The Poodles

Tour De Force

2013 - Frontiers Records

A CURA DI
OLEG EGON BRANDO
29/07/2013
TEMPO DI LETTURA:
7

Recensione

Dalla fredda e “Hard-RockeggianteSvezia arriva "Tour de Force" ultimo disco dei The Poodles, un album rivolto agli amanti dell'Hard & Heavy con forte componente melodica e figlio diretto degli anni 80. Questi The Poodles sono quattro musicisti di buon livello, la band si è formata nel 2006 e Tour De Force è il quarto album pubblicato,nello stesso anno di fondazione parteciparono a eventi importanti come lo Sweden Rock Festival e il Melodifestivalen. Nella band  spicca l'ugola di Jakob Samuel, cantante con un bel timbro graffiato che da il suo meglio su tonalità medio alte (non troppo sulle altissime per le quali ricorre spesso ad un falsetto che a me non fa impazzire). La sezione ritmica di Pontus Egberg e Christian Lundquist è potente e precisa così come la chitarra di Henrik Bergquist, non certo un virtuoso della sei corde ma con una affilata mano ritmica ed un buon gusto nei fraseggi e nei soli. L’album è prodotto da Mats Valentin,  quasi da considerare un quinto membro della band visto che gran parte dei brani sul disco portano la sua firma come autore. Il Sound è qualitativamente di alto livello anche se per i miei gusti è a tratti un po’ troppo digitale mancando quindi della componente “valvolare” che con un genere di questo tipo si sposerebbe alla perfezione. Sempre per un mio gusto ritengo il disco un po’ over-prodotto data la quantità eccessiva di sovraincisioni di chitarra e tastiere aggiunte. Mi auguro che la band riesca a fare rendere i pezzi anche coi soli strumenti suonati e non ricorra a delle basi…Per quanto la proposta musicale sia come da introduzione derivativa della scena Hard Rock/Glam degli anni 80 si può comunque lodare un certo stile personale nella scrittura ed esecuzione dei brani che portano questo Tour De Force ad un livello di considerazione superiore a tante uscite con un'approccio musicale simile. Per quanto non vi sia nulla di nuovo che faccia gridare al miracolo questa band riesce a non fermarsi ai soli cliche del genere mescolando influenze musicali diverse dando all'intera opera un’impronta personale che invoglia all’ascolto (e successivi ri-ascolti). Da sottolineare l’aggressività di certi passaggi che sconfinano abbondantemente in territorio Metal. MISERY LOVES COMPANY Un tonante mid-tampo di batteria apre il disco sul quale si staglia un riff compatto degno figlio di quelli presenti in “Dr.Feelgod” dei Motley Crue. Il cantante entra a fare da mattatore sulla strofa vagamente tribale, il pre-chorus è bello incalzante ed orecchiabile, il refrain accattivante e ben armonizzato, la parte strumentale solista è decisamente aggressiva e “metallica”. Brano di buona fattura che ben ci introduce alle sonorità di questi rockers scandinavi. Anche il messaggio del testo è decisamente benaugurante, riassumibile con “Se la disgrazia ama la compagnia, io la lascio sola” Tiè. SHUT UP!: Il dinamico e “catchy” riff Iniziale ha della variazione sul tema di “Hot For Teacher” dei Van Halen così come di “Rocket Ride” degli Edguy e si incastra con la granitica sezione ritmica dando un groove niente male. Bella la melodia della strofa così come quella del bridge che ben si sposano fra di loro. Il ritornello, per quanto accattivante ed immediato sembra leggermente distaccato dal resto del brano per tonalità e stile ma questo non è per forza un difetto. L’invettiva al silenzio rivolta ad un personaggio negativo e fastidioso è cantata con grinta e melodia dal già lodato Jakob Samuel. Buon brano che ha nell'immediatezza la sua maggiore forza. HAPPILY EVER AFTER ha la proprietà di far muovere il collo dell’ascoltatore sul suo tempo semplice e ben scandito. Il ritornello ha una punta di malinconia che lo rende interessante e di immediata presa. Questo brano, come molti altri del disco, mi ricorda molto lo stile degli Helloween era Deris,  è un complimento! Nessuno dei testi dell’album è sicuramente un capolavoro ma in questo c’è una sorta di citazione da “Every Breath You Take” che (per me) si poteva evitare. A parte questo neo nelle liriche, Happily Ever After è un signor brano , uno dei miei preferiti del disco. Così come VIVA DEMOCRACY, canzone in cui i The Poodles tirano fuori il loro lato più cattivo. Un brano massiccio e potente il cui riff portante della strofa può ricordare “The Beautiful People”. Bella la linea vocale che mantiene il suo stampo melodico pur su una base così monolitica. Il ritornello viaggia sù un’aria musicale decisamente bella, magari meno immediata di altre sull’album ma ispirata e potenzialmente emozionante. Bella la parte strumentale centrale sovrastata da voci effettate, il testo è (come facilmente intuibile dal titolo) una celebrazione della libertà democratica a scapito della tirannia di pochi. GOING DOWN ha un inizio bello potente e metallico  che mi ha riportato alle atmosfere del film “RockStar”, la strofa cala di violenza , la chitarra arpeggiata e un bel fraseggio