THE OCEAN COLLECTIVE

Phanerozoic II: Mesozoic / Cenozoic

2020 - Metal Blade

A CURA DI
STEFANO PENTASSUGLIA
02/12/2020
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione Recensione

Ricordo piuttosto bene quell'intervista al chitarrista tedesco Robin Staps ai tempi di "Aeolian", nel 2005, quando io ancora ero un liceale che si affacciava curioso al mondo del post metal, internet non era veloce come oggi e mi dilettavo nella lettura di articoli dalle riviste cartacee metallare che uscivano in edicola. In particolare ricordo le sue parole, quando l'intervistatore gli chiese dei suoi progetti di vita: "Vado all'università ma non mi piace, io vorrei stare in casa a suonare e comporre nuova musica tutto il giorno". Ora, non so se il buon Robin alla fine ce l'abbia fatta lo stesso a laurearsi (e mi auguro per lui di sì): fatto sta che quelle parole furono piuttosto profetiche, a giudicare dall'enorme mole di materiale che la sua band, i berlinesi The Ocean, hanno rilasciato nel corso dei 15 anni successivi. In effetti Staps è sempre parso per quello che lui stesso affermava di essere: un ragazzo creativo, dotato di un cervello che quotidianamente si arricchiva di idee fino a scoppiare, che componeva musica a una velocità impressionante, tanto da avere così tante canzoni sotto mano da essere costretto a pubblicare doppi album ("Precambrian", 2007) o due album a strettissima distanza di tempo l'uno dall'altro ("Heliocentric" nell'Aprile 2010 e "Anthropocentric" nel Novembre dello stesso anno). Un po' come accadde nel 2003 con gli Opeth quando decisero di pubblicare "Deliverance" e "Damnation" a distanza di un annetto scarso, due album spettacolari frutto della mente di un Mikael Akerfeldt che, con il senno di poi, potrebbe forse rivedere in Steps un suo corrispettivo tedesco in salsa post metal. Perché forse il maggior punto di forza nella carriera dei The Ocean è stato proprio questo: stare sempre sul pezzo, non perdere mai l'appuntamento alla pubblicazione dell'atteso nuovo album e, soprattutto, non fare mai nessun passo falso significativo e non avere mai alcun calo di qualità nella propria musica. E questo nonostante i frequenti cambi di line-up, che hanno portato la band a perdere diversi membri lungo la strada (Luc Hess, Louis Jucker e Jonathan Nido) e a reclutarne altri, tra cui il talentuoso cantante svizzero Loic Rossetti che, oramai, può essere considerato un caposaldo della nuova formazione in casa The Ocean. Graditissimi anche qui gli ospiti di turno, da un Tomas Hallbom (ribattezzato Liljedhal) che già dal suo nuovo progetto The Old Wind, peraltro messo in piedi con lo stesso Robin Staps, aveva dimostrato di non aver perso un'oncia di potenza e cattiveria di quella che sprigionava negli anni '90 con i suoi Breach, fino a Jonas Renkse dei Katatonia che, così come a suo tempo fece con i Long Distance Calling in "Avoid The Light", si rivela ancora una volta un maestro nel dare colore e forza ad atmosfere e melodie che si distaccano da quelle della sua band madre.

Così, a due anni più o meno esatti dalla prima parte del nuovo progetto "Phanerozoic", i berlinesi tornano con la seconda metà, quel "Mesozoico / Cenozoico" che mette fine una volta per tutte alla storia della Terra, così come i nostri se l'erano immaginata in musica già dai tempi di "Precambrian", dedicato alla prima epoca preistorica del nostro pianeta. I due album, uno dopo l'altro, percorrono così l'ultimo periodo della nostra Storia geologica (dal momento che il Cenozoico, con le sue 5 fasi suddivise in altrettante canzoni, continua ancora oggi), e la virulenta opener "Triassic" inizia proprio lì, dal Triassico, là dove il disco precedente terminava con il Permiano di "The Great Dying", per condurre l'ascoltatore attraverso ritmiche e atmosfere sempre diverse, movimenti emozionali che scuotono nel profondo, come le placche terrestri nel corso delle sue ere geologiche, attraverso un viaggio fatto di riff potenti ed estinzioni di massa, melodie sognanti e risvegli di una natura nel "fiore" dei suoi anni (evolutivi). Eppure l'impressione data da un disco come "Phanerozoic II: Mesozoic / Cenozoic" non è solo quella di una degna conclusione, ma anche quella di un nuovo inizio per i The Ocean. E non solo perché, a conti fatti, il nuovo album sembra essere il più "gentile" e posato di tutta la loro discografia; ciò che stupisce e che dona l'impressione di un nuovo percorso per la musica del collettivo è proprio il definitivo passo in avanti che la band sembra aver compiuto, quel "salto di qualità" e di maturità che serviva per dare una svolta a una formula che ormai sapeva fin troppo di abusato già sentito. Non perché prima non fosse abbastanza matura nelle sue idee, intendiamoci, ma perché qui è riuscita ad amalgamarle in un continuum lirico/musicale talmente compatto e avvolgente da far apparire quasi come ingenue quelle strutture disomogenee che caratterizzavano i brani di "Precambrian", in cui sembrava che i nostri non sapessero decidersi tra violenza e gentilezza e cambiavano spesso e volentieri le carte in tavola. L'ascolto di "Phanerozoic II" invece, molto più di quanto non fosse per i precedenti album, è scorrevole, ordinato, fila liscio come l'olio e dona un piacere uditivo che a tratti sfiora il cosiddetto eargasm ("orgasmo acustico", per i meno studiati). Ma andiamo con ordine e scopriamo questo bel dischetto più nel dettaglio.

