo stile di band come i Tankard, fra i principali "cantori" delle "sbronze colossali", quelle che, per dirla à la Slash: "rendono indimenticabili serate che comunque non ricorderai, ma per le quali verrai ricordato": ("Voglio proprio spassarmela stanotte,/ ve lo garantisco!/ Voglio bere del liquore, oltrepassare i limiti,/ sono stufo! Sono stufo, io non penso al domani,/ io penso ad oggi!/ Sembra proprio che sia quel tipo di serata/ in cui devi scegliere, se fottere o combattere!/ Seduto in casa, bevendo whisky,/ non vedo l’orologio ma so che ormai è tardi,/ E’ giovedì notte, ancora./ Giovedì Notte./ Sembra proprio che sia quel tipo di serata/ in cui devi scegliere, se fottere o combattere!"). Si conclude in bellezza con l'energica "May Two Four" (Ventiquattro Maggio). Un arpeggio di basso ci introduce in pochi secondi in un riff grintoso, che, senza troppi preamboli introduce la voce di Gervais. Ancora una volta viene reiterato lo schema della "fast song" lineare strutturata su schemi speed and roll, capace di aprirsi a soluzioni meno scanzonate e più isteriche e furibonde in prossimità del refrain (in cui la chitarra, attraverso note secche e stoppate, sembra gemellarsi alle urla furibonde del singer). Conseguentemente al minuto siamo al solito deliziati da un'altra riuscita zona strumentale, che dopo il modesto protagonismo del basso vede ancora una volta la chitarra ergersi in primo piano in affascinanti ricami testosteronici. Quaranta secondi dopo ci rincanaliamo, anche se solo per poco, nella struttura portante, magnificata come al solito dalla performance belluina del singer. Quindi, oltrepassata la soglia dei due minuti ci si tuffa nuovamente a capofitto in un grintoso frangente strumentale destinato a perdurare sino alla fine del brano. Il titolo ci rimanda ad una data, ossia il ventiquattro maggio. E molti si chiederanno: "perchè la scelta del titolo è caduta proprio su questa data?". E' semplice: il ventiquattro di Maggio, in Canada, si celebra l’anniversario di nascita della Regina Vittoria, celebre sovrana della Gran Bretagna e figura influente per i Canadesi in quanto l'Inghilterra esercitò il suo pieno controllo sui territori Canadesi sino al 1931. Tutt’oggi è una festa importante, perché rappresenta il primo week end lungo prima di pasqua ed il conseguente inizio dell’estate Canadese. Tutti si recano alle loro case al lago (i cottage) per far festa, e la birra scorre in quantità - 24, come le bottiglie di Birra presenti in ogni cassa ("Bene, parliamo ora di una festa speciale!/ la festeggiamo ogni 24 di Maggio,/ nessuno lavora o va in una fottuta chiesa!/ Si beve finché si sta male!!!/ E’ giusto,/ è giusto,/ è giusto vivere così!!/ I Bar sono aperti fino a tardi e il liquore è quasi gratis,/ tutto ciò che puoi bere,/ poi vomita nel lavello,/ e piscia nel vicolo!").



Con il suddetto Ep i Rough Boys riescono assolutamente a convincere, grazie a tanta carica e a una dose non indifferente di personalità: pur riecheggiando certi stilemi di alcuni grandi maestri come Tank e Motorhead (e qualcosa, pur vaga degli Exciter) non si cade nella trappola del plagio e dell'eccessivo citazionismo. Il prodotto risulta dunque fresco e genuino, capace di colpire al volo il cuore e l'orecchio dell'ascoltatore che, spaesato, viene fagocitato da una palude composta dai tre fluidi menzionati nel titolo: SANGUE LIQUORE E BENZINA. Tre. Esattamente come gli elementi del gruppo. Un trio letale che ci porta alla mente una concettualità zozza, ruvida, terribilmente stradaiola. Aspettiamo dunque con ansia il loro primo full, sicuri del fatto che i nostri sapranno ancora una volta a stupirci e strapparci un compiaciuto sorriso grazie alla loro irrefrenabile carica!


1) Before The Devil Knows I'm Dead
2) Hogtown
3) Blood, Booze and Gasoline
4) May Two Four