THE GREAT OLD ONES

Tekeli Li

2014 - Les Acteurs de l'Ombre Productions

A CURA DI
MAREK
18/06/2014
TEMPO DI LETTURA:
8

Recensione

Howard Philips Lovecraft: un nome, un mistero. Forse uno degli scrittori più enigmatici ed impalpabili della storia, in grado con la sua fantasia di dar vita ad interi universi paralleli dove l’impossibile diviene magicamente possibile. Nuovi mondi, nuove creature, situazioni inenarrabili e curiose, tal volta sorprendenti, tal volta inquietanti. Perché nel mondo del solitario di Providence (il suo soprannome storico, derivato dalla sua nascita nell’omonima città del Rhode Island e dal suo carattere chiuso e riservato) la Scienza, la Fisica e la Religione non contano semplicemente nulla. Dimenticate la teoria dell’evoluzione, la legge di gravità, tutto quanto vi è stato insegnato a scuola. Scordatevi degli Dei nei quali avete sempre creduto. Se siete atei, rinunciate a considerare l’uomo come una miniera di possibilità e risorse. Per Lovecraft la razza umana è semplicemente una transizione, una sorta di errore di programmazione, un imprevisto nel variegato mondo dominato da creature spaziali e mostruose note agli esperti con il nome di Grandi Antichi. Bestialità immonde, prive di fisionomie note o alcune volte senza un volto effettivo, che sin dagli albori dominavano il nostro pianeta contendendoselo a suon di guerre e scontri. Dei e Mostri al contempo, dominatori di quelle stelle e di quel cosmo che ammiriamo estasiati, senza avere la minima idea di cosa quegli astri diafani nascondono al loro interno. Dal centro della Terra o dalle profondità spazio-temporali, le bestie divine invaderanno il nostro pianeta annullando ed annichilendo la nostra razza, troppo inferiore e retrograda per far fronte ai loro poteri mentali ed alle loro avanzatissime tecnologie. I pochi sfortunati che hanno avuto modo di avere un confronto diretto con le suddette entità non sono sopravvissuti per raccontarlo. O se sono rimasti in vita, il loro senno è stato spedito dritto negli abissi più neri della loro testa, ridotti a pazzi in preda alle visioni e ad attacchi di panico scatenanti urla e farfugliamenti in lingue incomprensibili. Azathoth, il Demone Sultano. Yog-Sothoth, il Tutto in uno e l’Uno in tutto. Cthulhu, colui che attende sognando. Shub Niggurath, il nero capro dall’innumerevole prole. Nyarlathotep, il Messaggero. Sono solo alcuni nomi di queste inquietanti presenze, che vivono a stretto contatto con la nostra realtà Passata, Presente e Futura, che attendono il momento giusto per manifestarsi e spargere il loro infetto seme nella nostra (solo apparentemente) evoluta civiltà. Stando ai racconti del Solitario di Providence, solo un uomo è attualmente stato in grado di descrivere queste creature, annotando la sua sconvolgente esperienza su di un libro noto come Necronomicon, “il libro dei Morti”. L’uomo in questione, l’arabo Abdul Alhazred, è in seguito impazzito a causa delle visioni. E’ tuttavia riuscito ad annotare febbrilmente tutte le nozioni apprese in quel viaggio mistico. Caos, follia, morte, paura. Mi chiederete, cosa c’entra tutto questo con la nostra musica? Ebbene, la risposta dovrebbe esservi più o meno nota e chiara. Qual è il genere musicale che per antonomasia racchiude questi elementi, riuscendo a trasportarci proprio nel centro di una tempesta nella quale è relativamente impossibile raccapezzarsi, trovare un punto di riferimento al quale appigliarsi per (quanto meno) cominciare per uscirne? Ovviamente, il Black Metal fa al caso nostro. La musica del Caos interiore, della disillusione, dello sconvolgente, dell’assurdo. Il genere che ha gettato un nero manto d’oscurità sulla cristianissima Scandinavia e in seguito sull’Europa degli anni ‘90, attirando l’attenzione di tutti quei metalheads in cerca di esperienze estreme e che non fossero limitate al tipo di potenza che all’epoca