THE HERETIC ORDER

All Hail The Order

Massacre - 2015

A CURA DI
ANDREA CERASI
09/10/2015
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

Dai fumi soffocanti di Londra prende vita una nuova realtà orrorifica, una band figlia dello shock rock e dell'heavy metal a tratti "esoterico", influenzata da mostri sacri come Mercyful Fate, Black Sabbath e Angel Witch, band divenute famose proprio per la commistione di un certo tipo di Heavy Metal "oscuro" e di tematiche spazianti dall'Horror all'occulto, quest'ultimo trattato più o meno "seriamente" a seconda dei casi. La storia inizia sul finire del 2013 quando il chitarrista Danny Felice, soprannominato Lord Ragnar Wagner, inizia a comporre musica dura ispirata soprattutto dal suo amore nei confronti non solo delle band appena citate (e di tutta la scena horror metal degli anni '70 e '80, nella quale potremmo aggiungere anche i nostrani Death SS) ma anche dalla passione del musicista per il cinema horror della Hammer Production, la storica casa di produzione cinematografia che negli anni '60 - '70 ha prodotto centinaia di pellicole del terrore divenute leggendarie (oggetti delle quali tutti i mostri più o meno "classici", dalla Mummia al Vampiro, passando per il mostro di Frankenstein)  e che aveva come punta di diamante l'attore Christopher Lee, indimenticabile interprete del personaggio di Dracula, venuto a mancare il sette giugno di quest'anno. L'intento del chitarrista è proprio quello di creare una tipologia di musica che si possa sposare bene con le immagini e le atmosfere cinematografiche e teatrali, senza tralasciare il suo forte interesse per quel che sono le tematiche occulte ed esoteriche (alcune delle quali affondano le loro radici nella cultura e nel folklore tipicamente britannici) e soprattutto mostrando una certaaffinità con alcuni tipi di filosofie ispirate per lo più dal satanismo più "intellettuale" e moderno. Chiarite le idee, alla causa dell'horror metal si aggiungono gli altri componenti, il bassista Stuart Cavilla (aka Rotten Skull), ex Breed 77, il batterista Ernie Nogara (aka Evil E), prelevato dai Savage Messiah, e il chitarrista Marcel Contreras Chalk (aka Count Marcel La Vey), ex Affluenza, nascono così i The Heretic Order, rigorosamente pronunciati con l'articolo davanti al nome. Subito i quattro ragazzi si mettono a lavoro per realizzare l'opera-prima e nel 2014 terminano le registrazioni del debutto, prodotto dallo stesso Lord Ragnar. Poco dopo rilasciano il primo singolo dal titolo di "Burn Witch Burn" che desta l'attenzione dei media e anche del pubblico, garantendo loro un contratto con la Massacre Records. Prima dell'uscita del disco la band si esibisce in due festival importanti, il Bloodstock, assieme a Megadeth, Saxon, Amon Amarth, e poi all'Hammerfest VII, in compagnia di Angel Witch, Kamelot, Candlemass e Hell. Nel settembre 2015 finalmente esce "All Hail The Order", primo entusiasmante album del combo britannico, un lavoro che nasce dalle profondità degli abissi e che scava dentro l'animo umano, cercando di trovare uno spazio di spicco nel panorama musicale odierno.

