THE JIMI HENDRIX EXPERIENCE

Are You Experienced

1967 - Track Records

A CURA DI
GIACOMO, LORENZO & MAREK
15/01/2016
TEMPO DI LETTURA:
10

Introduzione Recensione

Un sentito e particolare ringraziamento va rivolto al nostro Amico e collaboratore Andrea Martongelli (chitarrista degli Arthemis e Maestro di chitarra presso il "Modern Music Institute"), il quale ci ha permesso con le sue preziose consulenze musicali di rendere questo lavoro così imponente e dettagliato.

Come parlare di una Leggenda (rigorosamente con la "elle" maiuscola)? Come approcciarsi al mito? Con ogni lecito timore reverenziale, ma anche con grande gioia, quello che stiamo per intraprendere è un incredibile viaggio all'interno della vita di una delle icone più significative, memorabili ed influenti all'interno della musica del XX secolo. Non sto osando troppo: la musica pop, ma soprattutto quella rock - e cioè quella col maggior uso di chitarra elettrica - non sarebbero state la medesima cosa senza questa figura. Una figura che aleggia su tutti noi, amanti delle belle sonorità, come lo Spirito Santo aleggia sui credenti cattolici. Una figura emblematica, che ha reso la chitarra elettrica lo strumento per eccellenza della musica dura. L'unica persona che ha fatto parlare (nel vero senso della parola) la sei-corde, anche se, prima ancora, le aveva donato una fisionomia ed un'anima vera e propria. Signore e signori, è con un grande senso di umiltà e soddisfazione che oggi vogliamo introdurvi nel leggendario universo di Jimi Hendrix, l'unico ed inimitabile chitarrista, anzi, il chitarrista della musica rock. La storia di questo mito parte da molto lontano, all'inizio degli anni Quaranta, nel pieno della Seconda guerra mondiale; ma per far le cose per bene, bisogna balzare ancora più indietro nel tempo, fin verso addirittura la seconda metà dell'Ottocento, quando un tizio irlandese, un tale Moore (il cui nome si è perso tra le sabbie del tempo), emigrato in America, sposò una ragazza di stirpe nobile cherokee, dando vita ad un incrocio genetico decisamente insolito (ma d'altronde non è questo uno dei tanti e possibili retaggi degli americani di oggi?). Moore, trisnonno di Hendrix, ebbe un figlio, Robert, che sposò un'afroamericana di nome Fanny. A loro volta - e siamo nel 1883 - i due ebbero una figlia, Zenora "Nora" Rose Moore, che sarebbe diventata la nonna paterna di Hendrix. Ella avrebbe avuto un'influenza importantissima sul nipote, tanto da instillare in lui la passione per l'abbigliamento cosiddetto teatrale, per gli spettacoli artistici d'ogni genere ma, soprattutto, per la musica. Aderente al culto pentecostale della gente nera, Nora fu altresì una figura basilare per l'aver trasmesso al futuro Jimi ogni conoscenza possibile delle sue discendenze africane. Le storie che Nora era solita raccontare al piccolo Hendrix erano intrise d'ogni riferimento alla terra d'origine e furono così potentemente evocative che Jimi ne restò affascinato in maniera indelebile, tanto da condizionare il suo particolare modo di vedere (e pensare) alle emozioni, alla spiritualità e, non ultima, alla musica (oltre ovviamente a tutte le possibili connessioni tra questi stessi elementi). Ballerina di vaudeville fin da giovanissima, Nora ad un certo punto conobbe Bertram Philander Ross Hendrix, agente di polizia ausiliaria. Così come Hendrix avrebbe poi dato moltissimo alla musica, pare che questa stessa sia stata l'artefice dell'incontro tra i due giovani, quasi come a sancire a priori che quell'incrocio di destini s'aveva da fare, che così era scritto, che qualcuno doveva per forza di cose nascere per il bene della musica medesima: doveva venire alla luce una persona in grado di darle nuova linfa. Parafrasando l'episodio biblico, è come quando Dio creò Eva per non lasciar da solo Adamo: nel nostro caso, la musica decise infatti di crearsi il miglior compagno possibile. Dopo essersi incontrati presso un locale dixie del Tennessee, Nora e Bertram emigrarono a Vancouver, Canada, per stabilirvisi. Come riporta il biografo Charles R. Cross in Room Full of Mirrors: A Biography of Jimi Hendrix (2005), dal canto suo, Bertram (nato nel 1866) era il frutto dell'amore extraconiugale di Fanny, una ex schiava di colore, ed un ricchissimo mercante di Urbana (ancora una volta, però, non si sa con precisione se fosse la cittadina dell'Ohio o quella dell'Illinois). Ormai di una certa età per avere dei figli, la trentaseienne Nora, nel 1919, diede comunque alla luce James Allen Ross Hendrix, detto Al, il futuro padre di Jimi. Passando attraverso i decenni più turbolenti del Novecento - tra Prima guerra mondiale, "giovedì nero" e tensioni con la Germania nazista non c'era affatto da stare tranquilli -, Al si stabilì a Seattle, dove conobbe durante una serata in balera la giovane Lucille Jeter, appena sedicenne. Tra i due fu subito amore e pertanto convolarono senza indugio a nozze il 31 marzo 1942. Il matrimonio venne organizzato in fretta e furia, anche perché Al, chiamato dall'esercito a prestare servizio in guerra, sarebbe dovuto partire appena tre giorni dopo i festeggiamenti, alla volta di un lunghissimo viaggio che l'avrebbe condotto prima al centro di reclutamento e poi sulle terre insanguinate dal conflitto mondiale. Otto mesi dopo, alle 10:15 del 27 novembre, senza che suo padre potesse assistere all'evento, nacque Johnny Allen Hendrix, vero nome del mitologico Jimi Hendrix. Alcune fonti riportano solitamente un altro nome originario, quindi occorre far sin da subito chiarezza. Nel 1946, i genitori di Jimi decisero di cambiare il suo nome da Johnny Allen a James Marshall. A quanto pare la scelta fu dettata dal motivo di rendere onore al padre Al ed allo zio Marshall, entrambi ritornati dalla guerra. Gli scrittori Harry Shapiro e Caesar Glebbeek hanno però ipotizzato che la decisione sarebbe stata presa solamente a seguito della scoperta, da parte di Al, di una relazione tra Lucille ed un tale di nome John Williams. Ad ogni modo, il piccolo Hendrix crebbe a Seattle, venendo chiamato da tutti "Buster" (nomignolo che probabilmente derivava da Larry "Buster" Crabbe, attore che interpretava il suo supereroe preferito, Flash Gordon). Dicevamo prima di come Jimmy fosse nato sul finire del novembre del '42, quando suo padre era ancora nel pieno dell'addestramento. Di stanza a Camp Rucker, Alabama, Al volle avvantaggiarsi del permesso di congedo provvisorio offerto a chi aveva una moglie agli ultimi giorni di gestazione. Erano tuttavia tempi molto duri - si progettava di partire da un momento all'altro - e così il diretto superiore di Al gli negò tale permesso, obbligandolo invece a prestare servizio di difesa alla guarnigione, impedendogli in qualsiasi modo di defezionare. Fu proprio durante uno dei suoi turni di sorveglianza che Al ricevette un telegramma che gli comunicava la lieta novella: era diventato padre. Trasferito in seguito a Fort Sill, Oklahoma, per completare l'addestramento di base, Al venne infine mandato di stanza nelle isole Fiji, al centro del Pacific Ocean Theather, il maggior teatro di battaglia tra gli Alleati e le forze giapponesi filonaziste. Nel frattempo c'era da dire che nemmeno Lucille stava navigando in buone acque. La lontananza del marito, unita ad una cronica mancanza di lavoro, impediva alla donna di badare alla propria famiglia, costituita essenzialmente dal solo piccolo Jimmy. Tre anni d'assenza per l'uomo di casa sono davvero molti, specie in un'epoca in cui le donne stavano appena appena incominciando ad emanciparsi dalla loro condizione simil-servile. A ciò aggiungete poi anche il fatto che Lucille era di colore e potrete così finalmente immaginarvi quanto fossero ardue le sue condizioni e quelle della sua famiglia. Le difficoltà quotidiane non impedirono però a Jimmy di crescere circondato d'attenzioni, provenienti in maniera particolare dalla zia Delores Hall e dalla sua cara amica Dorothy Harding. Passarono gli anni e Al, nel 1945, venne finalmente congedato con onore dall'esercito americano. La guerra ha però esercitato su di lui una pessima influenza, così come del resto su milioni di altri ragazzi, devastando intere generazioni. Al, che ancora portava con sé le conseguenze psicologiche del conflitto, ritornò in patria ma fu di fatto incapace di rintracciare la sua compagna Lucille. Senza un luogo dove andare ed un tetto sotto cui dormire, Al peregrinò per qualche tempo, finché non raggiunse un'amica di famiglia, la signora Champ, in quel di Berkeley, California. La donna prestò cura ad Al per qualche settimana e fu proprio nella sua proprietà che Jimmy incontrò il padre per la prima volta. Nonostante il quadretto familiare si fosse appena venuto a ricomporre, c'è da dire che la guerra aveva però avuto come esito anche quello di distruggere la stessa famiglia del piccolo Jimmy. Quando finalmente il padre rientrò a casa, egli trovò una famiglia sulla soglia dell'indigenza. Entrambi i genitori cercarono così d'affogare gli amarissimi dispiaceri della vita nell'alcol, fatto che portò i due in una condizione d'insana dipendenza psicofisica. Jimmy crebbe scioccato da quei comportamenti violenti che i suoi andavano mettendo sempre più in mostra di giorno in giorno - a quanto pare confessò alla zia di come fosse stufo di tutte quelle liti familiari e che avrebbe desiderato che la smettessero una volta per tutte. Tutto d'un tratto, le attenzioni di cui godeva sin da quando era piccino sembrarono volare via, impedendogli di fatto di vivere un'infanzia serena. L'unico appoggio - ma anche l'unica, vera compagnia - proveniva dal fratello Leon (nato nel 1948), con cui aveva stretto un fortissimo legame fraterno. Purtroppo per Jim, però, a causa dei comportamenti disdicevoli dei suoi genitori, Leon venne spesso e sovente dato in affidamento, fatto che minò la stabilità della relazione tra i due fratellini. Oltre a loro due, Lucille e Al avevano nel frattempo avuto altri tre figli - Joseph, Kathy e Pamela, tutti nati tra il '49 ed il '51 -, che rinunciarono ad allevare, preferendo, visti i tempi che correvano, darli in affidamento a qualcun altro. Molto triste è la vicenda che riguarda il terzogenito, Joseph. Nato con dei gravi problemi alle gambe, il bimbo sviluppò subito una seria forma di zoppia. Essendo molto costose le cure che i suoi genitori avrebbero dovuto pagare, Al preferì - come riferisce Leon - darlo via in affidamento ("venne lasciato sul pianerottolo di una casa, con una valigia marrone? e gli venne detto di sedersi e di aspettare che qualcuno lo prendesse con sé"). Lucille si dimostrò piuttosto riluttante e s'oppose alla decisione di Al. Dal canto suo, Jimmy era paradossalmente troppo grande per esser dato in affido, e quindi viveva questa situazione alla stregua di un inferno da cui non c'era via di fuga. E le nuvole non parevano diradarsi all'orizzonte. Girovagando d'alloggio in alloggio, proprio perché non riuscivano a pagarne mai l'affitto, nel 1951, Lucille e Al presero la fatidica decisione di divorziare, ed il fatto si riversò completamente sull'animo sensibile dell'Hendrix bambino (aveva appena nove anni). Lontano da casa, presso la nonna a Vancouver - sua unica, vera salvatrice -, Jimmy crebbe con un animo fragile, martoriato dagli avvenimenti nefasti e dagli abusi che ebbe dovuto patire fin da quando era ancora troppo piccolo per resistere alle asperità della vita. Ottenuta la custodia di Jimmy e Leon, Al decise di recuperare un po' di rispetto nei confronti dei propri figli, cercando di provvedere a loro con un'educazione in piena regola. Jimmy continuava però a comportarsi in maniera strana, eredità del suo recente passato dissestato. Frequentando l'Horace Mann Elementary School di Seattle, un'assistente sociale notò che Jimmy era solito portarsi appresso una scopa, utilizzata a mo' di chitarra. L'assistente seppe comprendere l'enorme disagio del bambino, fintanto che chiese ufficialmente alla scuola uno sforzo economico per prendersi maggiormente cura dei bambini disadattati come Jimmy. Essendo nei fatti impossibile una tale spesa - acquistare una vera chitarra per un unico bambino -, l'assistente si rese comunque conto del fatto che il manico di scopa fungeva per Jimmy come àncora di salvataggio dalle situazioni più disperate (un po' come la coperta di Linux nelle celebri strisce a fumetti Peanuts). Lo specialista insistette con forza - anche se invano - giusto per sottolineare come il ragazzo avrebbe potuto soffrire di danni psico-emotivi permanenti se la scuola non avesse saputo garantirgli una chitarra vera. Si rivolse allora direttamente al padre, ma anch'egli parve non volerci sentire da quell'orecchio. Una concreta testimonianza dell'affetto smisurato di Jimmy verso il manico di scopa arriva direttamente da sua cugina Diane. Ospite per un certo periodo di tempo della famiglia della parente, Jimmy organizzò per la ragazza una serie di spettacoli casalinghi in cui era solito imbracciare il manico per imitare le canzoni del divo Elvis e per far sorridere la fanciulla. Abbandonata l'Horace Mann, Jimmy venne trasferito alla Leschi Elementary School, dove venne notato per le sue straordinarie capacità artistiche, ma anche richiamato più e più volte per un comportamento poco ottemperante alle disposizioni scolastiche. Ciò che colpiva di più i suoi insegnanti era però la sua incredibile disposizione alla pittura, che si concretizzava in dipinti caratterizzati da colori brillanti e da composizioni psichedeliche, anticipatori della sua musica che verrà. Quando crebbe venne poi iscritto alla Meany Middle School, dove le cose cominciarono a cambiare. Sebbene fosse un ragazzo dall'animo tranquillo - a dispetto del passato travagliato -, Jimmy cominciò a cacciarsi in diversi guai, specie quando non voleva sottostare alle prescrizioni dei suoi insegnanti. Oltre a ciò Jimmy dovette fare i conti con dei bulletti, che continuavano a tartassarlo per come si vestiva e per le umili origini della sua disgraziata famiglia. Pur non essendo uno studente modello, il giovane Hendrix, oltre all'arte, pareva essere molto interessato a tutto ciò che riguardava l'universo, ed in particolare alle stelle, agli UFO ed all'astrologia. La passione per gli astri lo indusse anche a seguire, quando poteva, le serie televisive a sfondo fantascientifico, che a sua volta nutrivano la sua vivida immaginazione (diverse testimonianze riportano la passione di Jimmy nel ricreare "strani suoni bizzarri" e ad impersonare per gioco i più improbabili alieni). A parte qualche raro barlume di spensieratezza, su grigi sentieri s'avvicendavano i giorni di Jimmy, fatti perlopiù di tristezza e d'abbandono: ma la vita, sebbene possa essere sovente una continua mazzata sui denti, nasconde però sempre delle sorprese. Abituato a lavorare sin dalla più tenera età, Jimmy si trovò ad aiutare il padre, che nel frattempo aveva ottenuto l'indennità di disoccupazione tramite il Servicemen's Readjustment Act, salvo poi diventare una sorta di tuttofare giusto per sbarcare il lunario. Quando si ritrovarono a ripulire uno scantinato di una vecchia signora, in mezzo ad ogni sorta d'immondizia possibile, il giovane Hendrix trovò un vecchissimo e malridotto ukulele, che la donna non esitò a regalarglielo: peccato che però delle quattro corde ne rimanesse soltanto una! Incurante del fatto, Jimmy cominciò a suonicchiarlo a tempo perso, denotando fin da subito una capacità musicale senza eguali. In questa maniera, sin da giovanissimo sviluppò un orecchio molto sensibile alle note musicali, tanto che riusciva già a seguire da solo le canzoni che più lo affascinavano (tra queste occorre ricordare la cover di Elvis Presley "Hound Dog", originalmente eseguita dal duo Leiber e Stoller). Tra i suoi idoli musicali vengono spesso citati Buddy Holly, Chuck Berry, Fats Domino, Little Richard e Jerry Lee Lewis, ma fu soprattutto Elvis ad esercitare l'influenza maggiore. E Jimmy riuscì a coronare il sogno di vederlo almeno una volta nella vita: l'1 settembre del 1957 acquistò un biglietto per il Sick's Stadium, dove il Re si sarebbe dovuto esibire quella sera. Sempre nel '57 riuscì in un'altra impresa, ovvero incontrare di persona Little Richard, l'Original King of Rock and Roll. Nonostante l'influsso della musica fosse ben presente nella sua vita, paradossalmente Jimmy aveva altro per la testa. Più precisamente, era sua intenzione entrare nella squadra locale di football americano - anche se non era propriamente un marcantonio, ma anzi disponeva di un fisico piuttosto gracile. A discapito di quanto gli aveva offerto la natura, Jimmy fece del temperamento e della determinazione le sue caratteristiche principali, che gli permisero di raggiungere buoni risultati in quello sport. Quando le cose sembravano mettersi leggermente meglio, Hendrix dovette subire un altro knock-out da parte della vita. Ormai sedicenne, Jimmy dovette fare i conti con la morte prematura della madre Lucille, ammalatasi di cirrosi epatica e venuta a mancare il 2 febbraio del '58, a seguito d'ulteriori complicazioni alla milza (lo spappolamento di quest'organo fu in effetti la causa primaria del decesso, avvenuto a seguito di una caduta dalla sedia a rotelle). A causa del cattivo sangue che correva tra i due genitori, a Jimmy e Leon venne di fatto impedito da Al di presenziare al funerale della madre. Anzi, Al volle dare a proposito l'unica lezione di vita che mai aveva impartito ai suoi due ragazzi: i veri uomini, nei momenti difficili, dovevano abbandonarsi all'alcol. Jimmy ne soffrirà sempre e moltissimo della sua assenza alla sepoltura della madre, fatto che verrà a galla durante un sondaggio cui prese parte nel 1967, organizzato dalla rivista inglese «New Musical Express». Alla domanda "ambizioni personali", Jimmy scrisse, in maniera così decisa ma anche molto avvilita, "avere il mio proprio stile musicale e rivedere mia madre". Con questo magone nel recondito dell'animo, Hendrix passò gli anni dell'adolescenza, fintanto che nel 1958 riuscì ad acquistare per 5$ la sua prima, vera chitarra (una Kay acustica). Impossibilitato nel prendere lezioni private, Jimmy cominciò allora a frequentare i locali blues della sua città, entrando in contatto con una scena florida e pulsante come non mai. Suonando il proprio strumento da autodidatta e con il lavoro che gli gravava sul groppone, Jimmy riusciva comunque a ritagliarsi ogni giorno alcune ore da dedicare alla sua unica amica. In secondo piano, anche se non d'importanza, un fattore altrettanto essenziale nella crescita formativa in ambito musicale del giovane Hendrix fu la capacità d'osservare gli altri musicisti. Qualità molto spesso sottovalutata, l'osservazione è uno dei requisiti essenziali per qualsiasi artista che desideri raggiungere determinati obiettivi, sia esso attore, pittore o, per l'appunto, musicista. Sedendosi davanti alle vere leggende del blues che aveva occasione d'andare a vedere suonare, Jimmy entrò in contatto con personalità del calibro di B.B. King, Muddy Waters, Howlin' Wolf e Robert Johnson. Nel frattempo, impratichitosi sempre più con lo strumento, per Hendrix arrivò un fatidico momento, riscontrabile nella vita d'ogni musicista in erba: il giorno in cui si riesce ad eseguire da cima a fondo un vero e proprio brano. Complice la popolarità che la serie televisiva andava mietendo proprio in quegli anni, Jimmy apprese l'intero motivo della colonna sonora di Peter Gunn, serie poliziesca a sfondo noir andata in onda negli anni 1958-61. Altre fonti riportano di come Jimmy padroneggiasse talmente bene lo strumento tanto da riuscire ad eseguire brani classici come "Louie Louie" ed altro materiale di artisti come Billy Butler ed Eddie Cochran. A Jimmy non dispiaceva nemmeno cantare, ma qui, ancora una volta, la passione maggiore era quella che serbava per Elvis (Leon dichiarò che, per farlo addormentare, suo fratello Jimmy era solito cantargli "Love Me Tender"). Jimmy cresceva sempre più ed all'interno della fase adolescenziale cominciò a manifestarsi in lui la caratteristica voglia di "andare oltre", di "provare a fare qualcosa in più di quanto si è già raggiunto". Con la sua sei-corde acustica, Jimmy era ormai pronto per entrare a far parte di una band. Con questa idea nella testa, Hendrix formò i Velvetones, occupando il ruolo di chitarrista acustico. Già solamente il fatto che, da mancino, impugnasse una chitarra per destrorsi - al rovescio e con le corde inalterate - era un fatto assolutamente distintivo (oltre che eccentrico). Se a ciò aggiungiamo che già da così giovane possedeva le stimmate del fuoriclasse, è facile capire che da questo momento in poi la sua vita sarebbe progressivamente ma indelebilmente cambiata. Appurato il fatto che, per continuare con l'attività col gruppo, serviva a tutti i costi una chitarra elettrica (Hendrix riusciva difficilmente a fuoriuscire dal wall of sound della band con la sua povera chitarra acustica), Jimmy ottenne dal padre (forse) il primo regalo della sua vita: una vera sei-corde elettrica, bianca, modello Supro Ozark 1560 S, acquistata presso il Myers Music Shop di Seattle nel 1959. Con questo gesto, Al, dopo tanto menefreghismo, indolenza ed insensibilità paterna, donò al figlio quanto di più prezioso potesse regalare: a Jimmy una chitarra elettrica serviva, senza mezzi termini, più dell'aria stessa che respirava. Con le cose che cominciavano ad avviarsi nel senso giusto, per Hendrix ed i suoi nuovi compagni musicisti (il capitolo Velvetones era già stato archiviato) arrivò il momento del primo concerto dal vivo. Come nel caso della maggior parte delle leggende che oggigiorno noi tanto osanniamo nell'Olimpo del rock, anche il primo live di Jimmy non fu memorabile. Allestito un set nei sotterranei della sinagoga riformata di Seattle, il Tempio De Hirsch Sinai, la band s'esibì d'innanzi a chissà quale schiera di persone, ma ciò è solo relativamente importante. Quello che davvero conta di questa sua primissima esibizione è che Jimmy, a seguito di comportamenti particolarmente ostentati e, volendo, da prima donna, venne di fatto cacciato dalla band. La strada era però ormai segnata. Intrapresa una nuova avventura coi Rocking Kings, Hendrix cominciò a suonare sempre più regolarmente, saggiando i palcoscenici di alcune importanti realtà di Seattle. La sua band era ben conosciuta per avere un'uniforme comune (un blazer bianco con una striscia rossa sulla sommità), cosa che però Jimmy non poteva ancora permettersi. Lavorando assieme al padre e a Leon, Jimmy riuscì a comprarsi la giacca per la somma di 5$. Con questa nuova mise, Hendrix cominciò a provare coi Kings fino a che non arrivò il momento del primo vero concerto, tenutosi alla National Guard Armory di Seattle. Jimmy era ancora molto insicuro dei suoi mezzi, ed una tremenda paura da palcoscenico l'attanagliava ogniqualvolta doveva apparire in pubblico per suonare. Concerto dopo concerto, questo timore reverenziale nei confronti di altri chitarristi - che Jimmy riteneva essere sempre preparati meglio di lui - svanì gradualmente. Facendo esperienza, Hendrix cominciò pure a suonare quasi per lavoro, venendo pagato dai 5 ai 6$ a serata. Dopo diversi locali anonimi, Hendrix arrivò a suonare al rinomato Spanish Castle, che diverrà la maggior ispirazione per la sua futura canzone "Spanish Castle Magic". Nel 1960 i Kings cambiarono nome in Thomas and the Tomcats e giunsero ad esibirsi al prestigioso Birdland Club di Seattle: se riuscivi ad arrivare a suonare in quel locale, voleva dire che era l'occasione della tua vita. Un fattaccio accadde però poco tempo dopo. Lasciando la chitarra nel backstage nel dopo-concerto, Jimmy dovette fare i conti con un bello smacco quando venne a sapere che gliel'avevano rubata. Sconsolato ed avvilito per l'affetto che nutriva nei suoi confronti, Jimmy ritornò da lì a poco di nuovo a sorridere, complice il ravveduto padre Al. Quest'ultimo, infatti, venuto a sapere del furto, non ci pensò due volte prima d'acquistare un'altra chitarra elettrica, questa volta una Silvertone Danelectro rossa fiammante, con la quale avrebbe potuto certamente continuare la sua incredibile storia nel mondo della musica. Nel frattempo, teoricamente completati nel '58 gli studi presso la Washington Junior High School, Jimmy dovette fare i conti con un altro imprevisto, ovvero il non riuscire ad ottenere un diploma presso la Garfield High School, scuola che ricadeva nel comprensorio della Washington Junior e non a caso una delle più rinomate istituzioni scolastiche cittadine. Quand'ebbe raggiunto la popolarità, Hendrix rivelò che era stato espulso dalla scuola con motivazioni razziste ed infamanti. L'aver tenuto per mano, in sala studio, una ragazza bianca - presumibilmente la sua fidanzata -, gli era valso l'allontanamento definitivo dall'istituto. Sull'altro fronte, a difesa dell'integrità e della correttezza della scuola, il preside Frank Hanawalt si difese sempre dalle accuse xenofobe facendo piuttosto leva sul comportamento poco diligente di Hendrix, non esattamente, a sua detta, uno studente modello - raccoglieva solamente voti bassi e spesso non frequentava le lezioni. Hanawalt faceva inoltre forza sul fatto che la scuola era tutto tranne che razzista, dal momento che una cospicua parte dei suoi alunni era d'estrazione africana, europea ed asiatica. Dando ragione all'antica saggezza latina, in medio stat virtus verrebbe da dire. D'altro canto Hendrix, prima che raggiungesse i diciannove anni d'età, era stato colto diverse volte dalle forze dell'ordine nell'atto di rubare delle automobili. Alla seconda volta che venne colto in flagrante, a Jimmy venne offerta una doppia possibilità: finire in prigione oppure arruolarsi di propria spontanea volontà nell'esercito, ed annullare così il debito che aveva nei confronti dello Stato e della società. Hendrix scelse questa seconda eventualità e finì con il ritrovarsi a Fort Ord, California, per seguire un corso d'addestramento in otto settimane. Siamo ormai nel 1961, e Jimmy venne trasferito a Fort Campbell, Kentucky, per entrar a far parte della 101ª Divisione aviotrasportata. Il periodo della formazione militare non lasciò buona memoria nei ricordi di Hendrix, tant'è che scrisse una lettera al padre in cui raccontava di come non ci fosse "altro che esercizio fisico e molestie" al campo. La situazione peggiorò sensibilmente quando entrò nella scuola per paracadutisti, descritta come l'"inferno". Il servizio presso l'esercito aveva impedito a Jim di portar con sé la sua amata chitarra, lasciata a casa della fidanzata Betty Jean Morgan, che ora richiedeva con insistenza al padre. "Ne ho davvero bisogno, adesso" scriveva Jimmy al genitore. Quest'ultimo riuscì allora ad inviare per posta lo strumento tanto agognato. Quando Hendrix ebbe nuovamente tra le mani la sua Danelectro - che nel frattempo aveva customizzato con una pittura recante il nome della sua amata -, Jimmy cominciò a diventare sempre più schivo, refrattario alla vita nel campo. In questa maniera passò sempre più tempo alla sei-corde, diventandone quasi ossessionato nel vero senso della parola. I commilitoni, d'altro canto, non furono certamente disponibili ad assecondare i suoi comodi e così cominciarono ad ingiuriarlo, molestandolo fisicamente e psicologicamente, oltre che a nascondergli più volte la chitarra. Tutto ciò non fece che accrescere il disagio di Jimmy per la vita militare. Ma la fortuna arrise a Hendrix quando si ritrovò un giorno a suonicchiare tutto solo in una stanza del campo. Passava infatti da quelle parti il compagno d'armi Billy Cox, che rimase piacevolmente stupito dall'incredibile perizia tecnica ed esecutiva che Jimmy stava mettendo in mostra. Cox, parole sue, arrivò a descrivere il sound di Hendrix come un connubio perfetto di "John Lee Hooker e Beethoven", un elegante mix di blues viscerale e di musica classica. Cox decise allora di rompere il ghiaccio e noleggiò un basso presso un negozio musicale nei dintorni, così da poter jammare con Jimmy. Le cose procedettero nel verso giusto, fintantoché i due, ai quali s'aggregarono altri militari-musicisti, cominciarono ad esibirsi regolarmente nei fine settimana nei club della città che pullulavano di militari di Fort Campbell. Anche in un contesto assolutamente sfavorevole, Jimmy era riuscito a volgere il tutto a vantaggio della sua incredibile passione per la musica, giungendo addirittura a formare un band - pur sempre a tempo perso - di nome The Casuals. Con le cose instradate per il miglior verso, Jimmy portò a termine il corso da paracadutista e, otto mesi dopo, venne insignito dal maggior generale C.W.G. Rich della rinomata toppa Screaming Eagle, l'"Aquila Urlante" simbolo della sua divisione. Ma l'insofferenza di Jimmy per la vita da campo continuava a manifestarsi. Un mese dopo la sua nomina a paracadutista, nel febbraio '62, i superiori di Hendrix cominciarono a mal tollerare i suoi comportamenti negligenti: sovente era stato colto a sonnecchiare durante il servizio e spesso mancava all'appello. Oltretutto non era considerato un tiratore eccellente. Una poco ligia condotta militare e delle abilità sotto la media fecero sì che il suo diretto superiore, il sergente James C. Spears, scrivesse di lui che non possedeva "alcun interesse in qualsivoglia cosa che riguardi l'Esercito". E ancora: "è mia personale opinione che il soldato Hendrix non raggiungerà mai gli standard richiesti per un buon soldato. Io penso che il servizio militare ne possa giovare del fatto che egli venga congedato il più presto possibile". Detto fatto. Il 29 giugno 1962 Hendrix ottenne finalmente il congedo (per giunta con onore). Il motivo della licenza sarebbe stata la rottura dell'anca a seguito di un'esercitazione col paracadute, ma lo stesso Hendrix ha più volte smentito questa tesi, preferendo manifestare senza mezzi termini la sua repulsione per l'esercito. Stando a quanto riportano gli autori Steven Roby e Brad Schreiber nel loro libro Becoming Jimi Hendrix: From Southern Crossroads to Psychedelic London, the Untold Story of a Musical Genius (2010), non bisognerebbe dare adito a quelle voci che ritrarrebbero Hendrix nel mezzo di una vicenda a sfondo omosessuale, secondo la quale l'ufficiale medico capitano John Halbert avrebbe raccomandato a Jimmy d'ammettere la sua omosessualità - di fare outing, insomma - giusto per ottenere la licenza. Congedato pure Billy Cox, i due ex commilitoni, ormai diventati amici inseparabili, si misero in viaggio alla volta di Clarksville, Tennessee. In questo luogo daranno poi seguito alla band che avevano formato all'epoca dell'esercito, rinominandola The King Kasuals. Furono giorni d'intensa attività live, anche se poco retribuita ed in posti piuttosto lugubri e dimenticati da dio. A Clarksville trovarono però gente adatta al loro progetto. Tra gli altri, finirono così per reclutare Alphonso "Baby Boo" Young, l'altro chitarrista della band. All'epoca era molto in voga adottare comportamenti inusuali e sopra le righe, specie quando si era sul palcoscenico. Fu così che Hendrix vide Baby Boo adottare il medesimo comportamento che aveva visto padroneggiare qualche tempo prima - quand'era ancora a Seattle - da Butch Snipes, chitarrista poco conosciuto di una band locale (gli Sharps) che ebbe il solo merito di mostrare a Jimmy l'arte del suonare la chitarra coi denti. La cosa era però decisamente spettacolare, tant'è che molti chitarristi provarono a cimentarsi in questa direzione. Hendrix non era certamente da meno rispetto a Baby Boo, e così decise anch'egli di provare. A tal proposito, ci ricorda lo stesso Jimmy che in Tennessee "dovevi suonare coi tuoi denti o con qualsiasi cosa ti capitasse a tiro. C'era una pista di denti rotti tutto lungo il palco". Paese che vai, usanze che trovi, vien da dire. Dopo diversi concerti nell'ombra, Hendrix e compagni riuscirono finalmente a spostarsi sino a Nashville, capitale del Tennessee. Qui entrarono nel circuito musicale che gravitava attorno a Jefferson Street, tradizionalmente il cuore pulsante della comunità nera e luogo che stava dando i natali ad una possente scena rhythm and blues. Passo dopo passo, i ragazzi riuscirono ad entrare nelle grazie del gestore del Club del Morocco, locale di tendenza della città. Per i successivi due anni, Jimmy visse alla giornata, guadagnandosi da vivere con la sola musica e girovagando di città in città, esibendosi in quei locali affiliati al TOBA, il Theater Owners' Booking Association, altresì detto Chitlin' Circuit. Dovete sapere che quest'organizzazione comprendeva un sacco di locali sparsi per tutti gli Stati Uniti, che facevano da zona franca per tutte quelle persone di colore - siano essi intellettuali o artisti - che erano desiderosi d'esprimersi ed esibirsi senza limitazioni, specie in un'epoca calda come quella della segregazione razziale statunitense. Oltre all'attività con la sua band, Hendrix cominciò a lavorare da turnista con altri musicisti, come Wilson Pickett, Slim Harpo, Sam Cooke e Jackie Wilson. La sua versatilità lo portava ad ottenere successi ovunque andasse, sia che s'esibisse in complessi R&B, ma anche soul, piuttosto che solamente blues. Jimmy era davvero un musicista a 360 gradi, ma era però venuto il momento d'incominciare a muoversi da solo, con le proprie gambe. Nel gennaio 1964, stufo dei comportamenti dei vari leader delle band in cui si era trovato a suonare, Hendrix decise finalmente d'avventurarsi in un progetto tutto suo. V'è altresì da evidenziare il fatto che il circuito in cui era solito suonare cominciava ormai a lasciarlo indifferente, forse perché gli aveva detto già tutto quello che aveva da dire: Jimmy si sentiva come se avesse le ali tarpate, si sentiva come un animale in gabbia. Trasferitosi nel frattempo all'Hotel Theresa nel quartiere nero di Manhattan, Harlem, nello Stato di New York, Hendrix fece la conoscenza con la giovane Lithofayne Pridgon, detta Faye, con la quale intrecciò subito una relazione amorosa. Oltretutto Faye era ben inserita nel giro della musica nera di Harlem, fatto che le permise di far conoscere il suo nuovo ragazzo ai fratelli Arthur e Albert Allen, i cosiddetti Ghetto Fighters, che interpreteranno il ruolo di coristi sul primo disco postumo di Hendrix, The Cry of Love (1971), nella canzone "Freedom". Nel 1964, a febbraio, Jimmy partecipò e vinse il concorso organizzato nell'Apollo Theater per promuovere i musicisti amatoriali. Oramai immerso completamente nella realtà musicale di Harlem, Jimmy continuava a suonare e ad osservare, ad osservare e a suonare. Così facendo entrò ben presto nelle grazie di numerose persone che orbitavano attorno a quella scena, e nel farlo scelse pure le persone giuste. Grazie alla raccomandazione di un ex compagno di Joe Tex, padrino del southern blues, Ronnie Isley concesse un'audizione ad Hendrix, permettendogli infine d'entrare come chitarrista negli I.B. Specials, l'orchestra che era solita accompagnare il mitico complesso americano - tutt'ora in attività - degli Isley Brothers. Hendrix non si fece sfuggire l'occasione. Il mese dopo Hendrix compì un ulteriore passo, entrando per la prima volta in studio per conto dei fratelli Isley. Jimmy registrò le parti di chitarra del singolo "Testify"; la canzone uscì a giugno, ma fallì nell'entrare in classifica. Due mesi dopo, come side-project, Jimmy venne ingaggiato da Don Covay per le parti di chitarra della sua nuova canzone, "Mercy Mercy". Il brano, pubblicato per conto della Rosemart Records e distribuito dalla potentissima major Atlantic, riuscì ad arrivare al numero 35 della Billboard Chart. Ben accolto il successo della hit di Covay, Hendrix cominciò sempre più a stufarsi d'eseguire il medesimo repertorio degli Isley Brothers ogni santa sera, e così, verso ottobre de '64, decise d'abbandonare la band (anche se Steve Roby e Brad Schreiber sostengono che siano stati gli stessi Isley a licenziare Jimmy, per giunta due mesi prima). Per ovvi motivi, Jimmy non faticò a trovare un altro impiego. Dopo una fugace collaborazione con Gorgeous George Odell, il "Master of the Chitlin' Ring", Jimmy venne a sapere che Little Richard stava proprio allora cercando un chitarrista da inserire nella sua backing band, gli Upsetters. Hendrix era libero e le cose andarono come dovettero andare. Circa tre mesi dopo, Jimmy entrò in studio per partecipare alla registrazione di "I Don't Know What You Got (But It's Got Me)", l'unica canzone che registrò per Little Richard. Purtroppo per Jimmy, la popolarità del leader della band era in una fase decisamente calante, e la canzone non seppe arrivare ad una posizione migliore che alla 92esima. In tour per i maggiori centri americani, Hendrix conobbe ad Hollywood la cantante Rosa Lee Brooks, che lo invitò a partecipare alle registrazioni del 45 giri My Diary/Utee. Ancora una volta per Jimmy, la canzone a cui prese parte non si rivelò vincente e fallì la scalata della classifica nazionale. Lo sforzo profuso con la Brooks non si rivelò però vano, tant'è che Hendrix strinse un forte e duraturo legame con la cantante e con la sua band, i Love. A luglio del '65 risale poi il primo materiale video in cui ci è nota la partecipazione di Hendrix. Ospite della trasmissione Night Train della Channel 5 di Nashville, Little Richard eseguì diversi brani dal vivo, tra cui "Shotgun", con Jimmy nel ruolo di corista/chitarrista alle spalle dei vocalist Buddy e Stacy. Eppure, le cose all'interno della band non parevano affatto tranquille. Sovente al centro di liti con Richard per motivi quali la scarsa puntualità e l'atteggiamento da prima donna, Hendrix venne licenziato da Robert, il fratello del leader della band. Ma sia Richard che Robert non parvero estremamente convinti della decisione, e così offrirono di nuovo il posto di chitarrista ad Hendrix, che ebbe dunque modo di registrare il singolo Move Over and Let Me Dance/Have You Ever Been Disappointed. Nel frattempo Hendrix era stato ingaggiato dal duo Ike & Tina Turner, ma sia con questi ultimi che con Little Richard le cose durarono ancora per poco, tant'è che sul finire dell'anno Jimmy s'aggregò con la band R&B newyorchese Curtis Knight and the Squires. I lavori con la nuova band cominciarono già in ottobre (il singolo How Would You Feel/Welcome Home), proprio quando Hendrix ottenne il primo contratto discografico ufficiale con l'imprenditore musicale Ed Chalpin. Sebbene i rapporti con quest'ultimo non fossero propriamente idilliaci, il contratto appena firmato prevedeva una validità di tre anni, cosa che finì col creare problemi allo stesso Hendrix, soprattutto a livello d'immagine (alcune delle canzoni di Knight cui aveva preso parte vennero infatti accreditate impropriamente allo stesso Jimmy, specie quando anni dopo avrebbe raggiunto la celebrità). Come un torrente in piena, Hendrix non era mai sazio del lavoro che l'aspettava. Così facendo strinse collaborazioni artistiche con numerosi altri musicisti, tra i quali Joey Dee and the Starliters, King Curtis e Ray Sharpe. Fu però con Curtis Knight and the Squires che raggiunse il primo riconoscimento in quanto autore di brani, nella fattispecie gli strumentali "Hornets Nest" and "Knock