The Feelies

Crazy Rhythms

1980 - Stiff Records

A CURA DI
TIZIANO ALTIERI
30/11/2020
TEMPO DI LETTURA:
9

Introduzione Recensione

Quattro ragazzi. Uno sfondo celeste. Una scritta posta in alto. Vi ricorda qualcosa? Bé, se eravate già in vita a cavallo fra gli anni 80 e i 90, questa descrizione non potrà far altro che riportarvi alla mente la copertina del mitico e intramontabile esordio degli Weezer, disco omonimo, maggiormente noto col nome di "The Blue Album", uscito nel 1994. I figliocci dei Pixies ci hanno però preso in giro per tutto questo tempo. Una burla che dura da quasi ventisette anni. Già, perché se guardate attentamente la locandina del disco che sto per recensire, scoprirete che tale descrizione calza a pennello con quest'altro esordio, di ben quattordici anni più vecchio del Blue Album. Non siamo certamente qui per accusare i geniali Weezer di plagio. Personalmente, ho sempre creduto che il loro sia stato un gentilissimo omaggio a una di quelle band con cui da giovani si sono sfondati i timpani. Il contesto era quello del 1980. Nell'immenso calderone di ogni tipo di musica che usciva in quel momento, qualcuno dei futuri membri degli Weezer (se non tutti, ognuno per conto suo) tira fuori questo disco dei The Feelies; lo ascolta e poi pensa: "un giorno suonerò come loro". Gli anni passano, le preferenze cambiano (come i già citati Pixies) ma quel disco oramai si è sedimentato sotto pelle. E per quanto dissimile dal sound che tireranno fuori, gli Weezer scelgono di presentarsi al mondo così: quattro ragazzi, uno sfondo celeste, una scritta posta in alto. Ma cosa avevano di speciale i The Feelies per aver colpito così nel profondo una delle band più famose degli anni 90? Anzitutto, quei quattro ragazzi del New Jersey (Glenn Mercer, Bill Million, Dave Weckerman, Richard Reilly) erano meglio conosciuti sotto il nome di Outkids prima di diventare la band di cui stiamo parlando. Quattro amici amanti della musica che passavano le giornate ascoltando Lou Reed con i suoi Velvet Undergound e soprattutto i Beatles. La trasformazione definitiva in The Feelies avvenne quando altri due giovani italo-americani si aggiunsero al gruppo: Vinny DeNunzio alla batteria e John Papesca al basso. Nel giro di due anni, quella band divenne il miglior gruppo underground di tutta New York, come si poteva ben leggere nelle riviste locali dell'epoca. In meno di un anno dalle pubblicazioni di quelle osannanti critiche, la Rough Trade Records, già famosa per produrre band del calibro di Stiff Little Fingers, Swell Maps e The Kleenex, prese quella estesa cerchia di musicisti sotto la propria ala. Operando i dovuti scarti e sostituendo qualche membro (Keith DeNunzio al posto di Papesca e Anton Fier al posto di Vinny), la band, già alla sua terza formazione in meno di quattro anni di attività, dà vita a un eccezionale disco d'esordio che sbaraglia anche la più grossa concorrenza. Crazy Rhythms deve presumibilmente il suo nome ad un brano swing del 1928 intitolato "Crazy Rhytm", scritto per orchestra e famoso per essere stato inserito in un noto spettacolo di Broadway. Il brano, a seguito allo spettacolo, divenne tanto famoso da essere tutt'oggi un apprezzatissimo standard Jazz, tanto che nel tempo è stato possibile sentirlo cantare da voci indimenticabili del calibro di Doris Day, Bing Crosby e Tony Bennet. Ma credetemi: nulla potrebbe essere più lontano dallo swing anni 20 di quelle frenetiche sciabolate offerte dai The Feelies e dai loro strumenti. Quei quattro fighetti all'apparenza ripuliti, provenienti dalla bassa periferia newyorchese, riuscirono infatti con questo primo disco e con il loro modo di suonare a far le scarpe al David Bowie di Scary Monsters, ai The Specials -anch'essi in esordio- e ai Rolling Stones di Emotional Rescue. E persino ai Joy Division di Closer! Certo, fatta eccezione per i The Specials, gli altri artisti citati avevano prodotto dischi assai migliori di questi, non ultimi i Joy Division (nonostante la brevità della loro carriera). Ma i The Feelies, con il loro sound suburbano graffiante e per niente ripulito, scossero la critica musicale a tal punto da vedersi assegnati voti e classifiche assai migliori di quelli ricevuti da questi altri autorevoli dischi.  Per essere un esordio, che dire? Non si può chiedere di più.