Burn Witch Burn

E' proprio il singolo ad aprire le danze (macabre), "Burn Witch Burn" trasuda Black Sabbath da tutti i pori, col suo andamento doom e l'oscurità sonora a fare da padrone. Chitarre e batteria irrompono lente rievocando cadaveri decomposti e foschie mattutine, poi il ritmo accelera colpendo dritto al cuore e Lord Ragnar, in veste di chitarrista e cantante, comincia a intonare delle strofe malefiche. L'horror metal vecchia scuola, accompagnato da chitarroni pesanti e da una batteria compatta, fa capolino sin dai primi secondi. Ecco che l'andamento accelera con dei fraseggi mirati e di grande fascino classico, i versi sono diretti e cantati con voce semi-acuta e un po' sporca anche se la vera botta di potenza e di cattiveria si ha dopo pochissimi secondi con l'introduzione del ritornello cantato in semi-growl e quasi vomitato in faccia all'ascoltatore e che dona quel tocco di originalità in più al pezzo. La sezione ritmica è un frastuono che si abbatte sugli altoparlanti destando attenzione e mettendo in mostra l'ottima resa sonora grazie a una produzione eccellente. L'intonazione di Lord Ragnar assomiglia a quella di Ozzy Osbourne e trasuda malvagità, mentre si nota un basso energico e suonato con perizia da Rotten Skull. A metà brano c'è un interessante cambio di tempo, ritorna il doom con le chitarre protagoniste, dei vagiti emergono dal microfono e inizia un bellissimo e lungo fraseggio chitarristico ben sostenuto dalla batteria di Evil E che imprime potenza prima di lasciare spazio all'assolo, non troppo tecnico ma di grande impatto. Direi che come presentazione non è male, una bella cavalcata tetra per introdurre il disco e il mondo che ne racconta. Si torna indietro nel tempo narrando del triste destino di una strega e si viene proiettati direttamente al 1669, dove i monaci si radunano attorno al palo dove sarà sacrificata la strega. Hanno voglia di sangue e di carne putrefatta, soltanto così ci sarà la redenzione. Intanto la folla si ammassa per guardare e grida in preda all'isteria quando passa la strega. La donna condannata sa che è giunta la fine e non può fare altro che maledire quei porci cristiani che pensano di purificarsi condannandola a morte per un Dio che non esiste e che assomiglia più che altro al Diavolo.

El Bailes De Los Muertos

Si prosegue con "El Bailes De Los Muertos", titolo spagnolo per indicare la danza dei morti. Questo è un brano quasi interamente strumentale, poiché il cantato fa capolino giusto per pochi secondi annunciando che questa è la danza dei morti, mentre il suonatore è lo stesso Diavolo che compone una musica funerea e che costringe i cadaveri a ballare sulle lapidi. Narrazione brevissima ma fascinosa. L'incanto delle liriche è espresso egregiamente dai musicisti attraverso una cavalcata crepuscolare fatta di sospiri e che è guidata da un riffing serrato che potrebbe ricordare qualcosa dei Megadeth tanto è potente e dall'insito sapore thrash metal mentre il timbro acido del singer, in questo caso, somiglia a quello Dave Mustaine. Il ritmo accelera e decelera di continuo passando da una speed song epica a un mid-tempo oscuro costruito su brillanti fraseggi di chitarra e su rullate scomposte di batteria che tanto devono all'attitudine dei Mercyful Fate. Nella seconda parte, dopo l'assolo, ci si può cullare su un ritmo ipnotico che trascina emotivamente per bellezza e freschezza e che evidenzia le ottime idee di cui dispone il combo inglese. Quattro minuti che volano via e che somigliano davvero a una danza in mezzo alle lapidi, cosparsa di disperazione e di follia, e già da qui si intuisce che siamo di fronte a un album fantastico in grado di proporre qualcosa di originale nonostante i palesi richiami di altre band storiche. 

Rot In Hell

"Rot In Hell" è introdotta da un sinistro arpeggio, dunque esordisce la voce effettata di Lord Ragnar accompagnata da strani echi in sottofondo e poi schioccano le chitarre in una fuga cavalleresca. Le prime strofe sono quasi vellutate e lasciano uno spiraglio di luce, le linee melodiche sono più orecchiabili e si distaccano (come del resto tutta la sezione strumentale) dai brani precedenti. Questa è una traccia tinta di hard rock e dedita più alla melodia che alla potenza, laddove il refrain risalta per morbidezza e la struttura del pezzo è più canonica, basata sul classico strofa-ritornello-strofa-ritornello-solo, ma è comunque un pezzo interessante e ben riuscito che spezza il ritmo soffocante delle prime battute. Probabilmente si tratta del brano meno coraggioso del lotto ma l'idea di fondo è ugualmente ottima così come ottimamente sono eseguite le parti strumentali, a cominciare dall'elegante basso di Rotten Skull, proseguendo con il sinuoso tappeto sonoro imbastito dalla chitarra ritmica di Marcel La Vey e terminando con il brillante assolo di Wagner. Il testo ci proietta in una fase onirica dove un uomo si risveglia urlando per colpa di un incubo, egli è sconvolto e ha il volto contrito perché sa che inizia un altro giorno della sua misera esistenza, ma è stanco di vivere e di aspettare una svolta dettata da altri, perciò decide di proseguire per la propria strada mandando a quel paese tutti quelli che conosce. Da questo momento in poi agirà con la propria testa, cercando di non cadere più nelle menzogne delle altre persone. La vita è un inferno e nel mondo c'è solo marciume, ma è tempo di cambiare e di rivoltarsi.