Yourself Out", entrambi del '66. Quell'anno fu estremamente pieno, ma altrettanto proficuo. Hendrix collaborò con l'omonima band del sassofonista Lonnie Youngblood, con cui registrò due singoli (Go Go Shoes/Go Go Place e Soul Food (That's What I Like)/Goodbye Bessie Mae). Nello stesso tempo, sempre al fianco di Youngblood, registrò partiture per conto di vari altri artisti, come gli Icemen ((My Girl) She's a Fox/(I Wonder) What It Takes) e Jimmy Norman (That Little Old Groove Maker/You're Only Hurting Yourself). Allo stesso modo di quanto accadde con Curtis Knight, molti dei brani appena citati finirono per essere inopportunamente accreditati alle stesso Hendrix quand'ebbe ormai raggiunto il successo. Com'era accaduto anni prima per il Chitlin' Circuit, pure questa volta Jimmy si stufò dell'ambiente musicale in cui si stava muovendo. Fu così che nel 1966 si trasferì via da Harlem alla volta del Greenwich Village, quartiere residenziale di Manhattan contraddistinto anch'esso da una vivace scena musicale. Offertagli la possibilità di suonare in maniera costante al Cafe Wha? di MacDougal Street, Jimmy riuscì finalmente a metter su una band propria, costruita a sua immagine e somiglianza: i Jimmy James and the Blue Flames (precedentemente chiamati i Rainflowers). Oltre ovviamente a Jimmy (cantante e chitarrista), gli altri membri della band erano il bassista Randy "Texas" Palmer, il batterista Dan Casey ed il chitarrista Randy "California" Wolfe: è questa la fase-laboratorio di quello che attenderà Hendrix da qui a poco. Così facendo, suonando in diversi locali della Grande Mela, Jimmy portava avanti l'intenso lavoro di creazione di uno stile chitarristico unico e mai visto prima. La band non ebbe grande fortuna e così, già nel settembre del '66, s'accomiatarono dalle platee con gli ultimi concerti a supporto di John Hammond Jr., esibendosi in locali come il Cafe au Go Go. Jimmy stava cominciando a riscuotere un più che discreto successo personale e ad allietare il tutto arrivò la nascita della sua unica figlia, Tamika, avuta da Diane Carpenter, una prostituta di New York. L'ambiente R&B cittadino stava però velocemente lasciando il passo alle nuove sonorità, più prettamente rock, che solo allora venivano a galla. Riscontrando difficoltà a trovare ingaggi sulla scia delle esperienze passate, Hendrix contrattò nuovamente un posto nella band di Curtis Knight, il quale non si dimostrò avverso all'idea di riportare il virtuoso chitarrista nella sua band. Durante una serata al famoso Cheetah Club di New York, Hendrix fece la conoscenza di una donna, Linda Keith, allora fidanzata con un altro mostro sacro della musica rock, il chitarrista dei Rolling Stones Keith Richards. Il modo d'impugnare la chitarra e la maestria con cui la dominava s'impressero a fondo nella mente della ragazza, che a tal proposito dichiarò: "il suo modo di suonare mi aveva ipnotizzato". Dopo il concerto, Linda invitò Jimmy a bere un drink ed i due diventarono amici. L'amicizia della donna si rivelò d'importanza fondamentale perché fu proprio Linda a passare il nome dell'astro nascente Hendrix al manager degli Stones, Andrew Loog Oldham, ed al loro produttore, Seymour Stein. I due, tuttavia, non riuscirono ad individuare in Hendrix la scintilla che tanto aveva impressionato Linda e così non seppero che farsene di questo chitarrista ancora poco noto ai più. Per fortuna di Jimmy, egli incappò ben presto in un'altra figura centrale per gli esordi musicali del vero Hendrix solista: Chas Chandler, ex bassista del noto complesso britannico The Animals. Chandler rimase piacevolmente sorpreso dalla cover di Hendrix della canzone "Hey Joe", originariamente scritta da Billy Roberts. Convinto di poter costruire un potenziale successo con questo brano, Chandler invitò Hendrix a trasferirsi a Londra, nuova Mecca del rock, dove lo introdusse nell'ambiente di Michael Jeffery, anch'egli ex manager degli Animals. Nella terra d'Albione Jimmy continuò la sua intensa attività musicale, dividendosi tra palcoscenico e studi di registrazione. In tutto questo trambusto, Hendrix conobbe la ventenne Kathy Etchingham, con la quale instaurò una relazione amorosa che sarebbe durata due anni e mezzo. Fiutato l'enorme potenziale di Hendrix, Chandler si mise subito all'opera per reclutare dei musicisti da affiancargli, bravi e preparati tecnicamente, ma che, al contempo, non soffocassero - come spesso era accaduto - ma anzi enfatizzassero la verve artistico-musicale di Jimmy. Il primo tassello che servì per completare questo ambizioso progetto, è rappresentato da Noel Redding, conosciuto direttamente da Hendrix nell'occasione di un'audizione per il gruppo The New Animals. Le conoscenze di Redding in merito alle sonorità blues - nonché la folta e vistosa chioma riccia - impressionarono notevolmente lo stesso Hendrix, che non aspettò tempo per formalizzargli l'offerta d'entrare nella sua band. Il ruolo di chitarrista era tuttavia già occupato da Jimmy, e così Redding accettò per il posto di bassista. Se l'intento di Chandler era quello di costruire un power trio, la situazione richiedeva un ultimo passaggio: trovare un batterista. Tramite un giro di amici, Chandler fece la conoscenza di Mitch Mitchell, il quale era appena stato silurato dai Georgie Fame and the Blue Flames. Hendrix, Redding e Mitchell s'incontrarono per la prima volta durante una prova in saletta, durante la quale venne subito a galla la smisurata passione che i tre serbavano per il rhythm and blues. Mitchell uscì dalla prova veramente soddisfatto, e quando Chandler gli telefonò quella stessa sera, non ebbe esitazioni ad accettare il posto di batterista. Quando il lungimirante manager suggerì a Hendrix di cambiare il proprio nome da Jimmy a Jimi (giudicato più accattivante), metà dell'opera poteva dirsi conclusa: erano nati i Jimi Hendrix Experience. Già il fatto d'esser un trio imponeva loro una particolare attenzione per il suono e per l'impatto scenico. Scegliendo d'esser il più estroversi possibile, gli Experience adottarono di norma livelli di volume sempre molto alti, creando un sound fin da subito riconoscibile grazie alle influenze peculiari di ogni suo musicista. Al particolarissimo guitar work di Hendrix - che miscelava sapientemente partiture soliste ad altre prettamente più ritmiche, il tutto in maniera assolutamente naturale, oltre ad uno spropositato uso di feedback e dell'effetto del wah-wah -, s'affiancava il certosino lavoro di batteria di Mitchell, che grazie ai suoi trascorsi jazzistici imprimeva ai brani un flavour del tutto particolare, con la stessa sezione ritmica che di ritmica perdeva quasi tutti gli elementi, in favore piuttosto di un ruolo maggiormente melodico. Completava il tutto il lavoro bassistico di Redding, la cui opera alle quattro-corde è stata sovente tratteggiata come semplicistica, ma che in verità era tutto tranne che elementare. Come abbiamo anticipato, dal punto di vista scenico, la band pareva curare ogni singolo aspetto, dal look alle acconciature. Adottando un outfit uniforme e consono con gli standard psichedelici dell'epoca, gli Experience dettarono legge anche in materia di moda. Il 30 settembre - appena sei giorni dopo il suo arrivo in Inghilterra - Jimi venne introdotto da Chandler ad una delle realtà rock più apprezzate del periodo: i Cream. Al London Polytechnic di Regent Street, Hendrix conobbe Eric Clapton, che più tardi, nel ricordare quel momento, disse: "mi chiese se potevo fargli vedere due numeri [di chitarra]. 'Certo', risposi, ma avevo un certo qual strano presentimento riguardo a lui". Sempre in quella serata, a metà concerto dei Cream, Jimi salì sul palco come ospite ed eseguì una cover del brano di Howlin' Wolf "Killing Floor". Clapton rimase letteralmente stordito da quell'esibizione improvvisata e ricordò così quella manciata di minuti: "suonò quasi tutti gli stili che si possono immaginare, ma non in una maniera pacchiana. Voglio dire, ha sì fatto qualcuno dei suoi numeri, come suonare coi denti o con la chitarra dietro la schiena, ma non per fare il fenomeno: è così che era lui? Dopo se ne andò, e la mia vita non fu mai più la stessa". Verso metà ottobre, Chandler riuscì a scritturare la sua nuova creatura come band di supporto al francese Johnny Hallyday nel suo tour nella terra natale. Gli Experience debuttarono ufficialmente il 13 ottobre 1966 al Novelty di Évreux. Cinque giorni dopo sfruttarono appieno una piccola finestra di quindici minuti che si era offerta loro all'Olympia di Parigi. Osannata da tutto il pubblico, la band riuscì pure a registrare del materiale live, annoverato comunemente come la prima testimonianza del trio su nastro. Affascinati dal successo in terra francese, Kit Lambert e Chris Stamp, entrambi manager degli Who, offrirono agli Experience la possibilità d'entrare a far parte del roster della neonata etichetta di loro proprietà, la Track Records - dopo che la Decca li aveva di fatto rifiutati. Dal canto suo, la label si mise subito in moto per pubblicare il primo singolo ufficiale della band, che vedeva al lato-a la sopracitata "Hey Joe" ed al lato-b "Stone Free" (prima canzone scritta da Hendrix da quando era in Inghilterra). Verso la metà di novembre, Jimi Hendrix e la sua band avevano in programma d'esibirsi al Bag O'Nails Club di Londra. Tra il pubblico, solo per vederli, c'erano lo stesso Clapton, John Lennon e Paul McCartney dei Beatles, Jeff Beck, Pete Townshend degli Who, Mick Jagger e Brian Jones dei Rolling Stones e Kevin Ayers (compagno di Robert Wyatt nei Soft Machine, oltre che collaboratore di Brian Eno, Syd Barrett, John Cale, Elton John, Andy Summers dei futuri Police, Ollie Halsall e l'emblematica Nico). Tutta la crème de la crème del mondo del rock era lì per loro tre. Proprio Ayers ricorda gli improperi e le parolacce che uscivano dalle bocche degli astanti: "tutte quelle star erano lì, ed io potei sentire [le loro] dichiarazioni: intendo 'merda', 'Gesù', 'cazzo' ed altre parole peggiori di quelle". Non a caso la performance fu davvero memorabile, tanto che la band si guadagnò la sua prima intervista - pubblicata dal giornale «Record Mirror» - con tanto di titolone a lettere cubitali Mr. Phenomenon, "Signor Fenomeno". Billy Harry, fondatore del magazine «Mersey Beat» e compagno di classe dei futuri Beatles John Lennon e Stuart Sutcliffe alla Liverpool's Junior School of Art, scrisse in maniera assai amichevole degli Experience. In particolare, in merito alla figura stessa di Hendrix, predisse che "avrebbe sconquassato il business come un [vero e proprio] tornado". Mai parola fu più azzeccata. Agli intervistatori che s'assiepavano alla sua porta, Jimi era solito rispondere che non volevano "essere costretti in alcuna categoria. Se devo proprio portare un'etichetta, mi piacerebbe che questa fosse chiamata 'pensiero libero'. È un misto di rock, pazzia, delirio e blues". Aiutati dalle performance negli show televisivi Ready Steady Go! e Top of the Pops, Hendrix, Redding e Mitchell riuscirono a portare "Hey Joe" sino alla posizione numero sei della classifica inglese. Seguirono a ruota, a distanza di qualche mese, le altre hit "Purple Haze" (#3) e "The Wind Cries Mary" (#6). Il 31 marzo 1967, giusto prima di salire sul palco dell'Astoria di Londra, Hendrix e Chandler stavano discutendo sul da farsi giusto per far guadagnare maggior esposizione mediatica alla band: dovevano compiere un gesto eclatante sullo stage, di modo che tutti potessero parlarne nei giorni a venire. Con loro stava il giornalista Keith Altham, che giustamente fece presente che l'asticella dello shock da palcoscenico era stata fissata saldamente dagli Who, i quali erano soliti distruggere strumenti ed amplificatori dopo ogni concerto. Hendrix, con fare scherzoso, disse: "magari posso fracassare un elefante"; al che Altham rispose: "è davvero un peccato che tu non possa dare fuoco alla tua chitarra". Detto fatto. Sul finire del loro set di 45 minuti, Hendrix prese del liquido per accendini - passatogli dal roadie Gerry Stickells - ed innaffiò per ben bene la sua chitarra. Non appena le diede fuoco, cominciarono già ad uscire i giornali del giorno dopo, che recavano scritte tra l'estasi e lo sbigottimento come "L'Elvis nero" o "L'uomo selvaggio del Borneo", roba da occhi fuori dalla testa in stile King Kong. Lo stesso Pete Townshend, vulcanico chitarrista degli Who, dovette ammettere con grande modestia che "Jimi aveva cambiato l'intero sound della chitarra elettrica ed aveva rivoltato il [mondo del] rock sottosopra". Se "Purple Haze" ed "Hey Joe" erano servite per tastare gli ambienti inglesi, i tre ragazzi capirono che era il momento di tagliare un altro traguardo: quello del primo album. Dopo circa un mese che era in Inghilterra, Hendrix - assieme a Redding e Mitchell - entrò nei De Lane Lea Studios di Soho, Londra, per iniziare un lavoro che l'avrebbe tenuto occupato per circa cinque mesi, fino agli inizi dell'aprile del '67. Dato che l'equipaggiamento a disposizione non era dei più all'avanguardia, nel corso dei lavori Chandler spostò la sede delle registrazioni prima ai CBS Studios ed infine agli avveniristici Olympic Studios. Questi ultimi facevano però ancora affidamento su di un registratore a quattro tracce, mentre in America già aveva preso piede l'uso dell'eight-track. Rammentando che Chandler era da poco diventato manager, bisogna dire che sì, la band lavorava in uno dei migliori studios della capitale, ma che pure aveva un budget decisamente limitato. Giusto per eliminare tutto ciò che era considerato in sovrappiù, gran parte del lavoro di pre-incisione venne svolto nell'appartamento condiviso tra Hendrix e Chandler (oltre che nella sala prove Aberbach House), cosicché, quando si entrava in saletta, gli Experience avessero già tutto il materiale bell'e pronto. In questa maniera, il ruolo di Mitchell e Redding si ridusse a quello di comprimari. Chandler giustificò la cosa non perché non credesse nelle abilità dei due - non li avrebbe altrimenti scelti -, ma piuttosto perché non voleva a tutti i costi limitare in alcuna maniera la potenzialità artistica del genio di Hendrix. Chandler, da ex musicista qual era, disse infatti che non era preoccupato "che Mitch o Noel avessero poco o niente da dire? Ero stato in tour e in sale di registrazione per anni, ed avevo visto che tutto finiva [prima o poi] con un compromesso. Nessuno ha mai finito per fare quello che realmente voleva. Non avevo intenzione che questo accadesse a Jimi". Così facendo, tuttavia, l'apporto qualitativo in fase di scrittura dei brani da parte di Redding e Mitchell fu nullo. I due musicisti si limitarono a seguire le indicazioni di Hendrix (per quanto riguarda il drumming) e di Chandler (per quanto concerne il basso), e misero del loro limitatamente alla sola interpretazione di quei brani. La prima sessione di registrazione cominciò il 23 ottobre, quando i Jimi Hendrix Experience registrarono il singolo "Hey Joe" ai De Lane Lea Studios. Oltre a Chandler, ad affiancarlo c'era il tecnico del suono Dave Siddle, che dovette amalgamare l'impianto della canzone coi cori dei guest di quel brano: il trio femminile The Breakaways. Durante la registrazione scoppiò un diverbio tra Hendrix e lo stesso manager. La causa della questione era il volume troppo alto della cassa di Jimi. Quando Chandler gli fece notare che si sentivano sempre dei rumori di sottofondo, Jimi s'arrabbiò perché, a sua detta, non poteva suonare la chitarra come voleva. La situazione sembrò peggiorare quando Hendrix, con fare capriccioso, puntò i piedi a terra, minacciando di ritornarsene a New York. Chandler, che teneva ancora in tasca tutti i documenti di Jimi riguardo al trasferimento in Gran Bretagna, mise ogni carta sul tavolo come per dire "prendili e vattene". Jimi sghignazzò, ammettendo che stava bluffando, e tornarono così tutti al lavoro, dopo aver risolto la questione con una sana risata. Come b-side, Chandler sosteneva l'assoluta necessità di metter un'altra canzone della band, e non una semplice cover. In questa maniera Hendrix compose quella "Stone Free" di cui abbiamo già parlato, prima vera traccia accreditabile al solo Jimi ad uscire sotto il suo nome e non per conto di altri artisti. Successivamente toccò al brano "Can You See Me", anche se, in verità, si trattava ancora di una versione demo. Tuttavia, anche se le cose sembravano progredire magnificamente - in poco tempo i musicisti avevano imparato subito e bene le linee di Hendrix -, Chandler si stufò ben presto di quanto avevano prodotto finora. Il pomo della discordia ruotava attorno alla scarsa qualità audio che gli studios avevano saputo garantirgli. Insoddisfatto, chiese direttamente consiglio a Lambert, che da navigato manager della scena inglese, gli consigliò senza dubbio i CBS Studios, sempre a Londra. E così, approfittando di una pausa di cinque settimane in cui gli Experience s'esibirono in un mini-tour per l'Europa (otto date in Germania e tre in Inghilterra), al loro rientro, Chandler e i tre si ritrovarono nel nuovo studio di registrazione. Cambiando sala, ovviamente, cambiò anche il personale tecnico: ciò che non cambiò era il copione: Hendrix continuava a suonare a livelli di volume assurdi! Memore dell'esperienza, il tecnico Mike Ross ricorda quel periodo - tra l'altro estremamente fecondo per la band - alludendo alla potenza che si sprigionava dal Marshall di Hendrix. Quando un giorno gli chiese dove voleva che fosse piazzato il microfono per riprendere il suono che usciva dalla sua cassa, Jimi gli rispose: "ehi, amico, metti pure un microfono a dodici passi o dall'altra parte dello studio. Funzionerà alla grande". Ross accontentò Hendrix e notò, effettivamente, che la cosa funzionava alla grande. Ma non solo: il fatto che Jimi potesse suonare in una saletta decisamente più spaziosa rispetto alla precedente (e dunque con un'acustica meno "soffocata") si rivelò come il segreto fondamentale per la buona riuscita delle molte canzoni che in quei giorni vennero registrate (da "Foxy Lady" a "Third Stone from the Sun", da "Love or Confusion" a "Can You See Me"). I lavori stavano proseguendo nella maniera giusta e con soddisfazione di tutti. Ancora una volta, però, avvenne l'ennesimo fattaccio, il quale rischiava di minare la tranquillità dei ragazzi della band. Chandler non si era infatti capito con Jake Levy, padrone dei CBS, per quanto riguardava il pagamento. Se da una parte il manager aveva promesso di pagare a lavoro ultimato, dall'altra Levy pretendeva il pagamento totale anticipato. Non trovando un punto di compromesso, il proprietario decise di non rilasciare alcuna parte del materiale registrato, almeno fino a quando il management della band non avesse pagato l'intera somma. Dal canto suo, a Chandler non restò che saldare il tutto in anticipo, ma così facendo giurò ai CBS che non avrebbe mai più messo piede in quegli studios. Aspettò giusto ancora che la band completasse i lavori riguardanti la traccia "Red House", ma poi chiuse definitivamente i ponti. A quest'epoca risale anche un fatto che avrebbe potuto separare le strade di Mitch Mitchell dal resto della band. Verso metà dicembre, Mitchell era incappato in diverse serate in cui non era riuscito ad arrivare con puntualità alla sala d'incisione. I continui ritardi (oltre alla clamorosa buca del 15 dicembre ai CBS Studios) spinsero Hendrix e Redding a considerare l'ipotesi di sostituire il batterista con John Banks, amico di Noel. Il provino andò nel verso giusto, tant'è che Hendrix offrì il ruolo di batterista a Banks. Costui dovette però rifiutare dato che aveva il terrore di volare. Siccome l'attività con la band avrebbe previsto l'ovvio utilizzo dell'aereo per spostarsi a lungo raggio, il ragazzo dovette rifiutare. Per continuare a puntare su Mitchell, Chandler pensò bene di trattenergli la sua paga settimanale e da quel momento Mitch non arrivò mai più in ritardo. Con una discreta quantità di canzoni già ultimate, la band decise di pubblicare il loro primo singolo, il suddetto Hey Joe/Stone Free, che uscì per conto della Polydor Records, dal momento che la Track era ancora in fase d'assestamento. Con i CBS non più come opzione considerabile, a Chandler non rimase che ritornare ai De Lane Lea il 21 dicembre del '66. Fu una sessione di lavoro abbastanza esigua, in cui la band produsse perlopiù versioni alternative di brani già registrati. Dopo tre settimane di stacco dagli studios - durante il quale si esibirono a TOTP - gli Experience stavano vivendo un buon momento di successo. Per dar continuità agli sforzi profusi, Jimi e compagni decisero di pubblicare un altro singolo, nella speranza di riuscire a bissare il buon esito del loro primo 48 giri. Fu così che, l'11 gennaio, gli Experience iniziarono i lavori per la registrazione di "Purple Haze", seconda canzone scritta da Hendrix in Inghilterra. A differenza di quei 30/40 minuti che erano serviti per missare le tracce precedenti, la canzone in questione richiese addirittura quattro ore di lavoro ininterrotto. Causa principale di questo inusuale dilungamento fu innanzitutto la maggior elaborazione strutturale della canzone stessa, ma anche l'utilizzo per la prima volta di diversi effetti a pedale, che andavano di fatto ad incasinare il lavoro di missaggio. Fu questa la prima volta in cui Hendrix sfruttò Octavia, un octaver (effetto che scinde la linea sonora originale in due segnali, salvo poi alzarne uno, ad esempio, di un'ottava). Fu poi il turno della b-side, "The Wind Cries Mary", anch'essa canzone che portò via diverso tempo per l'enorme utilizzo di overdub (sovraincisione). In quest'occasione si manifestarono anche per la prima volta i malumori di Mitchell e Redding: i due non avevano mai davvero voce in capitolo ed avrebbero voluto esser tenuti in maggior considerazione. Chandler rispose loro coi fatti: non c'era tempo per parlare, perché il tempo era denaro ed il denaro lo metteva solamente lui. Successivamente, la band si prese l'ennesimo break per poter presenziare ad una nuova puntata di TOTP, oltre che a partecipare ad altri concerti. Al loro rientro si manifestò però in Chandler l'antica insoddisfazione per i De Lane Lea Studios. Oltretutto, questa volta avevano pure a che fare con le numerosissime lamentele che provenivano dai vicini degli studios: persone sull'orlo della disperazione a causa dei volumi spropositati di Hendrix e compagni. Persino la banca al piano superiore ebbe a lamentarsi, dato che, a loro detta, i loro computer sarebbero potuti andare in tilt. Con Chandler che sbatteva la testa ovunque pur di capire dove poter continuare in santa pace i lavori, Brian Jones e Bill Wyman degli Stones corsero in aiuto dei Nostri, suggerendogli di provare gli Olympia Studios, il miglior studio sulla piazza. Il problema, a questo punto, era: con che soldi poterselo permetter il miglior studio? Chandler navigava sempre e comunque in cattive acque e, nonostante "Hey Joe" stesse coltivando un buon successo, non si riusciva a far fronte all'esigenza del pagamento anticipato preteso dagli Olympia. Chandler allora si rivolse direttamente alla Polydor, la loro etichetta "provvisoria", che fortunatamente concesse agli Experience un certo qual margine di credito presso i lussuosi studios londinesi. Proprio qui trovarono il guru dei tecnici di studio Eddie Kramer, che grazie al suo approccio non convenzionale riuscì a cogliere l'anima del sound della band. Kramer dovette infatti trovare una quadra dopo che Hendrix si era palesemente lamentato della strumentazione a quattro tracce. Jimi, in America, aveva già avuto modo di sperimentare il più moderno sistema a otto piste, e così ora si sentiva parecchio limitato. Kramer escogitò una soluzione decisamente efficace: prendendo un registratore a quattro tracce, le prime due le dedicò alla batteria, la terza al basso, la quarta alla chitarra ritmica. Successivamente, queste quattro tracce vennero missate e riregistrate all'interno di un altro registratore a quattro piste, occupandone però solo due di quest'ultimo. In questa maniera risultavano ancora libere due tracce, che normalmente diventavano prerogativa della solista di Hendrix, ma anche di partiture supplementari (percussioni, cori o quant'altro). La mano di Kramer si fece sentire anche più concretamente durante le vere e proprie sedute di registrazione. Piazzando microfoni più o meno lontano dagli amplificatori, Kramer riuscì a cogliere diverse rese sonore, dandogli più sfaccettature su cui lavorare durante il missaggio. I lavori continuarono ininterrottamente per diversi altri giorni, fin quando si misero le mani sulle precedenti registrazioni ai De Lane Lea Studios. Kramer s'ingegnò su decine e decine di trucchetti per enfatizzare - se non migliorare - le vecchie sedute di lavoro. I problemi più ardui da risolvere giunsero quando si dovettero registrare le parti vocali. Hendrix, che non era un cantante nato bensì uno strumentista, provava un po' di vergogna nel cantare davanti ai tecnici degli studios. In questa maniera, ordinò che fossero installati dei pannelli che chiudessero la visuale del personale al di là del vetro che separava la regia dalla sala ripresa. Ciò creò tuttavia alcuni difetti di comunicazione tra i tecnici e lo stesso Jimi, dato che i primi non riuscivano a farsi intendere a gesti, specie se ci fosse stato qualcosa da segnalare. George Chkiantz, addetto alle registrazioni degli Olympia, rivelò negli anni a venire che lavorare con Hendrix non fu affatto facile: "a volte la situazione diventava così rumorosa che eravamo costretti a spegnere i monitor [della cabina di regia], ma c'era davvero poca differenza". Ma, tuttavia, il problema maggiore proveniva dal grandissimo numero di fans - specialmente ragazze - che affollavano le immediate circostanze degli studios, qualora non fossero entrati addirittura dentro. Al personale dell'Olympia - che di solito s'occupava di tutt'altro - vennero date mansioni di sicurezza per tenere le scalmanate ragazze lontane dagli Experience. Sempre Chkiantz ricorda: "era straordinario. Avevo lavorato con gli Stones. Avevo lavorato con i Beatles. Avevo lavorato coi Led Zeppelin. Non ero mai stato così teso, non era mai stato così difficile come con Hendrix. Era come se fosse ci fosse l'entrata libera. Hendrix non era per nulla in difficoltà, ma io personalmente avrei preferito non avere [intorno] un sacco di ragazze in agguato". Da lì a poco, a causa di problemi organizzativi, saltarono diverse sedute di registrazione e così Chandler riportò per l'ennesima volta la band ai De Lane Lea, seppur fugacemente. Il primo marzo, nel mentre provavano a registrare la cover di Bob Dylan "Like a Rolling Stone", ma invano, usciva il secondo singolo degli Experience: Purple Haze/51st Anniversary. Pur entrando alla posizione 23#, in breve tempo il singolo s'arroccò sul terzo scalino del podio nazionale. Poiché le sessioni di registrazione andavano esaurendosi, la band disponeva di sempre più tempo per i live. In questo mese s'esibirono infatti in Belgio ed in Germania, oltre che in Inghilterra, dove apparirono pure in TV - allo show Dee Time - ed in radio - per conto della BBC al Saturday Club. Al ritorno agli Olympia, gli Experience registrarono tre nuove canzoni, tra cui la title-track del loro album di debutto. Questa canzone creò non pochi grattacapi un po' a tutti. Il brano presentava infatti tracce di chitarra, basso e batteria al rovescio, ma, oltre a creare un suono particolare, portavano diversi fastidi al batterista Mitch Mitchell, specie quando poi si doveva replicare live. Oltretutto le piste su cui era stata incisa "Are You Experienced" non disponevano dello spazio necessario per le parti cantate di Hendrix. Kramer, per liberare posto, dovette operare ancora una volta con un missaggio di riduzione, riuscendo così a ricavare la traccia per la voce. Chandler s'assentò allora qualche giorno dagli Olympia per recarsi ai Rye Muse Studios, dove venne preparato il terzo singolo della band, Highway Chile/The Wind Cries Mary. Contemporaneamente, la Track cominciò anch'essa a diventare operativa, così da mandare in produzione i 48 giri dell'imminente nuovo singolo. Il 10 aprile la band prese l'ultimo congedo dagli studios per fare qualche comparsata televisiva (Monday Monday e Late Night Line-Up, rispettivamente per BBC e BBC2). Alle tre del mattino del 25 aprile 1967, Kramer chiudeva ogni lavoro inerente al debut degli Experience. Chandler, che aveva avuto contatti con la Polydor per via dei singoli, decise d'accettare l'audizione che gli aveva proposto, a prodotto ultimato, Horst Schmaltze, direttore del settore A&R (ovvero dei talent scout) dell'etichetta. Chandler, che quella notte aveva sì e no dormito un paio d'ore, ricorda come stava vivendo con grande tensione quel momento: "come Horst mise la punta [del lettore] sul disco, cominciai a sudare freddo, pensando [?] quando sentirà questa roba, chiamerà gli uomini vestiti di bianco [gli addetti del manicomio, ndr] per portarmi via [?] Horst fece andare tutto il lato-a senza dire una parola. Girò poi il disco per ascoltare l'altro lato. Alla fine disse: 'Questa roba è geniale. Questa è la cosa più fantastica che abbia mai sentito". Chandler si lasciò andare dalla contentezza e trovò in Schmaltze una persona su cui contare per la promozione del disco: la Polydor s'incaricò così di distribuire l'LP nei suoi vasti bacini d'utenza. Nel frattempo, band e management avevano deciso di comune accordo di far uscire il terzo singolo degli Experience per il 5 maggio, anche se "Purple Haze" stazionava ancora nei piani alti della classifica nazionale. Il lato-a "The Wind Cries Mary" serviva però a dimostrare - come fece notare lo scrittore Sean Egan in Jimi Hendrix and the Making of Are You Experienced (2002) - che Hendrix non era solo "il selvaggio uomo del Borneo", ma era pure capace di scrivere delicate ballate. Questa inaspettata mossa venne poi effettivamente premiata, dato che la canzone raggiunse la sesta posizione della classifica nazionale dei singoli. Sette giorni dopo, il 12 maggio 1967, la neonata Track Records pubblicava finalmente il disco di debutto della band: "Are You Experienced". Dopo quindici giorni il debut entrò nella classifica dei dischi più venduti, arrivando addirittura a stabilirsi al secondo gradino più alto, superato solo dal masterpiece dei Beatles Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band. Con le sue trentatré settimane di stazionamento in classifica, Are You Experienced riuscirà nel particolare intento d'accogliere l'entrata in classifica del suo successore, Axis: Bold As Love. Se in Gran Bretagna la grandezza di Hendrix veniva riconosciuta e celebrata da tutti, stessa cosa non si poteva dire della situazione nella sua terra natale, gli Stati Uniti d'America. Alla stregua di quanto era solito accadere ad un'altra grandissima band dell'epoca, i Doors, anche qui (ovviamente al contrario, intendendo Hendrix "inglese di adozione") gli Experience dovettero ben faticare per ottenere qualsiasi successo, seppur minimo. Il singolo "Hey Joe" fallì l'entrata nella Billboard Hot 100. La figura di sir Paul McCartney giocò allora un ruolo importantissimo per aprire agli Experience gli orizzonti americani. Raccomandando la band di Jimi per il megaconcerto californiano Monterey Pop Festival (a sua detta non poteva non esserci Hendrix, "un assoluto genio della chitarra"), McCartney permise alla band di ritagliarsi uno spazio importante all'interno di una scaletta d'artisti estremamente ghermita (Jefferson Airplane, The Who, Grateful Dead, Janis Joplin, Eric Burdon and the Animals, Otis Redding, Ravi Shankar, The Mamas & the Papas). Anche in quell'occasione gli Experience diedero il meglio di sé e, com'è possibile vedere nel documentario musicale di D.A. Pennebaker intitolato Monterey Pop (1968), non dimenticarono nemmeno gli effetti scenici (Hendrix aveva infiammato e sfasciato la sua chitarra a concerto terminato). Forse a causa proprio di questo gesto, gli Experience rubarono la scena a moltissimi altri mostri sacri, fintantoché la Reprise Records, ingolosita dall'estro artistico di Hendrix, decise di distribuire il loro debut nel mercato americano, ovviamente sotto concessione della Track. Con un singolo creato ad hoc per il mercato a stelle e strisce (Purple Haze/The Wind Cries Mary), la band non riuscì tuttavia ad ottenere la minima parte di quanto aveva raccolto in terra d'Albione. Noncurante della 65esima posizione raggiunta, la Reprise stanziò comunque 20.000$ per la promozione del disco su territorio americano (si tratta di un record se si pensa che Hendrix era di fatto uno sconosciuto nel suo stesso paese). Tuttavia, grazie al possente airplay dedicato dalle radio underground, il disco, uscito il 23 agosto 1967, riuscì inaspettatamente a raggiungere la quinta posizione della Billboard Album Chart. Ancora più che paradossalmente, l'album riuscì addirittura a far meglio di quanto avrebbe poi effettivamente fatto in Inghilterra: negli USA il disco avrebbe resistito per centosei settimane nella top 100! Dal punto di vista strutturale e stilistico, l'album americano ben si differenziò da quello inglese/internazionale. Oltre ad avere un artwork completamente rivisitato, la tracklist dell'edizione statunitense venne pesantemente ripensata. Non cambiò soltanto l'ordine della numerazione (solo quattro tracce rimasero invariate), bensì vennero proprio aggiunte canzoni ed escluse altre. In particolar modo, nell'edizione USA, sono stati inseriti i due singoli anticipatori del debut, "Hey Joe" e "Purple Haze", che mancano in quella inglese. Una versione in formato CD, uscita nel 1997, raccoglie invece le due intere scalette, cui sono state aggiunte anche le b-side dei singoli inglesi (ovvero "Stone Free", "51st Anniversary" e "Highway Chile"), andando a costituire una sorta di pseudo opera omnia di questa prima fase dei Jimi Hendrix Experience. Dicevamo prima che l'album inglese si discostava dal suo pari americano anche sotto il profilo iconografico-artistico. Se sul primo campeggiava un'istantanea dei tre Experience - ad opera di Bruce Fleming -, sul secondo cambiavano nettamente i colori ed il tono complessivo della copertina. L'artwork inglese presenta un alone misterioso ed esoterico, sia per i colori scuri adoperati per abbigliamento e fondale, sia per la posa "draculesca" di Hendrix, come riferisce Sean Egan. Era tuttavia quello il trend da seguire se in quei tempi si voleva sfondare. Come spiega lo stesso fotografo: "le copertine degli album diventavano sempre più esoteriche col passare del tempo, ma per dare un'immagine [riconoscibile] dell'artista dovevamo metter le [loro] facce in vista, cosicché i ragazzini li avrebbero riconosciuti". Dopo un'accurata selezione dei vari scatti di Fleming da parte della Track Records, venne scelta l'immagine che tutti noi conosciamo, anche se lo stesso fotografo aveva consigliato, dall'alto del suo parere professionale, uno scatto "più sinistro e più interessante". Chris Stamp della Track assoldò poi il grafico Al Aldridge per disegnare il logo della band ed il titolo dell'LP. In maniera poco chiara, la Track decise però di omettere il nome della band, recando sui dischi la sola titolatura. Se per il mercato inglese non si riuscì a far fronte all'errore (?) di stampa, la Polydor corse ai ripari per quanto riguardava il bacino d'utenza europeo, ponendo il moniker verso la cima, a lettere piuttosto evidenti. Il risultato finale non dovette comunque soddisfare molto lo stesso Stamp, che dichiarò "non era una grande copertina per alcun motivo. Per fortuna l'abbiamo poi modificata in tutte le altre versioni". Lo stesso Hendrix espresse il suo cruccio per quella copertina, e così venne commissionato a Karl Ferris un nuovo lavoro. Siccome la copertina, secondo Jimi, avrebbe dovuto muoversi in una direzione maggiormente psichedelica, venne scelto il fotografo in questione proprio per l'egregio lavoro fatto lo stesso anno con l'album Evolution degli Hollies. Ferris, in maniera abbastanza da fricchettone, chiese agli Experience di poter ascoltare la loro musica per trarre maggior ispirazione. La band acconsentì e Ferris poté registrare del materiale per poi risentirselo a casa, in tutta tranquillità. Le sue prime impressioni furono che il sound pareva essere "così lontano da sembrar provenire dallo spazio più remoto". Da quella prima, piccola percezione, Ferris estrapolò tutto un concept sulle figure degli Experience: loro stessi sarebbero dovuti provenire dallo spazio, con la missione di portare la loro "eterea musica spaziale" sulla terra. Con questa bizzarra idea nella mente, Ferris si mise in azione, cominciando a fotografare la band dal video. Quando questi si trovarono ad esibirsi ai Kew Gardens di Londra, Ferris adoperò una lente ad occhio di pesce, particolare tipo d'obiettivo fotografico che sfrutta un grandangolare estremo di non meno 180°. La lente fish-eye era molto in voga nell'àmbito della sottocultura mod e quindi era di facile reperimento, ma Ferris l'utilizzò in concomitanza ad altre lenti colorate che permisero la realizzazione di un lavoro particolarissimo. Egan descrisse questo metodo alla stregua di "una tecnica ad infrarossi di sua invenzione, che combinava colori inversi con la mappatura del calore", il tutto per rendere più eccentrico ed esotico. Da fotografo di moda, Ferris curò con estrema premura anche il look della band. Prima di tutto, ad Hendrix venne vivamente consigliato di pettinarsi i capelli, ed alla sua ragazza Kathy Etchingham si deve la sua tipica acconciatura afro, ormai entrata nell'immaginario comune che ruota attorno alla sua figura. Mentre Hendrix, durante lo scatto, vestiva abbigliamento già di sua proprietà, a Mitchell e Redding venne acquistata della roba presso un negozio di vestiti di tendenza sulla King's Road. Lo stile del grande fotografo venne anche a galla quando Ferris si mise in testa di porre al centro della scena, anche se in maniera abbastanza "occulta", le mani di Hendrix, gli strumenti con cui animava la sua chitarra. Con questo look nuovo di zecca andarono tutti ai Kew Gardens, dove bastò giusto il tempo di scattare una sola fotografia, dato che era appena tramontato il sole. Il giorno dopo, Experience e troupe tornarono sul medesimo luogo per scattare di nuovo, ma non ce ne fu alcun bisogno: per l'edizione americana di Are You Experienced venne infatti scelta la prima fotografia, che andò a posarsi su di uno sfondo giallo, adornato di scritte bislacche e fluttuanti (sempre scelte da Ferris). A copertina ultimata, Ferris passò l'artwork all'americana Reprise, suggerendole d'impostare il packaging a mo' d'inserto pieghevole, giusto per conferire maggior impatto. La Reprise, alle strette con una campagna anti-sprechi, dovette rifiutare la proposta e mandò in produzioni delle semplici copertine standard. Finora abbiamo sviscerato la storia, le vicende di vita vissuta ed ogni dettaglio inerente alla genesi di un album a dir poco storico, mietitore di punteggi massimi ovunque sia arrivato. Siete pronti ora ad entrare con noi al suo interno?  