Triassic

Schitarrate lente, sinuose e delicate si adagiano sui nostri sensi e creano un'atmosfera rilassante ma inquieta, la classica calma prima della tempesta, mentre chitarra solista e batteria iniziano a danzare insieme con un palm mute che ricorda un certo approccio alla Coheed And Cambria, fino al basso di Hagerstrand che diventa il protagonista della melodia e mette la parola fine all'introduzione strumentale del brano. "Phanerozoic II" inizia così, con le uniche due tracce dedicate al Mesozoico, quindi più lunghe, compresse (e complesse) rispetto alle sei successive. "Triassic" è una litania intonata da un Loic Rossetti ispirato fin da subito, che si perde in un vortice di echi e riverberi lontani, sublimando la tensione emotiva in versi che tentano di entrare immediatamente in empatia con l'ascoltatore ("Ti senti così disconnesso e sì, l'ho capito / Ma un ulteriore confronto semplicemente non ha senso / Abilità comunicative disfunzionali"). L'attacco che ne consegue è il rilascio naturale di quella tensione, lo scoppio di quell'energia accumulata che fino a pochi minuti prima si era rilasciata nell'atmosfera sonora, come gas in una stanza a ridosso di un innesco. Un riffone squisitamente post-core, di quelli che da un lato sanno di già sentito e dall'altro non riesci a smettere di ascoltarli, con la voce di Rossetti radiosa e vigorosa come non mai (e che qui in particolare dimostra di aver raggiunto la completa maturità), ed ecco che già a inizio disco ti viene la tentazione di premere ancora play per riascoltare in loop un pezzo dell'album (un qualcosa che francamente non mi capitava dalla prima canzone di "Pelagial"). E così il brano scorre arricchendosi non solo di violenza post-core ma anche di influenze progressive e di sonorità arabeggianti sensuali ed esotiche, attraverso armonie mediorientali che aprono l'album in modo delizioso. Robin Staps dà il meglio di sé con un assolo che si perde tra le spire delle ritmiche e avvolge completamente i sensi dell'ascoltatore, evolvendo poi in strutture " a specchio" che mi ricordano un vago influsso gli Opeth e ripropongono le stesse note ma con un salto di tonalità, fino a una conclusione da farmi spalancare la mascella, lasciandomi indeciso se soddisfare l'epicurea voglia di riascoltare subito l'intero brano da capo o la lungimirante brama di sapere cosa mi riserverà il futuro del disco. Eccezionale.

