THE RED COIL

LAM

Buil2Kill Records - 2013

A CURA DI
FEDERICO VENDITTI
13/04/2013
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Recensione

E' un giorno uggioso e con delle nuvole nere minacciose che si stagliano in un orizzonte plumbeo romano, quando alla mia porta si presenta un postino che mi porge un pacco sigillato con dentro il debutto sulla lunga distanza dei The Red Coil, combo meneghino nato nel 2008 e con un demo di tre pezzi all'attivo e tante date live nel nord Italia. Inserisco il loro lavoro Lam nel lettore cd e vengo travolto da una camion. Si avete capito bene, perché i cinque ragazzi di Milano propongono un interessante e violenta miscela di stoner sludge metal che non prende prigionieri. I riferimenti sonori della formazione lombarda sono chiari, prendete le vocals di Phil Anselmo e Bill Ward degli Orange Goblin, mischiateli con un muro di chitarre affilate come rasoi, che si rifanno ai gruppi sopracitati, ma anche ai riff dei Black Label Society e ad alcune atmosfere stile Unsane, ed il gioco è fatto. Ora alcuni recensori con la puzza sotto il naso potranno dire che questo tipo di musica è il trend degli ultimi anni, visto il successo di band come i Down, ma io me ne sbatto altamente, e quando ascolto un gruppo come i T Red Coil la prima cosa che faccio è: corro verso il frigo e apro una bottiglia di birra gelata, poi ritorno allo stereo ed alzo il volume a manetta pensando di disertare la prossima riunione di condominio per evitare di essere redarguito da qualche arzilla vecchietta iscritta al fan club di Claudio Villa. I The Red Coil sono collegati al concetto di Kundalini, termine della lingua sanscrita che indica l'energia divina che risiede dentro il corpo umano, ed è generalmente rappresentato da un serpente dormiente posto alla base della colonna vertebrale. Dando una sbirciata al retro copertina vedo che la band ha siglato un accordo promozionale con l'attivissima Nadir, e la qualità della produzione è ottima, dal momento che del mix se ne è occupato Jacob Bredahl ai Dead Rat Studiosin Danimarca, dando compattezza e solidità al sound dei The Red Coil, mentre le registrazioni sono state effettuate all'Octopussy Studio a Sedriano. Andiamo ad analizzare nel dettaglio i singoli brani, dieci per la precisione, che compongono questo Lam: Mahakala è un intro suggestiva di meno di un minuto, dove sinistri ed inquietanti rumori escono piano piano dallo stereo; le voci vengono interrotte dall'attacco sonico al vetriolo del quintetto lombardo e si capisce subito dalla prima vera traccia del lotto, The Ones That Fall From Grace, che cosa abbiamo in mano? Riff furenti di chitarre che rimandano alle influenze sopra citate, ma sia ben chiaro i ragazzi non cadono mai nel plagio o nell'ossequiosa citazione stoner. Le urla belluine del cantante ci fanno scatenare in un headbanging furioso ed andando ad analizzare i testi del brano si capisce chiaramente della ricerca della band di un nirvana interiore che trascende l'anima e si trasforma in spirito divino attraverso la redenzione. Il cantante- Marco Marinoni- in alcuni frangenti ci ricorda anche Perotti degli Extrema, e questo è solo un bene, specialmente quando nel pre-chorous il ritmo si fa cadenzato; nell'intermezzo centrale c'è poi un bell'assolo tutto pentatoniche che poi ci riporta sui binari del pezzo. La canzone ritorna sul riff iniziale con le grida spacca ossa del frontman. Il secondo brano "Eastern Smell Of Smoke" si apre con un riff di chitarra, che ci riporta ai tempi di "No Rest For The Wicked"di Ozzy con quell'esasperazione sugli armonici, che a noi della vecchia scuola ci manda in visibilio. Nella parte centrale il tempo diventa lento e luciferino e qui il riff ci ricorda Gemini degli Slayer, ma quando si prende ispirazione dai maestri è sempre una cosa positiva. Nel testo si parla di stati di allucinazione dovuto all'uso di sostanze stupefacenti, ma sempre come se fosse un rituale magico per avvicinarsi al divino e guardare la vita da un punto di vista orientale, dove l'ego muore e viene seppellito, in favore della ricerca del benessere interiore, bene assai più importante, che nella nostra società si è smarrito in favore del consumismo sfrenato. L'assalto all'arma bianca dei Red Coil viene in parte mitigato dalla successiva traccia Fucking Numb, dove i ragazzmenano sempre come indiavolati, tra ritmiche al fulmicotone quasi thrash e un ritornello melodico e molto catchy che sicuramente vi rimarrà stampato in testa. Anche qui i testi vertono sulla disperazione totale e l'assenza di speranza "I'm feeling like I'm Paralized". Arrivati quasi alla metà del disco si avverte una certa ripetitività nella struttura dei pezzi, un problema che verrà risolto nella traccia successiva e specialmente negli ultimi brani del platter, dove ci sono delle interessanti sperimentazioni. SSC