Death Rides Blues

"Death Rides Blues" è una canzone scatenata, un rock 'n' roll crudele che mostra l'ennesimo cambio di pelle all'interno della musica di questi ragazzi. Le chitarre ruggiscono con un riffing prepotente, poi Wagner intona delle strofe velocissime con voce stanca e velenosa, cambiando ancora una volta modo di cantare. Il refrain è d'impatto, quasi urlato e trascinato in stile Motorhead, in contrasto con le quartine declamate a voce bassa e sospirata. La sezione ritmica è possente, energica, adatta per scuotere gli animi, composta da ottimi assoli e rullate bellicose ma non è finita qui perché il ritmo cambia nella seconda parte, la melodia cresce di intensità, il bridge è fantastico e dà il via a un fraseggio chitarristico che saccheggia a piene mani la N.W.O.B.H.M. sul quale si arpiona lo sporco ritornello fino a terminare con degli ululati notturni che incutono timore. E' incredibile quante soluzioni sonore riescano a trovare i musicisti, le cui idee sono sempre stimolanti e ispirate. Insomma, quarto brano e quarto cambio di stile, accompagnato da un testo nero come la pece che ci scaraventa dritti all'inferno dove un uomo si ritrova dinanzi al Diavolo, quest'ultimo sorride e gli porge la mano, e lui è pronto ad assecondare i desideri del suo padrone, è pronto per la caccia, per il sangue, per mietere vittime. Il demonio lo conosce perfettamente perché ha scavato nella sua anima, nella sua lussuria, nei suoi vizi, conosce ciò che in realtà è, un assassino, un folle omicida che si diverte a provocare paura nelle persone prima di ucciderle, squartandole con la lama del coltello e fracassando i loro crani, bevendo il loro sangue e brindando alla loro morte. Lui è il padrone della notte, un animale desideroso di annientare provocando morte e distruzione.

The Snake

"The Snake" ripropone sonorità vicine al doom metal tanto che sembra di sentire il magnetico gothic dei My Dying Bride, contornato da chitarre sinistre che stritolano i timpani dell'ascoltatore iniettando sottopelle un virus letale. Il pericolo di questo brano si riscontra anche nel cantato malvagio e mistico di Wagner, mentre la cadenza comatosa della batteria di Evil E conduce a un limbo sonoro dove vengono relegate le anime in pena e dove la fitta nebbia occulta il paesaggio. Qui non vi è spiraglio di luce né aperture melodiche, il tutto è avvolto nell'ombra grazie a una trama diretta da una sezione ritmica crudele e dal sapore horror. Il chorus è ipnotico e tormentato, seguito da uno strano effetto della sei-corde che ricorda l'alito grottesco di un fantasma o lo spiffero del vento tra le imposte di legno. L'assolo centrale è immaginifico, dal retrogusto ascetico, dove persino il riff portante eseguito da Marcel La Vey dona una sensazione di contemplazione e di perdizione. In questo limbo musicale si staglia un testo maturo che mette in contrasto fede e scienza. La mela del peccato è una menzogna narrata da millenni per controllare gli stolti ma la verità è altra cosa, il destino dell'uomo non è controllato da nessuno se non dall'uomo stesso, perciò bisogna aprire bene gli occhi, rinnegare tutte quelle scemenze religiose e guardare in faccia la realtà. Non è tempo di seppellire la testa sotto la sabbia, le religioni e i culti sono strumenti del demonio, sono menzogne studiate per plagiare le menti, ma il futuro sarà dominato dalla tecnologia e dalla scienza e di queste pratiche obsolete e bigotte non rimarrà traccia. 