Foxy Lady

Le danze della versione inglese vengono aperte da una traccia composta nel 1966, e registrata presso gli studi della CBS a New York; la canzone occupa la prima posizione della versione UK del vinile, ed è divenuta, negli anni, un vero e proprio simbolo di avanguardia chitarristica, grazie soprattutto al suo inconfondibile riff portante che ti trascina direttamente all'ascolto di "Foxy Lady (Ragazza Sensuale)". La puntina del giradischi finisce il suo vuoto solco fra i fruscii ed il rumore bianco di sottofondo, finché ad un certo punto, in lontananza, non sentiamo apparire piano piano la chitarra, che con un sommesso ritmo fa il suo ingresso. Pochi secondi di stacchetto solista ed ecco fare la sua entrata in scena anche la batteria di Mitch Mitchell, che con un colpo di rullante da il via al ritmo così familiare, e che risultò subito geniale anche agli ascoltatori del 1967 che acquistarono il disco. Il brano, fin dai primi vagiti di riproduzione, si distingue per il suo riff portante così pregno di sensualità e trascinante al tempo stesso (si tratta, nello specifico, di una pennata che si alterna fra la tonalità del Sol bemolle e la sua ottava correlata; per riuscire a suonare il riff, Jimi faceva presa su una delle sue caratteristiche principali, le sue mani affusolate ed enormi, che gli consentivano di occupare il manico della Stratocaster per tutto il suo spessore. Nel caso particolare di Foxy Lady, Jimi usa il pollice della sua mano sul secondo tasto della chitarra, ed al contempo esegue un bicordo, ossia un accordo doppio, fra Mi e La, sul quinto tasto, prima e seconda corda), ci pare di veder prendere vita la ragazza protagonista del brano di fronte ai nostri occhi, che improvvisa un provocante balletto solo per noi. Dopo l'intro inconfondibile, quasi in allegato, arriva anche la voce di Jimi, che accompagna la chitarra col suo dolce canto pieno di pathos; le note gravi ed il suo tono così Blues danno all'intero pezzo un'energia fantastica, in mezzo al fragore degli altri strumenti la chitarra e la voce di Hendrix si ergono senza problemi, sormontando il resto del brano con la loro carica. Veniamo trascinati direttamente per i capelli al primo blocco del pezzo, dove, sempre con in sottofondo il ritmo portante dell'intero brano, Jimi ricama dolcemente sulla sua chitarra, producendo un ritmo sporco ed incisivo, in linea col suo consueto modo di suonare; è una musica viscerale, che proviene direttamente dall'anima di chi la composta, ed esattamente come è giusto che sia, esce con tutta la verve possibile, diventando un prolungamento delle mani e della mente di chi la sta eseguendo. Mitchell e Redding certamente non stanno a guardare, e mentre il primo continua a martellare la sua esigua batteria (negli anni '60 ancora non era consuetudine utilizzare svariati tom o piatti durante l'esecuzione, o almeno non nel caso della Experience), con colpi potenti, ma mai sopravvalutati o fuori dalle righe, tutto fa parte di un piano ben orchestrato, ed al contempo improvvisato alla perfezione. Redding invece percuote le spesse corde del suo basso dando il corpo centrale dell'eco che produce il pezzo, alternandosi con la chitarra di Jimi e donando più sacralità all'ascolto, che altrimenti, col solo ausilio della chitarra e della batteria, mancherebbe un po' di fondale su cui stagliare lo strumento principe, ovvero la sei corde. Il ritmo sommesso e sensuale continua fino al celebre ritornello, dove dopo un piccolo abbassamento di toni, Hendrix pronuncia con voce calda le parole del titolo, e li fa seguire da una piccola pioggia di note sulla nostra testa, elettriche, bruciano l'aria intorno come una vampa incendiaria. Il basso, questo va sottolineato, usa una tonalità identica a quella della chitarra, il Sol bemolle, ma a differenza di quanto la gente possa pensare, con questo accordo particolare lo strumento dalle corde più gravi assume un connotato quasi Jazz, più che il Rock duro che permea la maggior parte dell'ascolto. Perché questa era alla fine la vera diatriba e genialità della musica di Hendrix, fondere fra loro stili, costumi, sfumature ed influenze, al fine veramente di dare vita ad un sound mai sentito (e che, ahimè, dopo la sua dipartita, non siamo stati più in grado di sentire di nuovo, non almeno con quella tecnica e quella genialità). La pioggia di note che segue il ritornello viene succeduta nuovamente dal ritorno alla struttura portante, con la pennata alternata di Hendrix che accompagna le proprie parole; sembra quasi che, in alcuni punti, le frasi pronunciate dal chitarrista si allineino automaticamente con la musica che viene proposta, andando ad incasellarsi piano piano come in un perfetto mosaico. Secondo blocco della canzone che si conclude nuovamente con il ritornello, stavolta con voce ancora più flebile, quasi un sussurro nell'orecchio della donna, e di seguito stavolta prende finalmente vita l'assolo. Il solo, in questo caso, è un sapiente mix fra Rock e Blues, ci barcameniamo fra questi due piloni della musica passando da un ritmo sporco e grezzo, quasi da schiaffi in faccia, alle dolci blue notes elettrificate che ci danno una malinconica scossa nelle tempie e ci fanno sognare sensualmente. Mentre Jimi ricama con la sua eburnea chitarra, il fil rouge della canzone non se ne è mai andato del tutto, ed in sottofondo, anche durante il solo, continua a martellarci la testa. L'ultimo blocco della canzone, quello probabilmente più sperimentale, inizia con la pronuncia del nome che porta la canzone, a cui segue un piccolo silenzio, e la chitarra inizia a vibrare piano piano, come se volesse andarsene da noi; il vibrato però non porta certamente all'uscita di scena dello strumento, né tantomeno alla fine della canzone stessa. Tre precisi colpi di tom da parte di Mitchell infatti segnalano la successiva esplosione, in cui veniamo traghettati al finale in un alternarsi di toni e forma portante del brano, con il controcanto di Redding che ripete "Foxy Lady" con voce sempre più grave, mentre sopra Hendrix continua ad inanellare ritmo e ricami, ritmo e ricami, in un loop infinito. Le cesellature di chitarra divengono, man mano che ci avviciniamo al solco più esterno della traccia, sempre più impercettibili, si continua a sentire il leitmotiv che ci ha accompagnato fin qui dal primo secondo, indistinguibili colpi di piatti e rullante che piano piano si spengono in dissolvenza, con Hendrix che smette di cantare, da un'ultima plettrata percorrendo al contempo con la mano tutto il manico della chitarra, Redding spegne le note di basso una dopo l'altra, la batteria si ferma, ed un gesto onomatopeico di Jimi (quasi uno stridere di labbra, come per dire "ottimo lavoro") stampa la parola fine al primo pezzo. Sul finale, si racconta, la band discusse molto su come concludere un brano così energico; pare, almeno da dichiarazioni negli anni, che sia stato il bassista stesso a scrivere l'ultima nota del pezzo, per darle un ultimo sprint prima del silenzio. Il pezzo è stato coverizzato da svariate bands nel corso degli anni, che vanno dai Cure a Dana Carvey, fino ai Red Hot Chili Peppers, che vista la particolare linea di basso e la presenza del carismatico Flea nella formazione, spesso la usano come reinterpretazione nei loro live. E' finita alla posizione 152 delle 500 migliori canzoni di sempre secondo Rolling Stones, nota rivista americana, ed è anche stata utilizzata come colonna portante del film "Fusi di Testa" datato 1992. Parlavamo, ormai molte righe fa, di come questa canzone ci faccia venire in mente una sensuale donna che balla per noi, ebbene, l'interpretazione del testo non è affatto dissimile da questa congettura. Pare infatti che l'ispirazione per il nostro Hendrix derivi proprio da una donna, Kathy Etchingham, la sua donna per la precisione, almeno ai tempi. Nel testo egli la paragona ad una volpe (da qui la storpiatura che abbiamo nel titolo), e ne tesse le lodi amatorie e sensuali al tempo stesso, improntando, come abbiamo detto in descrizione musicale, la propria voce su un tono sexy, quasi come se la stesse osservando nuda nel suo letto dopo una notte di follie. Il problema di questa donna, almeno secondo quanto dice Jimi, è che ha troppi uomini che le ronzano intorno, ed invece, secondo la sua onirica visione, ella deve essere solo sua, deve poterla avere solo lui, e solo le sue mani potranno toccarla. Non ci è dato sapere esattamente come fosse questa ragazza, ma l'interpretazione delle liriche ci porta a pensare che fosse abbastanza allegra, o che comunque si desse da fare in svariati modi; Jimi sembra quasi un cane rabbioso mentre le inveisce dolcemente contro, dicendole che tanto vede ciò che lei fa, e vede quel che combina, i suoi occhi scrutano ogni suo movimento, e saggiano ogni sua mossa, stando attenti a tutto quanto. Tuttavia, nonostante le possibili litigate, gli scontri e tutto il resto, ella rimarrà sempre la sua Foxy Lady, sensuale, bella, un fuoco che ti si accende nell'anima appena le tue labbra si posano sulle sue, e ti senti vivo per la prima volta. Del resto Hendrix ha sempre amato le donne, in svariate interviste ne parlava come se fossero muse ispiratrici per la sua musica (e questo brano ne è una prova tangibile), trovava in loro non solo il sesso, ma anche la comunicazione, quel senso di appartenenza al mondo che con la maggior parte delle persone gli mancava. Perché alla fine Hendrix era un animale solitario, si sentiva sempre inadatto a ciò che lo circondava, eppure aveva tanti amici, a cominciare dal suo produttore fino a tutte le persone che gli gravitarono intorno in quei pochi anni di carriera; si sentiva amato, ma al contempo sentiva che tutti volevano un pezzo di lui, mentre con le donne questo non avveniva, oh certo, molte si prodigavano per farlo sentire bene in molte maniere, ma nessuna varcava mai il confine, ed in questo caso specifico, la sua Foxy Lady rimarrà sempre così, sexy ed eternamente sua, astuta e sfuggente, come ogni donna in fondo è.