altri generi erano comunque in grado di esprimere. Il gore del Death Metal, la furia iconoclasta/protesta sociale del Thrash Metal, la spavalderia e la virilità dell’Heavy. Gli ingredienti c’erano ed abbondavano, ma non erano sufficienti ad esprimere ciò che la nuova generazione aveva dentro. Quei sentimenti di misantropia e rassegnazione che persone come Euronymous e Varg Vikernes riuscirono a tirare fuori, qualche anno dopo, brutalizzando i loro strumenti e torturando la propria voce. Gruppi come i Mayhem (“Caos”), Burzum (“Buio”, nell’antica lingua di Mordor) dischi come “Diabolical Fullmoon Mysticism” (“Diabolico Misticismo della Luna Piena”, esordio dei norvegesi Immortal datato 1992), elementi nuovi e rivoluzionari, che estremizzarono le tematiche accennate dai pionieri Black Sabbath e Venom  per portarle verso lidi ancor più di impatto e brutali. Solitudine, ansie, angosce, onnipresenti entità demoniache pronte a ghermirci nel sonno. Elementi che sembrano andare a braccetto con il mondo di Lovecraft pocanzi descritto, non trovate? Cosa succede, allora, se proviamo a mescolare questi due elementi così magnificamente simili fra di loro? Cosa ne verrebbe fuori? E soprattutto, saremmo in grado di affrontare una simile chimera? La risposta è una sola: Francia, Bordeaux, 2009. Il giovane Benjamin Guerry (chitarra e voce) decide di formare una black metal band in grado di esprimere appieno quanto descritto da Lovecraft nei suoi racconti, desideroso di creare un qualcosa che potesse fornire ai fan del suo genere musicale ed al contempo ai seguaci del Solitario di Providence un valido punto di contatto fra le due realtà. Dopo aver trovato una formazione stabile grazie agli innesti di Sébastien Lalanne (basso, ex “My Sovereign”), Léo Isnard (batteria), Xavier Godart (Chitarra) e Jeff Grimal (Chitarra e voce, ex “Absurd” [da NON confondersi con gli omonimi tedeschi] e “Tormenta”), Ben constata con sommo gaudio che è finalmente arrivato il momento di poter fare sul serio. Ribattezzato il combo con il nome “The Great Old Ones” (“i Grandi Antichi”, per l’appunto), i nostri regalano alle stampe il loro primo full-length, l’apprezzato “Al Azif” (nome arabo del “Necronomicon”), datato 2012 e trattante svariate tematiche lovecraftiane, come i miti di Cthulhu. Desiderosi di migliorarsi e di evolvere ancor di più la loro arte, i Grandi Antichi non si cullano sugli allori di un lavoro riconosciuto da tutti come più che valido, e danno vita ad un progetto ancora più audace ed intricato: un vero e proprio racconto in musica, basato su un unico romanzo di Lovecraft. Una sorta di concept album, un viaggio alla scoperta di una pagina di storia della letteratura da non sottovalutarsi ma anzi, da interiorizzare e trattare con grande rispetto. La scelta cade su uno degli scritti più famosi del Solitario, “Le Montagne della Follia”, lungo racconto e romanzo breve datato 1936. Un vassoio colmo di leccornie che i The Great Old Ones non si sono lasciati scappare, una volontà di ferro e dei propositi ambiziosi. “Tekeli Li”, questo il titolo del prodotto finito (nome tratto da il verso continuamente emesso dagli Shuggoth, strambe creature fra le protagoniste di quest’opera), si presenta a tutto campo come un’Opera Black Metal, deliziosamente sui generis ed a metà fra le varie tendenze che il Black Metal di stampo francese ha saputo offrirci nel corso degli anni: dalla spericolata aggressività di gruppi come Belkètre e Vlad Tepes alla furiosa e decadente rassegnazione dei Mutiilation, passando per uno sperimentalismo di stampo Deathspell Omega. Assorbiti gli elementi distintivi dei gruppi storici delle loro terre, i nostri sono dunque pronti ad offrirci un pasto a dir poco luculliano. Il disco sarà all’altezza delle aspettative? Scopriamolo insieme, abbandonando ogni certezza ed addentrandoci nei meandri delle Montagne della Follia.