The Snake

"The Snake", oltre ad essere un grande brano è anche una splendida riflessione su ciò che siamo stati e ciò che saremo, ed è strettamente collegata alla prossima "Don't Believe The Lies", heavy song aperta da chitarre sabbiose e assetate di sangue in stile stoner rock mentre le strofe sono davvero particolari, dalla struttura monolitica e contornate da strani effetti sonori sui quali svetta la timbrica corrosiva di Wagner che passa dai versi al ritornello creando un tutt'uno come fosse un'unica massa di metallo che avanza martellando a dovere. Potentissimo è il basso suonato da Rotten Skull, il quale svolge un prezioso lavoro alla base, inoltre è ottima la prova di Evil E dietro le pelli che risulta compatta e terremotante. Ma ciò che colpisce di più sono le chitarre di Wagner e di La Vey, davvero ostinate e lisergiche, dal piglio moderno e quasi ipnotico. Come già accennato, il ritornello non spicca troppo rispetto alle strofe ma si amalgama perfettamente con esse come fosse un continuum e dando appunto questa sensazione di solidità tanto che il tempo cambia solo negli eccellenti pre-chorus, non troppo accentuati e abbastanza mascherati dalle ritmiche vorticose delle asce, e durante l'assolo finale in cui Ragnar Wagner si sfoga con la chitarra. In sintesi, sono tre minuti quadrati e caustici duranti i quali si respira odoro di zolfo. Sicuramente una delle hits di "All Hail The Order" che racconta di un mondo in rovina per colpa delle religioni, dove i più deboli saranno destinati a perire e dove soltanto i più forti sopravviveranno. La paura è il sentimento principale che muove le masse ed è proprio la paura stessa che costringe l'uomo all'errore, una paura indotta da qualcun altro al fine di rendere succubi del potere e di non riuscire più a distinguere la verità del mondo. Le menzogne alimentano l'odio, l'ira e il tradimento, ma adesso è tempo di aprire gli occhi, di scuotersi da questo torpore al quale ci hanno costretto, di svegliarsi dall'ipnosi che ci indebolisce. Bisogna dichiarare guerra alle religioni, bisogna ribellarsi e guardare in faccia la realtà con l'aiuto della scienza e della morale civica.

Dark Light

"Dark Light" è introdotta da misteriose tastiere da film horror anni 70, dunque la sezione ritmica diventa spettrale e ossianica grazie a un andamento sensualmente gotico sul quale spicca il vocalist, l'impatto è più melodico rispetto alla precedente traccia, anche se il tutto risulta essere avvolto da un alone di fitta oscurità che non lascia trapelare spiragli di luce. Dalle tenebre emerge un riffing sulfureo, astratto, che sembra cullare i versi abbastanza cauti intonati dal vocalist per poi aumentare di intensità con qualche rullata di batteria quando sopraggiunge il crepuscolare e vellutato refrain alla Black Sabbath, sempre accompagnato dalle onnipresenti tastiere che emettono un suono lugubre, da cerimonia funebre, che conquista al primo ascolto. "Dark Light" non è un brano duro, trattasi più che altro di un pezzo hard rock moderno (e forse influenzato dai Black Label Society) dai connotati macabri, attraverso i quali si intuiscono le grandi idee della band, come per esempio l'arpeggio ipnotico al terzo minuto che si protrae a lungo prima dell'assolo o come la ripetizione dell'ultimo chorus sotto forma di preghiera demoniaca, con cori profondi intonati con voce arcigna. Ancora una volta il tema trattato è di natura religiosa e in questo caso blasfema, dove Satana scende in terra e si rivolge alla folla, affermando di non essere malvagio ma soltanto vittima di malintesi, colui che tutti incolpano per i loro peccati terreni. Egli non è altro che l'agnello sacrificale dell'ipocrisia umana, nonostante siano ormai trascorsi 2000 anni dalla morte di Cristo, un fantasma che si è sacrificato in vano per una umanità corrotta e poco meritevole della salvezza eterna. Dio non esiste, Gesù è un cadavere inutile, perciò l'unica guida rimane il Demonio a fare luce sul sentiero dell'oscurità, per avverare i sogni dei popoli e per soddisfare i desideri primordiali insiti nella specie umana. Satana non è così terribile come lo dipingono e l'uomo deve votarsi a lui e dimenticare tutte quelle storielle fasulle raccontate da millenni.

