THE FLIGHT OF SLEIPNIR

Eventide

2021 - Eisenwald

A CURA DI
STEFANO PENTASSUGLIA
30/09/2021
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

Di band non semplici da descrivere, la cui particolarità della proposta artistica era direttamente proporzionale alla validità della stessa, ne ho incontrate davvero tante nel mio continuo cammino di scoperta musicale: tra queste ci sono indubbiamente gli statunitensi The Flight Of Sleipnir, che tuttavia meritano un posto speciale (e soprattutto meritato) nel mio ormai vecchio cuore di metallaro che ne ha viste tante e fin troppe. Eppure non parliamo certo di una band conosciuta ai più, anzi: gruppo sempre rimasto nell'underground a produrre dischi per etichette non certo blasonate, come Eisenwald o Eyes Like Snow, si tratta tuttavia di una realtà dalla creatività dirompente e dalla qualità compositiva sopraffina, che non ha mai lesinato sulla classe e raffinatezza delle proprie deliziose costruzioni sonore. Fondati nell'inverno del 2007 ad Arvada, in Colorado, dall'indomito duo di David Csicsely e Clayton Cushmanm, la loro idea iniziale era quella di suonare un doom metal tutt'altro che tradizionale, fortemente influenzato dalle distorsioni, dalle urla belluine e dai muri sonori della scuola sludge americana. Tuttavia c'era una passione profonda ad animare le motivazioni artistiche del duo, una passione che i più accorti potrebbero aver intuito fin dal significato del loro monicker: "Il Volo di Sleipnir". Ma chi è questo Sleipnir? È presto detto: nella mitologia norrena, era questo il nome del selvaggio cavallo di Odino, il più forte, il più veloce, in grado di cavalcare l'acqua come la terra, e di viaggiare tra i mondi con facilità. Non stupisce quindi che divenne il destriero personale del re degli dei vichinghi, regalato da Loki per rimediare all'ennesimo dei suoi guai. L'onnipresente scaldo Snorri Sturluson ci racconta la sua storia (e se vi è capitato di giocare al recente Assassin's Creed Valhalla, probabilmente saprete già di cosa stiamo parlando): Loki fu costretto a rimediare all'errore di aver mal consigliato gli dei, spingendoli ad accettare un patto con un abile costruttore per fargli erigere un muro in grado di proteggere Asgard dai temibili giganti Jothun, che in cambio chiese in moglie Freya, regina degli dei Aesir; dal momento che il costruttore stava per raggiungere il suo obiettivo, Loki si trasformò in una puledra e sedusse Svadilsfari, il nerboruto cavallo del costruttore, interrompendo così di fatto i lavori di costruzione del muro; dall'unione tra i due nacque Sleipnir, un puledro grigio a otto zampe, che fu chiesto in dono a Loki (di fatto sua madre) da Odino. Il costruttore si rivelò essere uno Jothun egli stesso, e così la sua bella testolina finì spiaccicata dal martello di Thor.

Le saghe vichinghe non smetteranno mai di appassionarmi, ed è proprio di questo che parlano i The Flight Of Sleipnir: saghe nordiche, mitologia norrena e storie di vichinghi. Il fatto che una band del genere provenga dagli Stati Uniti e non dalla fredda Scandinavia risulta quantomeno strano, soprattutto se prendiamo in considerazione la proposta del duo, che solo in parte è ispirata al viking metal degli Amon Amarth o e all'epic black dei Bathory. In realtà ciò che rende così particolare e degno di nota il combo del Colorado è proprio la loro incredibile capacità di tenere insieme influenze così disparate e, nello specifico, puntare così tanto all'immaginario vichingo e alle sonorità di scuola bathoryana, quindi epiche e proto-black, quando in realtà la loro proposta, come già anticipato prima, è fondamentalmente un doom metal pesantemente influenzato dallo stoner, dalla polvere dei Kyuss, dal marciume apocalittico degli Electric Wizard e in piccola parte persino dallo sludge/hardcore fangoso degli Eyehategod, e che tuttavia non dimentica mai anche una certa vena atmosferica di derivazione post-rock e continui strizzate d'occhio al folk metal e alle chitarre acustiche in stile Opeth e Agalloch. Facile quindi immaginare come, perlomeno nelle persone più aperte di mente, tutte queste commistioni all'apparenza così diverse, qui amalgamate così bene in un'unica multiforme proposta, non possano che diventare motivo di eccitazione nell'approccio e di sublime godimento nella fruizione.