Immersi sin da subito in un ambiente musicale gelido e buio come la notte più nera che possiate mai immaginare, possiamo tutti constatare come la prima traccia, Je Ne Suis Pas Fou, sia nella sua brevità un’ottima (e tetra) costruzione, un inizio molto simile all’elettricità che permea l’aria prima di una violentissima tempesta. Una tastiera ed una manciata di note, una voce soffusa: elementi solo apparentemente insignificanti, ma che assieme ricamano e tessono una intro splendidamente oscura, una musica che suscita negli ascoltatori la tipica reazione che normalmente si scatena dinnanzi ad un film horror parecchio ben riuscito. Avete mai portato la vostra mano dinnanzi ai vostri occhi per non guardare, divaricando di quando in quando l’anulare ed il medio per creare una piccola fessura dalla quale sbirciare perché comunque, in fondo, siete desiderosi di assistere alla brutalità con il quale il killer farà fuori la sua vittima, dopo momenti di suspance infiniti? Ebbene, questa è l’atmosfera che si respira ascoltando questi secondi. C’è la voglia di continuare, accompagnata alla volontà di non sentire. Splendido e macabro paradosso suscitato da una melodia ipnotizzante e perpetua e da una voce che, a discapito di un elegantissimo accento francese, non promette nulla di buono o comunque gradevole. Le sue parole sono poche e significative, strutturate in maniera molto simile all’incipit del romanzo preso in considerazione ed in questa occasione rielaborate da Jeff Grimal, paroliere del gruppo. Il protagonista, come nel libro, ci assicura di non essere pazzo e vuole mette in guardia il mondo da ciò che si nasconde in Antartide, e di come la curiosità dell’uomo debba rimanere unicamente tale, per non disturbare o liberare ciò che in quelle terre NON deve essere disturbato. Per nulla al mondo. Lui ed un suo sventurato collega hanno avuto modo di vedere e purtroppo percepire con ogni senso gli orrori celati nella terra dei ghiacci perenni, alla luce delle loro scoperte nessuno deve più tentare di spingersi oltre quei luoghi, in una zona dimenticata dove una sconfinata catena montuosa si staglia fiera contro i cieli grigi e la fioca luce solare. Quelle sono le Montagne della Follia, limite invalicabile, colonne d’Ercole che nessun uomo dovrà mai sognarsi di varcare, pena la sorte toccata all’Ulisse dantesco (“Je ne suis pas fou. Je souhaite just au jour d’hui prévenir le monde des horreurs indicibles qu’une nouvelle expedition dans ce désert blanc pourrait libérer” – “Non sono pazzo. Voglio soltanto mettere in guardia, oggi stesso, il mondo dagli orrori indicibili che una nuova spedizione in terra d’Antartide potrebbero liberare”). Il topos della letteratura dell’assurdo e dell’orrore è presto presentato: l’uomo che assiste come unico testimone ad un fatto sconvolgente, troppo per la comunità in cui vive, una società che rifiuta a priori di ascoltarlo bollandolo come pazzo o malato di mente. Il cerchio è completo, la terribile verità è venuta a galla, non resta altro da fare che compiere un balzo indietro nel tempo e vedere come tutto questo cominciò e soprattutto chi o cosa è in grado di devastare la mente di una persona in questa maniera a dir poco tremenda. Il brano successivo, Antarctica” , è da considerarsi quindi ed a pieno titolo il “vero” inizio della terribile avventura. Veniamo accolti da un riff di chitarra sordo e claustrofobico, che non esplode e si mantiene compatto e costretto, come se una forza invisibile lo comprimesse e gli vietasse di giungere alle nostre orecchie come un qualcosa di anche solo vagamente rassicurante. Un ottimo espediente che delinea sin da subito la poetica musicale dei The Great Old Ones: ricreare le atmosfere lovecraftiane per creare un tutto in uno ed un uno in tutto, fondere quelle parole a queste note così drammaticamente strozzate, incalzanti, che procedono a passo marziale, tingendo dinnanzi a noi un triste affresco fatto di bufere di neve, grigio perenne e fiochi raggi di luce subito intrappolati e smorzati dalle nuvole temporalesche. Mentre una delle tre asce si occupa di solidificare l’impianto del brano, le altre due lo impreziosiscono di suoni arcani e misticheggianti, in netto contrasto con quanto udito “in sottofondo”. Uno splendido “scontrarsi” che rende il tutto ancor più disarmonioso ed imprevedibile, una struttura complessa anche e soprattutto ritmicamente parlando (ottimo in questo frangente il lavoro di Isnard e Lalanne, perfetti e sempre molto puntuali, mai eccessivi), una canzone che sostanzialmente si costruisce su momenti di apparente calma ed esplosioni improvvise, un caos primigeno dal quale è impossibile ricavare anche solo un filo conduttore o comunque un qualcosa che possa aiutarci a capire cosa effettivamente stia succedendo. Un brano che posa le sue fondamenta sull’aggressività tipica del Black Metal ma che non si culla su