Manic Depression

Prossimo slot aperto da una ricca scala cromatica di chitarra e batteria, ed ovviamente in sottofondo il basso che non manca mai, anzi, si fa sentire ogni volta che può. Questo allegro intro, denso di atmosfera, ci fa da tramite per iniziare "Manic Depression (Psicosi Maniaco-Depressiva)"; la scala cromatica a cui accennavamo all'inizio prosegue con una scala ed una pausa, alternando questi due momenti per il primo blocco del pezzo. La voce di Jimi entra quasi subito, dando una sferzata di frizzante all'ascolto, ed intonando il canto del folle. Il ritmo, una volta conclusasi la scala iniziale, si assesta su un ritmo alquanto insolito e particolare, degno della sperimentazione più effimera. Si tratta infatti di un 9/8, un tempo insolito sia per la musica in generale, che per una canzone Rock in particolare. Una volta deciso l'andante del brano, Hendrix ad ogni piè sospinto ricama nuovamente con la sua chitarra sopra il tema portante del pezzo, che diventa subito ancor più pieno di significato ed al tempo stesso di genialità, con queste intersecate di note che si legano al ritmo che ci ha aperto il pezzo. Il primo blocco, come dicevamo, finisce ripetendo allo stremo il tema principale, e qui è bene fare una piccola parentesi sull'ottimo lavoro svolto dalla batteria di Mitchell; il suo modo di suonare alterna battute Jazz o sessioni di sperimentazione, alla greve e ricolma di durezza batteria Rock anni '60, assestandosi esattamente in mezzo a queste due correnti. Se nel brano precedente infatti, pur occupando un posto di rilievo nel brano, l'intera struttura della canzone ruotava più attorno alla sei corde, qui i due strumenti vanno all'unisono e si scambiano battute e ritmi fin dai primi stralci di pezzo, dando vita ad un sound particolare ed unico nel suo genere. Mitchell suona con colpi pesanti e spazzolate veloci e precise, e nel frattempo segue anche il basso, che pur non ritagliandosi in questo secondo brano lo spazio personale che invece aveva in precedenza, riesce comunque a fare colpo e presa sul pubblico con alcuni momenti di tecnica e metrica sopraffina. Tutto durante questo brano, compreso il passaggio dalla scala cromatica al 9/8 del secondo blocco, ci fa pensare al delirio di un folle, e dopo, nella descrizione del testo, vedremo che è esattamente così. La seconda parte si apre grazie ai colpi di Mitchell, che segnala a Jimi il momento per cambiare ritmo ed iniziare il suo solo; solo che stavolta, rispetto alle note tinte di blu sentite nell'intro dell'album, si dichiara furentemente al Rock più acido e psichedelico, con scale lente e sommesse, ma al tempo stesso scudisciate possenti da parte della chitarra stessa, come nella migliore tradizione che formazioni quali Cream, Grateful Dead o Kinks avevano insegnato al mondo intero. La particolarità dell'assolo sta proprio nella sua capacità di rendere cattive note solitamente considerate lemmi e dolci, il tutto sta nella forza bruta con cui Jimi riesce a suonarle: le sue mani si muovono (basta vedere qualche video dell'epoca per rendersene conto) ad una velocità spropositata e non umana, percorrendo il manico una, due, quattro volte nell'arco di pochi secondi. Tutto questo senza dimenticare anche la velocità delle sue singole dita, oltre alle loro dimensioni, il che gli permetteva di suonare valanghe di note contemporaneamente, e di dare anche plettrate davvero energiche. Tutto questo nell'assolo si sente bene, troviamo note estrapolate dalla psichedelia che assumono connotati Proto Hard Rock ed anche Proto Metal in alcuni punti, tanta è la suspense e l'acredine con cui Hendrix riesce a suonarle. L'assolo dura una manciata di secondi, neanche il tempo di gustarcelo che subito veniamo nuovamente assaliti dal tema principe del pezzo, la batteria torna ad assestarsi sul proprio andante classico, ed il basso riemerge dall'ombra in cui era stato scagliato; ritornati al filo rosso che collega il brano, esso però viene suonato sempre come se dovesse accadere qualcosa, mentre ad ogni accenno di principale struttura della canzone, segue o un ricamo di Hendrix stesso, o qualche strana rullata di Mitchell che segnala non si sa bene cosa, probabilmente niente. Il brano inizia a gonfiare il proprio petto ed esplodere sul finale in un chiasso infernale, con la batteria che pesta giù duro sempre più, coadiuvata in formazione a due dal basso, mentre Jimi, dal canto suo, continua ad accennare la colonna portante, ma a non finirla mai, ad ogni nuovo accenno, una struttura diversa, un riff diverso, una nota diversa. Le schitarrate si fanno sempre più acide e gravi, mentre il brano man mano comincia, anche se inizialmente è difficile accorgersene, ad andare in dissolvenza, perché l'intera struttura che si sta smontando, viene spazzata via da un ultimo stupendo assolo di Hendrix, l'ultimo colpo che voleva darci durante questa seconda canzone, prima di lasciarci definitivamente andare e pronunciare le ultime parole del testo. Il pezzo è stato registrato presso i DeLane Lea Studios nel 1967, ed è stato negli anni, come tante canzoni di Jimi, coverizzato da svariati gruppi; qui nello specifico andiamo dagli Styx ai King's X, passando per Jeff Beck, Steve Ray Vaughan, fino ad arrivare anche ad accezioni musicali estreme come i Carnivore. Parlavamo prima di quanto ascoltandola questa canzone ci faccia venire in mente un folle senza ritegno, ed in effetti è proprio a questi ultimi che l'intera canzone è dedicata; il titolo infatti fa riferimento letterale ad una malattia medica, nota proprio come psicosi maniaco-depressiva. Si tratta di un disturbo mentale scoperto ormai svariati anni fa, e che rientra nella schiera dei disturbi psicologici cosiddetti "bipolari", ovvero quelli in cui il soggetto alterna in poco tempo vari modelli di comportamento diversi fra loro, alle volte completamente separati o avulsi l'un dall'altro, se non assolutamente contrari. Nel caso del "manic depression", il sofferente alterna momenti di gioia pindarica e compulsiva, alla depressione più totale e melanconica, il tutto senza ritegno, e soprattutto in un tempo assai esiguo. Hendrix decide di dedicare il pezzo proprio ad un ipotetico paziente afflitto dal male in questione: si rivolge a lui in prima persona, mettendosi egli stesso nei panni di chi soffre per questo disturbo, Hendrix lo definisce "un casino avvilente", sottolineando quanto sia triste non riuscire a controllare le proprie emozioni ed i propri comportamenti, alternandoli così, senza preavviso. Ci si sente un po' come burattini senza fili, anche se essi ci sono, non possiamo raggiungerli, ma qualcun altro, il disturbo, lo fa per noi, dandoci invisibili ordini e direttive nascoste che noi non riusciamo a controllare. Hendrix, parlando per bocca del folle, dice di trovare conforto nelle donne e nella musica, ma che queste non bastano a curare il suo male, vorrebbe addirittura poterla accarezzare, la musica, ma sa bene che è solo una voglia passeggera, perché quando subentrerà la depressione, tutto tornerà piatto come una tavola, e la voglia di vivere, la gioia, saranno sparite. Ricordi evanescenti di una vita divisa in due, questo è il senso del secondo brano, il costante ritrovarsi ad oscillare fra due blocchi così diversi fra loro, specularmente l'uno l'opposto dell'altro, come essere sempre combattuti fra luce ed ombra, vagare nelle tenebre in cerca di qualcosa, anche se non sappiamo bene cosa esso sia. E ci ritroviamo a pensare che forse la nostra vita non vale un granché, che forse dovremmo buttarla esattamente come essa ci è stata donata, anche perché ciò che passiamo per via della malattia, non è vita. Ed è un po' ciò che forse Jimi era, anche se tale disturbo non gli è mai stato diagnosticato veramente o clinicamente; chi gli era vicino raccontava che riusciva a sorridere un secondo, ed a rabbuiarsi quello successivo, come se non fosse mai soddisfatto di niente in maniera completa, in primis di sé stesso. Il difficile rapporto con gli altri, con la vita in generale, ed anche con la famiglia, probabilmente lo hanno portato nei pochi anni di vita ad essere una specie di cane randagio, che riusciva ad essere sé stesso soltanto quando imbracciava la sua chitarra e suonava. Una volta salito sul palco, il sorriso non abbandonava mai il suo volto, era sempre nel cono di luce di chi ama quel che sta facendo, e non alternava più dolore e felicità, ma solo la voglia di violentare quella chitarra elettrica con tutta la forza che aveva, producendo melodie che sono entrate nella storia della musica, e che non se ne andranno mai. Un secondo slot dunque che ci da un'altra frustata in piena schiena, dopo i sensuali ritmi della donna/volpe, andiamo ad esplorare i pertugi più nascosti della mente umana, cercando un cancro che non si estirpa, ma che mangia ugualmente l'animo di chi ne è afflitto. E quei tempi così strani di cui parlavamo descrivendo la musica, non sono affatto a caso; i primi, così cromatici ed allegri, sono imputabili alla calma ed alla felicità della zona "luce" del maniaco depressivo, mentre quei 9/8 così sperimentalmente fuori di testa, sono la depressione cronica, lo svilimento, il buio. Ed anche il finale, con quegli accenni di luce mai finiti, seguiti dagli psichedelici assoli, potrebbe rappresentare il soggetto che lotta contro sé stesso, senza sapere con certezza quale parte vince e quale se ne va, anzi, nel suo caso, quale si presenta alla porta del suo essere e bussa con più forza. 

Red House

Col prossimo pezzo invece andiamo ad esplorare quella che forse è l'anima più profonda di Jimi, quella che tirando le somme è sempre stato la sua ispirazione primaria per la stesura dei brani, ovvero il Blues più malinconico e significativo. Nello specifico andiamo a farlo con una traccia registrata per la prima volta il 12 Maggio 1967, parliamo di "Red House (Casa Rossa)"; il brano si compone inizialmente di un riff Blues in 6/4, triste e sommesso, a cui Jimi aggiunge i soliti ricami con la sua chitarra elettrica. Il brano assume connotati decisamente sensuali man mano che andiamo avanti nell'ascolto, con il riff che si ripete ossessivamente per quasi tutto l'ascolto, con alcuni cambi di tempo ed intrecci specialmente nella parte centrale. La batteria qui si acquieta decisamente, relegandosi a dare il tempo per lasciare il grande spazio alla colonna principale dell'intero pezzo, ovvero gli arpeggi di blue notes suonati da Hendrix. Il basso invece ricama assieme alla batteria, ma senza mai entrare in scena davvero, solo dando qualche colpo qui e là per rendere il sound generale più grasso e corposo. E' una canzone che si ascolta quasi in silenzio, cercando di ricordarsi campi sterminati, distese di raccolti ed i canti degli schiavi che provenivano da quelle foglie di cotone, mentre essi si prodigavano per raccoglierle, dando in pasto la propria voce al dolore dell'anima che li circondava. Ed infatti per questa sezione anche Hendrix adotta uno stile di canto molto simile a quello che sarà proprio di molti bluesman elettrici anni '70, ma anche quello che era stato il Blues degli esordi, da Robert Johnson in poi; si tratta sostanzialmente di un cantato quasi recitato, e quasi in controtempo rispetto alla musica, come se fossero due anime separate e sperdute che si fondono durante l'ascolto. Nel secondo blocco, poco dopo uno dei tanti intrecci, abbiamo anche la presenza di un magnifico assolo di chitarra, sempre impregnato di note che hanno il colore della notte, e che rende questo pezzo probabilmente uno dei più personali dell'intero disco, un'espressione viva e vivida nella nostra mente dell'anima tormentata di questo artista, che da fondo alla sua tristezza per mettere in piedi il pezzo. Il solo si prolunga, alzando l'asticella del brano ancora più in alto, mentre il cantato di sottofondo si fa sempre più malinconico, sempre più doloroso; la chitarra monta su un piedistallo e ci vomita addosso una serie di note senza ritegno, prima di un dolce colpo di rullante che da il via alla terza parte. In questo frangente abbiamo un cambio di ritmo, pur rimanendo sempre sul 6/4 che abbiamo accennato all'inizio, ma stavolta la voce di Jimi diventa per un attimo protagonista assieme al suo strumento, donando al brano una verve davvero ricolma di sentimento, come se la chitarra stesse parlando e ci stesse raccontando tristi storie di uomini ormai scomparsi. E' un momento di alta ingegneria musicale questo, che si piazza di diritto nella top di molti dei brani composti dall'artista nel corso della carriera; quelle pennellate Blues che si sentono per tutto il brano ci fanno intorcinare le budella e scendere qualche lacrima, sentendo anche la parte cantata che dona ancor più sentimento alla canzone stessa, e che ci trasporta in mondi che altrimenti non saremo in grado di vivere. Il Blues in fondo non è altro che questo, pura ispirazione ed immagine della sofferenza umana trasposta in musica, avvalendosi di note gravi ed accordi bassi, riesce a fari apparire nella mente immagini precise e viaggi mistici all'interno delle storie che vengono raccontate. Particolare anche la scelta di non dare molto spazio agli altri due strumenti, che fino a qui avevano avuto piena (o quasi ) libertà di espressione; tuttavia, è una scelta che se ci si pensa bene diventa peculiare per il genere che viene suonato all'interno del pezzo. Se si va a ritroso nel tempo, fino alle origini durante gli anni '20 di questo genere, anche se in realtà le radici sono da ricercarsi ancor più indietro, quando i neri d'America non avevano neanche l'ausilio di uno strumento, ma soltanto della propria rotta voce dalle frustate e dalle oppressioni degli schiavisti; il Blues non è una musica che ha bisogno di molti ricami o fronzoli, soltanto di una voce e di una chitarra, come chi lo ha inventato e portato fuori dalla realtà delle piantagioni faceva. Robert Johsnon, T.Bone Walker, e poi i vari Muddy Waters, John Lee Hooker, Sonny Boy Williamson e tutti gli altri, non erano niente di più se non un uomo con una chitarra in mano ed un microfono di fronte alla bocca, pronti a donarci un pezzo di sé stessi. Si, vero è che negli anni il Blues è stato aiutato dalle amplificazioni, dalle distorsioni anche in alcuni casi (si pensi a Clapton, o precedentemente a B.B King, fino alle sfumature che virano sull'Hard Rock come i Deep Purple o gli AC/DC), ed anche da altri strumenti, ma basilarmente esiste sempre un momento in cui questi artisti prediligono fare Blues alla vecchia maniera, seduti su una sedia o in piedi, illuminati da un unico cono di luce che si riflette sulle corde di chitarra, e narrano le loro storie. Hendrix decide di dare voce proprio a questo modo di fare Blues, ma alla sua maniera, producendo il suo sound, pur traendo ispirazione dai pilastri del genere; e tutti quei ricami, quegli intrecci che sentiamo, sono niente altro che questo, perché vengono supportati dalla base di note notturne che ci prende di petto il cuore e lo stringe fra le mani, facendolo sanguinare. La canzone, come è ben noto, non venne mai stampata nell'edizione americana dell'album, perché a detta dei produttori USA "gli americani non amano il Blues", un controsenso ovviamente, visto che è proprio lì che questo genere è nato, ma come la storia insegna, la vita di Hendrix è stata costellata, specialmente in America, sua terra natia, di censure, limitazioni e tanti ostacoli, forse perché mai capito fino in fondo. In UK invece occupa la posizione numero tre, e venne eseguita svariate volte nel corso dei live fatti dall'artista, che nelle sedi su palco la allungava dai 3 minuti e qualcosa presenti su disco, fino a sei o dieci, improvvisando totalmente un nuovo riff ogni volta, e dandole un'impronta diversa ogni sera. Particolare è anche che questa canzone fu protagonista di un simpatico episodio durante il celebre Festival di Woodstock a cui Jimi prese parte nel 1969; proprio durante l'esecuzione di Red House, Jimi ruppe la corda del Mi cantino mentre suonava, ma non si fermò certo per sostituirla, semplicemente non la usò, continuando a suonare l'intero brano con sole cinque corde. Le canzoni Blues spesso parlano di dolore, persone che muoiono, sofferenza e visioni, ma in questo caso, dato che canonicamente non la possiamo definire una canzone Blues, ma piuttosto un omaggio di Jimi a questo genere, il tema principale è l'amore. Ovviamente non un amore bello e colorato, ma quell'amore che fa soffrire, quello che scopri non esserci più quando la persona che avevi accanto se ne va, lasciandoti solo con i tuoi pensieri. Jimi è il protagonista, e ci racconta che ha una ragazza, che abita in una casa rossa sulla collina; non va a trovarla da molti giorni (novantanove e mezzo per la precisione, come ci dice alla fine della prima strofa), le manca, vorrebbe riabbracciarla, sentire di nuovo il sapore delle sue labbra ed il profumo dei suoi capelli. Alla fine si decide, torna alla casa rossa per rivederla di nuovo, ma lo attende una brutta sorpresa; pare infatti che la ragazza non abiti più lì, se ne è andata lasciando la casa rossa che aveva accompagnato tanti loro pomeriggi. Hendrix allora si rivolge al cielo, parlando a Dio e chiedendogli cosa fare; inizialmente l'idea è quella di non tornare mai più a cercarla, lasciandola al suo destino, e non tornando mai più a vedere la casa rossa che tanto amava. Alla fine però un filo di speranza, anche ironica, accompagna le ultime parole: egli tornerà a cercarla, farà di tutto per riconquistare il suo cuore, e se per caso non fosse disposta, ci sarà sempre sua sorella che potrà soddisfarlo. E quello "Yeah!" finale conclude così questa analisi abbastanza scanzonata del rapporto fra i due, col protagonista che si consola, ben certo del fatto che comunque ci sarà sempre qualcuno che lo aspetterà e sarà pronto a prenderlo con sé. E' una interpretazione decisamente moderna di quel che il Blues era ed è (qualcuno disse che Il blues è sconfitta, un vincente non potrebbe mai portarsi il blues dentro. Il blues non ama i vincenti, si allontana quando ne sente l'odore), con quell'ironico finale che ci strappa un sorriso. E torna sempre il dualismo di Jimi a farla da padrone; partiamo con una voce melanconica, carica di dolore, per finire con quella onomatopea finale che ci fa capire quanto la speranza alla fine sia l'ultima a morire, e che comunque, anche se la speranza muore, se ne può sempre creare una nuova. 

Can You See Me

Una martellante combo di batteria e chitarra invece ci apre le porte del brano successivo, uno dei più corti di tutto il pattern, con i suoi soli due minuti e trenta secondi, e che porta il nome di "Can You See Me (Riesci a Vedermi?)"; al ritmo ossessivo della prima ora si aggiunge ben presto la voce di Jimi, che stavolta, dopo averci deliziato con un cantato ricco di pathos, si assesta su un vocalizzo graffiato e ricco di ritmo, che ci prende fin dai primi secondi. La batteria di Mitchell, dopo essersi presa una canonica pausa nel brano precedente, torna col suo carico di violenza sonora già dalla prima rullata che accompagna l'incedere del pezzo, mentre il basso le fa da tramite con la chitarra, donando la solita rocciosità a tutto il sound. Sfociamo con questa traccia nell'Hard Rock più acido e pregno di energia, con le sferzate di chitarra che in primo piano ci prendono a calci fin da subito, la batteria che pesta ed è decisa come un colpo ben assestato, e la voce che col suo comparto di suoni cattivi, alza ancora di più il tiro del brano. La brevità del pezzo è in realtà la sua arma segreta; in soli due minuti (come vedremo poi in un altro celebre brano, contenuto nella versione USA) Hendrix riesce a spremere ogni singola nota dagli strumenti e da sé stesso, donando un ascolto privo di momenti stancanti, una lunga ed affannante corsa dietro alla sua Stratocaster, cercando di stargli dietro. Anche il passaggio dal primo al secondo blocco è tanto semplice, quanto geniale; si tratta semplicemente di una ripetizione del tema principale sentito in apertura, a cui segue una piccola, ma decisa plettrata sulla chitarra, la ripetizione del titolo, ed abbiamo scavalcato in un nuovo elemento del brano: che dire, chapeau. Il brano continua col suo saliscendi fra rullate di batteria e ritmi serrati da parte della chitarra, finché un nuovo cerchio si chiude, stavolta però in maniera diversa, e cioè semplicemente abbassando un attimo il tono, per poi rialzarlo velocemente e dare vita all'assolo di Jimi; solo che, dopo il Blues ed il Rock psichedelico, qui finalmente entra in scena l'Hard Rock più cattivo e scanzonato. Note acide ed eclettiche si alternano con i piatti ed i tom delle pelli, il basso ricama in sottofondo, ed è un assolo che ci investe come una tempesta fin da subito, con la sua carica di forza, meraviglioso. Sembra quasi che ogni tono o parola che usiamo non sia mai abbastanza per definire queste tracce, tanta è la genialità che traspare da ogni poro di questo disco; è un album che ha cambiato la storia, niente dopo di lui sarà più lo stesso, come niente era stato più uguale dalla comparsa di Jimi sulle scene. Il solo viene coadiuvato da un'accelerata della batteria, mentre la fanno da padrone, legato e saliscendi; l'assolo perdura, interrompendosi a metà con una plettrata nuovamente decisa, e poi riprendendo con l'ausilio del testo e della voce stessa, che ci trasporta fino alla fine stessa del brano, dove la batteria monta per un attimo sulla rampa più alta della band e pare impazzire tutto insieme. Se i ritmi infatti da parte di Mitchell fino ad ora sono stati abbastanza folli, sul finale il drummer inglese da prova del suo estro, montando in cattedra e donandoci un assolo degno di nota, con la voce di Hendrix che assieme dona ancor più forza, e la chitarra che certo non abbandona le scene, ma si relega per un attimo a soffiare bene sull'estro della batteria. Finiamo l'ascolto in dissolvenza, col fiato corto, mentre gli strumenti man mano se ne vanno e ci lasciano lì, con il sudore sulla fronte per la lunga corsa, ma fieri di ciò che abbiamo fatto. Se la musica è energica in questo frangente, certo anche il testo non può essere da meno; si parla di una storia finita, di una donna che ha lasciato Jimi solo e triste, ma lui ha trovato la forza di andare avanti. Si rivolge direttamente a lei, urlandole contro tutto il suo disappunto e la sua facile ironia per quello che è accaduto, consigliandole anche, nella seconda parte, di tornare a casa e pensare bene a quello che ha combinato, e se sia la cosa migliore da fare. Quel "riesci a vedermi", è rivolto ovviamente a lei, e le viene chiesto prima se riesce a vedere quanto lui soffre per l'accaduto, quanto lei sia stata stupida a lasciarlo ed andarsene di casa, e poi, in seguito, le viene chiesto se riesce a vederlo suonare questa rabbiosa canzone per farle capire che lei ha sbagliato, che non doveva farlo, e soprattutto che lui non la supplicherà più come ha fatto all'inizio. Nelle prime righe addirittura le viene detto che se riesce a vedere tutto questo "riuscirà a vedere mille anni nel futuro", come se fosse un monito per ricordarsi vita natural durante che cosa ha perso, soprattutto chi ha perso, l'unico uomo che l'abbia mai amata davvero. I tormenti però sono finiti, le chiacchere stanno a zero come si suol dire in questi casi, l'uomo ha pianto anche troppo, è il momento di fare qualcosa; quindi imbraccia la sua fedele chitarra e compone queste taglienti liriche solo per lei, solo per i suoi occhi, per farli lacrimare e costringerla ad ammettere l'errore commesso. E' un brano che, come in alcuni momenti di "Manic" ci fa sfociare quasi nel Proto Metal, tanta è la potenza che viene sprigionata; non dimentichiamoci infatti che Jimi era solito settare il suo enorme impianto, sia in studio che live, con le manopole al massimo di qualsiasi effetto o accessorio che ci fosse sull'ampli; questo produceva un suono apparentemente cacofonico ed insensato, ma che lui riusciva magistralmente a domare con la sua bravura. In questo particolare pezzo la cacofonia di cui parliamo si sente abbastanza bene; la distorsione della chitarra, specialmente nella parte centrale, arriva a livelli quasi fastidiosi se a suonarla fosse un chitarrista di medio livello. Ed invece, le sapienti mani di Jimi producono ordine nel caos dell'alto volume, facendoci anche apprezzare quei momenti in cui il rumore sembra insopportabile. Musica ovviamente in perfetta linea col testo, ed anche col significato che Hendrix ha voluto darle; lo stile di canto è rabbioso e malvagio, quella batteria che impazzisce sul finale dona ancora più acidità a tutto il senso generale del brano, facendoci sanguinare le orecchie dalla gioia. Il brano rimane uno dei più frizzanti dell'intero disco, e sulla versione del disco rimasterizzata nel 1997 dell'album occupa la posizione numero quindici, subito dopo Red House. 