Jurassic / Cretaceous

Se "Triassic" aveva introdotto alla perfezione la prima parte dell'album dedicata al Mesozoico, "Jurassic / Cretaceous", primo singolo dell'album, porta a compimento la saga dei The Ocean dedicata ai rettili che solcavano la Terra milioni di anni fa. Bordate di djent, come novelli Meshuggah in salsa post-core, entrano in medias res facendosi strada tra tastiere dissonanti e pregne di atmosfera, fino all'entrata in scena di Rossetti, con la sua voce ora sussurrata, ora melodica e suadente, ora potente, nervosa e con accenni growl. Devo ammettere che un brano del genere rende ancora più onore all'ormai palese maturazione del cantante svizzero, in grado di giostrare la sua voce portentosa per adattarla alle ritmiche dispari della chitarra, come fosse un'ulteriore chitarra che si incastra alla perfezione con la coppia d'asce Steps/Ahfeldt, integrandole con cura ma senza sovrastarle. Eppure, per quanto la prova vocale di Rossetti sia splendida, non è lui a fare la parte del leone in questo brano: quando le tastiere prendono il sopravvento, più o meno verso metà brano, l'atmosfera che si respira si fa immediatamente "catatonica", o più precisamente ispirata a un'affascinante commistione tra i primi Muse e i Katatonia dell'ultimo "City Burials", e non poteva quindi mancare un ospite d'eccezione come Jonas Renkse a posare quella ciliegina su una torta che già nella sua prima metà si era dimostrata incredibilmente ricca e gustosa. Così lo spleen katatonico, quel tipico male di vivere a cui Renkse e compagni ci hanno da sempre abituato con le loro canzoni, si respira tutto in un brano che, dopo il feroce assalto della sua prima parte, sa ora dimostrarsi ricco tanto di atmosfere inquietanti quanto di melodie cullanti e chiaroscurali. Il potenziale di un brano come "Jurassic / Cretaceous" è davvero enorme, e del resto non poteva essere altrimenti: oltre 13 minuti di musica ricca e complessa, alternata tra il passato e il probabile futuro della band, tra ritmiche intricate, melodie, atmosfere, accenni sludge e strutture tooliane che sarebbero piaciute molto ad Adam Jones, tutto armonizzato perfettamente in una canzone che è come un circuito di Formula Uno, zeppo di curve a destra e sinistra, ma senza stacchi e destinato a ritornare sempre al punto di partenza. Senza dubbio uno dei pezzi forti di questo "Phanerozoic II".

Paleocene

Ascoltare "Palaeocene" subito dopo le due tracce precedenti è come ricevere un cazzotto in pieno volto. È così che i The Ocean hanno deciso di aprire la parte del disco dedicata al Cenozoico: con un ritorno alle loro origini più virulente e "in your face". La matrice fortemente post-hardcore che muove le redini di un brano come "Paleocene" si può notare fin dall'ingresso in scena di Tomas Hellbom, indimenticato cantante degli svedesi Breach e una delle stelle del post hardcore di tutti i tempi, nonché amico e collaboratore di vecchia data dei The Ocean stessi e soprattutto di Robin Stap (con cui tra l'altro ha fondato l'ottimo progetto dei The Old Wind). Hellbom appare perfettamente a suo agio sopra i riff ruvidi e martellanti di Staps, introducendo nel disco un approccio quasi sludge metal che personalmente mi ha ricordato da vicino certe sonorità degli Eyes of Fire di "Prisons", soprattutto a livello vocale. L'esplosione di rabbia qui messa in piedi dalla band è feroce, drammatica e intensa, e a poco serve la piccola pausa atmosferica a metà brano, con il basso di Hagerstrand che danza con quel pathos un po' melenso a cui i nostri ci avevano abituato anche in "Precambrian": la sensazione che si prova per tutta la durata del brano (che non per niente è uno dei più brevi dell'intero album, insieme alle successive "Eocene" e "Oligocene" che hanno più o meno il suo stesso minutaggio) è quella di una morsa stretta intorno alla gola, che non molla la presa neanche per istante. Tuttavia, duole ammetterlo (soprattutto per chi come me è sempre stato un fan sfegatato degli stessi Breach), "Palaeocene" è forse l'anello più debole e stonato di disco che, per il resto, si mantiene in un'armonia pressoché perfetta in tutti i suoi vari elementi. Non che non sia un brano riuscito o che non fosse una buona idea quella di dedicare almeno una traccia alla nostalgia per il post-core che fu; tuttavia dispiace vedere come questi quattro minuti scarsi di durata siano stati dedicati a pochi riff non abbastanza incisivi e approfonditi, e che le urla belluine di Tomas, una delle migliori voci di sempre del post-hardcore svedese, si siano ridotte soltanto a quattro versi senza nessuna variazione e guizzo creativo in più. Per quanto possa apprezzare sonorità del genere e l'ingresso di uno special guest d'eccezione come Hellbom (che qui si è anche occupato delle lyrics), la dolceamara sensazione di filler data da "Palaeocene" resta impressa nei padiglioni auricolari, come anche il sospetto che, con almeno qualche altra ritmica e qualche minima variazione aggiuntiva sul tema, si sarebbe potuto fare di più. Ma va bene anche così.