ciò, anzi, esalta lo sperimentalismo e soprattutto non rifiuta l’uso della melodia, che non sempre è da considerarsi “stucchevole” o comunque “melensa”, in territorio estremo. Essa, come in questo caso, può dare vita ad un ibrido mostruoso e fedele ai principi del “Lovecraftianesimo”. Il buio, l’assenza di luce, noi piccoli uomini persi in un abisso sconfinato dal quale di tutto e di più potrà spuntar fuori per banchettare con le nostre carni. O con la nostra mente. In questo senso, l’abisso è rappresentato dall’ambientazione delle lyrics, sia di questo brano sia degli altri. Ci troviamo sperduti nel “deserto bianco”, nell’Antartide, dove un’equipe di scienziati ha deciso di ritrovarsi per svolgere delle indagini circa i ritrovamenti di alcuni strani fossili avvenuti in quelle terre. Reperti che per essere studiati necessitano di analisi approfondite del territorio dove per secoli i repeerti hanno “vissuto”, nonché di ricerche mirate sui materiali e sul terreno. Il paesaggio è inospitale, la brigata è subito presa da un forte sentimento di claustrofobia ma il coraggio (ed i mezzi) non mancano di certo. Armati degli ultimi ritrovati della tecnica, i nostri sveleranno il mistero, ma il loro Dio solo sa quanto la loro curiosità potrà rivelarsi fatale. Il loro destino è compiuto, l’ombra di una fine anche peggiore della morte incalza sulle loro teste. Giungiamo così al terzo capitolo/brano, The Elder Things, il quale ci accoglie con una folata di vento sovrapposta ad un malinconico pianoforte pregno di ossianica passione, dall’andatura sommessa e claudicante. Stacco possente e preciso di batteria e subito il brano “esplode” nel blasfemo e vorticoso ciclone della corte di Azathoth. Un cantato demoniaco e claustrofobico quanto il sound della chitarra ritmica (più presente nel precedente brano, qui leggerissimamente in disparte) di pocanzi squarcia il velo di Maya e ci riconduce nuovamente in un territorio ove non c’è spazio per la serenità e la positività. Il destino degli escursionisti sta per compiersi, una melodia sinistra abilmente suonata dalle chitarre domina interamente il brano. Un sound a tratti psichedelico a tratti trionfante (splendido un innesto di tastiera, in puro stile Dimmu Borgir) che ricorda molto da vicino non solo la scuola avanguardistica francese, ma anche e soprattutto la lezione dei padri norvegesi del Black sui generis, come Arcturus ed Ulver (senza scordarsi del periodo di maggior sperimentazione dei Satyricon, culminato con l’album “Rebel Extravaganza” datato 1999), seppur con le dovute differenze. Verso la metà il brano subisce un’imperiosa impennata, che lo trascina su tratte molto più veloci che in precedenza, ed è ancora una volta Isnard a dare il via alle danze, con la sua batteria dal tiro inconfondibile. Verso la fine c’è addirittura spazio per un arpeggio molto particolare, supportato dalle altre chitarre che al contempo emettono suoni al limite del sopportabile, acuti e sferraglianti. E’ forse questo preciso istante l’elemento di maggior distacco dalla tradizione classica e di conseguenza un marchio di fabbrica piuttosto chiaro e lampante, un distintivo che propone la band francese come un qualcosa di nuovo e darwinisticamente voglioso di evolversi. Chi si fossilizza è perduto ed è destinato ad una fine ingloriosa, poco da fare. Ancora una volta, lyrics e musica si fondono (dis)armoniosamente per narrarci il proseguo del racconto. Giunti in Antartide, gli scienziati decidono di spingersi ancor più in là del limite autoimposto, sempre per questioni geologiche. Così facendo, scoprono una stranissima catena montuosa, dalle ciclopiche dimensioni e dall’aspetto più che mai austero e mostruoso. Incuriositi, cominciano ad esplorare le pendici dei monti, facendo un’ulteriore scoperta: una cavità molto simile ad una grotta, entro la quale si cela una “sorpresa” ancor più atroce. Una vera e propria cripta dove, ibernati, giacciono apparentemente privi di vita degli esseri dall’aspetto sconvolgentemente nuovo. Creature mai viste prima, impossibili da catalogare in qualsiasi famiglia di mammiferi, anfibi o rettili, degli autentici mostri senza volto e senza nome. Turbati, molti degli scienziati abbandonano la loro mentalità razionale ed analitica riflettendo su alcune illustrazioni presenti nel leggendario Necronomicon, nel quale situazioni come quella non erano certo una novità. Il potere della scienza comunque domina il più ardito del gruppo, il professor Lake, che decide di sezionare le creature per apprenderne e studiarne l’anatomia. Più che la gioia del rinvenimento di una nuova materia di studio, tuttavia, a dominare il cuore degli uomini è l’angoscia, mista ad una strana inquietitudine. Sin da subito, niente riesce a fornire ai nostri una risposta che sia anche solamente vaga o accennata. Tutto quel che si può capire è che gli esseri in questione riescono ad adattarsi