THE POP GROUP

For How Much Longer Do We Tolerate Mass Murder?

1980 - Rough Trade

A CURA DI
TIZIANO ALTIERI
28/02/2021
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione Recensione

Siamo precisamente nel 1980. È l'anno del boicottaggio olimpico, quella decisione ad opera dell'allora presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter, che comportò l'auto-esclusione della nazione americana tra le file dei partecipanti alla ventiduesima edizione dei giochi olimpici moderni. Questa storica edizione si teneva a Mosca, nel cuore dell'Unione Sovietica, dove qualche settimana prima del 1980 era partita la decisione di invadere l'Afghanistan. Questa operazione armata fu il pretesto, per gli Stati Uniti e per altre sessantacinque nazioni, di non partecipare a quelle olimpiadi. Una presa di posizione politica da parte di numerosissime nazioni che condannavano aspramente quell'invasione militare. Un tassello enorme nel frammentato mosaico della guerra fredda. È in questo clima caustico (ricordiamo che è anche l'anno dell'assassinio del giudice Guido Galli in Italia, degli scandali calcistici nostrani e dell'eruzione del Sant'Elena a Washington) che la famigerata band di Bristol, The Pop Group, fondata dal vocalist Mark Stewart e dal chitarrista John Waddington, pubblica il suo secondo disco. For How Much longer Do We Tolerate Mass Murder?, oltre ad evocare un senso di colpa universale nei confronti degli eccidi di massa (di cui l'invasione sovietica dell'Afghanistan prima, la guerra Persiano-irachena poi, sono validi e terribili esempi) è un disco che seppur passato più in sordina rispetto a Y -l'esordio capolavoro della band- segna il primo ed ultimo esempio di auto-produzione di questi paladini del Post-Punk, l'auto-proclamato "Gruppo Musicale del Popolo". Questa traduzione letterale del loro monicker, evoca una tutt'altro che sottile vena di comunismo galoppante, quella che effettivamente li caratterizza pienamente. Accenneremo alla politica che trasuda nell'intero operato dei The Pop Group (di fatti, anticipiamo fin da ora che la discografia di questa band fondamentale per la storia della musica verrà analizzata per intero). Alla luce di questa forte spinta militante, si configura il feroce attacco nei confronti della politica Americana, nazione considerata dalla band come la grande meretrice succhia barili nelle cui vene scorrono sangue e petrolio. È vero: nel disco si fa una sferzante disamina generale della parte occidentale e occidentalizzata del mondo, prendendo come baluardo universale del capitalismo quell'intera fetta di pianeta. Ma nello specifico, alcuni dei testi si concentrano sull'efferatezza delle decisioni statunitensi in ambito socio-politico-economico. Non si risparmiano, in ogni caso, i riferimenti agli scomodi fatti di cronaca avvenuti in campo britannico in quello stesso periodo storico. Non siamo ancora nel periodo oscuro contraddistinto dalla presidenza americana di Ronald Reagan, ma, all'epoca, il primo ministro inglese è già la Lady di Ferro Margareth Thatcher, eletta appena l'anno precedente, nel 1979. Ci troviamo in un periodo storico ricco di cambiamenti, rivoluzionario e incerto, e ciò che è sicuro è che con i loro testi, i The Pop Group anticipano quelle che saranno le conseguenze impopolari di questi due importantissimi esiti elettorali, restituendo all'interno del complesso sonoro quelle che sanno, nel breve futuro, le drammatiche decisioni di queste due fameliche faine del capitalismo. L'ex attore Ronald Reagan e l'ex ricercatrice chimica Margareth Thatcher, principali responsabili di molte "esplosioni" degli anni 80, azioni che cambieranno per sempre il corso della storia e che avranno ripercussioni su tutto il pianeta. Ripercussioni non solo belliche, ma anche etico-morali. Si avvicinava, infatti, l'era del più mero e sfrenato edonismo, il primo vagito di modernità, la ricerca della sola soddisfazione dei propri piaceri individuali, una voglia di libertà, di futuro, di colore. Gli anni 80. Insomma, questi due pilastri della politica della storia recente sono i portavoce di una decade incredibile sotto ogni punto di vista. E questo ai The Pop Group non va giù, essendo cinici e spietati come ogni post punk band. Non resta loro che gridare al microfono questo disagio collettivo. Ed è proprio ciò che fuoriesce da quel microfono e da quelle casse che stiamo per analizzare, facendoci largo attraverso un disco epocale, forse poco considerato, ma ugualmente significativo per una intera scena musicale e un periodo storico ormai sempre più lontano del tempo, ma vicino nel cuore.