Eocene

Esatto, è proprio lui. Forse i più disattenti tra voi non l'avranno notato, ma l'arpeggio iniziale di "Eocene" è esattamente quello che si sente intorno al quarto minuto della seconda canzone "Jurassic / Cretaceous", seppur in quell'occasione le sue sonorità, sorrette da synth e delay, erano ancor più atmosferiche ed evocative. Un piccolo tocco di classe che non mi meraviglia affatto in una band così attenta sia alla forma che alla sostanza come i The Ocean. L'Eocene, infatti, nella storia naturale e geologica della Terra, fu non solo il momento in cui si vennero a creare nuove catene montuose che diedero forma al nostro pianeta, ma anche quello in cui i mammiferi si diffusero e presero definitivamente il posto degli ormai estinti dinosauri; non stupisce quindi che i The Ocean abbiano pensato bene di usare un dettaglio della canzone dedicata all'ultimo periodo di vita dei rettili giganti, ovvero quell'arpeggio che in "Jurassic / Cretaceous" creava un semplice collegamento tra riff, e l'abbiano utilizzato qui come base su cui strutturare l'intero brano, quasi come ad indicare che l'epoca dei T-Rex e dei Brontosauri ormai è giunta a termine, e dalle sue ceneri si riparte adesso per una nuova era, tanto nella storia della Terra quanto nello stile musicale dei The Ocean stessi. "Eocene", infatti, oltre ad essere il brano più breve di tutto l'album, è anche una delle composizioni più gentili e delicate che i berlinesi abbiano mai composto, dove l'intero intreccio melodico si sviluppa sulla chitarra liquida e atmosferica di Staps, che cede ben poco alle distorsioni se non in un unico riff, e sulle sempre più splendide e ispirate clean vocals di Rossetti, qui davvero nel suo stato di grazia mentre modula il suo cantato seguendo ritmiche e umori chitarristici che aleggiano sotto di lui. Non fosse per la sua lenta ridondanza esecutiva e per la sua estrema delicatezza, la struttura compositiva di "Eocene" sembrerebbe quasi quella di un pezzo mathcore, tanto le armonie chitarristiche e vocali della coppia Staps/Rossetti sembrano dissonanti e asincrone. L'eleganza con cui Rossetti concilia anche qui un dialogo tra la razza umana e la sua casa natale con un approccio personale in cui potersi identificare ("La carità è la tua richiesta / Ma non mi hai mai mostrato clemenza / Empatia e violenza / Riconciliate sotto la tua austera diligenza"), colpisce il cuore anche quando la sua vocalità diventa più corale e le redini del brano vengono prese da un semi-assolo atmosferico di Steps che chiude il brano in modo eccelso e anche vagamente epico. Un vero gioiellino per i "nuovi" The Ocean.

Oligocene

Una passeggiata nei vostri sogni più reconditi, questa è "Oligocene". L'esempio perfetto di come un "interludio" dovrebbe funzionare, un brano strumentale di quattro minuti contati (tra i più brevi dell'album) e dalla struttura estremamente semplice, che tuttavia non ha nulla da invidiare ai "colleghi" della tracklist ben più lunghi, con la voce di Rossetti e i loro riff intricati. Non solo: "Oligocene" è un brano importante nell'armonia generale del disco, oserei dire un brano "necessario", e sinceramente non mi meraviglia affatto che sia stato scelto a sorpresa come uno dei singoli di lancio per "Phanerozoic II". Forte della sua posizione strategica giusto nel cuore dell'album, quando ormai la bufera si è placata, ma in attesa di nuovi fulmini pronti a scagliarsi contro i nostri sensi ("Pleistocene", a una traccia di distanza), questo momento di puro relax è un godimento paragonabile a una cioccolata calda in tazza davanti a un caminetto dopo una dura giornata di lavoro in una giornata uggiosa di novembre. Il synthwave di Peter Voigtmann ha un che di siderale e viaggia nelle orecchie che è una meraviglia, un'allucinazione urbana dai toni dimessi ma convinta di sé e possente nella sua delicatezza, e si configura fin da subito come il vero protagonista della traccia. Tuttavia gli altri strumenti non sono da meno, e bisogna dargliene atto: se la tastiera conduce, la chitarra di Staps disegna archi lisergici nell'aria, donando intensità al brano e arricchendolo di un'atmosfera catartica che gli è propria, una sua precisa identità stilistica che onestamente non mi pare ci fosse capitato di ascoltare prima in un lavoro dei The Ocean, mentre la batteria di Paul Seidel si adatta perfettamente al nuovo contesto, ci rimbomba nelle orecchie e ci resta impressa in un modo difficilmente paragonabile sugli altri brani del lotto. Pur nella sua estrema semplicità e nella sua natura di "interludio", quindi, "Oligocene" è un vero gioiellino in musica e un biglietto da visita di tutto rispetto per quelli che saranno, forse, i The Ocean del futuro.