ad ogni contesto climatico ed ambientale. Altro, non è dato saperlo. Sembra quasi che dei semplici uomini non possano, nonostante la loro cultura, sapere cosa si cela dietro tutto quel che è lì, dinnanzi ai loro occhi. La comunità scientifica riceve il suo primo vero scacco matto ma non si dà per vinta. Verranno condotte ulteriori ricerche sulle montagne e sulla grotta. Il quarto capitolo, Awakening (dal titolo quanto meno profetico), si presenta dinnanzi ad i nostri occhi come una sorta di “ibrido” fra le due tracce iniziali. Se difatti la componente recitativa e musicale sono state tenute separate e distinte in “Je Ne Suis Pas Fou” ed “Antarctica”, in questo “Risveglio” troviamo i due momenti fusi assieme in maniera magistrale, in una sorta di crescendo che ci accompagnerà per tutta la durata del pezzo. L’apertura della canzone è affidata nuovamente ad una calda e tetra voce che in lingua madre si sovrappone a delle note di chitarra che non costituiscono un vero e proprio riff; sembra quasi che gli strumenti tentino di riprodurre urla sommesse, echi di dolore e di disperazione, lamenti di anime dannate provenienti da chissà quale dimensione temporale. L’effetto è da brividi e l’impostazione vocale del narratore rende il tutto squisitamente malvagio. Veniamo a conoscenza, dalle sue parole, che dopo la scoperta degli Antichi il gruppo si è diviso. Il narratore, assieme al professor Danforth, si è recato nei pressi delle formazioni rocciose, mentre Lake ed i suoi uomini sono rimasti al campo base per effettuare le ricerche sulle creature. Tutto sembrava procedere per il meglio, almeno sino al ritorno di Danforth e del protagonista; i due trovano il campo base totalmente devastato da (presumibilmente) una terrificante bufera ed i loro compagni (cani da slitta compresi) morti e sepolti dalla neve. Lo shock domina i cuori dei due malcapitati ed il brano è pronto per sottolineare il climax di sensazioni ed orrore, abbandonando i toni narrativi in favore di una ritmica dilatata e di un combinarsi di nere melodie che suonano “sporche” nel loro insieme e tingono il brano di una terrificante ineluttabilità. Come rappresentare in musica la vista di un’autentica strage? I nostri ci riescono alla perfezione, dando vita ad un sound particolare e macabro, disturbante quanto le “storiche” nenie che hanno reso ancor più grandi i capolavori del cinema Horror. Si pensi difatti a “Rosemary’s Baby Lullaby” o a “Tubular Bells”, rispettivamente main themes di “Rosemary’s Baby: nastro rosso a New York” e de “L’Esorcista”. Riprodurre in musica sensazioni di angoscia e paura non è molto semplice, ma i The Great Old Ones dimostrano di saperlo fare egregiamente, interiorizzando l’opera di Lovecraft e per questo fornendo un qualcosa di “proprio”, di costruito pensando alle loro emozioni. Cessata l’esplosione, torniamo nuovamente ad un tremulo susseguirsi di note, che introducono una nuova parte recitata, sempre sostenuta da note sporche e sferraglianti che riproducono urla e lamenti. Le parole sono ancora più dure e rassegnate. I due superstiti ammettono d’aver peccato di presunzione e che la colpa di quel disastro è sicuramente da attribuirsi a quegli esseri, disturbati e destati dal loro sonno ed ora in cerca di vendetta. Un’intera squadra annientata fa capire quanto la loro forza trascenda le normali possibilità umane, e questo sbigottisce non poco i due scienziati che per la prima volta nella loro carriera si ritrovano a dover fare i conti con un qualcosa di inspiegabile e folle. Nuovamente, i toni vengono ribaltati dopo l’ultima declamazione del brano, e questa volta la batteria scandisce un ritmo molto più serrato e veloce, la melodia si amalgama ad un contesto a dir poco vorticoso e la voce, leggermente più bassa e confusa, giova di un effetto “rimbombo” che la rende ancor più terrificante e cavernosa. Diversi stacchi ed un drumming che si concede anche qualche fill rendono il brano più dinamico, e verso la fine assistiamo ad un cambio di ritmo e di velocità, un rallentamento con il quale il pezzo decide di “precipitare” letteralmente giù in un burrone, trascinandoci naturalmente con lui. Un burrone non troppo metaforico, in quanto questa parte conclusiva va letteralmente a fondersi con i toni delle lyrics. I nostri sopravvissuti hanno deciso. Debbono saperne di più, devono vendicare la morte dei loro compagni, cercando e neutralizzando gli esseri anche per la sicurezza del mondo. Forse per follia o accecati dalla vendetta e da una masochistica curiosità, scaleranno le montagne ove hanno trovato la grotta per vedere cosa ci sia oltre di esse. Il loro destino è stato scritto nel momento in cui hanno deciso di decollare a bordo di un piccolo aereo biposto, ormai non potranno più tornare indietro. In virtù di questo, il titolo della quinta traccia non è certo scelto a caso. The Ascend, l’Ascesa, ha l’arduo