Forces of Oppression

Degli stridii al limite tra il rito tribale e la psicosi collettiva ci proiettano all'interno di questa prima e avvolgente traccia, Forces of Oppression, che con le sue ritmiche schizzate ed il suo canto disumano esprime perfettamente il nome che porta. Letteralmente i Pop Group ci opprimono dolcemente con il loro sound stralunato, imprigionandoci in una gabbia arrugginita ma stranamente confortevole, dove i nostri timpani pregano per rimanere lì dentro ancora qualche minuto. Ma le tracce di questo disco scorrono via come treni, e in men che non si dica siamo già a metà traccia, dove incontriamo una mandria impazzita di strumenti, che come in una sparatoria si coalizza per accerchiarci coi loro ferri ben tesi e minacciosi: la chitarra ci sputa addosso un riffing che assomiglia più ad uno sciame assatanato di insetti, il basso invece ci stordisce con un giro vertiginoso e decisamente ben strutturato, mentre i fiati ci squittiscono addosso senza pietà, mettendoci spalle al muro. Neanche Mark Stewart sembra inerme a questi assolti sonori. Di fatti, finita la carneficina strumentale, egli riprende il canto con una voce deformata e urlante, come in preda ad una possessione demoniaca. 

Feed The Hungry

Con Feed The Hungry la band decide di risparmiarci. La ritmica non è più devastante come la precedente traccia di apertura. Siamo dalle parti del Dub, genere spesso evocato dalle melodie del gruppo, a partire dal loro eccellente esordio. Come in ogni canzone Dub che si rispetti, è il basso a comandare. E così il bassista Dan Catsis si ritaglia il suo prezioso spazio. Ma è un basso che non si presenta sotto un normale aspetto, sembra piuttosto eroso da un effetto wah wah; decisamente insolito per uno strumento del genere. La quattro corde incede convinta, accompagnata da percussioni minimali (cassa, Tom, maracas e un accenno di piatti) ed una voce che sembra provenire da lontano. La chitarra non tarda ad arrivare. E stavolta è davvero incazzata. Non c'è spazio nel suo manico per la melodia. Tutto è squisitamente rumoroso e stranamente incastrato con il sostenuto di un pianoforte che sembra esser calato dal cielo in maniera totalmente randomica. E così come è venuto se ne va, ripresentandosi soltanto a metà traccia, ricordandoci perché adoriamo il sound dei The Pop Group. Stavolta non è più un sostenuto formato da un solo suono, ma una cascata delicata di note, cui viene lasciato il dovuto spazio (salvo qualche guizzo chitarristico qua e là). Torna la voce, e adesso siamo completamente rapiti. Pure il basso è stato confinato nelle retrovie. Siamo sopraffatti dalle avvolgenti atmosfere evocate da quell'etereo piano. Una dimensione onirica in eterno conflitto con il reale. Il pianoforte, come l'intruso del Teorema di Pasolini, o del Visitor Q di Miike, si staglia come un elemento che non si intromette per rompere l'armonia, piuttosto il contrario. Si accomoda tra le disarmonie del gruppo e lo fa destabilizzando e decostruendo. Riesce persino ad addomesticare la chitarra in alcuni passaggi, dove possiamo sentirla funkeggiare addirittura in maniera non rumorosa.