Miocene / Pliocene

Quasi come a conferma di quanto detto precedentemente a proposito di "Oligocene", la successiva "Miocene / Pliocene" irrompe nella tracklist a ricordarci come la semplicità paga sempre e un brano di poche ma intense melodie può essere più efficace di tremila giri armonici incastrati tra loro ma senza sostanza. Non solo: se "Miocene / Pliocene" sembra quasi come una continuazione in musica dell'interludio rilassante di "Oligocene" (non nella sostanza ma nelle intenzioni), il suo impianto lirico sottolinea questo concetto e ci ricorda della ciclicità della vita sulla Terra ("Il tempo non è / una linea che connette i punti / Ma una ruota cosmica / Una storia ciclica / Ripetizione / Eternità"). La base su cui poggia l'intero brano è infatti di matrice filosofica e rimanda, glorificandolo, al concetto di eterno ritorno teorizzato da Nietzsche e alla visione deterministica secondo cui tutti noi siamo destinati, ora e per sempre, a subire il ciclo continuo di nascita, estinzione e rinascita, insieme al pianeta nel quale viviamo. Tutto ciò è messo in musica attraverso un andamento all'apparenza indolente ma estremamente forte nelle sue intenzioni emotive, soggiogato da un'emotività di fondo che eleva il growl di Rossetti trasmutandolo in aperture melodiche avvolgenti e corali, attraverso voci sovrapposte che si susseguono con leggere variazioni di tonalità e dimostrano tutta la classe compositiva di cui sono capaci Robin Staps e soci. Lo stile rimanda vagamente a quello di "Anthropocentric", la forma canzone prende il sopravvento attraverso un incalzare crescente, dove il ritornello rappresenta il perno su cui si muove il tutto, estremamente orecchiabile e persino cantabile (non credevo che fosse possibile ritrovarsi a fischiettare i The Ocean, ma tant'è). Non stupisce quindi, come detto all'inizio, che "Miocene / Pliocene" possa rappresentare un continuo (ciclico, appunto) del discorso iniziato dai nostri con "Oligocene" e rappresentativo, in piccola scala, dell'intero album: la nuova musica portata avanti del combo berlinese è proprio questa, che si fa forza della sua delicatezza attraverso l'emotività che essa riesce a sprigionare, e che soprattutto preferisce ridurre le contorsioni chitarristiche, i cambi di tempo e il numero di riff, in favore di composizioni sì più semplici ma anche più impattanti, più accessibili e proprio per questo tendenti a stamparsi nella nostra testa e a non smuoversi più, arricchite comunque da fraseggi, delay e cura per i dettagli. "Miocene / Pleistocene" è l'ennesima conferma di ciò: un brano che fa della sua semplicità la sua forza, talmente armonioso e lineare che fino a dieci anni fa mai avremmo potuto pensare che potesse uscir fuori dalla penna di Staps e soci, e che invece paradossalmente, proprio grazie a questa sua rinnovata genuinità, riesce a consegnarci una band più matura ma autentica e 100% The Ocean. Una classe encomiabile.