compito di narrare unicamente in musica questa insana scalata. Non ci sarebbero parole o frasi in grado di descrivere le menti disturbate e profondamente segnate di due uomini che hanno visto morire i loro compagni per mano di non si sa cosa e per giunta dall’altra parte del mondo, ed è per questo motivo che i The Great Old Ones affidano il compito di raccontare alle sole note, memori dell’ancestrale potere presente nella musica sin dai suoi albori. E’ forse il brano più “classicista” del lotto, puro black metal che non disdegna comunque passaggi interessanti soprattutto nella sezione ritmica (una batteria decisamente non monocorde, non c’è che dire!) e che sicuramente risente della lezione “decadente” dei conterranei Mutiilation, i quali fra i primi in Francia hanno cercato di unire ad una componente più smaccatamente “Raw” una sorta di “pessimismo romantico”, forse addirittura “cosmico”. Il brano sembra quasi diviso in due tempi: nel primo “atto” assistiamo ad un’autentica sfuriata d’acciaio nero, veloce quanto un treno e densa quanto una spessa nube oscura, ove le chitarre vengono martoriate all’inverosimile e i tamburi percossi con forza animalesca. Ritmiche serrate, velocità sostenuta e riff non eccessivamente articolati, unica nota particolare: alcuni effetti sonori che sembrano addirittura richiamare il suono di un qualche strumento a fiato, vagamente corni. Corni che suonano ai cancelli delle Montagne della Follia ed accolgono i malcapitati, che oltrepassata la bufera sono pronti a guardare oltre le nubi e vedere cosa li attende al varco. Dopo una breve pausa veniamo introdotti al secondo “atto” del pezzo, nel quale domina una staticità ancor più marcata che nella parte precedente. Il sound si fa più denso e confuso, quasi le note si compattassero in una testuggine di Gladiatoria memoria ed avanzassero come un monolitico En To Pan, Uno in Tutto. Ad un certo punto però tutto viene stravolto e dopo una frenata improvvisa il clima si fa più disteso, rilassato, quasi accomodante. Una chitarra acustica declama malinconicamente le sue note, accompagnata da un sottofondo quasi di archi che rende il tutto molto più simile alla descrizione di una piovosa giornata di inverno che a quella di una spedizione in Antartide ove degli strani esseri stanno compiendo una vera e propria carneficina. Il perché di tutto ciò è presto detto: i nostri amici si trovano dinnanzi ad un autentico spettacolo architettonico mai visto prima d’ora. Oltre le nubi ed oltre le montagne, si estende a perdita d’occhio un’immensa città costituita da costruzioni che il genere umano non avrebbe mai potuto né concepire né costruire. Mura labirintiche, torri altissime, monumenti, geroglifici indecifrabili. Uno spettacolo troppo bello per risultare inquietante, forse l’unico momento di calma prima di un finale atroce, che andremo ad apprendere nel sesto brano. Behind The Mountainsè il sesto ed ultimo capitolo di questo viaggio nell’assurdo, un brano monumentale dalla durata di quasi venti minuti, che chiude definitivamente le vicende del protagonista e del professor Danforth. L’inizio ripropone il clima di calma e tranquillità  già udito nella conclusione di “The Ascend”, ed assistiamo al gradito ritorno di un fragile susseguirsi di note di pianoforte, accompagnate da una delicata chitarra acustica, la quale si diletta in arpeggi certamente accennati ma che molto da vicino ricordano le abilità del maestro Andy LaRocque. Tutto ciò è comunque destinato a protrarsi per molto poco, in quanto qualche manciata di secondi più tardi, “a tradimento” la furia tipica del Black Metal riemerge dagli abissi, con la stessa potenza e fierezza di un grande squalo bianco. Una nuova sfuriata che molto deve alla tradizione, unita comunque agli accorgimenti che hanno caratterizzato e reso particolare questo disco: melodie ancestrali e disturbanti, suoni più simili ad urla e lamenti che a note, una costante sensazione che il sound sia disturbato da qualche strana e misteriosa “interferenza”. Tutto questo si protrae massicciamente per tre minuti circa, e dal testo apprendiamo che i due uomini sono riusciti ad atterrare alle sommità dell’immensa città misteriosa e stanno in qualche modo cercando di decifrarne i geroglifici, facendo ampio uso delle conoscenze ottenute grazie  agli studi compiuti da entrambi nella misteriosa “Miskatonic University”, prima università della città di Arkham, nel Massachusset. In questi luoghi è pratica comune di molti ricercatori accendere i fari su fatti inspiegabili e misteriosi, fra i quali le vicende legate ai Grandi Antichi ed al loro manifestarsi ai comuni mortali. Avendo avuto modo di decifrare i geroglifici istoriati sulle pareti dei monumenti, gli scienziati arrivano a capire, seppur a fatica e mantenendo molte lacune, che quegli strani esseri assassini dei loro compagni sono molto vicini a divinità come Cthulhu