Ricordo ancora quando ho ascoltato "Lore" per la prima volta: stavo quasi per piangere di gioia al pensiero che al mondo esisteva una band del genere, che raggruppava in un'unica proposta tante di quelle sonorità per cui uscivo pazzo ma per cui, inevitabilmente, ero costretto ad ascoltare da band diverse. Qui invece era tutto lì: in una sola band potevo godere un po' degli Opeth, un po' degli Agalloch, un po' dei Bathory, un po' degli Electric Wizard, e così via. Immaginiamoci quindi che potenza sono diventati i nostri con la maturità e con un'evoluzione dettata da album mai banali e sempre, sempre, sempre ispirati e densi di talento. "Eventide" viene quindi proposto al pubblico dopo una carriera ormai ultradecennale e con ben sette album all'attivo, se escludiamo i vari EP, singoli e compilation di cui la discografia della band si è arricchita nel tempo. Di cosa questo nuovo album rappresenti per il presente artistico dei Flight Of Sleipnir parleremo nelle conclusioni: per ora limitiamoci a dire che ora i nostri hanno scelto di ridurre (ma senza cancellare) alcune delle influenze che li hanno contraddistinti maggiormente, in particolare quelle più stoner, per concentrarsi su sonorità decisamente più notturne e votate all'adorazione della nera fiamma (e della Luna). Se sarà stata o meno la scelta giusta, lo vedremo nel corso di questa recensione.

Voland

I primissimi minuti dell'album ci mettono subito a nostro agio, perché il riff con cui si apre l'opener Voland è cullante, quasi rilassante, e ricorda foreste innevate e le visioni degli ultimi Enslaved, perlomeno nelle loro fasi più melodiche ed orecchiabili. Sono sempre loro, sempre i The Flight Of Sleipnir, il loro sound per chi li ascolta da sempre è rimasto perfettamente riconoscibile, eppure ci si accorge di una maggiore morbidezza nelle armonie e una ricerca melodica più accentuata rispetto al passato. Dopo il riff iniziale arriva già la prima vera mazzata doom e, per quanto le chitarre siano decisamente meno sporche e spigolose del loro solito, si sconfina subito nei territori di un certo sludge metal primitivo e ispirato alla scuola di New Orleans. La voce di David Csicsely è aspra e maligna, una perfetta commistione tra il black metal norvegese più classico e le urla belluine dei Rwake e delle band sludge più sudici e putrescenti. Eppure qui non manca mai un'eleganza di accompagna ogni nota, persino nei breakdown più marci e ribassati, e infatti dopo poco subentra un delizioso momento atmosferico che ci fa capire una volta per tutte come stavolta la melodia per la band del Colorado sia diventata la priorità assoluta che muove i loro strumenti. Già qui si avvertono vaghi gorgheggi opethiani che in seguito verranno maggiormente sviluppati ma, per quanto si tratti solo di un breve bridge di calma prima della tempesta, è palese come l'esplorazione di soluzioni musicali sempre nuove sia uno degli imperativi che ha mosso la penna di Csicsely e soci, in quest'album ancor più che negli altri. Infatti, per quanto la continuazione di "Voland" si riaffacci su costruzioni sonore più tipicamente affini a quello che è il sound classico dei Flight Of Sleipnir, i riff evolvono in continuazione e, tranne una breve ripresa del riffing sludge di cui si parlava prima, la canzone segue degli schemi costantemente diversi per tutta la sua durata. Una schitarrata semi-clean, con un leggerissimo effetto fuzz tone nell'overdrive, anticipa un riff finale dirompente che, accompagnato da un meraviglioso assolo riverberato, delicato e notturno, chiude alla perfezione quella che senza problemi potrei definire come l'opener perfetta per un album come "Eventide". I Flight O Sleipnir mi hanno sempre conquistato con la primissima traccia di ogni loro album, quindi niente di nuovo sotto il sole: ma stavolta sono anche riusciti a farmi avere la percezione di ascoltare qualcosa di diverso e più maturo. E bisogna assolutamente dargliene atto.