The Boy With The Perpetual Nervousness

Il disco si apre all'insegna dell'incertezza con The Boy With The Perpetual Nervousness. Quei quattro ragazzoni ben vestiti ci tengono alle loro origini underground, perciò gli strumenti emergono direttamente dal sottosuolo. Si scorgono delle flebili percussioni, quasi dei legnetti (dotazione di ogni scuola elementare che si rispetti) che vengono sbattuti l'uno contro l'altro. Sembra la stessa intro incerta del capolavoro di Brian Eno "St. Elmo's Fire", di sette anni più vecchia. Procede poi cauta e rasoterra una chitarra, il cui crescendo accompagna una sorta di battito cardiaco. Le dinamiche aumentano. Ora le chitarre sono due, e poco dopo si delinea un cavalcante accompagnamento della batteria seguito dal basso. La base ormai è definita del tutto. Manca solo la voce. Essa non si fa attendere, e appena entra ci dice: «C'è un bambino che conosco, ma non troppo bene. Non ha molto da dire», anzi: «vive proprio alla porta accanto e non ha niente da dire». La voce ora ci lascia, come fosse di passaggio, lasciando spazio agli strumenti di intrecciarsi a piacimento. Le chitarre nei loro riff sbarazzini e mai fuori posto si sposano alla grande, guardandosi bene dal non sovrastare troppo il brano lasciando il posto anche a degli squisiti feel di batteria. Bastano un paio di colpi di batteria elettronica e siamo di nuovo sul riff del verso. Qui la storia prosegue: «[il ragazzo] non sembra che faccia niente. Non aiuta mai in cortile, lascia che sua madre porti la spesa, non ha intenzione di lavorare duramente». Insomma uno sfaticato. «Il ragazzo della porta accanto -per quanto io possa vedere- ha cose migliori da fare? cose più grandi. Il ragazzo della porta accanto: SONO IO. D'accordo!?». Una rivelazione spiazzante che denota una capacità di scrittura notevole e per niente scontata. Subito dopo le chitarre si abbandonano ad arpeggi pindarici, quasi ad omaggiare quel Tom Verlaine che aveva sbalordito tre anni prima con la sua Marquee Moon, ma con un gusto del tutto originale. Non manca anche in questa parte lo snare elettronico che richiama all'ordine le due chitarre, ormai quasi un leitmotiv che introduce la voce. Essa, proseguendo, racconta: «Non è come i ragazzi che avevamo? per niente. Quelli rendevano orgogliosi i loro genitori. Questo, li batte tutti!». Il testo poi prosegue con la parte della rivelazione scritta pocanzi che ora scopriamo essere il ritornello. Stupisce questo secondo verso, chiaramente per la sua conclusione. In perfetto stile trap (perdonate il riferimento), il cantante si dà delle arie, ergendosi al miglior ragazzo del quartiere, seppur la sua condotta scansafatiche riveli tutto il contrario. Ma egli sa quando farsi da parte, e infatti per il restante minuto e mezzo di canzone, siamo inebriati dalle trovate pazzesche delle chitarre e dai loro azzeccatissimi incroci. I Feelies sanno come non sprecare una nota, e basta questo brano per rendersene conto.