e Yog-Sothoth, e che per anni sono stati serviti da entità minori come gli Shuggoth, esseri indescrivibili dalla conformazione gelatinosa e molto probabilmente architetti e realizzatori delle immense costruzioni che i ricercatori stanno in quel momento visitando. Dopo questa importante scoperta, i toni cambiano nuovamente. La chitarra torna a suonare composta ed innocente, la batteria l’accompagna con un ritmo privo di pretese e con dei tocchi molto delicati; il tutto si protrae per relativamente poco, sino al momento in cui l’aggressività delle asce torna imperiale ma non in maniera traumatica. Simile al fragore di un tuono che lentamente si prepara a squarciare il cielo, il sound ritorna aggressivo passo dopo passo e nota dopo nota, senza fretta, mantenendo sempre una sorta di tranquillità che lo permea e ci inebria. La nera melodia torna a farla da padroni, divenendo ancora più ossessiva e pulsante, direttamente proporzionale all’orrore che cresce e sgomita all’interno dei cuori dei nostri due protagonisti. L’esplosione arriva definitiva, echi dei Darkthrone più malinconici (periodo “Panzerfaust”) divengono chiaramente percettibili: un riff che non rompe le ossa ma dilania l’anima, creando nodi in gola e non provando i timpani a causa del rumore. Un qualcosa che colpisce internamente, che non ha denti ma morde senza sosta, che scivola nelle nostre vene come il veleno di una vipera. Il cerchio è completo, la storia degli Esseri è ormai chiara, così come sono chiari i loro rapporti con gli Shuggoth e con i Grandi Antichi. La calma ritorna, con il sound che diminuisce la sua furia per essere perfettamente scandito, successivamente, da una ritmica cadenzata, a mo’ di marcia funebre/militare. Si ritorna ad essere ingoiati da una tetra spirale simile ad un buco nero, fin quando non assistiamo all’ennesimo momento di “distacco”, dopo un terribile sibilo. La voce torna calda e profonda, poche manciate di suoni le fanno da tappeto. Il narratore, questa volta, comunica a tutti noi che quelle scoperte non li avevano fatti desistere dal proseguire la loro avventura, proprio no. Con il cuore in gola decisero di proseguire, spingendosi più in là. Trovato un tunnel, decisero di entrarvi… ad attenderli, uno spettacolo orribile. Non solo per il ritrovamento di una  fauna locale geneticamente ed orribilmente mutata (pinguini che, vivendo nei meandri di quella città, avevano ormai assunto l’aspetto di mostri albini, ciechi e dalle dimensioni spropositate), ma anche alcuni “Antichi” orribilmente sfigurati, privi delle teste. Cosa li aveva ridotti così? I loro servitori Shuggoth, in un impeto di ribellione? Quei pinguini? Se anche loro erano stati fatti fuori, chi era il vero nemico? Il mistero è presto risolto. Un urlo mai udito prima da orecchio umano squarcia il silenzio delle grotte, un qualcosa di informe, simile ad una nube indefinita, polimorfo, dotato di innumerevoli occhi, ha fiutato l’odore di estranei. Vedere quella cosa equivale ad impazzire e sentire il suo urlo, ad abbandonare per sempre la sanità mentale e quanto di positivo poteva e potrà mai esserci nella nostra vita. Le note che accompagnavano la voce divengono adesso più forti, quasi come dei rintocchi di campane, ed un riff cadenzato rientra prepotente ad accompagnarci verso la conclusione. L’aggressività è comunque estremamente mitigata, come se non ci fosse una forza o una rabbia possente a sufficienza per descrivere quel momento, quell’orrore. L’ineffabilità domina la musica di questa parte del brano, un pezzo che esplode ma non esplode, che lascia più che altro ai nostri sensi il compito di cercare e di dare un senso a tutto questo. Nemmeno il “caos” successivo, composto da blast beat e chitarre letteralmente martoriate, sembra sufficiente a comunicare quanto terribile possa essere un momento così. L’alternarsi di “cadenze” e riff caotici continua sino al ritorno della voce narrante, che conferma quanto detto fino ad ora. Una corsa disperata salva gli scienziati dall’attacco di quella Cosa, per miracolo riescono a fuggire da quell’intricato labirinto e riemergono in superficie, in prossimità del loro aereo: “i nostri corpi sono integri, le nostre menti sono distrutte”. Il finale è affidato ad una chiusura a dir poco magistrale: la potenza del brano raggiunge il suo culmine, il suono dei “corni” sembra quasi dominare totalmente la scena sovrastando le chitarre che proprio all’ultimo momento tornano a sferragliare in maniera confusa e cacofonica, quasi ci sia un guasto negli amplificatori. Una manciata di “stacchi”, coadiuvati da una sezione ritmica ad hoc, chiudono il nostro viaggio nei meandri delle Montagne della Follia, con un ammonimento che è bene riportare letteralmente: “Oggi voglio chiedere al mondo di non tornare in questo luogo di terrore, per nessun motivo. Non dovranno essere intraprese altre spedizioni. MAI!!!!!!!!!!”