Pleistocene

"Pleistocene" sembra quasi un ritorno al passato. E non intendo in senso lirico stavolta, ma discografico: le sue armonie ondose e seducenti, con quell'incedere tra il drammatico e il sensuale caratteristico di molti riff dei The Ocean, rimanda infatti a certe soluzioni di "Precambrian" (il disco del 2007 dove i nostri iniziarono ad interessarsi alla storia del pianeta Terra), e riallaccia così un legame con le proprie origini. L'era qui descritta, del resto, è quella in cui dagli antenati scimmieschi iniziano a prender forma quelli che saranno gli attuali esseri umani, ed è emblematico che l'evoluzione sia descritta attraverso tonalità che, dalla gentilezza, evolvono sempre più verso la cattiveria e la brutalità: l'animale feroce, infatti, non era l'antico primate che graffiava e mordeva con i suoi denti aguzzi, ma l'homo sapiens che fin da subito ha iniziato ad usare il suo intelletto per far danno al pianeta e agli altri esseri viventi. Gli echi siderali delle tastiere di Voigtmann sono solo un preludio alle atmosfere "precambrianesche" introdotte da riff solenni ma ammalianti, accompagnati dalla batteria marziale di Paul Seidel e da un Rossetti che qui regge il gioco adattando la sua voce e modulandola perfettamente alle parti strumentali che la sorreggono, cantando del senso dell'esistenza umana, balordo aggregato di molecole in un mondo dominato dalla legge del più forte e dall'impetuoso carattere della natura ("Forse non c'è alcun fuoco / Dietro queste montagne / Questa luce è qualcos'altro ( Siamo nient'altro che atomi"). Il brano, seppur cupo fin da subito e schiacciato da un incedere pesante e mastodontico, evolve gradualmente verso la violenza sonica e non scopre subito le sue carte. Rossetti si dedica al suo caratteristico clean e conserva le parti urlate solo per il dopo, mentre i violini irrompono ricordando brani del passato (come l'indimenticabile "Stenian" di "Precambrian") e aprendo la strada al growl del cantante, mentre i synth irrompono con il supporto di cori elegiaci e di clean vocals sempre più intense e opprimenti. Superata però ormai la prima metà del brano, non è più tempo di tergiversare: ecco allora che un riff post metal tipicamente The Ocean (di sicuro uno dei miei preferiti dell'intero album) abbraccia l'urlo straziato di Rossetti e si infrange verso una sfuriata black metal dai vaghi sentori deathcore. La chiusura, che forse potrà far storcere qualche naso per il suo totale cambio ritmico, appare tuttavia azzeccata nel contesto generale del brano ed è coerente con la tendenza dei The Ocean ad incasellare ritmi e armonie diversi tra loro che, tuttavia, funzionano bene nell'insieme. La batteria di Seidel non rallenta neanche in questa particolare conclusione, e chiude senza preavviso quello che forse si può considerare il brano più "classico" dell'intero album e che più ci ricorda i The Ocean del tempo che fu. Un degno ritorno alle vecchie sonorità, prima del tocco finale.

Holocene

La scelta dell'elettronica in apertura non è casuale: "Phanerozoic II" merita una chiusura catartica e atmosferica, pur senza perdere di vista la cura per la melodia e l'incredibile (per i The Ocean) orecchiabilità che ha caratterizzato più o meno l'intero album. Il vago richiamo a certi viaggi siderali dei Cult Of Luna è quindi solo accennato, un pretesto per introdurre un Paul Seidel dalla batteria marziale e ritmata, le note in delay di Staps e il sussurro di Rossetti, che pur spostandosi nelle retrovie riesce a condurre il brano con il suo solito carisma e quel savoir-faire vocale che ormai sappiamo bene essergli proprio. L'epoca trattata è stavolta quella più recente in assoluto e che ha visto la definitiva affermazione dell'uomo nel pianeta e la consequenziale corruzione dello stesso ("non sei più innocente", come dicevano in "Jurassic/Cretaceous"), quell'"Holocene" iniziato appena 11.700 anni e che continua ancora adesso all'epoca in cui scrivo questa recensione. L'attenzione si sposta quindi tutta sull'essere umano, richiamando quell'antropocentrismo che sappiamo bene essere stato il protagonista qualche disco fa, e le strofe di Rossetti, pur richiamando parzialmente quelle dell'opener "Triassic", sprigionano qui un rinnovato intimismo, una concentrazione su sé stessi e sulla propria condizione umana ("Fa freddo / E respirare diventa una sfida / La prospettiva a volo d'uccello / Ti rende libero / Ora lasciami prendere le mie distanze / Siamo soli"), mentre si chiude definitivamente un ciclo iniziato non solo con il precedente "Phanerozoic", ma già dai tempi di "Precambrian" nel lontano 2007 (se non già da quelli di "Aeolian"). La storia del nostro pianeta è conclusa, i The Ocean hanno portato a termine la loro personale missione storiografica e con quest'ultimo brano si adagiano su ritmi lenti, melodie sussurrate e linee sinuose. Se l'accoppiata Steps e Rossetti è fondamentale nell'impostare ritmica e struttura al brano, sapientemente coadiuvati dalle tastiere di Voigtmann e dalla batteria rimbombante di Seidel, stavolta i protagonisti sono altri: il basso di Hagerstrand, con i suoi richiami ai Rush di Geddy Lee e le sue pulsazioni danzanti, ma soprattutto il violoncello della bella e rossa Dalai Theofilopoulou (già attiva con i Solstafir), ospite estremamente gradita, che qui davvero conduce le danze verso la fine del nostro viaggio nella storia della Terra (e per i più esigenti che vogliano immergersi completamente in queste note, sappiate che del disco esiste anche una versione strumentale, proprio come "Phanerozoic I"). Il richiamo al progressive dei Porcupine Tree diventa oramai evidente e ci riconsegna una band non solo matura e ammorbidita, ma anche consapevole del suo essere una mosca bianca nel panorama post metal del nuovo millennio, capace di allontanarsi con efficacia dai canoni pre-impostati del genere e scoprire nuovi territori sonori che sfociano nel prog e nell'electro fino al gothic, mezzi espressivi qui utilizzati per proporre una visione nuova delle composizioni targate The Ocean: meno arzigogolate, più compatte, orecchiabili e ingentilite, ma non per questo dotate di meno fascino. Anzi, diremmo quasi il contrario. Conclusione inattesa, ma oltremodo perfetta.