One Out Of Many

Forces of Oppression incita alle manifestazioni, attaccando i "celerini" e la colonna 88 (movimento neonazista inglese), definendo le armi delle figure falliche. Feed the Hungry individua come "principale causa di carestia e povertà l'avidità umana organizzata", condannando quei "pochi [che] possiedono così tanto" ed elencando le infamie del mondo di cui sono i diretti responsabili (tra cui la fame). One Out Of Many, scritta dai The Last Poets (gruppo di poeti e musicisti americani nato negli anni '60), prosegue il contenuto della seconda traccia. Definiti come i "padrini del rap", i The Last Poets in questo brano parlano di come "il razzismo e l'avidità mantengono le persone bisognose dall'ottenere ciò che è loro di diritto: barare, rubare e fare doppio gioco". "Sopra la piramide pende l'occhio del diavolo"; "il rosso è il colore dell'uomo indiano, il bianco dei diavoli che han rubato la terra ed il blu degli occhi, che ipnotizzano con trucchi e trappole". Un brano brevissimo, neanche due minuti, per una scheggia impazzita.

Blind Faith

Da questi riferimenti intellettuali alla moneta e alla bandiera americana, presenti nel testo di One Out Of Many -troppo lungo per analizzarlo nella sua interezza- si passa ad un testo leggermente più sintetico, in perfetto stile Pop Group. Si prosegue con la critica nei confronti della società, argomento caro anche ai The Last Poets (in quanto esponenti delle lotte per i diritti civili degli afroamericani), ma vi si aggiunge un'aspra critica contro la religione. Da qui il nome del brano: Blind Faith, "Fede Cieca". Mark Stewart ci racconta: "Siamo cavie, siamo pecore, schiavi contenti. Mi è stata asportata la lingua alla nascita. La vita non è cieca ma noi lo siamo. Grazie mass-media, grazie insegnanti, grazie amici per tutto quello che mi è stato insegnato! Fai solo ciò che ti è stato insegnato. Fede Cieca! Gli assassini di massa in uniforme (cioè gli uomini di potere) diventano eroi". Come potete notare, siamo sempre sulla stessa barca. Passiamo ora alle cose più elaborate, ossia la parte strumentale. Se il brano precedente suonava come una versione Proto-Hip Hop di un brano dei This Heat, stavolta siamo di nuovo su territori Dub/Funk. Il basso se la comanda senza freni, incalzato da una batteria terribilmente trascinante. La chitarra stordisce violentemente, come ormai siamo abituati a subire. Anche la voce si fa lancinante come mai finora. Ad un terzo del brano irrompe anche una tastiera disfatta, che squarcia l'aria con una distorsione esasperata. Qua e là, sprazzi di fiati disarticolati sono utilizzati per impreziosire il tutto. Verso la fine del pezzo, la band si abbandona alla costruzione di un bridge, dove anche la voce si trasforma fino a diventare strumento. La chitarra ormai è irrecuperabile, dispersa nei meandri più oscuri del Noise rock. Il basso ci regala un gustosissimo giro al cardiopalma, ma è l'outro a farci sognare, con quasi un minuto di arpeggi orientaleggianti. Un vero balsamo per le orecchie.

How Much Longer

"La tolleranza è una maschera di apatia, l'attrito è una politica quotidiana. C'è un sacco di soldi da guadagnare dalle guerre. Ciò che è patetico è la nostra apatia di fronte alla miseria degli altri, la nostra inazione di fronte al loro assassinio e alla loro riduzione in schiavitù. È un crimine violento". Come potete vedere, con la stesura dei testi Mark Stewart se la cava egregiamente, anche senza l'aiuto dei The Last Poets. Dodici anni di politica estera americana riassunti in solo cinque minuti: dalla guerra civile in Cambogia, durata otto anni, alla minaccia d'intervento militare del presidente Jimmy Carter, episodio relativo appunto alla crisi degli ostaggi in Iran. Chiaramente, il testo di questa How Much Longer è estremamente politico, summa poetico-artistica della feroce critica contro la società che viene decostruita nelle note di questo disco. "C'è colpa e c'è azione Tutto ciò che chiediamo è il nostro giardino dell'Eden. Nixon e Kissinger dovrebbero essere processati per crimini di guerra per il bombardamento segreto della Cambogia". Non per niente, stiamo parlando della title-track, perciò le liriche sono quelle più articolate e spietate. Il resto del titolo, Do We Tolerate Mass Murder, resta invece sottinteso, poiché ripetuto all'interno del testo. "Ogni momento di noia mal pagato sulla linea di produzione è un crimine violento nella nostra ignoranza, le persone vengono uccise e chiediamo il nostro giardino dell'Eden, [ma] tutto ciò che otteniamo, è un giardino di missili inter-ballistici". Dal punto di vista strumentale, la traccia è molto più sommessa, le partiture quasi accennate. Siamo dalle parti della No Wave a livello di composizione, cioè la risposta anarchica alla New Wave (la vera e propria ondata di freschezza che investì il mondo della musica negli anni '80), e questa atmosfera contribuisce allo straniamento generale della traccia. Intanto il testo prosegue, cinico come non mai: "Perché lasciare che gli assassini di massa sadici controllino il nostro mondo!? ho appena sentito che il presidente Carter sta minacciando un intervento militare. Le portaerei americane si stanno dirigendo verso l'Iran". D'altronde, è a partire dal testo che si intende distruggere tutto il pattume socio-politico che precedette e condizionò l'intera decade, e questo si riflette perfettamente nella parte strumentale, ancora più glaciale e senza speranza di quelle analizzate finora.