Fa-Ce-Là

Come spesso tengo a ribadire, la seconda traccia di un grande disco, è considerabile la summa artistica dello stesso. Se questo vale sempre, allora Fa-Ce-Là ne è un ottimo esempio. Una chitarra acustica apre le danze, seguita a ruota da una rullata rapida di batteria e dal suo "Tu-tu-pa! Tu-tu-pa!" che accompagna delle distortissime chitarre squillanti che, imbizzarrite, sfociano nella parte cantata. Stavolta la modernità del testo ci investe in tutta la sua brevità. «Invia un messaggio a MaryAnn: "tutto va bene". Invia un messaggio a Mamma e Papà: tutto va bene». La meccanicità con cui vengono enunciati ed eseguiti questi compiti autoimposti, anticipa di ben trent'anni quella che sarà la telefonia mobile, restituendo a noi ragazzi del nuovo millennio un quadro crudo e concreto di quella che è l'incomunicabilità telematica. Il parlare senza guardarsi. L'interagire senza interagire. Una realtà che conosciamo molto bene e che siamo abituati a gestire, ma che quarant'anni fa (sottolineo: quaranta) costituisce una vera e propria avanguardia delle modalità di scrittura di un testo cantato. Se c'è il salto in avanti, non per questo deve mancare quello all'indietro. Infatti il ritornello che parte subito dopo (nonché titolo del brano) sembra una versione aggiornata della popolare "Obla di Obla da", di beatlesiana memoria. I The Feelies, da perfezionisti quali sono, non potevano farsi sfuggire questo sentito omaggio ai loro beniamini, stravolgendone completamente i canoni. Permane la struttura a due voci, spesso ricorrente in brani dei fab four, ma di certo la band britannica non brillava per le sue squillanti distorsioni, tratto che invece è distintivo di questo brano. Esso prosegue con un secondo verso ben più significante del precedente: «Rompi il silenzio con la testa urlante (va tutto bene!), rompi l'urlo con una voce silenziosa (va tutto bene!!)». Mai la massima di Asimov "la violenza è l'ultimo rifugio degli incapaci" fu trasposta meglio in musica, a patto che qualcun' altro oltre i The Feelies l'abbia fatto. Sì perché in questa frase il cantante ci dice che solo la voce silenziosa della pazienza è in grado di rompere l'urlo dell'oppressione, così come il silenzio (rieccoci con l'incomunicabilità) si può rompere solo se si possiede una testa pensante che urla internamente prima di lasciar spazio alla bocca di esprimersi. Perché, si sa, spesso vengono emesse urla che sarebbe meglio tener sopite, per il bene proprio e della convivenza. La difficoltà di analizzare i The Feelies sta anche in questo: ci sono volute cinque righe di spiegazione per analizzarne appena due del testo. Basterebbe questo per farvi un'idea della band e del disco. Tanto da poter smettere di leggere. Ma vi invito a rimanere perché siamo solo alla seconda traccia.