Love Or Confusion

Prossimo brano in scaletta porta il titolo di "Love Or Confusion (Amore O Confusione)"; inizia con un ritmo quasi Blues, in cui la chitarra assume paradossalmente i toni di un'armonica a bocca, mentre la batteria inizia a ricamare piano piano, come se volesse investirci di nuovo con la sua potenza e la sua verve basilare. Il basso si sente fin dai primi accordi, Redding percuote le corde con grande energia, mentre la chitarra, dall'intro armonico, passa ad un ritmo sincopato, in cui si vanno a fondere dinamiche Rock con qualche sprazzo di Jazz e Blues qui e là, ma sempre nel segno della violenza sonora. La voce di Jimi, al solito, entra dopo qualche secondo, adottando un cantato pulito e lineare, almeno nella prima parte di canzone. La chitarra continua a gonfiare il pezzo, con alcuni effetti in dissolvenza, mentre in altri va a braccetto con la batteria ed intreccia i riff con la voce, grazie anche ad alcuni saliscendi che ci fanno saltare da un capo all'altro del brano, facendoci letteralmente correre assieme alla riproduzione del pezzo. Il brano procede nel suo ascolto ripetendo cerchio dopo cerchio il tema principale, che consta di tre momenti precisamente: il primo, in cui la chitarra e la batteria la fanno da padrone, ed il basso si sente solo in sottofondo, dopo poco entra in scena lo strumento a corde spesse, che con alcune plettrate dà il via al percorso su e giù, in cui la chitarra sale e scende per il manico, occupando qualsiasi tasto disponibile, e nel frattempo la batteria martella sui piatti, alternandoli a qualche spazzolata di tom e di grancassa. Finito il saliscendi, si procede al ritornello, che altro non è che un piccolo ricamo con cui agganciarsi alla parte successiva. Tutto ciò si ripete per due volte dall'inizio del brano, finché, alla seconda ripetizione, Jimi non imperversa sulla scena con l'assolo che prende vita sotto i nostri occhi. Solo che, aiutato da una batteria dai sentori nettamente Jazz, con controtempi e tempi dispari che si fondono assieme per dare corpo alla musica, prende ispirazione tanto dall'Hard Rock, quanto dalla musica sperimentale stessa, condendo il tutto con sprazzi di psichedelia qui e là. Il solo incede, e fin dai suoi primi battiti ci pare di sentire un suono altamente onirico, quasi magico, un immenso trip dentro le note stesse della chitarra e degli altri strumenti, colori fluo prendono il sopravvento ed entriamo in un turbine di emozioni senza fine. Il solo perdura per diversi secondi, i ricami si sprecano, e riesce anche a mutarsi nell'ultima parte, in cui, dopo il silenzio, Hendrix riprende a cantare mentre le sue mani si muovono sulla chitarra, producendo ritmi diversi ad ogni nota che appare, e facendo una sorta di excursus su ciò che lo ha ispirato. Alla pronuncia della parola "confusion" il pezzo entra nella sua fase finale, con in prima linea sempre la sei corde, che stavolta si assesta per un attimo prima su un refrain quasi Blues, per poi colpire duro con una serie di power chords ed accordi veloci e ricolmi di acredine; la cacofonia, man mano che ci avviciniamo agli ultimi secondi di ascolto, si fa sempre più indecente (in senso positivo) e tornano nuovamente gli accenni del tema portante senza mai farlo sfociare del tutto, ma anzi, facendoli seguire ogni volta da un riff diverso o un bridge diverso, con in sottofondo la batteria che passa dal ritmo jazzato sentito in precedenza, ad un Hard Rock con tutti i crismi, menando sempre più forte su quelle pelli. La dissolvenza stavolta viene accompagnata non dalle pelli, ma dalla chitarra stessa, che alle ultime parole di Jimi inizia man mano a spegnersi piano piano, sempre con ritmi serrati ed elettrici, finché il solco vuoto del vinile non sopraggiunge, mettendo stop a tutto quanto. E' un brano sicuramente fra i più interessanti del disco (ma, fondamentalmente, cosa in questo album non è interessante?), ed è anche uno di quelli in cui Hendrix ha deciso di osare di più, proponendo ritmi incatenati e concatenati fra loro in una immensa orgia sonora che ci fa sanguinare gli occhi e le orecchie, tanti sono gli stili che riconosciamo man mano che il brano avanza. E' una canzone con cui il chitarrista ha voluto mettersi decisamente alla prova, eppure, sentendola suonare, riconosciamo e sentiamo una immensa naturalezza nella sua esecuzione, come se fosse uno schema ben definito nella mente di Jimi, ed egli non facesse altro che eseguirlo per noi spettatori. Se si va ad osservare qualche video dell'epoca infatti, durante l'esecuzione di questo brano in particolare, vedremo un Hendrix assai sciolto sul palco, capace di passare dal Blues al Jazz al Rock con la naturalezza e la tranquillità di chi lo fa tutti i giorni, anzi, di chi non sa fare altro se non questo; è una canzone che si ascolta con particolare attenzione, di certo non deve essere relegata ad un ascolto distratto o fuori sede, come peraltro quasi niente in questo disco. Un volo pindarico senza paracadute che il nostro Hendrix decide di intraprendere per saggiare a fondo le sue abilità naturali ed il suo estro compositivo, ed il dualismo fra caos ed ordine che si viene a creare durante l'ascolto, lo rende nettamente fuori da qualsiasi schema che conosciamo. Parlavamo di caos ed ordine, in effetti ciò che rende unico questo brano è proprio il testo, assieme ovviamente alle tante variazioni presenti; si parla di amore, ma stavolta di quello tormentato, quello che non sappiamo se ci porterà fortuna o dolore, soprattutto quello che non abbiamo la minima idea di che cosa comporterà per il nostro cuore. Ci siamo già bruciati svariate volte in passato, e forse sarebbe il caso di fermarsi e riflettere su tutto quello che abbiamo fatto; tuttavia, il rischio ci piace così tanto che siamo disposti anche a saltare nel fuoco per la persona che abbiamo davanti, anche se quel dubbio che sia amore o caos continua a morderci le viscere come un animale famelico. Ci si chiede, assieme alla persona che abbiamo accanto, che cosa stiamo esattamente facendo, se quello sia amore o confusione, o se sia soltanto una mera illusione creata dalla nostra malata mente, febbricitante al pensiero di avere una nuova storia. Perché alla fine è così che va sempre, ogni maledetta volta, specialmente quando incontriamo qualcuno che ci fa sognare fin dal primo momento in cui i nostri occhi si posano sui suoi; ci sentiamo vivi e vegeti, eppure al contempo non abbassiamo mai la guardia del tutto, perché ogni mossa falsa, ogni passo fatto con poca stima o poco rigore, potrebbe significare la fine di noi stessi, ed invece che scottarci e basta, stavolta potremmo bruciare. Un testo impegnato e pieno di riferimenti, sia alla vita privata di Jimi, che alla sua visione del mondo; con quella musica così celebrale di sottofondo, l'intero significato del testo assume connotati ancora più estroversi, portandoci a riflettere assieme a lui su quello che viene detto nelle liriche, e facendoci fare un pieno esame di coscienza di noi stessi.

I Don't Live Today

Ci avviciniamo alla fine del lato A grazie ad un refrain bluesy ed al tempo stesso dannatamente Rock, grazie all'introduzione di "I Don't Live Today (Oggi Non Sono Vivo)". Il brano parte subito in medias res, con questo ritmo trascinante a cui la voce di Jimi fa da contralto fin dall'inizio, a compattare il tutto e rendere l'ascolto fluido e dinamico. Il ritmo viene supportato dalla base Blues di cui sopra, e da un continuo alternarsi di batteria Jazz e chitarra che accenna alcuni Wah Wah e distorsioni varie, fino al momento in cui, con i rullanti in sottofondo che la fanno per un attimo da padrone, non inizia il suo ricamo. Ricamo che si forma da parte sia delle blue notes, ma anche dai vari fraseggi ed effetti che prende la chitarra, alcuni più morbidi e dolci, altri nettamente più claustrofobici, che ci fanno quasi scoppiare la testa. Le distorsioni vengono anche supportate dalla voce di Jimi, che qui riassume il cantato/recitato che abbiamo sentito ormai molte tracce fa, e cerca più che altro di far parlare il proprio strumento, attraverso riff sempre più articolati. Riff che portano il pezzo al primo ritornello, segnalato da alcuni colpi alle pelli, ed è un ritornello in cui viene semplicemente ripetuto il titolo della canzone con in sottofondo gli effetti di chitarra e la batteria a chiudere il tutto. In mezzo al caos che viene generato, il basso non fa altro che il suo sporco lavoro, dando corpo e rinverdendo i fasti del sound che proviene dalla sei corde di Jimi. Al ritornello, che si prolunga per un po', segue un momento dal sapore decisamente psych, con la chitarra che nuovamente si mette a vomitare ritmi, ma se in partenza erano elettrici e pieni di effetti, qui diventano lisergici ed acidi, in perfetta sintonia con lo stile del Rock anni '60. Sono riff presi direttamente di peso dalle tradizioni sia inglesi, che del nascente Prog, che di lì a pochi anni avrebbe sconvolto l'ordine delle cose, dando vita ad un sound inedito e del tutto particolare. Gli elaborati fraseggi psichedelici si protraggono, allungandosi a dismisura e facendoci diventare parte integrante dell'ascolto, con un sommesso sentimento di paura ed estasi per quel che le nostre orecchie stanno sentendo. Mentre i ricami di psichedelia prendono via, la batteria diventa sempre più jazzata, ed i tempi dispari si sprecano, donando un senso dinamico e sincopato a questa parte, con precisi colpi di tom e piatti che si percuotono sulle corde di chitarra. Il momento acido finisce con le parole di Jimi, che riprende in mano la situazione e ci catapulta nuovamente al ritornello, stavolta con alcuni intrecci che invece prendono spunto dall'Hard Rock più vulcanico e cattivo, tipico di tanti gruppi inglesi, ma anche altrettanti americani. Torniamo dopo questa piccola parte alla ripetizione ossessiva del titolo, con le solite ramificazioni di fondo che fanno da eco ed aumentano l'hype durante l'ascolto; alle parole di Jimi, sempre più sommesse e dinamiche, segue un piccolo stacco cacofonico, in cui pare che il brano sia arrivato a conclusione, ed invece, come era prevedibile, arriva la sorpresa; al silenzio cacofonico che sentiamo segue una crescente rullata di batteria, che si era praticamente silenziata del tutto, e della chitarra, che riprende in mano il ritmo iniziale, ma stavolta con un colpo in più di accelerazione. Il tema portante veloce e ritmato viene susseguito da un solo di batteria davvero encomiabile da parte di Mitchell, con poderose corse sui tom e sui piatti a cui fa da contrasto la cacofonia della chitarra, che man mano che arriviamo verso l'ultimo solco, inizia a diventare sempre più distorta e piena di verve, tant'è che ad un certo punto quasi non la riconosciamo più. Da questo momento è un susseguirsi fino alla fine di abbassamenti dei toni ed alzamenti degli stessi, con Hendrix che intona gli ultimi passi del pezzo mentre la batteria prima accenna a nuove parti dell'assolo, e poi il volume si abbassa bruscamente, lasciando solo la voce ad orchestrare il tutto; questo gioco si ripete per circa tre volte, prima che la puntina finisca definitivamente la sua corsa con la dissolvenza finale, e dopo aver percorso il solco vuoto a spirale, mette fine al primo lato dell'album. La canzone, col suo particolare carico di ritmi strani e mai sentiti, va ad incastrarsi perfettamente col testo, che parla di dubbi esistenziali; il protagonista si chiede se è davvero vivo, perché oggi non è così che si sente, anzi, sente che la sua vita piano piano se ne sta andando, e man mano che i minuti passano, la fine pare essere vicina. Dubbi su tutto quello che nella vita, fino a quel momento, ha fatto, cosa poteva fare di più, e cosa invece avrebbe dovuto fare meglio di ciò che ha fatto, fino al punto di sentirsi vivo per davvero. E' una canzone, nonostante la forza che trasmette la musica, assai triste nella sua resa testuale; l'uomo continua a chiedersi per tutta la durata del pezzo se sia vivo per davvero, o se invece stia solo facendo finta di vivere, e non abbia mai veramente afferrato l'esistenza per le corna e cavalcata con ferocia. Esprime il desiderio di morire: la luce ha ormai abbandonato le sue finestre, solo le tenebre gli fanno compagnia, e gli sembra di essere sepolto sotto metri di terra, in una umida e buia cripta. Esprime il desiderio che qualcuno ponga fine alle sue sofferenze, che non gli precluda la strada che in realtà lui ha già iniziato a percorrere ormai molto tempo fa, quando ha capito che la sua vita non valeva niente. E così si trascina per le strade, solo, chiedendo a chi conosce di farlo fuori, di aiutarlo a morire in ogni modo; solo così, pensa, troverà la pace che tanto anela come un assetato vuole l'acqua nell'infuocato deserto. E' un peccato trascorrere il tempo esistendo e basta, dice, quando invece la vita va vissuta in ogni momento ed in ogni forma in cui essa si presenta alla nostra porta, inveendo contro di noi. Forse domani si sveglierà con il desiderio di vivere, chissà, ma al momento, porre fine alle sue sofferenze è l'unica opzione che concerne col suo stare bene. Una canzone che si ricollega in parte a Manic Depression; vediamo un uomo che non sa quali momenti brutti gli capiteranno nella vita, e magari in questo momento è nella zona d'ombra (lo dimostra la speranza per il domani, quella di alzarsi con la voglia di vivere). Magari il protagonista è lo stesso maniaco depressivo della canzone precedente, che adesso sta attraversando la fare più buia, quella della depressione, e vuole farla finita. Quel che è certo è che questo lato A risulta essere ficcante e geniale sotto tutti gli aspetti, e questa canzone ne è la degna conclusione; siamo di fronte all'ennesima botta di sperimentazione operata da questo artista senza tempo, che ha deciso di dare una forma non ben definita alla sua musica, donandole un sapore che solo lui riusciva a darle, e che nessuno ha mai replicato fino in fondo, non con quella tecnica. Abbiamo attraversato tre minuti, quasi quattro, di pura arte musicale; quei ritmi cacofonici che fecero comunque storcere il naso ai tempi a molti fini audiofili, sentiti oggi hanno ed assumono un aspetto quasi sacrale, tanta era la genialità che trasudava da quei pori fatti di note. Probabilmente è anche un brano troppo avanti coi tempi per essere uscito nel 1967, a quei tempi il concetto di musica alternativa era ben diverso da oggi, ed un artista così era inevitabile che non venisse compreso appieno da tutti. Per fortuna in molti riuscirono a vedere la sua genialità intrinseca, e questa conclusione del primo lato di Are You Experienced? Ne è un esempio chiaro e lampante; pura e semplice sperimentazione che corre su note che si tingono di svariati colori, e di ogni contaminazione possibile ed immaginabile.

May This Be Love

Il lato B viene aperto dalla delicata "May This Be Love (Può darsi sia amore)", ballad che come il resto dei brani di questo storico lavoro ha riscosso molto successo presso molti musicisti, diversi dei quali nel corso degli anni ne hanno realizzato una personale cover. Ad inaugurare questo carosello di omaggi furono, nel 1990, i Pretenders, i quali inserirono una loro reinterpretazione di "May.." nel loro album "Packed!", gli fece eco il cantante country folk americano Emmylou Harris, nel 1995, presentando la propria versione del brano nell'album "Wrecking Ball". Altre due testimonianze dell'apprezzamento di "May.." giungono rispettivamente nel 1999 e nel 2012; nel primo caso, quando è il cantante soul Meshell Ndegeocello a cimentarsi nell'impresa di far rivivere il classico, includendolo nel suo album "Bitter", mentre nella seconda occasione è il turno del britannico Michael Kiwanuka, il quale rilascerà la sua cover sul circuito "Spotify" (nota piattaforma di streaming musicale) inserendola in un EP intitolato appunto "The Spotify Sessions". Un brano che ha dunque conquistato tanti musicisti provenienti da background assai differenti, un pezzo che risulta accessibile grazie alla melodia che lo contraddistingue, alla delicatezza mostrata in questo caso dal rocker per antonomasia. Non è certo un caso che il noto musicologo Dave Whitehill abbia ritenuto "May.." come "una delle testimonianze del lato più gentile e delicato di Jimi Hendrix", spendendo particolari parole d'elogio soprattutto per quel che riguarda l'assolo, definito come un'incredibile mescolanza di eleganza, delicatezza e melodia. E dire che la partenza è dettata immediatamente da un incalzante rullo di timpani, sul quale ben si stagliano sparute e squillanti note emesse dall'ascia di Jimi, il quale sembra di voler dare un flavour quasi psichedelico a questo inizio di ballad. I toni cambiano immediatamente dopo una manciata di secondi, quando il timpano smette di rullare e la batteria dà l'inizio ad un battere dal retrogusto quasi tribale. Un ritmo preciso e sempre incalzante, etnico, rituale e propiziatorio: la voce di Hendrix risulta comunque in netto contrasto con quanto udiamo ritmicamente; egli opta per un cantato molto tranquillo e pacato, a tratti addirittura sognante, mentre i tamburi continuano con il loro sabba (udiamo qualche sparuto colpo di crash ad impreziosire il lavoro del batterista) ed il basso è anch'egli assai educato e composto nello sviluppo delle sue linee. E' la chitarra di Hendrix la regina di questo brano, una chitarra intenta a declamare note finemente collegate ed amalgamate, le quali donano vita ad una melodia assai soft e conciliante. Proprio come la voce del chitarrista, anche questi suoni risultano persi letteralmente in una sorta di perfetta atarassia, quasi il terzetto volesse invitare l'ascoltatore a rilassarsi o perdersi in un mondo psichedelico creato ad hoc da queste note così delicate, eppure così stranianti. Un brano che riserva comunque sorprese, a partire dal secondo 00:34. Poco prima abbiamo una pausa di un secondo e mezzo (esagerando), subito dopo Jimi emette una singola nota che si staglia nelle nostre orecchie come una piccola freccia intenta a smorzare quel momentaneo silenzio. Si riprende in seguito con gli stessi ritmi e lo stesso lavoro di chitarra, il complesso va avanti sulla strada delineata almeno fino al secondo 00:52. Altra pausa di pochissimi istanti ed udiamo una plettrata che beneficia di un effetto eco, segnale definitivo che qualcosa sta cambiando. Arriviamo al minuto pieno ed un rullo di crash preannuncia dei toni maggiormente "pesanti" all'orizzonte, difatti il complesso preferisce in questo senso virare verso un sound molto più blues, cupo e viscerale, passionale e sentitissimo. Il tutto non mina comunque la tranquillità alla quale siamo abituati, visto che comunque "May.." non perde una virgola dell'epicureismo intrinseco che la contraddistingue. Toni blues sempre e comunque rivolti ad un contesto soft e leggero, assimilabile da qualsiasi amante della musica e non solo dagli addetti ai lavori (questo spiega effettivamente il perché "May.." abbia avuto molto successo all'interno del panorama musicale tutto). Anche la voce di Jimi diviene forse un pelo più "sfacciata" e seducente ma mai invasiva o esasperata, mentre la sezione ritmica non cessa un secondo di scandire il ritmo al quale siamo abituati. Altra pausa al minuto 1:30, rullo sul timpano ed è subito tempo di abbandonare il blues per ritornare sui lidi soft uditi ad inizio brano, sino a quando il terreno risulta ormai incredibilmente prospero e fertile per accogliere quello che, a parere di chi scrive e di molti, è forse uno degli assoli più belli mai concepiti ed eseguiti da Hendrix. Un assolo magnificamente sentito, che sembra sgorgare direttamente dal cuore del suo esecutore senza filtri, senza rimaneggiamenti. Vediamo un lato romantico e sensibile di un eterno ribelle, che fra chitarre infuocate ed LSD nelle fasce per capelli trova anche il tempo di stupirci con queste semplici note che, melodicamente parlando, andranno ad influenzare generazioni e generazioni di musicisti anche non propriamente Rock. Provate ad immaginarvi distesi su di un prato, ascoltando queste note sgorgare limpide e gentili dall'altoparlante della vostra radio, mentre osservate indifferenti e rilassati le nuvole venir trascinate dal vento. Come quelle nuvole, questo assolo: sembra muoversi con la stessa calma ed eleganza, non vi sono artigli che graffiano ma solo un caldo abbraccio che ci rassicura, che ci avvolge e ci trasporta "in the sky with diamonds", per dirla alla Beatles. Quasi anche noi stessimo vivendo un'esperienza extrasensoriale, trascinati da una calma che sa colpirti dentro, da una sequenza di note capaci di sciogliere il cuore anche del più arcigno ed avulso ai sentimenti. Il tutto è magistralmente sorretto da una ritmica gentile ma comunque presente, forte, e man mano che ci avviciniamo alla fine cominciamo a percepire un piccolo cambiamento di clima: la chitarra inizia a mollare poco a poco la sua serafica pacatezza e comincia a ruggire, coadiuvata da un crescendo di rulli di tamburi e di piatti, salvo poi concludersi in linea con quanto ascoltato sino ad ora. Un piacevole excursus nel lato più intimo di un musicista sin da sempre noto per la sua appariscenza nonché per il suo estro: quanto abbiamo udito è forse una delle testimonianze più dirette del lato meno ruvido e più accondiscendente di un mostro sacro come Jimi Hendrix, è letteralmente impossibile rimanere indifferenti davanti ad un'esecuzione come questa così come è impossibile non lasciarsi catturare, deliberatamente, da una rete così fitta di emozioni e sensazioni. Colori accesi e luci soffuse che danzano in una sorta di nebbia che svela e non svela, questa è l'immagine che un vero e proprio pittore della musica come Hendrix riesce a creare dinnanzi ai suoi occhi, attingendo alla sua confinata tavolozza di note musicali. Andando ad indagare magari dal punto di vista tecnico, a colpire l'ascoltatore è proprio il modo che Jimi ha avuto di arrangiare tutto quel che concerne la ritmica, con tutta una serie di rivolti ed arpeggi in continuo mutamento, particolarità che potrebbe quasi portarci a pensare ad una vera e propria "improvvisazione" in studio più che ad un pezzo effettivo. Fateci caso: in fase d'accompagnamento le caratteristiche del brano sono "mutevoli" e continuamente "aggiunte", accorgimenti che rendendo la canzone un vero e proprio vortice in grado di trascinare. L'uso dei rivolti e degli arpeggi (nonché l'uso del clean leggerissimamente sporcato, sua definitiva caratteristica atta a renderlo unico ed anticonformista nel suo genere) fa si che, letteralmente, ogni tot ne succeda "una" particolare; non possiamo che apprezzare questa capacità di colorare i brani, e di renderli interessanti e coinvolgenti a tutto tondo. Le lyrics risultano essere assai delicate, quasi oniriche se vogliamo, incentrate a paragonare l'amore ad una sorta di "cascata" immersa in un mondo quasi da fiaba, dominato da arcobaleni e sussurri che cullano il protagonista, immergendolo in un vero e proprio sogno ad occhi aperti. Potrebbe essere questa, l'immagine che Jimi vuole fornirci dell'amore? Una cascata immersa in un luogo adamitico, intenta a scorrere fra una lussureggiante vegetazione, coperta a malapena da una nebbiolina quasi impercettibile; gocce intente a creare giochi di luce ed arcobaleni, un richiamo irresistibile per chiunque. Dinnanzi a questo sentimento, immersi a loro volta in questo paesaggio, i drammi del protagonista appaiono incredibilmente insignificanti, piccoli, incapaci di suscitare nel cuore anche la benché minima preoccupazione. Niente può sconvolgere un'anima innamorata e proprio per questo l'uomo sembra sbeffeggiare chi, in un eccesso di realismo e pragmatismo, lo richiama bruscamente alla realtà. I sognatori sono mal visti nella società del perbenismo borghese, chiunque non produca reddito è un perdigiorno ed anche l'amore sembra essersi assoggettato a determinate regole. Un rapporto deve in qualche modo far trarre profitto da chi lo allaccia, ma non è questo il caso. Il ragazzo innamorato non intende rinunciare a quella splendida visione, affronta di petto tutti i suoi detrattori e li invita a continuare pure ad insultarlo, lui non li ascolterà. Finché potrà contare sulla sua Lei, la cascata continuerà a scorrere, quell'Oasi rimarrà immutata, niente e nessuno gliela porterà via. Il suo locus amenus, da condividere con la persona che ama, quella splendida cornice: tanto basta per farlo sentire in pace con il mondo, capace di vivere e di tirare avanti anche nel più tragico degli scenari. Al cuor non si comanda, l'Amore può questo ed altro su di un animo sensibile, ed è proprio questo un eclatante caso di "sottomissione" a cupido. Se la freccia è scoccata e si viene centrati, non si può assolutamente fare a meno di rispondere a quel richiamo che lo stesso protagonista ode, fra la nebbia e l'arcobaleno.