Justice

Ennesimo attacco alle istituzioni è l'inequivocabile traccia dal fatidico nome: Justice. In questa, le partiture trasudano il Funk più spassionato, pur sempre corrotto dalla macchina Pop Group, ma allo stesso tempo estremamente riconoscibile. Il testo, coi suoi slogan "chi sorveglia le guardie? Chi controlla la polizia?", risulta estremamente attuale se rapportato agli ignobili fatti avvenuti in America, precedentemente e in conseguenza alla nascita del recente movimento "Black Lives Matter", un movimento i cui intenti e i cui pretesti risultano validi ora esattamente come quarant'anni fa. Formalmente, potremmo sostituire i nomi elencati da Mark Stewart con quelli di George Floyd e di tutti gli altri caduti come lui a causa del razzismo e dell'abuso di potere in quest'ultimo infame periodo. Nel farlo, non troveremmo alcuna differenza a livello di contenuto. In luce della nostra analisi è fondamentale questo aspetto, che esemplifica in maniera lampante il lavoro dei The Pop Group: il loro politicizzare suonando post punk. Una prassi che è propria di ben pochi gruppi, e tra questi, i migliori a metterla in atto sono proprio Mark Stewart e compagni. Questo non solo per il perfetto equilibrio tra musica e testi (entrambi in grado di far accendere il cervello) ma anche per la capacità di queste istanze per esser rimaste perfettamente intatte nel tempo, in un eterno presente poetico-musicale.

There Are No Spectators

Torniamo a bomba con la Dub in questa terzultima posatissima traccia, There Are No Spectators. "Non ci sono spettatori. Sei responsabile che ti piaccia o no. Non c'è neutro, nessuno è innocente e nessuno sarà perdonato. L'evasione non è libertà. Voyeur dell'Armageddon per lavarti le mani del conflitto tra i potenti e gli impotenti. Significa che ti stai schierando con gli oppressori". Questo ci dice Mark Stewart, riprendendo le fila del discorso iniziato col testo di Blind Faith. Stavolta però, non è la "Fede Cieca" a condurci all'oblio, ma siamo direttamente noi stessi. O meglio, tutti coloro che scelgono di non schierarsi, e nel farlo, assecondano il crimine del potente. L'ignavia che trova fertilissimo terreno in una larghissima fascia borderline posta nella crasi tra due parole: resistenza e potere, di Blackiana memoria (termine pronunciato appunto da Jack Black nel film School of Rock che si riferisce ad una malattia inventata che etimologicamente sta per: "il malanno di chi resiste al potente") ed il suo perfetto negativo: l'assecondare attivo riscontrabile, ad esempio, nelle forze armate. Risulta ancora una volta sconvolgente la capacità espressiva di Mark Stewart, in grado di spedirti nel cranio un messaggio così potente avvalendosi di uno stile del cantato che è un mescolarsi di recitazione, declamazione, spoken words e melodia. Il tutto, come abbiamo accennato, è avvolto dalle strutture del Dub, che esattamente come in Feed The Hungry nascondono un sostrato sonoro ben più evocativo della Dub siffatta. Un concentrato di tribalismo e atmosfere Jungle (cioè create ispirandosi letteralmente alla giungla) che si confonde col delay della chitarra, il falsetto della voce, e il minimalismo di basso e batteria. Torna persino il ronzare ricostruito di uno sciame impazzito, stavolta incarnato da uno strumento irriconoscibile (forse un campionamento).