Conclusioni

Un punto d'arrivo, certo, ma anche un punto di (ri)partenza: questo è "Phanerozoic II". La storia geologica della Terra si è conclusa, per noi almeno, ma per lei è ancora alle sue fasi iniziali e ancora milioni e milioni di anni passeranno prima che il nostro pianeta arresti la sua corsa, diventando una landa desolata e arrendendosi alla supremazia del Sole; allo stesso modo, il fatto che un disco del genere rappresenti la conclusione di quella storia che la band tedesca cercava di raccontare ormai da oltre dieci anni, non coincide affatto con un esaurimento di idee ma, piuttosto, come fucina per generarne sempre di nuove. La Terra ha ancora molto da raccontare in futuro, e così probabilmente sarà anche per i The Ocean. Non per niente Robins Staps è sempre stato una delle menti più geniali del nuovo metallo pesante, un chitarrista versatile preso in prestito dal carrozzone post-core ma in grado sostanzialmente di comporre e suonare qualsiasi cosa, e non è un caso che qui il berlinese abbia dichiarato proprio di aver registrato "il disco più vario che abbia mai composto". Allontanandosi dai canoni più standard e tipicamente post metal del precedente album, la seconda parte di "Phanerozoic" esplora infatti territori nuovi ma senza dimenticarsi dei vecchi, si immerge nell'acqua della delicatezza ma sempre ponendo attenzione ad asciugarla poi con il calore della sua passione più violenta. Così è fatto il nuovo album del combo tedesco: un inno alla musica nella sua forma più pura e completa, che non si fa scrupolo a usare ogni mezzo a sua disposizione per colpire al cuore chi la ascolta, che sia un blast beat schiacciasassi, un riff feroce, un arpeggio gentile o un synth avvolgente. Chi ama forse i The Ocean più violenti e incazzosi di "Aeolian" potrebbe restare un po' deluso da questo nuovo album, ma intanto di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia ed il fanboy in questione avrebbe dovuto virare verso altri lidi già all'epoca dei violini di "Precambrian". Cosa che, ovviamente non è mai successa: i The Ocean non hanno mai tradito sé stessi e la propria natura, a discapito delle tante variazioni di sound che hanno voluto sperimentare nel corso degli anni, e hanno mantenuto così un fanbase solida che li ha sempre amati in tutte le loro differenziazioni sonore, premiando la loro energica inventiva compositiva e che dopo vent'anni di onorata carriera li considera oramai un'istituzione, seppur nel sempre ristretto (ma comunque enorme) mondo dell'underground.