Fire

 A seguire, uno dei pezzi più noti dell'intero repertorio Hendrixiano: alla postazione numero due del Lato B di "Are You Experienced" troviamo infatti la leggendaria "Fire (Fuoco)", brano di culto e punto forte di ogni live tenuto da Jimi di lì a seguire, nonché singolo estratto dall'album. Venne infatti pubblicato, in seguito, nel 1969 (accompagnato dalla b-side "Burning of the Midnight Lamp"), scelto fra le canzoni di rappresentanza dell'intero disco proprio per la grande esaltazione e carica che sapeva trasmettere al pubblico, fosse esso in "casa" ad ascoltare il disco o in sede live a vivere il concerto. Un brano che si intitola "Fuoco", in effetti, non poteva che avere quest'effetto, su tutti noi Rockers. Anch'esso, come "May..", è stato oggetto di molte rivisitazioni da parte di diversi artisti: uno dei nomi più altisonanti che possiamo citare è quello di un altro maestro del Rock, Alice Cooper, vate e nume tutelare il quale inserì una cover di "Fire" nella sua raccolta "Classicks" datata 1995. Qualche anno prima furono invece i Red Hot Chili Peppers ad omaggiare questo brano, proponendone una loro versione nel disco "Mother's Milk", cambiando leggermente alcune parole del testo per far si che un verso in particolare suonasse come una sorta di omaggio al chitarrista Hillel Slovak, ex membro dei RHCP morto mesi prima la registrazione di "Mothers..". Il verso in questione, "Move over, Rover, and let Jimi take over" venne infatti sostituito dal seguente: "Move over, Rover, and let Mr. Huckleberry take over", dove "Mr. Huckleberry" era il soprannome con il quale Slovak era universalmente noto. Altri due tributi vennero realizzati rispettivamente nel 1992 dai Kingston Wall (progster psichedelici finlandesi), i quali coverizzarono "Fire" nel loro album di debutto "I", e nel 1994 dai fisarmonicisti (si, avete letto bene!) Those Darn Accordions, che invece presentarono il pezzo nel loro album "Squeeze This!". Ancora una volta, un caleidoscopio di personaggi e generi musicali differenti uniti dall'ammirazione e dal rispetto per una delle più grandi rockstar di sempre. Va necessariamente narrata, poi, la storia che si cela dietro la genesi delle liriche di "Fire". Un testo caratterizzato da parole assai spinte e comunque considerato "audace"; riflettiamo, le groupies all'epoca erano molte e fare del sesso dopo un concerto era semplicissimo (quasi dovuto!), chissà quale avventura si celerà mai dietro certi testi, chissà quale donna avrà acceso questo fuoco. Chissà di che età. Chissà se era sposata o meno.. chissà se la "colpa" della genesi di "Fire" sia dovuta ad un cane che non voleva spostarsi da davanti al caminetto. Si, ancora una volta avete letto bene, è andata proprio così. L'ispirazione, difatti, nacque in Jimi dopo aver passato la vigilia del primo dell'anno a casa della madre del suo bassista, Noel Redding: in quel di Folkestone, in Inghilterra, il freddo la faceva da padroni ed Hendrix chiese subito alla signora Redding se avesse potuto dormire vicino al caminetto, per potersi scaldare meglio. Fu allora che la donna, acconsentendo, gli preparò un giaciglio proprio in prossimità del focolare scoppiettante. Tutto sembrava procedere normalmente.. se non fosse stato per Rover, il grosso alano della donna, che proprio non voleva saperne di abbandonare la sua postazione calda ed accogliente. Fu allora che Jimi pronunciò le parole "Move over, Rover, and let Jimi take over!", letteralmente "Andiamo, Rover.. fai posto a Jimi!". Più tardi, divertito da quella situazione, Hendrix prese a scherzare sulle parole pronunciate, ricamando una storia paradossale ed assai "piccante". "Old Mother Hubbard went to the cupboard to find her poor dog a bone, but when she bent over Rover took over 'cause Rover had a bone of his own, Shakespeare, page 35!" - "La vecchia signore Hubbard era andata nella credenza a cercare un osso per il suo povero cane, ma quando si è chinata Rover ha preso il suo posto.. perché Rover aveva già un osso! Shakespeare, pagina 35!", un verso che gioca su tutta una serie di doppi sensi, il più eloquente è appunto "bone" che, oltre al significato di "osso", può anche assumere quello di "erezione" dato lo status del pene in determinati momenti. L'osso che Rover aveva, dunque, era solamente "affetto represso" per la sua padrona, scatenato nel mentre del di lei "chinarsi". A suggellare il momento, la citazione di Shakespeare, proprio perché Jimi si rese conto di aver ricamato un verso a dir poco "memorabile" e "delicato"; da sempre sinonimo di poesia e bellezza, il nome del celeberrimo poeta inglese viene quindi ironicamente citato e posto in maniera ossimorica al tutto,proprio  come quando chiudiamo una frase volgare con le parole "scusate il francese". Venne mantenuto, in seguito, solamente il "Come on Rover, take over..", proprio perché Hendrix decise di incentrare il testo su di una sarabanda amorosa fra un uomo ed una donna, privandolo del crasso umorismo originario. Fatta questa premessa, possiamo dunque ascoltarci per intero il brano, andando a godere ancora una volta della maestria e del talento di questo stupefacente terzetto. Se in "May.." eravamo trascinati nell'eterea fantasia di una docile ballad, con "Fire" gli animi si accendono, e non solo per modo di dire. Anzi, Jimi torna su lidi ben più aggressivi con un piglio da navigato bluesman, intento a narrarci una storia di focosa passione, intensa come sono le note della sua chitarra sanno essere, una chitarra che in questo brano è divenuta sinuosa ed implacabile come una pantera. Possiamo udire sin da subito una batteria intenta a scandire un ritmo possente, con un Mitch Mitchell intento a muovere le sue bacchette in maniera anche concitata; subito a suo supporto la chitarra di Jimi Hendrix, il quale sceglierà comunque, in questo brano, mettere in risalto una sezione ritmica da manuale non concedendosi uno "strapotere". Possiamo udire il frontman, infatti, che spesso e volentieri preferisce mordere i versi della sua canzone in solitaria, con il solo aiuto del suo batterista. Grande e decisivo protagonista è sicuramente Noel Redding, intento a ricamare linee di basso che assieme alla chitarra di Hendrix definiscono alla perfezione il concetto di Blues Rock e ci fanno capire ulteriormente meglio quella che, negli anni, è divenuta una massima emblematica del terzetto che stiamo ascoltando: "il Blues è facile da suonare ma difficilissimo da sentire dentro". "Fire", pur non essendo comunque una passeggiata a livello tecnico (c'è chi ha definito la batteria di Redding addirittura tendente al Jazz, in molti casi), si mostra una vera e propria perla di "feelings" lungo tutti i suoi tre minuti scarsi di durata: un ritornello in cui ai cori possiamo udire lo stesso Redding dare una mano in sede di backing vocals, una chitarra che diviene mano a mano sempre più protagonista fino al momento dell'assolo, vero e proprio culmine di un gioiello di Rock Blues che infiamma tutto ciò che può essere dato in pasto a queste lingue di fuoco che divorano le nostre carni in maniera implacabile. Un incendio, un'esperienza scottante, un brano perfetto che si può fregiare di una coppia ritmica STREPITOSA nonché dell'attitudine unica di un Hendrix che decide di scatenarsi soprattutto sul finale; in sostanza, di un lavoro corale a dir poco eccellente. Struttura lineare, ritornello implacabile, un groove unico nel suo genere. Chissà se Jimi era consapevole di star scrivendo la storia, verrebbe quasi da domandarsi. Più che suonare con un plettro, sembra quasi stia suonando con un taglierino per quanto riesca a gettare benzina su di un incendio ormai divenuto indomabile. La summa dell'Hendrix pensiero, suonare con passione e potenza, far ardere l'animo, aumentare la temperatura fino a far scoppiare i termostati. C'è da scottarsi, ascoltando "Fire", c'è da essere conquistati da queste note taglienti e brucianti, folla e follia, emozioni, bordate di scintille: questo è Jimi Hendrix, l'uomo che trasporta l'inferno nella sua chitarra e riesce ad essere più caldo del diavolo in persona. Rispetto al brano precedente, poi, le lyriche di "Fire" risultano essere di tutt'altra caratura, come già accennato in precedenza durante la spiegazione del titolo. Già in apertura di pezzo possiamo dimenticarci di arcobaleni, nebbie ed "amor cortese", il protagonista ci spiega immediatamente quale sarà il tema trattato.. ovvero, sesso senza implicazioni sentimentali. Entrambi i "contendenti", sia Lei sia Lui, non provano interessi profondi per l'uno e per l'altra, dunque le possibilità di "folleggiare" assieme ci sono tutte, così come ci sono i presupposti per lasciarsi andare ad una selvaggia notte di passione senza implicazioni amorose o responsabilità da assumersi subito dopo. Le condizioni sembrano poterlo permettere, in effetti; la mamma di Lei non è in casa, l'abitazione è sgombra da "ficcanaso" e Lui è arso da un fuoco indomabile, da un desiderio selvaggio che lo spinge a voler possedere carnalmente la sua bella, alla quale vuole mostrare tutto ciò di cui è capace. La donna si brucerà, tanta sarà la foga con la quale il suo amante riverserà su di essa le sue voglie ed i suoi appetiti, insomma un vero e proprio vortice di passione che intende spazzare via tutto quello che si frapporrà sul suo cammino. Jimi (conoscendo le sue doti di sciupa femmine, il protagonista sarà sicuramente lui) è mosso unicamente da un desiderio fisico e materiale. Dalla sua donna non vuole niente, nemmeno i soldi che questa cerca di offrirgli. Egli non vuole compensi o segni di gratitudine, nemmeno pacche sulle spalle o parole romantiche: non è né tempo né luogo per le smancerie, tutto ciò che il chitarrista vuole è appartarsi con la sua compagna di una notte per mostrarle come ama un Rocker. Tosto e veloce, senza giri di parole od excursus. La vita del musicista, in fondo, è anche questa; possibilità di incappare in amori sconvolgenti, possibilità di ritrovarsi in un mucchio selvaggio, facendosi recare piacere da una  ragazza unicamente interessata dal piacere fisico.

Third Stone From The Sun

Viene dunque il turno dell'imponente "Third Stone From The Sun (La terza pietra partendo dal Sole)", che con la sua notevole durata (ben sei minuti e quarantaquattro secondi) risulta essere la traccia più lunga dell'intero album. Ci troviamo dinnanzi ad un brano molto particolare, incredibile nella sua essenza e per nulla prevedibile: è difatti una batteria jazzata a darci subito il benvenuto, mediante uno swing più che coinvolgente. I rintocchi di ride ci fanno subito notare l'incredibile tiro che Mitchell è in grado di sfoggiare, ed anche il basso riesce magnificamente ad adattarsi al contesto, andando a riempire in maniera assai efficace le sentite e passionali note emesse dal nostro Jimi. Una chitarra delicata e per nulla irruenta, anch'essa pregna di flavours Jazz ma al contempo tendente verso una psichedelica avvolgente e delicata. Una voce distorta si fa largo fra gli strumenti, quasi adesso ci trovassimo in un contesto "spaziale", una sorta di ambientazione che sarà in seguito ripresa, con grande fortuna, negli anni '70. Gruppi come gli Hawkwind dovranno sicuramente moltissimo a quanto stiamo udendo ora: la chitarra di Hendrix risulta delicata e sognante, talmente eterea e capace di creare una particolarissima melodia.. che, effettivamente, sembra proprio venire dallo spazio. Le voci distorte ed i sussurri continuano a farsi udire rendendo il tutto ancora più "perso" e misterioso, e ad 1:28 abbiamo la prima vera impennata del brano tutto. Hendrix rispolvera la sua anima Rock e comincia a rendere i suoi riff più ruvidi e diretti, così come la batteria di Mitchell si sposta su versanti maggiormente consoni al genere del gruppo. Redding continua imperterrito a sorreggere l'impalcatura ricamando ottime linee di basso, ed anche la voce distorta ormai giunge alle nostre orecchie più come un parlato leggermente "manomesso" che come un espediente sonoro "fantascientifico". Ben presto, però, tornano i toni pacati di inizio brano e la sei corde del nostro frontman riprende a cullarci con la sua melodia "galattica", splendidamente sorretta da una batteria sempre precisa e da effetti sonori particolarissimi, richiamanti folate di vento. "Fischi" e chiacchiericcio fortemente distorto, al minuto 2:28 abbiamo una piccola pausa subito soppiantata dal ritorno di tempi batteristici assai jazzati. Un momento splendido in cui basso e batteria proseguono all'unisono, sempre impostandosi su flavours Jazz e sfoggiando sicuramente una gran preparazione in questo ambito. Ascoltando questo frangente, difatti, possiamo renderci conto di quanto l'influenza di personaggi come Miles Davis o Buddy Rich sia stata fondamentale per lo sviluppo del nostro genere preferito. Prova lampante in questo splendido duetto firmato Mitchell e Redding, i quali riescono a trasporre un Jazz - Rock nello "spazio" (gli effetti sonori ed il vociare abissale non smettono di far capolino fra le note emesse) dando prova di grande abilità. Un groove incredibile, decisamente incalzante ma anche delicato vista la perizia tecnica con la quale sia le linee di basso sia di batteria vengono eseguite, nel migliore dei modi, creando un tappeto ottimale sul quale la chitarra del nostro può adagiarsi alla perfezione. La chitarra di Jimi comincia ad emergere di lì a poco, con brevi ruggiti sparsi qui e là, in crescendo, ruggiti esasperati ed elettrici, incontenibili, ruvidi e quasi richiamanti il reattore di un'astronave pronta a ripartire. A spiccare maggiormente continuano ad essere il bassista ed il batterista, che di lì a poco si ritrovano praticamente protagonisti effettivi del pezzo complice anche un leggero innalzamento del volume. Il ride di Mitchell swinga che è  una meraviglia, il basso non perde una nota e dopo rapidissimi rulli sui tom si torna ad udire una voce bassa ma assai più "naturale" della "solita". La chitarra di Jimi riprende a rullare in sottofondo e tornano anche gli effetti sonori "tempestosi", il trittico stabilisce un connubio più unico che raro in grado di trasportarci nelle più remote regioni dello spazio; un vero e proprio viaggio interstellare, che vede il "ritorno" di Hendrix verso il minuto 5:12, quando il Nostro riprende a ricamare la docile e psichedelicheggiante melodia che abbiamo udito nelle fasi iniziali del pezzo. Una melodia particolare, che può mostrarci l'abilità di compositore ed arrangiatore di Jimi Hendrix, il quale ha costruito un brano che sembra uscito fuori direttamente da una colonna sonora per film più che da un disco Rock. Successivamente, verso la fine, i tempi si mantengono vicini a reminiscenze Jazz, sussistono anche gli effetti "spaziali" ed il brano si avvia dunque verso la conclusione, dopo una serie di "rombi" di sei corde, la quale "squarcia" la calma alla quale ci aveva abituati e riprende a ringhiare. Fino alla fine, siamo lasciati in balia di effetti sonori stranianti ed anche inquietanti, che si dissolvono pian piano. Un brano al 90% strumentale e particolarissimo nel suo genere, che mescola radici Jazz ad un anima Rock Blues, donando la vita ad un ibrido per certi versi "alieno", nel vero senso della parola. Se l'intenzione del trio era quella di farci viaggiare in maniera extrasensoriale, possiamo dire che ci sono riusciti alla grande. Un pezzo che trasmette un grande senso di libertà, quasi la nostra anima si fosse elevata da un piano più materiale per raggiungerne uno più "cosmico" e "spirituale", un naufragar ch'è dolce in questo mare, direbbe un noto poeta. Perdere i sensi e rinvenire in una nuova dimensione, lontani dal caos e dalle paranoie del nostro mondo. Persi nello spazio, galleggiando in assenza di gravità, tutt'uni con noi stessi, in equilibrio perfetto con il tempo ed il cosmo. Il titolo del brano è molto particolare, e come avete potuto notare dalla traduzione in Italiano, fa riferimento ad una "terza pietra" distante dal Sole. Essa non è altro che la Terra, terzo pianeta del Sistema Solare a partire proprio dall'imponente stella (prima del nostro Pianeta, infatti, troviamo Venere e Mercurio), elencando dal pianeta più vicino a quello più lontano. Il titolo è volutamente particolare, scelto proprio per donare al brano quell'aura di mistero e "trascendenza", se vogliamo. Un brano incredibilmente singolare, dunque, tributato anch'esso da tantissimi ed autorevoli maestri: abbiamo una versione suonata nientemeno che da Pat Metheney e Jaco Pastorius, ed anche una riproposizione di "Stevie Ray Vaughan" (il quale, assieme a Metheney, la inserirà nel disco tributo "Stone Free: A Tribute to Jimi Hendrix"). Il testo, molto breve, è perfettamente in linea con l'atmosfera ultraterrena e straniante della musica che abbiamo udito. Si compone di due sole strofe, la prima della quale risulta essere un dialogo fra due astronauti alieni. Entrambi osservano la terra definendola, come già detto, "la terza pietra distante dal Sole"; il luogo, tuttavia, li affascina: commentano positivamente ciò che vedono, risultano parecchio interessati alle catene montuose da loro definite "misteriose" ed, alla fine, decidono di sbarcare sulla nostra superficie preferendo un riscontro oggettivo ad una semplice osservazione. Il dialogo prosegue, i due alieni decantano anche la bellezza dei prati e della vegetazione, sperando di trovare forme di vita su questo pianeta così bello e particolarmente rigoglioso. In pochi sanno che queste voci così distorte e basse sono proprio quelle di Jimi Hendrix e del manager Chas Chandler, i quali si sono prestati a questo simpatico excursus fantascientifico, modificando pesantemente le loro voci per farle sembrare più extraterrestri possibili. Nella seconda strofa i versi si fanno più criptici, ma notiamo un particolare che scioglie definitivamente il nodo ingarbugliato nel quale queste parole potrebbero inizialmente intrappolarci. Quel riferimento alla "surf music che mai più verrà udita", infatti, non è altro che un incoraggiamento che Jimi Hendrix ha deciso di piazzare "nascosto" in modo tale che il diretto interessato potesse percepirlo al volo, facendone tesoro. La persona incoraggiata non è altri che Dick Dale, pioniere del Rock Duro e grande influenza per chitarristi come lo stesso Jimi ed Eddie Van Halen. Il suo lavorare molto sul riverbero e la sua abitudine di personalizzare i propri amplificatori (la Storia insegna come lui abbia disposto del primissimo amplificatore da 100 watt mai esistito) fecero si che divenisse in breve tempo un'autentica personalità in fatto di chitarra, un uomo le cui incessanti sperimentazioni consegnarono alla Storia persino una primissima teorizzazione della tecnica del "Tremolo Picking", ad oggi usatissima nell'ambito del Metal Estremo. Fu addirittura precursore del "surf rock" (da qui il riferimento alla "surf music" nelle liriche), genere lanciato "ufficialmente" dal suo singolo "Let's Go Tripping", egli divenne un punto di riferimento per i giovani surfisti Californiani che, negli anni '60, stavano creando una sorta di "circolo" gravitante attorno alla cultura del Surf, della spiaggia e del Rock 'n' Roll. Il fenomeno esplose definitivamente con l'arrivo dei Beach Boys, profondamente ispirati da Dale. Il loro unire l'orecchiabilità tipica del Pop con le ritmiche di artisti come Dale e Chuck Berry fece si che il genere venisse definitivamente innalzato a fenomeno musicale, facendogli conoscere il proprio apogeo. Chi, ancora oggi, non canticchia fra sé e sé "Surfin' U.S.A."? Tornando alle vicende di Dale ed Hendrix, quest'ultimo decise di tributare-incoraggiare l'amico citandolo indirettamente in quella strofa, augurandogli una pronta guarigione in quanto Dale, in quegli anni, era gravemente ammalato. Non solo Dick guarì, ma fu talmente commosso dal gesto dell' "allievo" che decise di proporre anch'egli una sua versione del brano di cui discorriamo.

Remember

Ben più contenuto a livello di durata e "lineare" risulta essere invece il penultimo pezzo, "Remember (Ricordi)", il brano che forse più di tutti ci mostra le radici del Nostro chitarrista, quelle reminiscenze soul / R&B tanto care ad artisti del calibro di Aretha Franklin ed Otis Redding. Generi e personalità che Jimi amava e rispettava, dei quali ha interiorizzato le "lezioni" per poi, come sempre, riproporle secondo il suo personalissimo modo di intendere la sua musica. Il brano è dunque aperto da un'irresistibile melodia di chitarra e dalla calda e passionale voce di un Jimi che sa essere, sia a livello di sei corde che di ugola, toccante come ben pochi. Il suo lavoro si mantiene contenuto ed educato in entrambi i frangenti, è intento a ricamare delle note blueseggianti estremamente "docili" sorrette da una voce "black" (inteso nel senso etnico del termine) tendente quasi al "soul" se vogliamo, il tutto splendidamente tenuto su dal duo Mitchell / Redding qui meno "estroso" che nel precedente brano, ma ugualmente efficace in sede di "manutenzione" del tempo. Un brano dalla durata assai esigua, che però si lascia ascoltare e ci spinge verso lidi "romantici", coinvolgendo con una melodia "ruffiana" quanto basta a farsi amare. L'intensa anima "catchy" del brano, però, non ne sminuisce affatto la presa che esso risulta avere su noi appassionati di musica "dura". Ricordiamo che "il blues è facile da suonare ma quasi impossibile da sentire dentro di noi", un genere viscerale e proveniente dagli anfratti più reconditi del nostro spirito. Qui ritroviamo esattamente quanto in queste righe si è esplicato, Hendrix è autore di una prova in cui è la sua anima a cantare, a prenderci per mano per farci compiere l'ennesimo viaggio. E' al minuto 1:21 che il nostro decide di "scatenarsi", donando la vita ad un assolo che si staglia sui tempi scanditi dalla ritmica ma che, "decontestualizzato" ed immerso in un frangente ben più aspro, sarebbe risultato letteralmente una bomba di Rock 'n' Roll senza pari. L'elettrica di Hendrix ci parla, ora selvaggia ora docile, si lascia accarezzare ma è pronta a morderci le mani subito dopo; indecifrabile, fiera, indomabile. Con l'avvicendarsi della fine i tempi si fanno più serrati, sia il basso di Redding che la batteria di Mitchell divengono incalzanti e sostenutissimi, Jimi canta gli ultimi versi ed è tempo per il brano di congedarsi. Altro grande esempio di come la mera tecnica, da sola, sia pressoché nulla senza la grande PASSIONE per quel che si suona. E chi ci dovrebbe essere più passionale di un consumato Rocker / Bluesman come Hendrix? Un brano che, più che una composizione musicale, risulta essere un vero e proprio schiaffo morale ai detrattori del suo operato. Criticato per il suo sound troppo "sporco", in questo frangente Hendrix riesce a mostrare quanto egli sia stato in grado di apprendere da colossi come i già citati Franklin e Redding, ma anche quanta classe egli riesca a profondere nel fraseggio, nel solo ed in generale in ogni momento che caratterizza questa perla. L'apparato lirico di "Remember" sembra tornare questa volta verso lidi ben più sognanti e romantici, abbandonando il caldo eros di "Fire" e la fantascienza di "Third..", preferendo riallacciarsi a quanto già letto in "May..". Veniamo difatti messi dinnanzi agli struggenti ricordi di un uomo innamorato, che si ritrova a dover fare a meno della sua donna. Egli non può fare a meno di pensare a quando, con la fidanzata, passava delle dolcissime ore che lo immergevano addirittura in un contesto gioioso e primaverile. Ricorda il cinguettio degli usignoli, la fresca brezza di Maggio, il sole, i cieli azzurri.. e, subito dopo, si ritrova a fare i conti con la realtà. La Primavera è divenuta un grigio Autunno che, a poco a poco, consuma tutti i colori vivaci ai quali era abituato. Gli usignoli non cantano più, nessun uccello è in vena di cinguettare, niente e nessuno riesce a rallegrare questi giorni resi bui dall'assenza della ragazza. Egli, dunque, la supplica di tornare, perché tutti possano divenire nuovamente felici. Basterebbe difatti il ritorno della sua bella, ad infondere serenità a tutto il creato, il quale ritornerebbe ad allietare tutti con i rumori tipici della gioia. Canti di uccelli, ronzio di api intente a preparare il miele, il ritorno dei cieli azzurri e degli alberi in fiore. Un appello a dir poco disperato, il nostro Lui prega Lei di tornare sui suoi passi, di smetterla di girovagare senza meta. La donna ricorda il loro amore, ricorda la loro felicità: riviverla sarebbe un attimo, basterebbe solo tornare a casa e ricongiungersi all'amato.

Are You Experienced?

A malincuore ci avviamo dunque verso la fine definitiva di questo splendido disco, apprestandoci ad ascoltare la traccia conclusiva nonché titletrack: "Are You Experienced? (Hai Esperienza?)" si apre con un particolarissimo effetto sonoro, che rende il tutto simile al rumore che emetterebbe un brano riprodotto al contrario. Espediente che ricorrerà per tutto il brano, il quale ci mostra una vera e propria "pazza" sperimentazione da parte di un Hendrix letteralmente geniale in fase di arrangiamento e composizione. Nessuno mai aveva tentato ed osato così tanto, riusciamo ad udire questo suono pazzesco e sconvolgente, quello del "contrario", perfettamente e più volte inserito lungo tutta la durata del pezzo. Qui risiede la grandezza di Jimi Hendrix. L'aver anche solo pensato ad una cosa del genere lo rende uno dei primi grandi sperimentatori della storia del Rock, in barba a chi definisce la sua produzione come "semplice". Suonare su determinati effetti, farli combaciare alla perfezione in un arrangiamento, in un pezzo che alla fine risulti ben composto e coerente.. non è certo roba da tutti. Tornando più strettamente al brano,  tutto questo gioco di effettistica si protrae nitidamente per una manciata di secondi, finché non giunge un preciso e quasi "marziale" ritmo di batteria a dettare le coordinate per l'entrata della chitarra di Jimi, sempre molto blueseggiante, melodica dalle tinte addirittura Folk. La sua voce calda e rassicurante è in linea con il clima "adagiato" che udiamo, e la situazione sembra cambiare al secondo 00:40, quando rientra in scena l'effetto "riproduzione al contrario", anche se Hendrix è sempre intento a cantare. Il rintocco di ride è ben preciso, così come la batteria che "ritorna" a soppiantare il particolare effetto sonoro, riprendendo a scandire un ritmo marziale che vede nel preciso battere del rullante il suo punto forte. La melodia di chitarra è orecchiabilissima ed al solito visceralmente intensa, anche se risulta sempre molto tranquilla e pacata, senza esagerare o strafare. A tratti la chitarra di Jimi si lascia andare a brevi frangenti ben più "sporchi" e distorti, quasi somiglianti ad un riff in palm-mute, anche se è la melodia a dominare, salvo poi lasciare spazio ad un assolo incredibilmente particolare e dal tenore ben più aggressivo e possente. Fuoco puro, ecco come possiamo descrivere un momento solista che arde commissionando fra di essi vari generi: dalla psichedelica al Rock, passando per il blues, tutto splendidamente supportato dal "solito" effetto sonoro che, udibile questa volta a  volumi maggiormente elevati, sembra richiamare l'uso delle spazzole, ovvero un particolare tipo di "bacchette" dotate di "setole" ferrose alle loro estremità, con le quali si può creare sulle pelli un effetto "struscio" molto particolare. Che siano spazzole o no, il tutto rende bene e supporta meravigliosamente le fiamme dell'anima di Jimi, qui sbizzarrita a proporci un momento solista coinvolgente, particolare ed unico, come tutti quelli uditi in questi pezzi. Ascoltando queste note così aggressive eppure così melodiche possiamo quasi figurarcelo sul palco, con la sua inseparabile fascia ed i suoi vestiti sgargianti, intento a deflorare la sua chitarra stabilendo con essa un vero e proprio legame di tipo "sessuale", concedeteci la licenza poetica. Non pochi critici musicali hanno paragonato, difatti, le performance di Hendrix alla chitarra a quelle di un focoso amante, ed in effetti sembra proprio che egli riesca ad entrare in profonda intimità con una sei corde che, dal canto suo, si lascia sconvolgere e manovrare come il suo padrone vuole. Incredibile assolo, ci fa sentire caldo solo udendolo, a distanza di più di 40 anni. Figuriamoci cosa deve aver provato, chi ha avuto l'onore di guardare dal vivo un concerto di questo artista incredibile ed inarrivabile. Si continua con le "spazzole" e presto è il tintinnio di Ride a scandire il tempo, mentre Jimi riprende a cantare sfoggiando in seguito un'alternanza di melodia e "simil palm mute", concludendo il tutto accennando una melodia che va via via sfumando, fino ad un'ultima nota emessa. Un disco che non poteva concludersi meglio di così, un viaggio fra colori accesi, un volo fra pianeti, stelle, fiamme, fumo e nebbia.. degnamente concluso con un dolce risveglio che, comunque, ci fa rimpiangere la dimensione onirica nella quale certe note erano riuscite a catapultarci. Se possibile, il testo di "Are.." racchiude in se tutta la filosofia della musica appena udita. Abbiamo parlato di viaggi compiuti senza mai muoversi di casa, di passioni travolgenti, di amori sconvolgenti, di spazio, di fuoco, di fiamme, di sensi alterati. In qualche modo, possiamo dire d'essere stati trasformati da un turbinio di sensazioni che ci hanno resi pronti ad affacciarci in un altro mondo, quello che Jimi Hendrix vuole aprire con la sua musica. Semplicemente, un universo del tutto differente da quello in cui viviamo. Un universo fatto di colori sgargianti ove tutto non è reale ma al contempo lo è. Il disfacimento totale del concetto di "normalità", l'abbandono delle regole "convenzionali", il rifiuto del fatto che la terra sia tonda. Tutti i nostri sensi vengono espansi sino all'inverosimile, riusciamo a sentire con gli occhi e a gustare con il tatto, vediamo con l'udito e parliamo lingue a noi sconosciute, che forse nemmeno esistono. Ci moltiplichiamo, siamo sconvolti dal freddo e dal caldo contemporaneamente, ridiamo e scherziamo, magari siamo stanchi ma continuiamo a camminare ed a volare, senza renderci conto di quel che stiamo facendo. Un viaggio nell'assurdo, un mondo tutto da scoprire, talmente sconfinato che sarà impossibile vederlo tutto: questa è la musica di Hendrix, il vortice di sensazione per antonomasia. Egli si rivolge direttamente a noi, chiedendoci dunque se siamo pronti a fronteggiare tutto questo. Potremmo mai? La paura, certo, si fa sentire. Jimi stesso ci dice che siamo intrappolati in un piccolo mondo che ci impedisce di vivere al 100%. Siamo costretti da ogni tipo di limitazione al divertimento ed alla percezione, i nostri desideri rimangono inappagati e non possiamo fare nulla per liberarci da queste catene. Due sono le ipotesi, dunque; o rinunciamo a liberarci e ci sottomettiamo al sistema grigio e meccanico, oppure abbracciamo i colori scoppiettanti e ci caliamo in un mondo di corrispondenze di Baudeleriana memoria, accompagnati dal nostro mentore, un giovane chitarrista di colore che sarà capace nientemeno di farci vedere l'alba da un fondale marino. Un'alba che segnerà un nuovo inizio, una nuova storia, un nuovo modo di farci vedere le cose. Significati e significanti verranno ribaltati, saremo introdotti in un iperuranio la cui visita cambierà per sempre le nostre vite. So.. are you Experienced?