Communicate

Ci siamo. Ecco la traccia più fuori luogo e contemporaneamente più pertinente di tutto il disco. Quei fiati che nelle tracce precedenti erano appena accennati, qui la fanno da padrone. Gareth Sager sguinzaglia in questa penultima traccia un sassofono rabbioso e furibondo. Lo strumento squarcia l'aria con un fraseggio allucinato che ti fa sobbalzare. Basta un secondo, e siamo dentro Communicate. Siamo strattonati a destra a sinistra da una batteria indecifrabile, da degli schiamazzi inauditi, da un basso singolare e finora inascoltato (sembra preso direttamente da un'esibizione Free di Umbria Jazz), e da una chitarra ancora più No Wave, oltre che da un Sax che, come abbiamo detto in precedenza, se la comanda. È incredibile come la band riesca a intrecciare partiture sconnesse come queste a parti del brano con una struttura ben precisa (anche se totalmente schizoide). Persino la batteria, che in tutto il suo esser suonata con sapienza sembra trovarsi lì per caso, butta qui e lì dei guizzi classici di accompagnamento. Lo stesso dicasi per la chitarra, il basso o il sax. Ognuno a tempo debito, senza metter fretta agli altri. È la voce quella più irrintracciabile. Sembra quella di un malato di mente che si lamenta del troppo frastuono che lo circonda. E in effetti lo capiamo benissimo. Ma purtroppo (o per fortuna) siamo anche più matti di lui e infatti questo brano ci fa letteralmente impazzire. Se non fosse così, non allarmatevi, non sentitevi perduti. Scommetto che non vi aspettavate del Free Jazz nudo e crudo in questo disco, vero? Come darvi torto. D'altronde, la band è stata talmente efficace nell'intento di nascondere questa estensione del Jazz classico, tra i solchi del sostrato sonoro da loro partorito, che è possibile trovare addiruttura delle tracce di puro Free Jazz. Ma dopo tutto, perché non rendergli omaggio? Perché non omaggiare Ornette Coleman direttamente, non in maniera indiretta e ancor più sintetica come i Sonic Youth? I The Pop Group possono permetterselo. E ce lo fanno ascoltare.

Rob A Bank

Traccia finale. Siamo all'epilogo di questo straordinario disco del 1980, l'ending track, ovvero Rob A Bank, brano dal titolo ironico, ma neanche troppo. Non lo sfoggio di stridii infiniti di un ottone o le risa inquietanti e campionate di bambini come nel brano precedente, in questo contesto -se vogliamo esagerare- avviene un "passo indietro". Con questa ottima traccia siamo decisamente dalle parti del Punk, e ciò è riconoscibile nella voce notevolmente posata di Mark Stewart (rispetto al solito, si intende), nella ripetizione insistente ed urlata di una singola frase, o nella batteria estremamente classica e in un testo dai concetti assai sintetici, diretti e sovversivi. Voci fuori dal coro risultano il sassofono e la chitarra. L'una per l'ennesima foga No Wave/Noise di cui si veste, l'altro per via delle melodie decisamente troppo Funky per incastrarsi col Punk. Ma ovviamente questa ai The Pop Group riesce, e anche alla grande. Quest'ultima traccia, pur essendo appunto la chiusura di un disco che sensazionale è dir poco, non lascia affatto con l'amaro in bocca. D'altronde, resta sospesa nel tempo, lasciando i propri fans nell'attesa snervante di ben trentacinque anni, tre decadi e mezzo per assaporare le note di un terzo disco, che arriverà solo nel 2015 con Citizen Zombie.