January

L'attacco veloce e viscerale di January è così squisitamente atmospheric black metal che sembra quasi un brano uscito da qualche registrazione nascosta dei Wolves In The Throne Room. Per la prima volta ci troviamo a dire "questo non sembra proprio un brano dei Flight Of Sleipnir", eppure son sempre loro, hanno semplicemente modificato il loro approccio compositivo verso una maggiore attenzione alla freddezza delle atmosfere e all'intensità emotiva; e i risultati si vedono. Il riff serrato che sfocia in passaggi al confine con il death metal, i fraseggi gelidi, lo screaming strozzato e astioso che si integra alla perfezione con il tessuto chitarristico: per quanto possa far strano dirlo, qui abbiamo di fronte una band doom metal che sta facendo una lezione di classe su come si dovrebbe suonare il black/death. Per la seconda volta interviene un superbo rallentamento atmosferico, una pausa melodica ed estremamente intimista che ci fa respirare un po' prima di continuare. Le note di chitarra clean liquide e avvolgenti di Clayton Cushman risultano ancora più ispirate di quelle di "Voland", e ci consegnano un abbraccio sonoro che sembra provenire da una strana fusione tra gli Opeth di "Damnation" e il post-rock contemporaneo. Dave Borrusch pizza appena il suo basso, eppure percepiamo ogni suo singolo pizzico come fosse una carezza dolce sulle nostre guance, prima che la band ritorni a picchiare duro sui proprio strumenti. E questa volta ecco che vanno giù di doom, e li vediamo fare ciò che sanno fare meglio: riffoni lenti e dilatati, incredibilmente espressivi e densi di emozioni represse che vengono a galla in tutta la loro virulenza. Eppure, in quella che forse è la caratteristica più affascinante per una band come i Flight Of Sleipnir, noi ascoltatori non percepiamo minimamente questo passaggio da un sottogenere all'altro, né tantomeno avvertiamo il cambio di tempo come fosse un distacco netto tra le varie parti della canzone: tutto scorre alla perfezione, ogni riff è intrinsecamente legato a quello successivo: violente emozioni black metal passano attraverso suggestioni post-rock per trasformarsi in dilatazioni doom metal, e noi godiamo di tutto questo senza minimamente accorgerci che gli americani stanno infilando di tutto e di più nel loro raffinato frullatore sonoro. E c'è anche posto per coinvolgenti assoli rock'n'roll e accelerazioni black metal che sfociano nel viking epico, prima di un finale melodico e quasi ambient, con un trasognato coro di uccellini ad accompagnare arpeggi di chitarra di rara delicatezza. Siamo solo al secondo brano, ma ormai abbiamo già capito che l'attesa per "Eventide" è stata ampiamente ripagata.

Thaw

Primo brano ad essere stato reso pubblico prima dell'uscita dell'album, Thaw fu presentato in occasione del tour europeo dei Flight Of Sleipnir con i Dread Sovereign, dal titolo emblematico di "Pilgrimage To Doomsday". A parere di chi scrive, non è affatto un caso che proprio questo brano sia uscito come anticipazione prima di un concerto insieme a quella che, a tutti gli effetti, è il progetto personale di Nemtheanga, il cantante dei Primordial. I primi riff di "Thaw" odorano di Primordial lontano un miglio, a cominciare dalle vibrazioni distorte che si elevano dalle schitarrate iniziali, per poi proseguire con fraseggi gelidi in muting e atmosfere ancestrali che riportano alla mente le foreste fiabesche e innevate dei primi Ulver. Eppure qui, a differenza della precedente "January", si avverte chiaramente che non abbiamo a che fare con una semplice band black metal, ma con qualcosa di ben più complesso e articolato. È come se i Flight Of Sleipnir prendessero solo in prestito certi strumenti espressivi del black metal, in particolare quello più melodico di scuola svedese, per dar forma ad un brano che, nel suo nucleo più profondo, è intrinsecamente doom metal, di un doom che raggiunge facilmente i confini con lo sludge e con la polvere dello stoner. Tutto avviene con una naturalezza disarmante, e se nelle precedenti canzoni si avvertiva comunque una sorta di "passaggio" da un genere ad un altro, qui è tutto perfettamente omogeneo, miscelato, integrato. Come se all'improvviso i Dissection si fossero trasferiti a New Orleans, la band di David Csicsely riesce a farci provare una moltitudine di emozioni diverse, con sonorità al confine di separazione tra black e doom, e con melodie avvolgenti che richiamano alla mente le suggestioni dei migliori Agalloch. In quella che ormai sembra essere una costante in questo disco, anche nella parte centrale di "Thaw" come nei due precedenti brani, la band americana si lascia andare a passaggi cullanti e assoli in clean, prima di ritornare all'accoppiata vincente tra riff glaciali dalla foresta e calde schitarrate dal deserto, terminando poi in un finale che fa della tensione emotiva la arma per chiudere il brano attraverso un climax entusiasmante. Se dovessero chiedermi un brano per rappresentare al meglio "Eventide", probabilmente citerei proprio questo "Thaw", ma il fatto che sia una bellissima canzone ormai non mi stupisce più. Ennesima traccia riuscita di un album che mano a mano di scopre sempre più godibile ed ispirato.