parte a mazzetta con dei riff bluesy, ma sempre iperdistorti e metallici, dove la voce del cantante prende a calci l'ascoltatore tra urla feroci e selvatiche, ma a differenza dei brani precedenti c'è una lunga coda finale dovesi erge imponente la sezione ritmica, basso e batteria, con un coro tribale veramente ben strutturato, che ricorda i mantra dei monaci buddhisti. Insomma il consiglio alla band è di accentuare ancora di più questi inserti,in modo da rendere ancora più personale la propria proposta e staccarsi da tutte le bands che negli ultimi anni sono salite sul carrozzone stoner sperando di raccogliere facili consensi. Il brano successivo The Desert's Crown parte in sordina, quasi come una jam blues che ricorda i Down del secondo disco, il pezzo si apre con un mid tempo dove la band dà più respiro alla propria proposta. Anche qui verso la fine del brano i ragazzi dei Red Coil danno sfogo alla loro passione per le atmosfere rilassate e dilatate del gruppo di New Orleans, in cui una chitarra slide quasi pulita ci guida per mano in mezzo ad un deserto dell'anima dove il cantante recita"Warming Fire, Shamans Praying" e qui si sente odore di peyote, droga iniziatica usata dai guerrieri indiani che giunti alla maggiore età vengono immersi nel fiume dal vecchio Medicine Man per vedere gli spiriti, che li condurranno sull'altra sponda e all'età adulta. Un rito spirituale in cui veniamo immersi attraverso lunghe boccate dal Bong che ci viene offerto dalla band. Narcotic Jail ci riporta su ritmi più serrati, infatti i Red Coil non prendono prigionieri durante l'esecuzione di questa traccia; la band spinge sull'acceleratore a tutto gas, prendendo a schiaffi l'ascoltatore, con bordate ultra heavy e un muro di chitarre che annichilisce letteralmente chiunque stia di fronte. Il brano verso la fine ha una linea di basso che rallenta la velocità del tempo. Se si può muovere una piccola critica alla band è quella di una certa omogeneità,che specialmente nei pezzi meno ragionati come questo paga di più dazio verso le band  stoner da cui prendono maggiore ispirazione. Il testo del brano in questione affronta le tematiche care al gruppo, come l'abuso di sostanze stupefacenti. Verso la metà del brano c'è un bell'intermezzo di basso che dà un po di respiro alle mitragliate inferte dalle chitarre. Daybreak si apre con un bel riff blues saturo di distorsione, molto groovy e che vi farà muovere il piede a tempo; anche qui il cantante urla le sue invettive contro un esistenza piatta e monotona "I'm down, it's always the same shit,every fuckin morning feeling dead and sick". Anche qui un bello stacco verso la fine del brano che puzza di whisky e birra. Barrio Alto è la traccia numero 9 e qui a differenza degli ultimi due brani i Red Coil sfornano un ritornello orecchiabile che rimane impresso in testa fin dal primo ascolto. La canzone sfreccia veloce e senza troppi fronzoli raggiunge il cuore dell'ascoltatore; pezzo nel quale si viene avvertiti chiaramente "I vomit the Night, Spitting out my worries and anxiety.Drink if you want to drink". Beh non dovete nemmeno chiedercelo, il frigo è bello pieno di lattine di birra-ancora per poco. Ed eccoci arrivati alla decima traccia del disco,"Beginning From Nowhere", forse il migliore del lotto, dove un intro acustico molto blues viene accompagnata da un armonica a bocca, prima di essere bruscamente interrotta da un bel rutto. I nostri qui danno sfoggio alla loro abilità nel maneggiare i propri strumenti con stacchi piacevoli molto southern, pagando tributo ai maestri del genere come Lynard Skynard e ZZ Top. Il testo viene quasi raccontato come una vecchia storia da osteria, dove si narra di un un uomo che porta tutto il peso della sua esistenza sulle spalle, devastato dall'abuso dell'alcol. Insomma sembra di leggere un racconto di Bukowski in musica. In conclusione un lavoro ben congeniato, che non farà gridare al miracolo in quanto ad originalità, ma come già detto in precedenza, quello che ci preme sottolineare è l'onestà d'esecuzione, la bella produzione ed il fatto che lungo i solchi di questo album si sente che la band è sincera in quello che propone. L'unico piccolo suggerimento che mi sento di dare è quello di accentuare le variazioni sul tema, come in alcuni episodi di questo Lam, in modo da aggiungere più sfumature di colore alla tela. Sappiamo che i Red Coil stanno facendo diverse date in Lombardia e quindi se vi capitano vicino casa andateli a vedere, perché siamo sicuri che dal vivo i pezzi di Lam acquistano maggiore carica e cattiveria. I vicini di casa stanno bussando contro il muro...che si fottano mi apro un altra birra.


1) Mahakala
2) The Ones That Fall From Grace
3) Eastern Smell Of Smoke
4) Fuckin' Numb
5) S.s.c
6) The Desert's Crown
7) Narcotic Jail
8) Daybreak
9) Barrio Alto
10) Beginning From Nowhere