Serpents Breath / Ghost Tale

"Serpents Breath" è un intermezzo di appena un minuto poggiato su un riff vertiginoso e magnetico delle due chitarre, le quali si alternano e si sovrappongono creando un effetto stranamente claustrofobico fino a quando, accanto alla chitarra ritmica, subentra l'arpeggio mistico della chitarra acustica. La sensazione è quella di un rituale occulto, di una danza magica, di un incantesimo fiabesco che spezza il ritmo serrato dell'album offrendo poco più di un minuto di riposo nel quale riprendere fiato prima di tornare nel vortice dell'opera con "Ghost Tale", pezzo che esplode con una sezione ritmica dai connotati thrash metal. Lord Ragnar la introduce con un assolo sibilante, mentre gli altri strumenti sembrano rettili dalle fauci spalancate e pronte a masticare ossa e a strappare carni. Il sound è moderno e desta attenzione grazie alle particolari strofe composte da effetti vari, come echi e rumori zanzarosi, tipiche del metal moderno, quasi industriale. Il ritmo è veloce, basato soprattutto sulla potenza scaturita dalla batteria e dalla chitarra ritmica che riproducono un sentiero vertiginoso nel quale perdersi o nel quale rimanere bloccati, mentre la pulsazione disperata del basso di Rotten Skull ha un effetto sardonico sulla composizione, aiutato dalla voce crudele di Wagner che alterna pulizia canora a vagiti gutturali. Questo è un brano che cambia pelle continuamente, ad esempio, dopo la bordata thrash iniziale, la dimensione musicale si irradia di melodia diventando un brano dal piglio moderno, specie nel ritornello, mentre nella seconda parte e dopo il brillante assolo si torna su lidi doom con ritmiche lente e cadaveriche. La cadenza sincopata si protrae per un po', Wagner sospira qualcosa e Skull esegue un elegante giro di basso, poi tutto ricomincia con un ritornello rallentato e meno disperato dei precedenti. La narrazione è interessante, da vero film horror, dove un uomo è funestato da incubi terribili nei quali gli appare un fantasma. Egli non può svegliarsi e muoversi, resta come paralizzato alla vista dello spirito, mentre questa creatura sembrerebbe volerlo con sé nel suo mondo, in un altro spazio-tempo, perciò sta corrodendo la vita dell'uomo e gli sta spappolando la mente rendendolo pazzo e incapace di distinguere la realtà dalla fantasia. E' un viaggio nella psiche malata di questo personaggio, attraverso i suoi sogni e le sue paure. 

Trail Of Sadness

"Trail Of Sadness" parla ancora di paure, di quei sentimenti di incertezza che costellano la vita di un uomo ma è anche una critica nei confronti della natura umana. L'uomo è debole, è avido, è misero e corrotto. L'uomo uccide per diletto, è senza morale, senza un fine. L'umanità è un cancro che corrode il mondo e si diffonde devastando ogni cosa, bruciando la terra sulla quale cammina e strisciando nell'oscurità per massacrare gli altri esseri viventi. Siamo invasi dagli incubi e per noi non ci sarà mai una cura, spariremo senza lasciare tracce dopo aver distrutto il mondo intero, poiché il cammino dell'uomo è soltanto un sentiero di tristezza. Le liriche sono brutali ma anche la musica è spietata, un colpo di batteria e le tastiere si impennano evidenziando la sacralità del momento. Lord Ragnar è liturgico e declamatorio, e canta con una strana voce effettata sovrastando l'inquietante suono emesso dalle tastiere. Il ritmo si potenzia (non troppo) nel primo ritornello per poi spegnersi di nuovo in un mid-tempo dal gusto melodico nel quale il vocalist canta quasi a cappella, solo con l'accompagnamento sincopato della batteria, mentre le chitarre e il basso restano in attesa di nuove direttive. Le strofe che seguono vedono il rientro in scena di tutti gli strumenti, in particolare della tastiera e del basso, quest'ultimo ha uno spazio tutto suo ed è sorprendente la fase che troviamo all'inizio del terzo minuto dove sopra un giro di basso appunto viene costruito un solo chitarristico davvero riuscito e dalle atmosfere futuristiche. Ritorna il fraseggio delle chitarre, un fraseggio molto classico e che rientra nel manuale dell'horror metal anni 80. Il ritmo si spezza, questa volta nettamente, al quarto minuto, pochi secondi di silenzio e sopraggiunge il refrain quasi vomitato e sul quale spadroneggia ancora il prepotente basso di Evil E.