Bathe The Stone In Blood

Giuro che quando è iniziata Bathe The Stone In Blood ho fatto davvero fatica a riconoscerla come una canzone dei Flight Of Sleipnir: sembrava più una melodia riconducibile a certo dark rock/folk notturno come quello dei primi Madrugada, quelli di "The Nightly Disease" per intenderci, con i suoi delay avvolgenti e il suo delizioso spirito blues. E nel proseguo sembra di scorgere anche suggestioni tipiche del Mikael Akerfeldt più infoiato con il prog anni '70 e, soprattutto, visioni che provengono direttamente dai Pink Floyd del periodo d'oro. Le chitarre sono morbide e delicate, ma allo stesso tempo ombrose e interamente dedicate alla costruzione dell'atmosfera, finché non interviene un riff che sembra uscito da una improbabile jam session tra i Primordial e gli Acid Bath, denso di epicità pagana ma costruito su sonorità marce, spigolose e intrinsecamente sludge metal. E mentre la voce di Csicsely urla a più non posso, la seconda chitarra ci immerge prima in un bridge black metal in costante tensione e poi in un assolo tipicamente doom, dall'incedere arrogante e tremendamente ispirato. Ma "Bathe The Stone In Blood" non termina qui le sue cartucce, e all'improvviso ci fa sprofondare in una meravigliosa bolla di chitarre post-rock, sfiorando delicatamente le nostre orecchie con sonorità languide e ovattate che, non appena l'incanto giunge al termine, vengono sapientemente ricalcate dalle distorsioni in un riff dirompente, che ci fa godere e scuotere la testa come se non facessimo headbanging da una vita. Le chitarre diventano ancora più lente e più ruvide, finché i tempi non accelerano e il brano giunge ad una conclusione nervosa e tirata, con una batteria in doppia cassa che non lascia scampo e melodie che pescano a piene mani dall'emotività degli Agalloch traducendola in un linguaggio doom metal sporco, sgraziato e travolgente. "Bathe The Stone In Blood" non è solo l'ennesimo centro compositivo per la band del Colorado, ma una delle loro migliori dimostrazioni in assoluto di quanto sia straordinariamente efficace la loro personale commistione di generi nel creare un sound dal fascino unico ed entusiasmante.

Harvest

Mai titolo fu più azzeccato! Se infatti avete riconosciuto l'omonimia tra questo brano dei Flight Of Sleipnir e uno dei brani più iconici del periodo d'oro degli Opeth (quelli di Blackwater Park, per intenderci), probabilmente ascoltandolo penserete anche che la scelta dello stesso titolo non sia stata casuale. Harvest (quella dei Flight Of Sleipnir) inizia infatti con un giro di chitarra acustica che ricorda piuttosto da vicino quello della sua omonima opethiana, anche se in questo caso le note dei nostri sono supportate da un candido pianoforte dall'appeal notturno e anche un pelo drammatico, con un incedere lento che a tratti potrebbe anche ricordare quello degli Agalloch di "The Mantle", ma con lo spirito degli Opeth di "Damnation". David Csicsely tira qui fuori una prova clean niente male, con una voce sofferta ammantata da cori avvolgenti e anche un po' solenni, dal vago retrogusto ulveriano. Quando poi un bellissimo assolo di chitarra clean fa il suo ingresso in scena, le nostre orecchie sono talmente rilassate che abbiamo la conferma di come "Harvest" sia stata intenzionalmente una traccia di pura "pausa", per farci distendere un po' dopo tutte le emozioni provate nelle tracce precedenti. E funziona pure, anche se i nostri, tuttavia non rinunciano all'atmosfera e ci tengono sempre un po' all'erta, con sonorità dark rarefatte che ci incutono anche un po' di timore, nell'attesa, forse, di una distorsione che cambierà le carte in tavola. E quella distorsione arriva, con una meravigliosa cavalcata a metà tra lo stoner e l'atmospheric black metal, con lo screaming disperato di Csicsely che si risveglia all'improvviso dall'inferno e ci fa ripiombare giù, in un tornado emotivo che ci fa sobbalzare da quel torpore in cui ci aveva cullato l'ingannevole parte iniziale del brano. Ma le emozioni più gustose sono tutte nel finale, forse uno dei migliori mai scritti dai Flight Of Sleipnir, con arpeggi distorti di chitarra ad accompagnare dei cori che si fanno sempre più solenni e rievocano scenari ancestrali, fiordi norvegesi innevati e foreste perse nel buio più profondo. Un brano magistrale.