Bonus Tracks

La versione USA dell'album, come molti sapranno, non ha solo la copertina diversa (e ben più celebre) nei toni del giallo e del viola, ma ha anche l'ordine delle tracce mischiato ed allungato rispetto alla versione british; nello specifico, vennero aggiunte sei tracce (oltre a tagliare Red House, che comunque ricomparirà nelle successive ristampe della versione americana), cambiando anche il generale ordine di posizione dei pezzi. Alla posizione numero uno della versione USA infatti troviamo un pezzo che ha una storia abbastanza particolare, e che si attesta fra le migliori composizioni mai prodotte da Hendrix, ma anche da mente umana; per raccontare la storia di questo brano dobbiamo chiedere aiuto a Chas Chandler, ex Animals e produttore di Jimi, che in svariate interviste ha raccontato come sia nata la mitica "Purple Haze (Stordimento Viola)": il tutto è avvenuto nei locali dell'Upper Cut Club, un locale di Londra dove Hendrix era solito esibirsi; pare che il buon Jimi si sia messo, come era solito fare in ogni occasione in cui poteva, ad improvvisare con la chitarra, e produsse il ritmo andante che poi farà da tema principale di Purple. Chas consigliò a Jimi di scrivere dei testi per quella musica così energica e psichedelica, al fine di trasformarla in una canzone vera e propria, ed è proprio così che andò. Purple Haze divenne in pochissimo tempo un vero inno degli anni '60 che stavano ormai volgendo al termine, un inno per intere generazioni di musicisti, ed una delle più alte espressioni chitarristiche di sempre. La canzone venne lanciata anche come singolo da sette pollici il 17 Marzo del 1967 grazie alla Track Records (il vinile conteneva la title track sul lato A, mentre sul lato B era ospitata 51th anniversary, un'altra traccia che verrà aggiunta nell'edizione USA). La data di pubblicazione si riferisce all'uscita nel Regno Unito, la traccia di Hendrix infatti ai britannici arrivò solo tramite singolo, mentre in America venne posizionata al posto d'onore del disco, uscendo anche come singolo, ma soltanto il 23 Agosto, attraverso la Reprise Records. Il resto del mondo, Europa e Giappone, video la luce del 45 giri soltanto un anno dopo, nel 1968 con la Polydor, mentre la Francia non si vide arrivare il singolo prima del 1980, sempre grazie alla Polydor. Il singolo in Inghilterra entra al 39esimo posto, e si piazza poi al terzo, rimanendoci per quattordici settimane consecutive, in USA rimane alla posizione 65 per otto settimane, in Austria arrivò settimo, mentre in Norvegia prese il posto 17. La martellata ossessiva iniziale è divenuta un arrangiamento ormai celebre in tutto il mondo, coadiuvato assieme dalla chitarra che sincopa un ritmo andante, e dalla batteria che gli va dietro con colpi ben assestati e precisi come un orologio. Brano breve, neanche tre minuti, ma in cui ogni strumento viene spremuto fino allo sfinimento; dopo l'intro il brano monta subito in cattedra, con un andamento sempre martellato e ripetitivo, le mani di Jimi si muovono veloci sul manico, continuando ad inanellare fra loro Blues, Jazz, Rock e Proto Metal, in un enorme calderone di suoni. La sua voce, che inizia ad intonare pronunciando le parole del titolo (che, per inciso, inizialmente doveva essere Purple Haze: Jesus Saves) incede con un cantato sentito ed emozionale, ad occhi chiusi, come questo brano deve essere ascoltato. L'intro fa posto al tema portante del brano, che altri non è che la riproposizione dell'inizio, con in aggiunta i soliti ricami di chitarra intrecciati, aiutati dai piatti e dalle pelli che smanettano in sottofondo; tutto questo fino al primo ritornello, segnalato da una poderosa rullata di Mitchell che fa mutare l'intero ascolto, ed abbiamo una veloce discesa sul manico, dall'inizio alla fine, prima di riprendere nuovamente il tiro ed il ritmo che ormai siamo abituati a sentire. Il brano continua a gonfiare, ed i ricami si fanno sempre più alti ed elaborati man mano che procediamo, la chitarra si infiamma sotto i colpi di Hendrix, le corde prendono fuoco letteralmente (e poi, come è usuale e celebre, durante il festival di Monterei, lo faranno davvero) sotto le plettrate e le distorsioni che le sue mani riescono a dare, mentre, accompagnati dal rumore onirico dato dalla batteria e dalla chitarra, arriviamo alla seconda variazione. Variazione che arriva ripetendo una precisa frase del testo, a cui segue una rullata di batteria, ma stavolta, invece di riprendere il controllo, lo perdiamo totalmente, grazie all'assolo. Solo che è pregno di Rock maledetto, elettricità che si respira nell'aria ad ogni nuova nota, le corde che vengono tese fino al loro limite massimo, un'impronta Blues sovrastata dall'energia prolifica del Rock più energico ed infernale, come infernale è il rumore che le distorsioni riescono a produrre, piegandoci quasi le orecchie dal muro di suono. Il solo si dilunga per alcuni secondi, mentre la batteria nel frattempo dà anche essa prova di estro e genialità, improvvisando un piccolo tappeto di rullante e cassa, mentre il basso, che fino ad ora non avevamo nominato, percuote le corde e dà il tempo agli altri due, ma senza mai essere relegato dietro le quinte, si sente maledettamente bene, e rende l'ascolto ancor più gargantuesco. E' dopo questo assolo che sentiamo per l'ultima volta il tema principale del brano, prima che imploda nettamente dentro la nostra testa, e cominci ad essere man mano sempre più sporcato da distorsioni ed intrecci da parte della sei corde, prima un po' sommessi e quasi accennati, e poi, man mano che ci spostiamo verso la fine, sempre più pressanti ed opprimenti, quasi ci volessero obbligare a sentire cosa hanno da dirci. Effetti prolungati, dati anche dall'avvicinamento agli amplificatori da parte della chitarra stessa (cosa che Jimi amava molto fare in sede live, alle volte lasciando addirittura per minuti interi la chitarra appoggiata all'ampli, di modo da far sentire fischi e gutturali rimbombi da questa combo) ci traghettano al finale, in dissolvenza, ma prima di farci sentire per l'ultima volta il filo rosso che ci ha aperto le porte viola della nebbia, c'è tempo anche per un piccolo duello e sezione ritmica fra batteria e chitarra, con un piccolo stacchetto dinamico a cui Jimi risponde sia con le plettrate, che con la voce stessa, ripetendo "Uh" e "Yeah", prima di ricominciare a suonare "seriamente". La dissolvenza arriva quasi all'improvviso, nel clangore degli strumenti, e poi tutto tace, così come era arrivata, la nebbia violacea se ne va, lasciandoci stanchi, ma soddisfatti. Molte sono state, innumerevoli, le interpretazioni che la critica, la stampa ed i fan dettero di questo pezzo; alcuni, la maggior parte, relegarono questo nome, Purple Haze, allo stordimento derivato da LSD, particolarmente grazie anche al fatto che esistono proprio due tipi di droghe, una tipologia di LSD ed una di Marijuana, che portano questo brand fra i consumatori. In più, la celebre frase che viene pronunciata prima del primo ritornello ("scuse me, when i kiss the sky", che peraltro è protagonista di uno storico fraintendimento: il modo di cantare di Jimi, spesso faceva pensare agli ascoltatori che egli dicesse "scuse me, while i kiss this guy". Jimi giocò molto su questo assurdo fraintendimento, alle volte cantando la canzone sbagliata di proposito), venne subito associata al consumo di droghe stordenti, in quanto "kiss the sky" è un eufemismo che spesso viene utilizzato dagli abituali consumatori di cannabis. In ultimo, ma non per importanza, l'associazione con le droghe psichedeliche venne proprio da Jimi stesso, il quale in un'intervista dichiarò di aver scritto il brano in seguito ad uno strano sogno fatto: nel sogno egli, racconta, camminava sul fondo del mare, e fu un sogno così vivido, così "stordente" appunto, che volle dedicargli la canzone. Ovviamente l'opinione pubblica relegò subito tale sogno ad un effetto collaterale della LSD o di qualche altra droga assunta dall'artista, ma egli non ha mai né confermato, né smentito, tali voci, pensando che il solo raccontare del sogno servisse ad allontanare i giornalisti da tali idee, ma non fu così. Una parte di fan più letterati invece, relegò il titolo della canzone ad un libro che Hendrix stava leggendo durante la stesura della canzone stessa, nello specifico parliamo di Notte di Luce, scritto da   Philip José Farmer. Il testo, sostanzialmente, è una sorta di lisergico trip, in cui il protagonista, circondato da questa mefitica nebbia violacea, quasi fosforescente, si pone una serie di domande. La nebbia ormai gli ha riempito il cervello, ed egli non sa per niente cosa pensare, soltanto pensieri sporadici albergano nella sua mente, come quella ragazza notata qualche sera prima, che lo aveva e lo ha stregato. Ed allora il nostro uomo si muove in questo tunnel dai colori fluo, dove il viola e l'arancio predominano (come i colori dell'inner sleeve di molte ristampe del disco made in USA), e dove l'onirica forza del momento fa sì che la sua mente vaghi libera fra le pieghe di sé stessa, senza freni, senza limiti. Limiti che spesso sono imposti dalla società, che ci canonizza e ci vuole tutti uguali, ma in mezzo alla nebbia viola no, lì siamo liberi, e ci sentiamo vivi per la prima volta dopo tantissimo tempo. Tema portante, come molte altre canzoni dell'album, è l'amore; l'uomo nella seconda parte si rivolge ad una donna, quella che lo aveva colpito qualche tempo prima, dicendole che lei non deve, non può andare via da lui, ella lo ha stregato, e come tale deve rimanere, per saziare la sua fame e spegnere il suo desiderio. E' doloroso avere davanti qualcuno che vuoi e non poterlo raggiungere, ci si sente un po' come Tantalo, protagonista dell'omonimo in cui il povero greco, colpevole di aver rubato l'Ambrosia, il mitico nettare degli dei, viene condannato al celebre supplizio (divenuto un famoso modo di dire). Aveva sete, ma non poteva bere, aveva fame, ma non poteva mangiare, l'acqua dolce in cui era immerso si ritirava appena lui cercava di avvicinarsi, ed i rami con i polposi frutti si ritraevano al passaggio della sua bocca. Avere una donna che non ti desidera ti fa sentire così, un dolore immenso, come quello che prova il protagonista di Purple Haze, e non trova altro conforto se non nel suo nebbioso tunnel, in cui, pur stando male, riesce a non pensare. Un pezzo che decisamente la storia l'ha scritta, eletto dal mensile britannico Q come il miglior arrangiamento di chitarra della storia Rock, usato in svariati film, cover a non finire (fra cui spiccano quella di Ozzy Osbourne e Frank Zappa), rimandi, citazioni (come ad esempio quella del film Risvegli del 1990, in cui tale pezzo viene usato per risvegliare un paziente catatonico); John Frusciante dei RHCP ha dichiarato più volte di aver preso ispirazione da Purple Haze per la hit del gruppo Dani California. Un brano che viene consumato ancora oggi a non finire, ritenuto geniale sotto tutti gli aspetti, riconoscimenti, premi illimitati dopo cinquanta anni dalla sua produzione, uno slot della storia Rock che non verrà mai dimenticato.

Hey Joe

Per raccontare invece la storia del prossimo pezzo, dobbiamo scomodare un cantante che probabilmente non conoscerà nessuno, e che risponde al nome di Dino Valenti. Esso però era solo il suo nome durante le esibizioni, in realtà il nome reale era Chester William "Chet" Powers, Jr, nato nel 1937 e scomparso nel 1994. Il cantante era il leader del gruppo Rock anni '60 Quicksilver Messenger Service, che esplose con la hit tanto celebre in quegli anni Get Togheter, che divenne subito un successo. Inizialmente è proprio a lui che vennero attribuiti gli oneri e gli onori della composizione di "Hey Joe"; tutto questo finché non arrivò sulle scene Billy Roberts, bluesman che ne rivendicò i pieni diritti. La canzone è una ballad blues malinconica e strappalacrime, che parla di omicidio, segreti e nefandezze di vario genere. Pare che Roberts, per poterla comporre, si sia ispirato ad almeno tre brani precedenti al 1962, anno di effettiva stesura del pezzo. Nell'ordine le tre canzoni parrebbero essere: la prima è Little Sadie, una ballad tradizionale di inizio Novecento, da cui Billy sembra abbia preso l'ispirazione per l'argomento principe del testo (la canzone parla di un uomo in fuga disperata dopo aver ucciso la sua donna, come accade in Hey Joe), inoltre la canzone originale colloca gli avvenimenti proprio nello stato che ha dato i natali a Roberts, il South Carolina, dove è probabile che l'abbia ascoltata da ragazzo. La seconda canzone, in ordine, potrebbe essere una canzone Country di Carl Smith datata 1952, dal titolo omonimo. Con la canzone anni '50 però non condividerebbe solo il titolo, ma anche la serie di botta e risposta presenti nel testo, e che sono propri della versione odierna. In ultimo abbiamo la celebre (e resa famosa da altrettante cover) Baby Please Don't Go, originariamente composta da Niela Miller, una cantante statunitense peraltro legata proprio a Roberts sentimentalmente; questa potrebbe essere la chiave di svolta, perché la canzone condivide con Hey Joe una serie regolare di accordi e progressioni. La cosa curiosa di questo brano, oltre che la sua bizzarra origine, è che nonostante esistono moltissimi master su cui Roberts ha registrato la canzone, il primo dei quali risalente al 1961, non esiste alcuna pubblicazione ufficiale nel corso degli anni a suo nome, come dire che "tutti sanno, ma nessuno dice". Anche perché ciò che ha reso celebre questo particolare brano, è proprio la cover che mr Hendrix ha messo in piedi per il suo disco, non introdotta nella versione inglese, ma è stato anche il primo singolo che ha preceduto il disco, datato 1966 (16 Dicembre), mentre invece compare alla posizione numero tre della versione americana. Il pezzo inizia con un lemme ritmo di chitarra, quasi un assolo, che si protrae fino alla pronuncia del nome della canzone, e si entra nel vivo. Vivo del pezzo però che non è assolutamente di stampo acido, rockeggiante o esuberante come abbiamo sentito nel brano che ha aperto l'album nella versione inglese, né tantomeno in Purple, si tratta di un refrain di stampo prettamente Blues (e qui torniamo al tema sentito in Red House, probabilmente la canzone ne è la sua sostituta, per il pubblico americano), in cui Jimi ricama con la sei corde in maniera sempre dolce e maliziosa, quasi volesse sfiorare la chitarra piuttosto che suonarla. E' un omaggio ai vari artisti che hanno popolato l'America di inizio secolo, Roberts compreso, un viaggio nei toni del dolore e della sofferenza che qui, forse ancor più che nelle scorribande della casa rossa, si fa sentire con maggiore impatto. La batteria nel frattempo, sempre in sottofondo, compie piccoli voli di stile man mano che il brano procede, e man mano che andiamo avanti coi minuti, anche il basso risente di questo incipit, iniziando a percuotere le corde in maniera sempre affannosa, ma mai banale. A circa un minuto e trenta dall'inizio del pezzo, l'intera sezione ritmica, dopo una serie di veloci spazzolate ai piatti, fa esplodere l'ascolto, permettendo a Jimi di esibirsi nel suo solo; assolo che stavolta torna ad essere Blues come ormai molti brani fa, con un impatto sonoro notevole ed una scala di Blue notes davvero degna di questo nome: si va giù e su lungo il manico della chitarra, continuando a percorrere le note con fare da guerrieri, mentre il buon Hendrix inanella i propri ritmi uno dopo l'altro, suonando magari la chitarra coi denti, come era solito fare durante i concerti. Dopo questa enorme tempesta sonora, il brano parrebbe acquietarsi, e lo fa tornando al tema principale, con il suo carico di mestizia ed incompletezza d'animo che sente il protagonista, come vedremo in seguito. Si procede con l'andante principale fino a quando, con un preciso cambio di voce e tempo da parte di Hendrix, non arriviamo al terzo blocco della canzone, a cui seguirà il finale. Finale che arriva grazie ad un ritmo sincopato, ma sempre Blues, da parte della sei corde, con Jimi che usa un tono nettamente più incisivo che negli scorsi minuti di ascolto, donando cattiveria e sentimento al brano stesso, conferendogli un sapore magico. Le spazzolate di batteria si sprecano in mezzo alla cacofonia emessa dalla chitarra, che come è già accaduto varie volte nel corso dei brani precedenti, porta il pezzo ad esplodere piano piano, e a divenire sempre più cacofonico man mano che ci avviciniamo al finale deciso del pezzo, col quale, sempre in dissolvenza, veniamo abbandonati al nostro destino. Durante i concerti, come accadeva per altre canzoni, Jimi spingeva il solo della canzone fino ad allungarla a sette, alle volte dieci minuti, conferendo ancora più grinta ed infondendo più energia nella parte centrale, che nell'ascolto vinilico dura una manciata di secondi. Curioso anche come questo pezzo, secondo il produttore iniziale a cui venne fatto ascoltare, non avesse niente di particolarmente innovativo, che liquidò il brano senza pietà. Tutti, ai tempi, conoscevano la versione di Roberts, ma Jimi trasse molta più ispirazione dalle esibizioni di Tim Rose, cantante Folk che Hendrix e Chandler avevano più volte visto esibirsi al Cafè Wha? di New York, dove peraltro anche il pezzo di Jimi prese vita. Dopo la liquidazione sbrigativa iniziale, chi invece credette subito nelle abilità di Jimi e nel suo saper ri-arrangiare e comporre, fu il manager degli Who, la grande band inglese famosa per due cose: velocità d'esecuzione e follia personale dei membri. Kim Lambert riuscì a far pubblicare il singolo, che divenne il più venduto nella classifica dei dischi britannici del 1967, una grande vittoria per la premiata ditta Chandler/Hendrix. Il testo del brano, in linea coi fraseggi Blues di cui è ricolmo, parla, come sappiamo di una grande fuga da parte di Joe, l'uomo che ha ammazzato la sua donna. Lo scambio di battute fra le due parti è essenzialmente fra Joe ed una seconda persona che lo conosce bene, e lo incontra per la strada, prima con una pistola in mano, e gli chiede che cosa ci voglia fare. L'uomo risponde che vorrebbe uccidere la sua signora, perché si sa come è in questi casi, l'ha trovata con un altro, e giustizia deve essere fatta. In seguito l'uomo incontra Joe a fatto già avvenuto, e gli chiede perché abbia fatto un gesto così insensato; la risposta di Joe è sempre secca e diretta, andava fatto, lei era con un altro, anzi, era a fare casino in giro per la città, come dice lui stesso nel testo. E così le ha sparato, solo che adesso si sta piano piano accorgendo di quel che ha combinato, e deve scappare; se ne andrà più lontano possibile, in Messico, a sud comunque, dove nessuno potrà trovarlo mai, dove soprattutto nessuno potrà mettergli un cappio al collo per quel che ha fatto. Lui non aveva voglia di seguire le regole, lui voleva solo fare giustizia, e fra essa ed il suo compimento, c'era solo la sua signora ed un colpo di pistola; in realtà, sentendo bene come Jimi interpreta il testo, il pentimento di Joe è quasi istantaneo. La rabbia che lo aveva pervaso e persuaso a premere il grilletto, adesso si sta trasformando in paura, paura di avere qualcuno alle costole che lo cerca, oppure la semplice paura di essere scoperto e pagare per le sue colpe. Per questo decide, in maniera fittizia, di trasformarsi in un ribelle senza scrupoli, che non si vuol far fermare da niente e da nessuno, nonostante la sua anima sia tormentata dal terrore e dalla paura. Ed il brano si conclude con l'ultimo saluto fra le due parti, con l'uomo che saluta Joe e gli augura di scampare a quel che ha fatto, anzi, gli dice di sbrigarsi, prima che sia troppo tardi. Geniale l'idea di usare due stili vocali diversi per interpretare le due parti, così come è geniale l'idea anche di usare un ritmo più sommesso e lento (l'inizio per esempio) per dare voce alla parte razionale, colui che chiede, mentre si usa il ritmo al vetriolo per impersonare Joe stesso ed il suo carico di follia omicida, con anche alcuni fraseggi vocali nettamente più alti di tutto il resto del pezzo.

The Wind Cries Mary

Altra canzone che venne aggiunta nella versione USA, e che in Inghilterra arrivò solo come singolo prodotto dalla Track Records di Londra, anche se le registrazioni vennero effettuate presso gli Olympic Studios, è un altro pezzo di storia importante per questo artista, una canzone che ha segnato la storia, parliamo di "The Wind Cries Mary (Il Vento Piange Mary)": il pezzo è stato composto nel 1967, e venne registrato dopo l'altrettanto celebre Fire in soli venti minuti, quasi al primo colpo praticamente. Si tratta sostanzialmente di una traccia che gioca tutta sul Fa maggiore, costruendoci attorno i vari ricami. Il brano inizia con un lento movimento del basso e della chitarra, seguiti dalla batteria, che piano piano sopraggiungono ed iniziano ad intonare una dolce melodia dal sapore Blues, ma anche molto Jazz nella resa finale. Dopo poco irrompe la voce, che esattamente come per Joe, utilizza un cantato/recitato di grande effetto, intristito, ma non troppo aggressivo; il brano continua la sua lenta corsa verso la fine della prima parte, che grazie ad un piccolo silenzio e ripresa veloce da parte delle pelli, ci trasporta alla ripetizione del main theme, ma con parole diverse stavolta. Il basso si sente non in lontananza, ma come presenza massiccia sulla scena, così come la cassa della batteria, che fa da netto contrasto con la musica suonata. Il secondo blocco del brano è assai più sofferto del primo, come un dolore che lacera man mano che si procede all'interno della canzone, e ti scava dentro come un verme famelico. A circa due minuti dall'inizio arriva anche l'assolo, stavolta sulla scala pentatonica del Fa maggiore; una canzone che, nonostante l'uso intensivo di un piccolo range di note, risulta essere geniale comunque, aiutata principalmente dall'esecuzione, ma anche dagli strumenti di accompagnamento, che non vanno mai dimenticati. Il solo si prolunga ed entra di nuovo la voce col suo carico di dolore, straziante e rotta quasi, sembra che Jimi scoppi in lacrime mentre ci racconta la storia, in perfetta linea col titolo: abbiamo poi, nel terzo blocco, la ripetizione del tema portante che ci guida man mano verso il finale, che arriva dopo un altro minuto e mezzo di pura improvvisazione Blues, incentrando molto la riproduzione sugli effetti della voce e sulla sua esecuzione. E' un brano perfetto per la sede live, che sul palcoscenico può essere tirato per i capelli, ma non troppo, magari inserendo anche altri soli nel centro o alla fine, cosa che accadeva abbastanza spesso: qui Jimi da prova nuovamente del suo saper essere anche un abile e sopraffino bluesman, e non solo quell'acido Rocker psichedelico ed elettrico che tutti conosciamo. Era capace si di creare canzoni energiche e frizzanti, ma anche di concedersi momenti personali col suo strumento, e Mary è uno di questi. Questo pezzo è considerato all'unanimità come uno dei brani che meglio rappresentano il cosiddetto "Blues Hendrixiano", quella capacità di Jimi nel particolare, di riuscire a prendere le tradizioni Blues americane, mischiarle con la sua fervente personalità, e dare vita a qualcosa di incommensurabile, particolare e complesso nonostante la semplice struttura di fondo, che sono comunque Blue Notes, per quanto distorte o elettrificate. Mary rappresenta un picco, come diremo poi nell'analisi finale, davvero alto, che il buon Hendrix scala con una facilità impressionante, la naturalezza, se si osservano i video live, con cui esegue qualsiasi brano che gli capiti sottomano, è spaventoso. Sembra davvero di osservare qualcuno che sa parlare bene e fraseggiare bene soltanto con una chitarra fra le mani, mentre interviste lo descrivono quasi come schivo, sul palco è la naturalezza fatta uomo, un enorme trip acido e morbido, come una setosa coperta, e noi non possiamo far altro che andare in estasi. E' quasi un mistico momento fra il musicista ed il suo prolungamento, quella lucida sei corde che lo accompagnava ovunque, Jimi decide di dedicarle una dolce melodia, facendola risuonare ovunque, e portandola in giro come un faro. Arriviamo alla fine quasi con le lacrime agli occhi, specialmente per l'interpretazione vocale, ma anche la musica stessa ci lascia pieni di emozioni, quasi avessimo fatto un viaggio mentale all'interno delle note e della musica stessa, assieme al nostro chitarrista con i capelli a raggiera. La scelta di eseguire il brano in Fa maggiore, pare sia stata dettata da Curtis Mayfield, compositore R&B, Blues e Soul americano che Hendrix amava molto (come vedremo nei prossimi dischi, Jimi era un vero divoratore di musica seriale, tutto quel che gli capitava a tiro, mangiava, elaborava e riproponeva nel suo unico stile, ed ha sempre nutrito un rispetto ed una stima profonda per il Blues come abbiamo già detto, ma anche per il Gospel, così come per il Soul o il Rythm and Blues, tutte parti di quel calderone di influenze che era il suo modo di suonare). Secondo alcuni, come era accaduto per Foxy Lady, il brano sarebbe dedicato alla donna di Jimi, e che la canzone sia stata scritta dopo un brutto litigio fra i due, al fine di farsi perdonare, ma altri sostengono che quella Mary sia in realtà la Marijuana, chiamata Mary Jane, e quindi forse un inno di amore/odio verso la sostanza. Difficile dire quale delle due sia corretta, potrebbe essere anche nessuna di questa due, ed Hendrix potrebbe aver dedicato la canzone anche ad una donna conosciuta pochissimo tempo prima di comporre il brano. Il testo della canzone parla sostanzialmente di una donna che non si capisce mai fino in fondo se è andata via, oppure se è veramente morta (come alcune parti del brano lascerebbero intendere); rimane il fatto che ella non c'è più, ed il vento la piange, piange lasciando cadere le proprie gocce d'acqua sulla città, senza mai dimenticarla. Era una donna speciale, nonostante l'età avanzasse, lei era sempre lì, pronta per tutti e ad aiutare tutti, come una mamma premurosa; ed adesso che non c'è più, l'incolmabile vuoto che ha lasciato non sarà mai riempito da niente, nessuno riuscirà mai a cambiare quel che è stato. L'interpretazione di Jimi qui farebbe pensare anche ad una ipotetica (almeno per chi vi scrive) dedica a sua mamma, mai conosciuta; il vuoto che essa ha lasciato dentro di lui è incolmabile come quello della povera Mary Jane, e forse c'è un collegamento, non lo sapremo mai, possiamo solo elaborare congetture ed ipotesi. Quel che è certo è che questa, assieme forse ad altre due o tre, è uno dei momenti più carichi di passione di tutto Are You Experienced?, un momento intimo con lo strumento, ma anche col testo come possiamo evincere dalla struttura alla fine molto semplice del brano, un costrutto però duro come la roccia, che riesce a penetrare nei cuori di tutti. The Wind Cries, nonostante le sue note basilari ed il suo approccio ripetitivo (in senso buono) rappresenta un enorme picco raggiunto per l'ennesima volta da questo artista, che è riuscito a reinterpretare alla sua maniera le tradizioni Blues americane, dandogli per la seconda volta la sua personale impronta; nella versione inglese ci era riuscito parlandoci di una donna andata via e che lui amava, mentre adesso ci parla di qualcosa di non ben definito, ma il leitmotiv non cambia, se ne è sempre andata lasciando una scia di dolore. La canzone è stata apprezzata fin da subito, ed ancora oggi rimane una delle hit che le persone ascoltano più volentieri dell'artista, almeno per quanto riguarda la sezione ballad; rappresenta forse uno dei momenti più personali del disco, in cui Hendrix apre la nostra anima, mai troppo, a noi ascoltatori, facendoci vedere il suo interno più profondo e pregno di sentimenti contrastanti. Perché alla fine forse il vento piange perché sa il dolore che affligge quest'uomo che con una chitarra in mano sapeva fare cose incredibili, e chissà, forse Mary Jane non era sua mamma, e neanche la Marijuana, forse era lui stesso, personificato in colei che ha sempre rappresentato una minaccia ed un dolce piacere al tempo stesso, qualcosa da cui scappare ed essere vicendevolmente attratti come calamite, una donna. 