Loveless Love

Il vorticoso giro di basso che chiude la traccia appena analizzata ci conduce verso uno dei brani più belli del disco, nonché quello col titolo più evocativo. Loveless Love è un brano per cui bisogna attendere ben due minuti e mezzo di eccezionale introduzione musicale per capire di cosa ci vuol parlare. Un'attesa che non costa affatto fatica, dal momento che per definirne il comparto compositivo occorre scomodare di nuovo Tom Verlaine e i suoi Television. È proprio di tale eccezionale fattura che stiamo parlando. Vediamo quindi insieme di cosa consiste. Il tutto si apre con un arpeggio tanto semplice quanto coinvolgente, cui si legano dei sottili armonici della seconda chitarra. Viene in aiuto la batteria che incede dapprima cauta per poi aumentare le sue dinamiche, esattamente come fa la seconda chitarra. Essa, infatti, "disturba" con un accordo sostenuto e strammato che svanisce pian piano, lasciando scorgere al di sotto di esso un notevole giro di basso. Adesso ci sono tutti. Nessuno escluso. L'arpeggio iniziale viene influenzato da questa dinamica dell'accumulo e cambia a sua volta, trasformandosi anch'esso in un sostenuto di una sola nota sopra il quale l'altra chitarra è ora libera di strammare a piacimento. Subito dopo subentra un'incredibile solo distorto, dapprima accompagnato da una chitarra ritmica che in seguito comincia ad eseguire anch'essa un elegante parte solista la quale, sposandosi con la precedente, non disdegna degli errori funzionali. Questi, contribuiscono a donare al brano uno squisito e sottile gusto No Wave. E, come nei migliori matrimoni, anche l'altra chitarra segue la sua metà in un breve ma intenso amplesso, squisitamente rumoroso. Giunge finalmente la voce, che stavolta ci narra di qualcuno che ha fatto la sua offerta «un po' troppo presto» e che «non è [neanche] la prima volta che succede. In un attimo» questo qualcuno ha detto "Niente". Perché il primo verso è lasciato volutamente privo di conclusione. Ma proseguendo con l'analisi del secondo, possiamo scorgerne il significato. «Non vuoi conoscermi. Sembra che non sia mai stato fatto!». Che si tratti di una richiesta di amore fisico? C'è qui la lamentela di una ragazza che è stufa del suo uomo, il quale, piuttosto che interessarsi a lei, si interessa a ciò che lei ha in mezzo alle gambe? Potrebbe in effetti darsi, e se così fosse anticiperebbe di ben tre anni quel geniale brano dei Violent Femmes in cui la parola "Fuck" è volutamente lasciata in sospeso. «In un attimo ha detto scopiamo» potrebbe dunque concludersi quel primo verso tronco, che così com'è risulta decisamente più elegante. Andando avanti col testo, possiamo fare persino un altro parallelo con una band ben più lontana dai The Feelies dei Violent Femmes, anche se non di molto. Scomodiamo quindi i Pixies e la loro "Letter to Memphis". In questo brano del 1991, il cantante e band leader Black Francis, a un certo punto dice: «across the ocean sailing and i saw her», cantando questa frase tutta d'un fiato. Il significato -intuibile dal contesto- ci porta a differenza del cantante a suddividerla in due parti. In "Loveless Love", avviene il contrario. Le frasi a cavallo del secondo e del terzo verso, divise persino da un cambio del feel della batteria, sono unite nel significato ma slegate nell'esecuzione vocale. «io [la] vedo come senza speranza, tu [la] vedi come vinta?». E qui finisce il secondo verso. Nel terzo, capiamo veramente il senso della frase quando il cantante dice: «La storia. [Infatti] mi chiedi: Potremmo stare insieme stanotte!». Vi invito ora a rileggere le due frasi d'un fiato, così finalmente da raccapezzarci qualcosa con questo brano! «Sono stata cresciuta secondo uno standard diverso. E non sembrerebbe giusto». A questo punto, come nel miglior teatro, subentra il monito del narratore onnisciente. Il cantante, infatti, nell'ultimo verso parla dal suo punto di vista del narratore che giudica la vicenda raccontata finora: «non sembra importante [questa cosa]. Mi piacerebbe sapere cosa conta allora! Come è successo [che] lo han già fatto? Non me lo ricordo». Il narratore/cantante qui ci svela di non ricordare a questo punto come possa essere successo che i due protagonisti di questa storia siano già finiti a letto insieme. Perché è proprio di questo che si tratta. Com'è possibile che lei si rifiuti, come non si sentisse pronta per la prima volta, quando questa c'è già stata? Non è dunque importante l'amore fisico per lei? E se non lo è, cosa conta davvero? Discorsi che possono apparire misogini ma che in realtà nella loro complessità rivelano un aspetto determinate sul quale, più di vent'anni dopo, un artista nostrano (tale Fabri Fibra) getterà le basi per la sua carriera. Un cantante può permettersi di dire cose scomode che non pensa delegando la sua voce a un personaggio che egli interpreta, il quale (nella fattispecie del rapper italiano) rappresenta il pensiero gretto della massa. In "Loveless Love" avviene la stessa cosa. E infatti il testo prosegue nuovamente col punto di vista di lei: «amore senza amore: non è il mio piano, non è romanticismo, [e] penso che faccia schifo». I The Feelies ci stupiscono di nuovo, regalandoci qui un brano le cui frasi non stonerebbero nel più intelligente dei manifesti femministi.