Servitude

Secondo brano dell'album dopo "Thaw" ad essere stato pubblicato in anteprima, Servitude è la conclusione perfetta per un disco come "Eventide", e basterebbe questa frase per chiuderne l'analisi e rimandarvi subito a casa ad ascoltare questa piccola perla. La commistione tra doom e black metal diventa totale, con lo scream maligno di Csicsely che non fa prigionieri, mentre chitarre ruvide e pesanti come macigni ci graffiano violentemente le orecchie con il supporto della batteria secca e precisa di Clayton Cushman. Ma nelle pieghe di quella fredda ruvidezza si insinua una ricerca melodica calda e intima, che ci fa godere come ricci ad ogni schitarrata. "Servitude" è essenzialmente un brano doom metal, perché ne rispecchia in pieno tutti gli stilemi, ma al contempo è ricco di un fascino oscuro tutto americano, che ricorda tanto il cascadian black metal quanto i paesaggi dark/folk che sapevano evocare John Haughm e soci, ed è il brano forse più lento di tutto l'album, che si prende con calma il tempo necessario per infondere le emozioni di cui è impregnato fino al midollo. I riff di chitarra di Cicsely ci massaggiano le sinapsi in maniera costante, ma allo stesso tempo ci tiene all'erta con l'aggressività di assoli nervosi che verso metà brano di risolvono in una indolente discesa nell'abisso. Poche note liquide e corde che ad ogni pizzico sprigionano echi e riverberi, con una batteria asciutta tipicamente doom metal a reggerne l'atmosfera, e poi ancora riff in palm-mute e arpeggi in delay dalla chiara ispirazione settantiana: "Servitude" si riconferma il brano più spiccatamente "doom" di tutto "Eventide", ma rimane sempre in bilico costante tra vuoto e pieno, tra pacatezza e arroganza, in un misto di sensazioni chiaroscurali che si risolvono in un finale dilatato che sembra strizzare anche l'occhio a certi My Dying Bride (quelli più classicamente doom e apocalittici di "The Light At The End Of The World"), con un assolo melodico ispirato ed estremamente efficace che sembra uscito direttamente dalla penna di Andrew Craighan e ci lascia con in testa la sensazione, se si è fan di tutte queste sonorità, di aver ascoltato qualcosa di davvero bello, coinvolgente e, per una volta, finalmente originale. Perché si, sarà anche vero che i The Flight Of Sleipnir pescano a piene mani dalle influenze più disparate: ma lo fanno in un modo del tutto nuovo, incrociando foreste notturne, battaglie vichinghe, fango delle paludi e polvere del deserto, in un modo talmente preciso, armonico e naturale che sembra come se più che una commistione di generi diversi il loro sia un vero e proprio sottogenere metal a parte. E non è cosa da tutti. Promossi alla grande anche stavolta, se solo ci fossero stati dei dubbi. 