Stone Free

A "Stone Free (Totalmente Libero)" fu affidato l'arduo compito di far parte del Lato B del primo singolo della Jimi Hendrix Experience, ovvero la colossale "Hey Joe". E dire che "Stone Free" non  era nemmeno in programma, in quanto Hendrix era intenzionato a piazzare come lato B un'altra cover, scelta dalla quale si discostò su consiglio del produttore Chas Chandler il quale gli propose di inserire un inedito per poter in seguito guadagnare del denaro grazie alle royalties. Fu così che durante una jam session avvenuta in un club di Londra il 24 Ottobre del 1966 (solo un giorno prima aveva terminato la sua versione di "Hey Joe" da usare poi come singolo di lancio) ebbe la vita "Stone Free", registrata ufficialmente il due novembre 1966 ai "De Lane Lea Studios" in appena un'ora, con Chandler (ex bassista dei The Animals) impegnato ad aiutare Redding con le linee di basso. Insomma, un brano nato quasi "per caso" ma destinato sin da subito a far larghi proseliti; lo stesso Jeff Beck ha più volte dichiarato come "Stone Free" fosse il suo brano preferito di tutta la carriere di Jimi. Parlando in termini più strettamente musicali, il pezzo parte col suo tosto incedere blues, grazie alla chitarra di Jimi che sa essere seducente e serpeggiante quant'altre mai. Ben presto arriva un ritmo sostenuto a far compagnia alla sei corde del frontman, una batteria che grazie all'ausilio di un campanaccio riesce a rendere il tutto ancora più sentito e passionale, un ritmo al quale è impossibile non resistere. Un insieme considerato, a ragione, come l'ensemble definitivo del proto-hard rock. Perdiamoci ad ascoltare infatti le note blueseggianti ma comunque "dure" di Jimi, il tempo ben sostenuto da Noel e Mitchell, amalgamiamo il tutto e proiettiamoci di lì a tre anni, quando gente come Felix Pappalardi e Leslie West avrebbero ripreso questa lezione per dar vita a dischi memorabili come "Climbing!". Hard 'n' Blues allo stato puro, ritmo incalzante e chitarra incredibilmente seducente, erotica quasi, un'ascia che sa essere accomodante ma anche una femme fatale quando serve. Ci illudiamo di farci trasportare da quelle note così calde ed avvolgenti, ma ecco che nel momento prima del refrain e nel refrain stesso sentiamo degli artigli squarciare la nostra anima. Perdersi nell'esaltazione del momento è dunque d'obbligo. Dopo il primo ritornello assistiamo ad un graditissimo ritorno del campanaccio e dei tempi ben più riflessivi. Jimi si dimostra sempre un cantante assai comunicativo e particolare, Noel e Mitch al solito non sbagliano un colpo e riescono a sostenerlo nel migliore dei modi, donando alla sua arte chitarristica il supporto necessario per potersi esprimere. Un nuovo refrain, subito dopo il quale assistiamo ad un assolo monumentale; minuto 2:23, ascoltate per bene questa sequenza di note e provate a dire che, fra i loro meandri, non ci sia già lo spettro di quel che sentiremo qualche anno più tardi quando i vari Deep Purple e Led Zeppelin faranno la loro comparsa sul mercato discografico. Un assolo che anticipa alla grande l'Hard Rock, un'espressione d'arte che contiene in sé i feelings del Blues, la potenza dell'Hard Rock.. e, perché no, lo spettro di quel che sarà poi la selvaggia attitudine di chitarristi come K.K. Downing (Hendrixiano convinto). Tutto era stato anticipato da questo ragazzo di Seattle che, semplicemente facendo ciò che gli piaceva, stava inconsapevolmente tracciando un sentiero unico e fondamentale. Uno dei suoi assoli definitivi, non c'è altro da dire. Signore e signori, questo è Jimi Hendrix, un bluesman - rocker ed ispiratore per generazioni di metallari avvenire. Come può un ragazzo così giovane incarnare dentro di sé così tante anime? Impossibile rispondere, c'è solo da stare in silenzio, ascoltare, godere di questi folli abbracci, perdersi nei meandri dell'Arte che non conosce limiti od imposizioni. Molti artisti hanno spesso rappresentato Jimi nell'atto di suonare fra le fiamme, e possiamo dirlo.. mai ci fu rappresentazione più veritiera. Fuoco ed energia, questa è la sua musica. Se persino un titano come Miles Davis, l'autore di quel monumentale "Kind Of Blue" se n'era accorto, chi siamo noi per poter affermare il contrario? Giungiamo presto alla fine udendo un sound più concitato, in cui spicca il basso di Noel e la batteria aumenta notevolmente la sua velocità. Pochi secondi che chiudono di fatto un brano incredibile, come le parole che lo accompagnano, dopo tutto. Letteralmente, "Stone Free" significa "totalmente libero", è un'espressione gergale usata soprattutto negli Stati Uniti per indicare uno stato di libertà assoluta, mista anche ad un sano menefreghismo per il mondo che ci circonda. E' forse uno dei testi maggiormente autobiografici mai composti da Jimi ed uno dei primi a rimarcare l'assoluta genuinità della vita da Rocker. Pensiamo infatti a tutte le diramazioni che il genere Rock ha preso, da Jimi Hendrix in poi: Punk, Metal, in ognuno di questi nuovi nati è sempre stato intrinseco un forte senso di appartenenza, la fierezza di essere diversi da una massa conformista e "timorosa di Dio". Si pensi a brani come "Hey Little Rich Boy" degli Sham 69, in cui i Punk si divertono a canzonare i ragazzi di buona famiglia e a sottolineare quanto sia bello andare in giro in autobus (essendo privi di macchine costose), proprio perché alla fine della fiera è l'alternativo, il "pazzo", ad essere veramente libero. Con il suo giubbotto di pelle consumata  e la sua cresta. Spostandoci sul Rock e sul Metal, poi, ne avremmo a bizzeffe di esempi da fare; "We're Not Gonna Take It" dei Twisted Sister, "High Voltage" degli AC/DC, "Crazy Nights" dei KISS. Vari esempi di come artisti diversi fra loro abbiano voluto celebrare la loro vita da Rockers e Metallari, fregandosene del mondo e portando orgogliosamente i loro capelli lunghi. Hendrix anticipa di netto questa tendenza e parla, in questa sua canzone, di quanto la gente molto spesso non sappia proprio farsi gli affari suoi. Sono sempre pronti a giudicarlo, per la sua capigliatura o per i suoi indumenti, per il suo modo di suonare, per il suo atteggiamento sprezzante; insomma, una vera e propria inquisizione giornaliera che il chitarrista è costretto a subire, comunque non perdendo mai la sua calma e la sua serenità. Egli è assolutamente convinto di quel che sta facendo, si piace così com'è ed ama la sua vita, della quale non cambierebbe nemmeno una virgola. E' chi giudica, il 100% delle volte, ad avere i problemi, non certo chi si fa gli affari suoi vestendosi e portando i capelli come gli pare. Essere un Rocker purtroppo vuol dire anche trasportarsi dietro certi problemi, eppure Jimi non se ne fa un carico eccessivo. Egli sa di custodire in sé il dono più grande e prezioso al mondo, LA LIBERTA' ASSOLUTA. Egli non ha problemi, può fare ciò che vuole e soprattutto può contare sulla sua chitarra, sulla sua musica. Chi avrebbe dunque i problemi? Chi è il condannato e chi è l'inquisitore? Quando il nostro cuore è puro e la nostra coscienza pulita non ci sono ostacoli che tengano, possiamo fare tutto quello che vogliamo. Gli altri chiacchiereranno e sparleranno, ma proprio perché in cuor loro sanno di essere schiavizzati e frustrati da un sistema che gli impone di essere automi prodotti in serie.

51st Anniversary

L'inizio di "51st Anniversary (Il cinquantesimo anniversario)" è alquanto singolare: se lo stile "ad intermittenza" con il quale l'impasto sonoro ci viene presentato sembra richiamare un altro pezzo della Experience, ovvero "Purple Haze" (anche se nel caso di "51st.." i tempi sono molto più veloci e concitati), da un lato possiamo udire, nello svilupparsi di questi primi secondi, una sorta di mood Rock 'n' Roll che ricorda molto da vicino lo stile dei Rolling Stones. Verrebbe proprio da dire che "51st Anniversary" possa essere considerata la sorella maggiore di "Jumping Jack Flash", visto che la chitarra di Jimi sembra scandire proprio dei riff blues n'n roll che molto assomigliano alla hit degli Stones, la quale verrà pubblicata esattamente un anno dopo "Are You Experienced", nel 1968. Non si sta certo urlando al plagio, chiariamoci immediatamente: si sta unicamente sottolineando una certa somiglianza in alcuni punti dei due brani, anche e soprattutto per via del fatto che, dopo "Their Satanic Majesties Request" contemporaneo ad "Are You Experienced", gli Stones stavano allontanandosi progressivamente dalla vena lisergico-psichedelica mostrata in quel capitolo per riabbracciare il Blues Rock 'n' Roll degli inizi. Nel '68 Hendrix era già un nome assai noto, se anche Richards e Jagger avessero deliberatamente ripreso il suo stile per creare un pezzo che potesse ricatapultarli nell'Olimpo del Rock più grezzo e meno "acido", questo non sarebbe certo da considerarsi un delitto. Anzi, sarebbe un'ulteriore conferma della potenza di questo giovane ragazzo di Seattle, in grado anche di influenzare quello che all'epoca era un gruppo da vertici della hit parade. Sebbene "Jumping.." suoni molto più "veloce" e "pestata", le somiglianze fra alcuni momenti ci sono. Ma ripetiamolo, si parla di tributi forse involontari e non di copie. Nessuno dei due, né Hendrix né Richards, avevano bisogno di plagiare qualcun altro. Diversamente da quanto accaduto col precedente brano, dunque, ci troviamo dinnanzi ad un pezzo che fa subito della ritmica incalzante e della velocità la sua forza, una vera e propria manifestazione di Rock 'n' Roll senza se e senza ma. La chitarra di Jimi non perde il suo tocco blues anche se le sue calde note sono rese più pungenti da questo incedere aggressivo, un vero e proprio pezzo "in your face" ante litteram, diretto e privo di fronzoli, salvo qualche piccola pausa in cui udiamo solo la voce del frontman ben coadiuvato dal ride di Mitchell e dal basso "ad intermittenza", come all'inizio, di Noel. Basso perfettamente registrato e magnificamente inserito in un contesto che abbatte ogni tipo di muro. Rock 'n' Roll allo stato puro, cosa potremmo desiderare di più? Il finale, poi, è alquanto singolare: la chitarra di Jimi comincia ad intonare un'acuta ed "acida" litania, quasi psichedelica, la quale si protrae comunque per pochi secondi ed è destinata ad esaurirsi di lì a breve. Anche questa volta, dal punto di vista lirico, troviamo forse un altro testo di carattere biografico: delle lyrics che parlano (in maniera comunque leggera ed ironica) di matrimonio, si pensa direttamente ispirate alla realtà non propriamente felice vissuta dallo stesso Jimi, che non ha mai visto nella sua famiglia un qualcosa di forte ed indissolubile come di norma dovrebbe essere. Il testo sembra infatti scherzare e canzonare la vita di coppia, parlando di quanto il matrimonio possa essere "bello" unicamente agli inizi. E' più l'idea ad attirare le persone, la felicità di quel giorno, la festa e la cerimonia; peccato che tutto sia destinato a scemare poco a poco, portando con se diverse situazioni fastidiose e spinose. Ben presto, dopo tanti anni di convivenza, anniversario dopo anniversario, la coppia comincia ad incrinarsi a causa della monotonia. Marito e moglie arrivano a non sopportarsi più, il loro amore diviene unicamente una facciata atta a preservare uno status civile (all'epoca di Jimi, essere "sistemati" da quel punto di vista voleva dire, ancor più di oggi, essere "persone per bene") che ormai si è ridotto ad una semplice firma su di un registro / scambio di parole in una chiesa. Passano gli anni ed arrivano i figli, tante bocche da sfamare che portano problemi su problemi. Costano soldi: cibo, istruzione, sanità.. la coppia rischia di scoppiare dunque definitivamente, in quanto la donna è costretta a rimanere in casa ad accudire la prole mentre l'uomo cade nel baratro dell'alcool, bevendo per dimenticare cosa lo attenderà al suo rientro in casa. Jimi non vuole proprio fare questa fine ed esprime tutto ciò alla ragazza alla quale si rivolge in questo testo. "Sistemarsi" non è affatto una priorità, perché mai si dovrebbe rischiare di finire a quel modo? Molto meglio amarsi in totale libertà, senza costrizioni e senza vincoli, rimanendo liberi di poter vivere la propria relazione senza che questa vada incontro a deterioramenti di vario tipo. Una condotta di vita "libertina", per la società dell'epoca.. ma comunque direttamente riconducibile alla decantata libertà di "Stone Free". Hendrix ha semplicemente valutato i pro ed i contro della vita di coppia e, a suo personale giudizio, ha scoperto che i lati negativi pesano più dei positivi. Perché dunque castrarsi in una dimensione a lui non consona? Molto meglio amare in libertà!

Highway Chile

"Highway Chile (Un ragazzo di strada)" è di fatto l'ultimo inedito a chiudere definitivamente questa nutrita appendice riguardante le bonus tracks dell'edizione americana di "Are You Experienced". La chitarra di Jimi apre immediatamente le danze con suoni acuti e sofferti, quasi essa stesse implorando effettivamente pietà sotto le plettrate di un Jimi che, nuovamente, riesce a portare il tutto in una dimensione che riesce a trascendere persino la musica stessa. Sembra quasi che egli sia intento, nuovamente (e come già detto nel corso di questo articolo) ad intrattenere un rapporto quasi umano con il suo strumento, quasi la sei corde non fosse solo un oggetto ma una donna, la sua donna, da far gemere di piacere e da appagare sotto tutti i punti di vista. Altre spiegazioni non possono essere trovate, per descrivere queste prime note; quasi un gemito lamentoso ma comunque intriso di lussuria, di ancestrale passionalità. Si continua su questa falsa riga e dopo una manciata di secondo il tutto scivola verso un blues sostenuto magnificamente da un'andatura che sicuramente avrà ispirato (e non poco) i The Doors in fase di composizione della celeberrima "Roadhouse Blues". La batteria abbonda del solito mood "jazzistico" a tratti, il basso è al solito preziosissimo in fase di riempimento ed accompagnamento, riesce veramente a far risaltare il lavoro (straordinario) di un Hendrix che, con la sua meravigliosa voce "black", di quando in quando si diverte anche ad indugiare con delle melodie "turbinanti" in fase di pre-refrain, salvo poi nel ritornello ri-sfoderare il riff iniziale. Possiamo addirittura riscontrare diversi elementi R&B ed addirittura, da diversi critici musicali, il brano è stato descritto come una sorta di "funky shuffle su di un tappeto blues". Ancora una volta assistiamo dunque alla messa in pratica di quella grande poliedricità / turbinio di sensazioni che qualificavano appieno una mente geniale come quella di Jimi. La sua chitarra / non smette di godere e viene dunque il tempo per un assolo, anche questa volta, incredibilmente passionale. Note infuocate e taglienti che si rincorrono senza sosta, squillanti e sempre velate di quel pulviscolo "ferroso" che rendono il momento solista una vera e propria esplosione di Rock 'n' Roll. Tante grandi personalità avranno sicuramente attinto da questo assolo, e non è un caso che molti Hendrixiani di ferro come K.K. Downing abbiano sempre (e diciamo SEMPRE) rimarcato l'assoluta importanza di questo giovane musicista di Seattle. Finito l'assolo si riprende con il Blues, questa volta i toni sembrano più concitati e marcati, il ritmo anche sembra accelerare in maniera quasi impercettibile: Mitchell si dimostra in grado di far letteralmente follie sul suo drum kit, cedendo di quando in quando a qualche fill particolarmente indicativo circa la sua grande tecnica, senza perdere MAI il ritmo; Redding dal canto suo si dimostra un bassista eccezionale, mentre come da "copione" Jimi riprende a cesellare il lavoro ritmico dei suoi compagni facendo di nuovo quel che vuole della sua chitarra. Un suono blues, sporco e sofferto ma a tratti squillante e chiaro, quasi trascendentale, in grado di farci provare sensazioni a dir poco lisergiche. Sulla band che sembra quasi jammare su questo finale, dunque, concludiamo una delle esperienze più importanti della storia del Rock. Più che una pietra miliare, un autentica montagna da osservare con timore reverenziale e rispetto incommensurabile. Il testo è nuovamente autobiografico, ed il titolo porta con sé una particolarità dovuta ad un difetto di pronuncia che aveva caratterizzato da sempre il parlato di Jimi. La ben nota nazione del Sud America, infatti, poco c'entra con l'argomento delle lyrics: "Chile" sta in fatti per "Child", trasposto il "chile" proprio perché Jimi non pronunciava mai la lettera finale di molte parole (la stessa sorte toccò alla hit "Voodoo Child / ChilE", appunto!). Parlavamo dunque di autobiografia, e difatti le lyrics ci descrivono appieno la coraggiosa avventura di un ragazzo intenzionato a vivere della sua musica, che ha lasciato la sua casa con la sua chitarra in spalla per cercare di realizzare i suoi sogni. Molti lo hanno definito un folle, molti pensano che sia solamente pazzo.. ma lui, dentro di sé, sa di star facendo la cosa giusta, anche se il suo cuore combatte continuamente con la ragione, quest'ultima pacata consigliera che continuamente sussurra al nostro protagonista di tornare indietro, di dormire nel suo letto e di gettarsi fra le braccia di quella ragazza abbandonata a sé stessa. Jimi non demorde, non può lasciare che l'Oasi di una vita tranquilla gli faccia perdere di vista il suo obbiettivo. Si è abbeverato a quella fonte per troppo tempo, è giunto il momento, per lui, di oltrepassare il deserto e di conoscere il mondo, vedere com'è. Scottarsi, farsi del male, suonare.. provare a vivere in una dimensione che non sia tutta tranquillità e monotonia. Il suo senso di libertà, dunque, maturato in "Stone Free", affermato in "51st Anniversary" e qui definitivamente esplicato. Hendrix è uno spirito troppo libero che non può essere rinchiuso né in una cella né in una gabbia dorata. Egli è fatto per viaggiare sull'autostrada, col vento fra i capelli.. libero come un'aquila, fiero come un Re. Non ha padroni né catene, non ha radici da strappare, la sua chitarra è l'unica ispirazione che ha deciso di seguire. Quello strumento portato sulla sua spalla, che gli ricorda giorno dopo giorno quanto la sua scelta di ribellarsi al sistema sia stata giusta ed appagante (chissà se Paul Stanley pensava a queste lyrics, quando componeva "I Pledge Allegiance to the State of Rock 'n' Roll..). Un musicista Rock non conosce riposo, non conosce fissa dimora e soprattutto non conosce staticità. Ha bisogno di girare continuamente, non è fatto per una fissa dimora e nemmeno per il matrimonio. Ha bisogno di amare ogni giorno una donna diversa, ha bisogno di vivere sulla sua pelle tutte quelle emozioni e sensazioni che un borghese comune, suo malgrado, non potrà mai capire. C'è un po' di Rock in tutti noi, dopo tutto: c'è chi riesce a tirarlo fuori e fare delle cose straordinarie, rischiando, cadendo e rialzandosi, leccandosi le ferite ma anche fregiandosi di tante soddisfazioni; c'è chi invece reprime il tutto, preferendo la tranquillità del posto fisso, della moglie, dei bambini. Non proprio il caso di Hendrix, fiero ed indomabile come un leone nella Savana. Il Nostro ci ha dato una gran lezione circa il tema della libertà. Quest'ultima non è certo fare quello che si vuole incondizionatamente, senza rispetto per nulla e per nessuno, anzi. Essere liberi significa anzitutto prendersi le proprie responsabilità, pagare dei prezzi molto spesso salati e dolorosi, essere coscienti che bisogna rispettare anche e soprattutto quella altrui, di libertà. Un testo, una storia da far leggere a troppe persone che si dichiarano "libere" ma che in realtà ben poco sanno di cosa significhi esserlo davvero.

Conclusioni

I quasi cinquant'anni che dividono la nostra epoca da quella di Are You Experienced ci permettono di trarre importanti conclusioni riguardo a questo magnifico album, letteralmente sviscerato sotto ogni suo singolo aspetto. Dalla nostra postazione privilegiata ci è concesso comprendere appieno quello che il disco in questione ha significato - significa - per il mondo del rock, e non solo. Non esiste giornale, webzine, blog o cos'altro voi vogliate che non abbia assegnato il massimo dei voti al debut di Hendrix e soci: da AllMusic al Rolling Stone il parere è unanime. In effetti, come potrebbe non essere così? Diversamente da altri mostri sacri della musica rock e pop - che agli esordi dovettero faticare, e non poco, per portarsi a casa la pagnotta -, i Jimi Hendrix Experience raccolsero sin da subito i frutti del loro lavoro. In termine di vendite, l'enorme successo commerciale garantì loro un incredibile ammontare: un milione di copie nel primo anno! Ciò significa che l'album aveva già conseguito lo status di disco d'oro dopo nemmeno 12 mesi dalla sua pubblicazione. Negli Stati Uniti il successo fu poi devastante. Nel 1986 il disco era già 3-volte platino (un platino equivale a dieci milioni di copie vendute). Nel '98 4-volte platino. Nel 2014 5-volte platino!! I più esperti ed autorevoli critici musicali sono parsi tutti concordi nel sostenere la grandezza di Are You Experienced, un lavoro discografico diventato a tutti gli effetti un masterpiece della musica contemporanea. Per legittimare ulteriormente lo status dell'album arriva l'illustre parere di Richie Unterberger, giornalista più che esperto dei lisergici anni Sessanta. Il critico lo ha consacrato infatti come "uno fra i più definitivi album dell'era psichedelica". Sotto un profilo più tecnico - se vogliamo non del semplice ascoltatore, ma del musicista - Noe Goldwasser, fondatore del celebre Guitar Magazine, ha definito il lavoro come una sorta di Bibbia del rock, nei confronti della quale tutti gli artisti successivi sono poi stati comparati, proprio per valutare la loro grandezza. Are You Experienced è diventato insomma il termine di paragone per eccellenza all'interno del rock di qualità. A supporto dei miei colleghi che tanto bene hanno fatto nell'evidenziarlo nelle righe qui sopra, l'album in questione è inoltre avanti anni luce rispetto ai suoi contemporanei anche per il semplice fatto d'aver cominciato a seminare quelli che erano i germi dell'Heavy Metal. La chitarra di Hendrix, quando era sazia delle partiture blues, s'avventurava infatti su lidi fino ad allora mai esplorati. Erano però territori vergini, selvaggi ed aspri, paludi ancora da bonificare: era quello che oggigiorno definiamo proto-metal. La lungimiranza, la sensazione d'averci visto giusto da parte di Jimi venne confermata conseguentemente dall'autorevolezza del «Miami Herald», dalle cui colonne si è tanto lodato il fatto, da parte della band, dell'aver ardito in termini di violenza sonora al fine di posare quelli che sarebbero poi diventati i canoni estetici del futuro metallo pesante. Per continuare con i riconoscimenti, Robert Christgau, sulle pagine del defunto magazine Blender, ha incensato Hendrix per essersi spinto oltre i canoni della musica del suo tempo. Sfruttando le strutture già consolidate della canzone pop (intelaiatura semplice del brano, durata media limitata ai tre minuti), Jimi ha in seguito aggiunto fraseggi estremamente orecchiabili ed accattivanti che non facevano altro che facilitare l'assimilazione delle melodie alle orecchie dell'ascoltatore. Arrivati a questo punto dell'analisi del disco e del suo lascito, occorre però fare un discorso a parte per quanto riguarda la rivista rock più conosciuta al mondo, il Rolling Stone. Sebbene ai tempi il suo recensore, Jon Landau, stroncò non tanto la capacità tecnica chitarristica di Hendrix (definito "un grandioso chitarrista ed un brillante arrangiatore") ma piuttosto le sue abilità canore e la pochezza nel songwriting (le liriche vennero addirittura definite "sciocche"), la rivista ha finito poi per mutare radicalmente il proprio parere nel corso degli anni, giungendo a considerare l'album sotto tutt'altra luce. Se Landau giudicava negativamente la cifra "inesorabilmente violenta" del disco, la scrittrice Holly George-Warren (autrice della The Rolling Stone Encyclopedia of Rock & Roll) rivolta completamente questa critica: se prima era un difetto, ora questo trademark gioca a vantaggio di Hendrix (esaltato è, a tal proposito, ogni "sovrasfruttamento delle 'urla' dell'amplificatore"). La nuova corrente di pensiero all'interno della rivista, complice il cambiamento dei tempi, ha dunque permesso all'album di poter godere di tutt'altra considerazione. Come esito di questa massiccia rivalutazione, il Rolling Stone ha poi praticamente finito sempre per posizionare l'album ai posti alti delle loro infinite classifiche. Giusto per citare qualche esempio, Are You Experienced ha infatti raggiunto la 15esima posizione nella classifica dei 500 migliori album di sempre, mentre ancora meglio ha fatto in quella dei migliori album d'esordio (3ª posizione). Inoltre, ben 4 canzoni di questo LP sono confluite nella mastodontica classifica dei 500 migliori brani d'ogni tempo (tra queste, la migliore, "Purple Haze", si è assestata al 17esimo posto). Citiamo, infine, la lodevole iniziativa della Biblioteca del Congresso, la biblioteca nazionale statunitense. Ogni anno l'istituzione americana si fa carico di selezionare i prodotti discografici ritenuti meritevoli d'esser aggiunti al Registro nazionale delle registrazioni discografiche (National Recording Registry). Il criterio secondo cui vengono vagliate le opere suona piuttosto come un sacro comandamento: viene infatti promosso tutto ciò che è "culturalmente, storicamente o esteticamente significativo". Di conseguenza, la scelta di Are You Experienced implica dunque il riconoscimento della sua imperitura portata ed eredità. Com'è dunque possibile che un semplice ragazzo, nemmeno trentenne, sia potuto arrivare a tanto? Già solamente il fatto che, come dicevamo in apertura, Hendrix abbia letteralmente fatto discendere un'anima all'interno di uno strumento musicale, è un qualcosa di strabiliante. Probabilmente, oggigiorno, abituati come siamo a fare indigestione di musiche e suoni vari, non riusciamo a capire quanto sforzo ci possa essere dietro ad un musicista che sale su un palcoscenico. Le ore di studio, di preparazione - tecnica e psicologica - per affrontare un concerto davanti a svariate (migliaia) di persone. Eppure, per tanti musicisti professionisti, questo non è altro che un lavoro qualsiasi. Per Hendrix, invece, suonare davanti al fratellino oppure davanti a platee d'inaudita grandezza era probabilmente la stessa cosa. Ovviamente avrà patito anch'egli lo stress per la prestazione, l'ansia di non toppare qualcosa davanti a qualcun altro che avrebbe potuto giudicarlo male. In ogni caso, tuttavia, alla fine prevaleva sempre l'autenticità della musica e del suo musicista. Jimi d'altronde era fatto così: era geniale. Rotti gli indugi, Hendrix fu uno dei pochi, nella storia del rock, a saper tramutare un semplice concerto (evento di per sé già grandioso ed estremamente piacevole per un fan) in un qualcosa di diverso, di spiritualmente ed emotivamente superiore. Non aver visto Hendrix suonare è, forse, una delle poche limitazioni che ci impediscono di cogliere la sua genialità nella maniera più totale. Se mi concedete il paragone, è esattamente come quando guardiamo le stelle, interrogandoci sui misteri dell'universo. La nostra intelligenza arriva solo fino ad un certo punto: oltre non riesce a spingersi. Ci sono dunque cose di Hendrix che non potremo mai realmente comprendere. Ci possiamo arrivare vicino, quello sì. Un lampo può attraversarci la mente quando ascoltiamo un particolare riff, un lick che non avevamo mai notato prima. Una frazione di secondo che ci fa meravigliare della sua creatività. Tutto ciò è possibile, ma la vera comprensione ci sarà sempre preclusa. Una situazione molto simile la visse chi, nel 1967, assistette ad uno dei suoi concerti. Non si poteva ancora parlare di "mostro sacro" solo per questioni meramente anagrafiche e discografiche, ma si nutriva comunque la netta sensazione di presenziare a qualcosa che non si vedeva tutti i giorni. Gli artisti che erano presenti quella sera al Bag O'Nails di Londra, con le loro colorite esclamazioni, sono la più sacrosanta conferma all'estro ed al genio di Hendrix. Artisti che erano già più o meno affermati, professionisti che vivevano di musica già allora, si trovarono in quel momento al cospetto di un dio sceso sulla terra. Trasfiguratasi uomo, la divinità era lì, proprio davanti a loro: stava su un palco a professare il suo Verbo. Per farlo usava anche la voce, è vero, ma il vero "fiato" era quello che gli proveniva dal cuore e che, alla pari di un flusso ininterrotto, scorreva nelle braccia, attraverso i suoi nervi, tendini e muscoli, per giungere sino alle mani. Per qualsiasi altro essere umano, la mano è la parte terminale dell'arto superiore: oltre ad essa non c'è più niente. Per Jimi la situazione era diversa: quando imbracciava la chitarra, musicista e strumento non esistevano più se presi singolarmente, bensì si fondevano in un unico, eccezionale corpo in grado di regalare emozioni indescrivibili. Se vogliamo, le mani fungevano da tramite tra spirito artistico e strumento musicale: mettevano in collegamento due anime e la loro conseguente risonanza doveva per forza dare esito a qualcosa di inconcepibile. Ecco, forse questo è l'aggettivo migliore per descrivere la sensazione d'aver assistito ad un concerto di Hendrix. Vederlo su videocassetta, DVD o YouTube, pur essendo le uniche fonti a nostra disposizione, per quanto esperienze a loro modo emozionanti, non sono nemmeno lontanamente paragonabili a quello che voleva dire stare in piedi davanti a lui. Vederlo contorcersi con la chitarra a tracolla. Vederlo suonare coi denti. Vederlo suonare e cantare con estrema disinvoltura. Vederlo bruciare lo stesso strumento che fino ad un attimo prima dichiarava d'amare incondizionatamente. Ecco: Jimi Hendrix era tutto questo. Jimi Hendrix era - scusate - è la musica fatta persona.

1) Foxy Lady
2) Manic Depression
3) Red House
4) Can You See Me
5) Love Or Confusion
6) I Don't Live Today
7) May This Be Love
8) Fire
9) Third Stone From The Sun
10) Remember
11) Are You Experienced?
12) Bonus Tracks
13) Hey Joe
14) The Wind Cries Mary
15) Stone Free
16) 51st Anniversary
17) Highway Chile
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