Forces at Work

Se il brano precedente si chiude in maniera folgorante, con una citazione di Billie Wilder («nobody's perfect!») e un meraviglioso assolo cromatico, con questa quarta traccia entriamo di nuovo in ambienti distesi. La più lunga del disco, Forces at Work si apre con un suono iperbolico che sembra non finire mai, almeno fin quando non giungono gli altri strumenti, specie la chitarra. Essa genera un tremolio tale da far impallidire "How soon is Now" degli Smiths, di ben cinque anni dopo. In secondo piano abbiamo una batteria irriverente, la quale, dapprima sullo sfondo, all'esplodere delle dinamiche che anticipano le voci, si abbandona in un oramai caratteristico "tu-tu-pa". Altrettanto caratteristici sono i sostenuti della chitarra che accompagnano anche la voce. Stavolta il contesto è completamente diverso. Siamo infatti dalle parti del complottismo, o almeno così parrebbe: «la sfumatura della mente. La mente è sotto controllo. Il controllo è la forza. Le forze al lavoro». Il significato potrebbe infatti essere questo: i miliardi di sfumature offerti da una mente libera vengono meno perché questa mente è soggiogata da una forza infaticabile che opera costantemente. Se così fosse, non ci si dovrebbe stupire più di tanto. La paranoia del controllo mentale era una cosa non così fresca all'inizio degli anni '80, ma che comunque si portava dietro tutto il retaggio della guerra fredda con cui i The Feelies (da americani) avevano vissuto. Conflitto spionistico che infatti non sarebbe finito prima di altri dieci anni. Quel plurale nel titolo potrebbe proprio rimandare a quel famoso "loro" di cui i complottisti si riempiono la bocca. Attenendoci quindi alla prassi di cantare non per voce propria, ma per voce di un individuo che si intende criticare (come abbiamo visto nel precedente brano), i The Feelies fanno nuovamente un salto in avanti verso il ventunesimo secolo e in particolare verso il periodo che stiamo vivendo. I complottisti-negazionisti riempiono le piazze attorno a noi in un clima giustificatamente restrittivo in cui non bisognerebbe riempire neanche il proprio salotto. La band newyorchese ci offre così -a quarant'anni dal proprio operato- un'ennesima arma sonora contro l'ignoranza, condensandola in quattro apparentemente facili righe come solo loro sanno fare. La poetica dell'oppressione che viene enunciata dal testo, legittima o meno che sia, si riflette perfettamente nei suoni delle chitarre, che si abbandonano a bordoni esorbitanti che oltraggiano piacevolmente l'udito. Una compattezza sonora che viene ora rappresentata dalla chitarra, ora dal basso e ora dalla batteria. Insomma, tutti gli strumenti contribuiscono a rendere questo brano una sorta di versione alternativa del Wall of Sound alla Phil Spector, che si identifica non con l'aggiunta di strumenti orchestrali (come negli esperimenti originali del produttore statunitense) ma con il semplice ausilio del nucleo base di una rock band. Il muro si assottiglia per permettere alla voce di passare, ma stavolta è più confusa di prima, tanto che risulta impossibile coglierne il significato. Sicuramente una scelta perfettamente conscia della band. In quel notevole intreccio di voci cui oramai siamo abituati, i The Feelies scelgono stavolta di mettere in scena un ragionamento del tutto sconclusionato, reso perfettamente dalla sovrapposizione del duetto che, seppur nascondesse un qualche significato da attribuire singolarmente ad ogni voce, esso sparisce nella confusione generata volutamente dal loro connubio. D'altronde, mantenendo la chiave di lettura complottista, risulterebbe un'ulteriore critica al sistema di ragionamento di questi individui ossessionati dal controllo mentale. Un'altra sottile trovata di scrittura offerta dalla band.