Conclusioni

Davvero, io non me lo spiego. Per quanto mi sforzi, non riesco a spiegarmelo. Non riesco a capire perché una band francamente straordinaria come i The Flight Of Sleipnir, dopo un'esperienza più che decennale, ancora non siano riusciti a farsi notare davvero dal grande pubblico e continuino a restare un gruppo fondamentalmente di nicchia, costretto a pregare la Eisenwald per la reperibilità delle loro opere (e parlo anche per esperienza personale, perché ottenere questo "Eventide" in originale non è esattamente un'impresa facile). Ma perché "straordinari"? Perché i nostri cari americani, oltre a possedere una vena compositiva incredibilmente ispirata, sempre e costantemente attiva, riescono anche a risultare non poco originali, sguazzando nelle mille possibilità di una proposta che frulla mitologia norrena, black metal, gothic metal, atmosfere dark, deserti stoner rock, dilatazioni doom metal, spunti folk acustici, fino a sconfinare persino negli infiniti territori del post metal. E chi è fan di tutta questa roba, come fa a non amare una proposta che riesce a collegare perfettamente tutte queste influenze in una maniera sopraffina e così dannatamente ammaliante? "Eventide" in tutto questo non è soltanto un gran bel disco, ma anche un album che esplora una delle più importanti influenze della band del Colorado, ovvero il black metal, il dark e gli spunti di matrice cascadiana. L'ultimo nato in casa Flight Of Sleipnir è un disco notturno, molto più di quanto non lo fossero le opere precedenti della loro discografia, e del resto già lo splendido artwork ad opera del frontman David Csicsely è un indizio evidente di questa voglia della band di esplorare un nuovo aspetto della loro sfaccettata proposta. Le litanie lisergiche e i respiri settantiani del precedente e bellissimo "Skadi" vengono quindi parzialmente accantonati per lasciare più spazio ad atmosfere che profumano di foreste nordiche e a riffoni che sembrano dettati dallo spirito degli Agalloch in persona (e un brano come "Thaw" non sarebbe stato affatto fuori luogo in un disco della band di John Haughm).  Là dove "Skadi" dilatava, "Eventide" concentra, e tende a mettere da parte le lunghe riflessioni intimiste per puntare piuttosto sull'emotività immediata e viscerale, nonché su sensazioni ancestrali, glaciali e ricoperte da un costante velo di oscurità su ogni nota. Le chitarre di "January" sono forse quanto di più black metal sia mai uscito da un lavoro degli americani, mentre l'elegante ballata "Harvest", neanche a farlo apposta visto il nome (o l'avranno davvero fatto apposta?) rende omaggio agli Opeth del periodo di "My Arms Your Hearse", con chitarre soffici e cullanti sostenute da poche ma incisive note di pianoforte. Certo, il doom è sempre costantemente presente nella proposta dei nostri che, a prescindere da quelle che sono le loro influenze attuali, mettono sempre in mostra un sound perfettamente riconoscibile, che odora sempre un po' di marcio e qua e là intravede gli influssi sulfurei degli Electric Wizard; solo che stavolta i nostri hanno fatto un lavoro di rifinitura decisamente maggiore, smussando gli angoli e dando la precedenza al vento del nord, all'epicità lenta dei Bathory e persino alle fascinose visioni dei Pink Floyd di "The Other Side Of The Moon" (del resto la luna, anche qui, è l'emblema di tutto il disco); e tutto questo, in ogni caso, senza mai perdere di vista l'identità strettamente doom a cui è intrinsecamente legato il sound della band di Arvada. "Bathe The Stone In Blood" è emblematica in tal senso, con un inizio di chitarra clean che sembra uscito da una strana fusione tra Roger Waters e il Mikael Akerfeldt di "Damnation", per poi evolversi dapprima in una sfuriata tipicamente alla Flight Of Sleipnir, doom metal fino al midollo e pregna di una sensibilità stoner prettamente americana, fino a sfociare in un bridge dal sapore black metal e in un finale prettamente viking, che non avrebbe affatto sfigurato in uno degli ultimi album degli Amon Amarth; e tutto questo, allo stesso tempo, senza dimenticare quelle suggestioni propriamente post-rock che vengono sapientemente utilizzate dai nostri per creare atmosfere catartiche, come fossero una sorta di "passaggio" da un'influenza all'altra all'interno dello stesso brano e legare insieme le parti più elettriche e polverose con quelle più epiche ed oscure. Insomma, se non è talento questo, non so proprio cosa possa esserlo. "Eventide" forse non sarà il miglior disco dei Flight Of Sleipnir, ammesso che davvero ne esista uno "migliore" degli altri (e per me ci sarebbe da mettersi in fila con il precedente "Skadi", con "Saga" e soprattutto con il meraviglioso "Essence Of Nine"), ma di sicuro rappresenta un tassello importante nella discografia dei nostri, sia come album in sé, bellissimo a dir poco, sia come una nuova fase nell'esplorazione dei Flight all'interno del loro stesso sound e delle loro molteplici influenze. Speriamo solo che possa rappresentare anche un'occasione per far uscire finalmente la band da quel contesto underground che, onestamente, gli va ormai fin troppo stretto, perché davvero questi ragazzi si meritano tutto il meglio e l'attenzione che il pubblico metal possa offrirgli. Caldamente consigliato.

1) Voland
2) January
3) Thaw
4) Bathe The Stone In Blood
5) Harvest
6) Servitude