Entombed

Il momento più alto lo raggiungiamo alla chiusura con il brano più ambizioso, "Entombed", quasi nove minuti di durata per una marcia funebre articolata e trascinante. Un solo sensuale si diffonde nell'aria, dunque arrivano la batteria e il basso e inizia un cammino rock minaccioso e nero come una palude infestata. Il singer è solenne e mette in mostra tutte le sue capacità recitative mentre la band espone tutte le influenze doom e le tipiche atmosfere dello shock rock anni 70. In questa valle di oscurità totale c'è persino uno spiraglio melodico che filtra nel bel ritornello che si snoda dopo un paio di lunghe e cadenzate strofe che incutono timore al solo passaggio. Il segreto del successo di un brano del genere è la dimensione che riesce a creare, proiettando l'ascoltatore in un film del terrore della Hammer, magari lasciandolo solo nella brughiera, in mezzo alla foschia e in preda allo spavento. La sezione ritmica pesta in modo brutale, ci sono diversi fraseggi che si intersecano tra loro velocizzando il ritmo generale mentre Evil E pesta come un dannato accompagnato dalla voce mefistofelica di Wagner che rantola per l'eccitazione perversa. Una rullata portentosa che scoperchia le lapidi e la canzone cambia struttura al passaggio del sesto minuto tramutandosi da una bordata heavy-doom in una specie di ballad costruita su un malinconico arpeggio di chitarra acustica che colpisce al cuore tanto è sensibile e morbido e in pieno contrasto con quanto ascoltato fino ad ora. Il pezzo prosegue così per due minuti fino a sfumare nel vento, con i rintocchi di una campana e i tuoni in lontananza che decretano la fine dell'album. Il testo è ovviamente horror e parla di un uomo sepolto vivo che si ripercuote dentro la bara cercando di uscire. Questi sente che sta per morire, graffia il legno ma sa già che è tutto inutile. Si sente solo e si chiede chi sia stato a destinarlo a questa fine orrenda, costringendolo a una lenta e perversa agonia fino a quando l'aria all'interno della cassa non sarà esaurita e non potrà più respirare. Il buio culla le sue paure, le avvolge con gelidi sospiri e si insinua nella sua mente. Il vuoto invece gli strappa l'anima procurandogli del gelo sulla pelle e sente che il corpo lo sta abbandonando. Prima di chiudere gli occhi ed esalare l'ultimo respiro, l'uomo maledice i suoi carnefici condannandoli a bruciare tra le fiamme eterne dell'inferno.

Conclusioni

"All Hail The Order" è un album che, traccia dopo traccia, sboccia come un fiore dalla male dalla terra marcia, quella stessa terra insozzata dal passaggio dell'uomo e contaminata dall'odio e dalla violenza. Un grumo nero e cancerogeno si diffonde tra i solchi di questo disco, un fumo asfissiante che rende le undici canzoni qui presenti come una macchina incrostata di sangue, dalle grandi fauci pronte a mietere vittime e a divorare cadaveri e dai cui polmoni soffia una musica occulta, ancestrale, tribale. C'è grande varietà in questo album ma allo stesso tempo compattezza, dove ogni brano è perfettamente in linea con la dimensione del lavoro generale e il tutto è amalgamato con sapienza. Finalmente un disco di horror metal suonato alla grande e composto da idee intriganti che riprendono la lezione dei maestri del genere ma che, contemporaneamente, se ne discostano mischiando vecchio e nuovo e creando una sorta di altalena temporale pienamente riuscita. A volte troviamo sonorità anni 70, sporche e dalle influenze punk di scuola Motorhead, altre volte ritmiche comatose e malefiche alla Black Sabbath, altre invece sezioni di heavy metal esoterico alla Angel Witch o Cloven Hoof per giungere infine a basi di metal moderno come nel caso dei Black Label Society o addirittura trovare inserti industrial stile Fear Factory. "All Hail The Order" funziona al primo ascolto destando attenzione grazie alla carica occulta e blasfema che trasuda in tutti i 53 minuti di durata, mentre la produzione ad opera della Massacre Records ne esalta le linee strumentali e melodiche. Non sentivo un disco di debutto così interessante da lungo tempo, le cui atmosfere selvagge mi hanno impressionato e le cui parti brutali mi hanno divorato l'anima. Questo è l'horror metal che piace a me, capace di spargere nell'aria l'acre odore di morte, il puzzo nauseabondo di cadavere e il gusto oppressivo del sangue, ma senza mai dimenticare l'aspetto melodico che rende orecchiabile e digeribile l'opera nella sua interezza. Con questo esordio, i The Heretic Order trovano uno spazio tutto loro nel mosaico infinto dell'heavy metal contemporaneo, aggiungendosi al piccolo filone horror e ritagliandosi un posto d'onore che forse un domani li proietterà ai vertici di questa sottocategoria musicale.

1) Burn Witch Burn
2) El Bailes De Los Muertos
3) Rot In Hell
4) Death Rides Blues
5) The Snake
6) The Snake
7) Dark Light
8) Serpents Breath / Ghost Tale
9) Trail Of Sadness
10) Entombed