Il nostro percorso giunge così al termine. Un percorso intricato e sicuramente coinvolgente su tutti i fronti, incredibilmente stimolante, a tratti inquietante, mai e poi mai noioso. In fin dei conti, anche un non patito del Black Metal potrebbe godersi un’opera così imponente e magistralmente composta, se non altro per la curiosità di approcciarsi ad una monumentale trasposizione musicale di uno degli immortali capolavori del Solitario di Providence, scrittore nazionalpopolare che in molti conoscono e stimano, ma che non tutti hanno mai capito fino in fondo. Non sarebbe un azzardo definire Lovecraft come uno dei “padri” delle sensazioni e delle emozioni che dai ’90 (ma anche prima) in poi tutti i gruppi prettamente Black Metal hanno voluto trasmettere all’ampio e coraggioso pubblico che, senza farsi spaventare da tanta aggressività sonora, si inseriva in quel nuovo ed enigmatico mondo musicale. Del resto, l’Acciaio Nero è tutto meno che prevedibile e scontato come la gente crede: è la voce di un malessere policromo e dalle migliaia di sfaccettature, il suono di una generazione priva di punti di riferimento che cerca disperatamente di far sentire la propria voce attraverso chitarre scordate, l’avvicinarsi al lato oscuro, al Mr. Hyde celato in ciascuno di noi, che abilmente si nasconde dietro i rassicuranti panni di Jekyll. Un lato che per forza di cose non si è potuto ignorare, in musica come in letteratura. La poesia Romantica ed i racconti di fantascienza o comunque dell’orrore avevano i loro cliché ben definiti: contrasti fra sogno e realtà, vampiri, assassini, sentimento, amore, morte. Tutto questo non era sufficiente per una mente sui generis come quella di H.P. Lovecraft che decise ex novo di creare un qualcosa di sconvolgente che mai è stato totalmente spiegato o comunque svelato, né dalla critica né dall’autore stesso, il quale ha sempre tratto ampio giovamento dal mantenere volutamente una posizione ambigua, nei riguardi delle sue opere. Basti pensare al mistero della città sommersa, R’lyeh, sulla quale egli fornì addirittura coordinate precise circa l’ubicazione, coordinate presso le quali, nell’estate del 1997, gli strumenti di rilevazione della N.O.A.A. (“National Oceanic and Atmospheric Administration) percepirono uno stranissimo e curiosissimo bloop, ovvero un suono imponente dalla bassissima frequenza. Coincidenze? Suggestioni? Sta di fatto che questo mondo si è trovato perfettamente a suo agio in questo disco appena recensito, un mondo che i The Great Old Ones hanno saputo spiegare, intendere e proporre in maniera a dir poco magnifica. C’è tempo per i cieli azzurri, le rondini ed i pic-nic all’aperto. E’ sempre il momento per un’emozione positiva, per incantarsi dinnanzi ad un fiore o ad una candida nuvola passeggera… l’importante è non credere che il mondo si riduca unicamente a questo. Bisogna cercare anche negli anfratti che temiamo, quelli dominati da alberi spogli, sentieri fangosi e cieli plumbei. Del resto, è sulla dottrina dei contrari che il mondo si basa. Amore e Morte sono complementari, Giorno e Notte si alterneranno sempre ed è bene conoscere come si deve il volto di entrambi, per non lasciarsi sopraffare. E se è vero che Lovecraft creò i suoi “mostri” ripensando ai momenti di pavor notturno ed incubi che minarono la felicità della sua infanzia – adolescenza, è altrettanto vero che il Black Metal dei The Great Old Ones si configura esattamente come il racconto di tutto ciò che in qualche modo ci spaventa ma che deve necessariamente essere narrato e mostrato al mondo. Solo così potremo prendere coscienza del nostro reale essere e tentare di esorcizzarlo, conoscerlo, persino giocarci a scacchi assieme. Ascoltate questo disco e leggete le liriche, pensate, scavate in voi, non abbiate paura di affrontare le vostre paure ed i vostri demoni, che più di ogni altra cosa si nutrono di repressione, omertà e noncuranza. “Tekeli-Li” è senza ombra di dubbio un ottimo punto dal quale cominciare, per esplorare i nostri sotterranei delle nostre Montagne della Follia. E chi lo sa, forse potremo anche scoprire, rimanendo e non fuggendo, che quella Cosa altri non è che un mostro creato dall’ipocrisia di una società che vuole a tutti i costi inculcarci il culto di un Edonismo fasullo o di una spensieratezza di polistirolo. Un mostro che non per forza è crudele. Una creatura esiliata, il nostro spirito critico, il nostro amore per la cultura, la nostra voglia di fare delle nostre vite tutto quello che vogliamo, cose che tanti artisti come questi ragazzi francesi tutt’oggi (e per fortuna) difendono a spada tratta. Una società che denigra gruppi come i The Great Old Ones e mette in guardia la “bella gioventù” dall’impicciarsi di certi affari. Ringraziando il cielo, il Metal rimarrà sempre fiero ed indomabile, pronto a far vedere a tutti cos’è la Vita, in fin dei conti: Troppo, per essere ridotta ad una canzonetta d’amore.


1) Je Ne Suis Pas Fou
2) Antarctica
3) The Elder Things
4) Awakening
5) The Ascend
6) Behind The Mountains