"Phanerozoic II" è un vero e proprio viaggio sonoro, che fin dalla prima nota infonde nelle nostre orecchie un piacere raffinato, che cresce sempre più con le tracce e con gli ascolti successivi. Paradossalmente le prime due tracce, dedicate al Mesozoico, sono forse quelle più complesse ed elaborate, ma che proprio per questo restano più attaccate alle radici della band teutonica, a sonorità post-metal "rassicuranti", che mettono subito in chiaro come i nostri non abbia snaturato i propri punti di riferimento, seppur continuando a sperimentare nuove modalità espressive: la camaleontica "Jurassic / Cretaceous" da un lato sperimenta le potenzialità dei synth in armonia con l'oscura voce di Jonas Renkse, che impregna il sound dei The Ocean di quello spleen sonico con cui aveva ammantato le note del nuovo "City Burials" dei Katatonia, mentre dall'altro conduce al massimo livello le capacità vocali di un Loic Rossetti mai così a suo agio nell'interpretare gli umori del collega Robin Staps, incastrando e modulando alla perfezione la sua ugola tra riff quasi mathcore e aperture melodiche pregne di atmosfera ed emotività; "Triassic", dal canto suo, pur ricollegandosi in maniera più diretta al passato post-core della band, soprattutto grazie a un riff portante forse non proprio originale ma quantomai azzeccato, riesce a stupire con aperture melodiche corali e coinvolgenti e con idee creative affascinanti come l'utilizzo di eleganti fraseggi di chitarra dal sapore mediorientale. I brani successivi, invece, se dal punto di vista strutturale appaiono più semplici e accessibili, vuoi banalmente per un minore minutaggio, vuoi per sonorità più delicate improntate al clean, e vuoi anche per un più ridotto numero di riff e di cambi ritmici e/o di atmosfera, alle nostre orecchie suonano imponenti, totalizzanti, come se loro fossero il vero "rinnovamento" che i The Ocean hanno messo in atto in questo nuovo lavoro. Le urla feroci di Tomas Hallbom dei Breach in "Palaeocene" sono solo un ponte tra il vecchio il nuovo, tra la violenza e la delicatezza, tra la visceralità del post hardcore e quella di un post metal suonato con influenze progressive, gusto per la melodia e tanto, ma tanto cuore. Gli arpeggi sussurrati di "Eocene" coinvolgono tanto quanto la fumosa intimità di "Oligocene", e l'urlo grintoso di Rossetti in "Miocene / Pliocene" altro non è che il grugnito di un gigante buono, pronto a sciogliersi e cavalcare con le sue clean vocals le avvolgenti aperture melodice di Staps; la soffusa danza tra basso e tastiere in "Holocene", dai richiami prog ai Rush e ancor più ai Porcupen Tree e Steven Wilson, non fa che confermare questa rotta stilistica, e a ben vedere anche i riff distorti e i furiosi blast beat della successiva "Pleistocene" non cambiano granché la situazione, arricchendo semplicemente di pathos le melodrammatiche melodie di un brano totalmente improntato sull'emozionalità. Certo, direte voi, anche in "Precambrian" c'era il pathos e c'erano i violini: ma quello che lì era disorganizzato e disomogeneo, ricco di carne al fuoco che cuoceva sopra la griglia del progressive, qui acquista invece un'inedita armonia e una rinnovata compattezza, in grado di far risultare il disco accessibile anche a chi non aveva mai ascoltato prima d'ora i The Ocean e non è avvezzo alle soluzioni sonore di cui la band si fa portavoce da decenni. "Phanerozoic II", in sostanza, è un disco dall'anima dolce, una torta ricoperta di cioccolato amaro ma dentro ripiena di crema chantilly, un'opera che, pur restando fedele al 100% allo spirito e al suono di casa The Ocean, resta per lo stesso Robin Staps "il disco più gentile mai composto dalla band".

La conclusione di questo viaggio nel passato del nostro pianeta è un inno maestoso, tanto alla vita quanto alla musica, e i The Ocean, sebbene si potessero considerare una band straordinaria dopo i colpi di genio di "Pelagial", se non già dopo l'eclettica creatività di "Precambrian", alzano ancora l'asticella della loro ricerca sonora, consegnandoci un lavoro che sì, forse preso da solo non potrebbe reggere il confronto con i giganti della loro discografia, ma nel complesso dell'opera di Robin Staps raggiungono un nuovo e ammirevole tassello di maturazione. Ci asteniamo, però, dal chiamarlo "definitivo": se c'è qualcosa che "Phanerozoic II" insegna è proprio che, a prescindere da quanto una band abbia sperimentato in passato, finché in lei ci sarà ancora voglia, passione e genio creativo, ci sarà sempre qualcosa di nuovo e affascinante da scoprire nei suoi album successivi, e così come sbagliammo all'epoca a pensare, dopo "Pelagial", che "più di così non si potesse fare", sbaglieremmo certo adesso a pensarlo per un album come "Phanerozoic II". La fine non è la fine, come insegnano i La Quiete, ma semmai un nuovo inizio. E anche noi speriamo che il viaggio dei The Ocean non si sia concluso qui e che, così come la Terra continuerà ad evolversi nei millenni che seguiranno, anche la loro musica saprà come trovare sempre nuovi modi per esprimere sé stessa, riservandoci ancora tante intriganti e bellissime soprese. "Phanerozoic II" è, in sostanza, un disco per i fan più accaniti dei The Ocean ma anche, e soprattutto, per tutti gli altri: proprio in questa considerazione risiede la sua immensa e matura bellezza.

1) Triassic
2) Jurassic / Cretaceous
3) Paleocene
4) Eocene
5) Oligocene
6) Miocene / Pliocene
7) Pleistocene
8) Holocene