Conclusioni

Siamo giunti ora alle conclusioni. È giusto quindi sfruttare quest'ultimo blocco per approfondire qualcosa di pronunciato parzialmente a inizio articolo e poco sviluppato. Come abbiamo accennato nell'introduzione, For How Much Longer Do We Tolerate Mass Murder? può essere benissimo considerato a tutti gli effetti un disco "Indie". E questo proprio nell'originale accezione del termine: "Independent"; non nell'attuale accezione di "facciamo un Pop leggerissimamente meno allineato degli altri". Eh già, perché i The Pop Group (come spero abbiate capito) il Pop ce l'hanno solo nel nome. La scelta di questo monicker, più di quaranta anni fa, chiaramente non è affatto casuale. Col termine "Pop", i musicisti furono in grado esprimere la forte connotazione ironica che li contraddistinse, e al contempo si appropriarono del termine per un'auto-proclamata legittimazione sociale. Come abbiamo detto, infatti, la band di Bristol si pose come "il gruppo del popolo", il contraltare del razzismo, dell'edonismo, dell'usurpazione, della tirannia, dell'ipocrisia perbenista e della belligeranza inutile ed ostinata. Mark Stewart, John Waddington, Bruce Smith, Gareth Sager e Don Catsis, assieme, si fecero portavoce dell'esatto contrario di queste aberrazioni, proponendo sia con la voce che con gli strumenti quei valori che era giusto seguire. Non suggerendoli per primi, ma facendoli emergere dalla sfera etico-morale del lettore/ascoltatore, facendolo sentire vittima di un sistema che si lo ha soggiogato, ma che al contempo ha deciso di non combattere. Quello stesso sistema che inquina l'aria respirata quotidianamente dall'uomo comune, lo stesso che gode nell'ingerire tale aria e che sarà accompagnato alla morte. Egli stesso la produce ogni qual volta acquista un prodotto, oppure quando vota l'ennesimo buffone di corte proclamatosi millantatoriamente come il salvatore del popolo. I The Pop Group, con la loro musica squisitamente tagliente, ci aiutano ad ogni ascolto a sezionare chirurgicamente quell'aria densa di stronzate, mostrandoci lo sguardo di chi si sporge oltre il taglio di Fontana. Lo sguardo di chi scorge il Noumeno, posto al di là delle sottili fratture del velo di Maya, come ci suggeriva il buon Schopenhauer. Non solo il "didatticismo Agit-Prop (NME)", quindi. Neanche solo "un'epopea che definisce il genere (e sfida il genere), temibile e senza paura come può essere la musica popolare (PopMatters)". E neppure solo il "cocktail Molotov che For How Much Longer rappresenta, se paragonato ai primi lavori dei seminali Gang of Four, che a confronto suonano miti e senza denti". Né solo "altamente rilevante", né solo "spaventosamente presciente (Record Collector)". I The Pop Group, sono sì quei radicali bristoliani Post-Punk che riuscirono in realtà a sintetizzare qualcosa di feroce, funky e fantastico dal loro sacrilego mash-up di Ornette Coleman, Funkadelic, e pesi massimi della Dub, ma essi sono anche molto di più, qualcosa di indescrivibile, che quindi per definizione non può essere scritto. Non si può solo "danzare di architettura" con loro (termine che utilizzava Frank Zappa come paragone di una cosa altrettanto inutile come il critico musicale). Questo perché è impossibile condensare filosofia, arte, anarchia, sovversione, comunismo, tecnica, critica socio-politica, Pop, Anti-Pop, Dub, Funky, Post-Punk, Noise, No Wave e Jazz, in un una mera forma scritta. Quello appena descritto (ed occorrerebbero ancora molte parole), è infatti un infinito calderone di suggestioni sonore, in grado di generare, per dirlo con le parole dello scrittore britannico Mark Fisher, "dibattiti che furono la prova di alcune delle dispute sull'estetica e sulla politica che avevano esercitato le correnti rivoluzionarie per tutto il ventesimo secolo. Il messaggio era la cosa più importante, o era l'innovazione formale che rendeva rivoluzionarie le opere d'arte? La cosa notevole di For How Much Longer è che si rifiuta di scegliere".

1) Forces of Oppression
2) Feed The Hungry
3) One Out Of Many
4) Blind Faith
5) How Much Longer
6) Justice
7) There Are No Spectators
8) Communicate
9) Rob A Bank