di basso fanno da base ad una melodia vocale accattivante cantata con un timbro ruvido che si sposa benissimo con il testo che pur elencando fattori negativi ha in sè un messaggio finale di speranza. Il ritornello è dannatamente orecchiabile pur mantenendo una tensione nervosa ad alto livello. Canzone decisamente riuscita che sa mischiare drammaticità, positività,rabbia e melodie accattivanti che si stampano in testa. Ottimo lavoro Poodles. Peccato che dopo questa arrivi un brano che non mi dice assolutamente nulla: LEAVING THE PAST TO PASS è una ballad che sembra essere stata messa nel disco perché “Aò, la ballad ce vole”. Melensa e stucchevole, con una matrice pop trita e ritrita più propria ai Backstreet Boys che ad un gruppo Rock duro. Non dico che sia una brutta canzone ma per quanto mi riguarda siamo ad un livello di banalità poco onesta. Mi sembra davvero composta più per calcolo matematico che per sincera voglia di comunicare qualcosa.  Con 40 DAYS AND 40 NIGHTS si torna su binari più Rock anche se lontani dall’aggressività della prima parte del disco. Strofa accompagnata da violini, melodia principale decisamente eighties così come l’orecchiabilissimo ritornello. Se nella ballad precedente il suo essere non originale era un madornale difetto in questo brano la semplicità delle melodie diventa un punto di forza. Inizialmente non mi era piaciuta questa canzone, la ritenevo quasi infantile mi sono ritrovato poi ad averla in testa più di altre…sarà il suo refrain che riporta alle atmosfere sognanti,malinconiche e nel contempo adrenaliniche da sigla di vecchi “anime”  ma l’innocente entusiasmo di questo brano alla fine ha vinto. Lode al vincitore. KINGS & FOOLS è un altro brano di gran fattura, figlio di atmosfere country western così come di assalti rock massicci. Come fosse una “Wanted Dead or Alive” suonata dagli ultimi Helloween dopo aver mangiato bistecca al sangue e bevuto Red Bull ascoltando i Queen. Tutta la struttura del pezzo è corposa e le melodie accattivanti, bello lo stacco centrale un po’ “crooner” e la successiva parte solista ispirata allo stile di Brian May. Gran Brano!  MIRACLE si apre con la batteria che tiene il tempo sul “cowbell” in puro stile Tommy Lee o Peter Criss, la strofa vede la voce seguire il riff di chitarra, il pre ritornello è alquanto insapore mentre il ritornello è già più interessante anche se come tutto il pezzo tende all’insipido. Questa traccia può tranquillamente essere considerata un filler tanto per fare numero. Non brutta ma nemmeno interessante,la sua mancanza non avrebbe influito sul resto del disco in bene o in male. Discorso simile per la successiva GODSPEED: canzone decisamente ben scritta e ben suonata alla quale manca quella scintilla presente nella maggior parte degli altri brani. Sound leggermente contaminato dall’elettronica, melodie epiche e drammatiche, la canzone ha un gran arrangiamento e la maggior parte delle milioni di rock bands sparse per il globo darebbe via il rene di uno dei suoi componenti per realizzare un pezzo del genere…ma, complice la qualità di altri brani presenti in questo album questo passa decisamente in secondo piano. Inizia a prendere piede nella mia testa l'idea che le carte migliori i The Poodles se le siano già giocate e NOW IS THE TIME conferma tale idea. La canzone è energica e potente, figlia del metal tipicamente scandinavo. Melodie semplici e coinvolgenti , punte di leggera malinconia che sia alternano ad allegria ma manca quel qualcosa che mi aveva coinvolto così tanto nelle prime 8 tracce (ballad esclusa),sbadiglio. ONLY JUST BEGUN mi fa parzialmente ricredere grazie al suo incedere massiccio ed alle belle melodie drammatiche ma al contempo luminose. Come per quasi tutti i brani  il testo è un invito alla speranza ed alla fede (non propriamente religiosa) per andare oltre le avversità. Ennesima bella prova tanto dei musicisti così come del cantante. Nell’edizione in mio possesso è presente una Bonus Track ovvero EN FOR ALLA FOR EN, cantata in svedese (non ho nulla da poter dire sul testo quindi…) . Fra i nomi degli autori non c’è nessuno della band o dei produttori quindi suppongo sia una cover. Comunque il brano è bello, un pop rock energico e coinvolgente, orecchiabile e scanzonato. Sicuramente sarà una buona arma nei live che la band farà nella propria terra madre ed è comunque gradevole all’ascolto anche di chi non capisce una mazza di svedese. In conclusione, questo “Tour De Force” è un bel disco che sarebbe potuto essere ancora più forte se avesse tolto qualche riempitivo e quella ballad da diabete.  La band ha talento e riesce a portare la bandiera di un approccio musicale non certo nuovissimo facendola sventolare con una ventata di contaminazioni interessanti, gusto e talento compositivo, carisma e convinzione.


1) Misery Loves Company
2) Shut Up!
3) Happily Ever After
4) Viva Democracy
5) Going Down
6) Leaving Past To Pass
7) 40 Days and 40 Night
8) Kings & Fools
9) Miracle
10) Godspeed
11) Now Is The Time
12) Only Just Begun