Original Love

Sarà uno stupefacente coretto e una serie di schitarrate a metà tra il solistico e il ritmico ad accompagnarci nell'outro della quarta traccia, che con la sua conclusione chiude il lato A del disco. Il lato B si apre invece con una soave chitarra acustica, come quella di "Loveless Love". Ma se nel brano già analizzato ad essa era lasciato molto più spazio, qui, in Original Love, la chitarra in questione è subito raggiunta da quella elettrica. Inizia lo stramming tipico del chitarrista. È il segnale per gli altri strumenti di entrare. Non ci si abbandona a lunghe introduzioni strumentali, si preferisce in questo caso andare dritti al sodo. Il testo compare infatti ad appena trenta secondi dall'inizio del brano, e subito ci rendiamo conto di essere dalle parti di un cugino neanche troppo lontano di "Loveless Love". Non si condivide solo l'intro acustico quindi, anche per quanto riguarda il testo ci sono notevoli similitudini. «Hai detto nessun impegno quando ti ho chiesto un compromesso. Solo un compromesso. Ora non so perché te lo chiedo. È sempre un tale problema. Perché renderlo un problema!». Capiamo fin da subito che l'argomento è esattamente lo stesso, e ciò si conferma nel ritornello: «devi [sempre] aspettare che le cose accadano, aspettando che succeda qualcosa. Ma non succede mai niente». Qui, oltre che simili, i testi diventano l'uno la prosecuzione dell'altro. Il punto di vista passa da essere quello di lui nel primo e nel secondo verso a quello del cantante/narratore durante il ritornello. Lei stavolta è più furiosa che mai, arrivata ormai allo stremo della pazienza: «la tua voce si è alzata di rabbia. Chissà cosa stai cercando! Non sai [neanche te] cosa stai cercando. Sembra che tu non ti accorga della distanza tra noi». Lui cerca di buttarla sul sentimentale, quando è chiaro che la distanza che intende è prettamente quella fisica. Stupiscono nuovamente i cori nel ritornello, che fanno da sostrato di questa resa canora a metà tra Morrissey e Kapranos. Se infatti dei paralleli con gli Smiths si son già fatti, avevamo tralasciato finora l'influenza che i The Feelies hanno avuto anche sui Franz Ferdinand, cosa che in questa traccia appare più che palese. Il connubio chitarra acustica/chitarra distorta e più che mai perfetto, e apre il sipario sulla risposta di lei: «la tua debolezza [per la carne] sta diventando [sempre] più forte, [assieme] con il tuo disprezzo per le convenzioni. Non sto cercando un nuovo tipo di era sociale. [Tanto] sembrano tutte uguali!». La ragazza trova anche il tempo di fare dell'ironia nonostante la frustrazione. Vuole a lui far notare che ella non sta cercando nulla di eccezionale ("nuova era sociale"), semplicemente gradirebbe ancora del corteggiamento prima dell'atto, anche se la relazione è ormai decollata. È la sua ostinazione nel non accettare di nuovo di compiere il corteggiamento ("disprezzo per le convezioni") che la porta ad allontanarlo. Tutto qui. Un altro enorme discorso sull'incomunicabilità fatto nuovamente da chi al primo ascolto avevamo giudicato come semplice New Wave: I The Feelies. Una band di cui, insieme, stiamo analizzando il vero valore.

Everybody's Got Something To Hide (Except Me And My Monkey)

Eccoci giunti all'unica cover presente nel disco, se non si tiene conto della versione bonus di Crazy Rhythms che contiene anche una splendida cover della Paint it Black dei Rolling Stones. In questo caso si tratta invece di una cover dei già citati beniamini della band, gli intramontabili Beatles. Il brano in questione, nella sua versione originale, è presente nell'iconico disco omonimo dei Beatles, maggiormente noto col nome di "White Album". Il disco, di dodici anni più vecchio di Crazy Rhythms, rappresenta una notevole raccolta di singoli dagli stili più disparati. Questa Everybody's Got Something To Hide (Except Me And My Monkey), rappresenta un tentativo da parte del quartetto di Liverpool (e in particolare del suo autore John Lennon) di discostarsi dal consueto sound melodico del gruppo, suonando in maniera più selvaggia e veloce un pezzo maggiormente rock. I The Feelies riescono perfettamente nell'intento di ricreare appunto quello stile selvaggio e veloce (accelerando persino i bpm), contemporaneamente tenendo fede al componimento originale e contaminandolo con le loro qualità specifiche. Viene mantenuto ad esempio il suono martellante della batteria, impreziosito di rapidi picchiettamenti sul cowbell non presenti nell'originale partitura di Ringo, che prevedeva per lo più l'uso di piatti. Si elimina il riff centrale di Harrison che preferì un approccio chitarristico più distorto rispetto a quello che si può ammirare in Crazy Rhytms. I primi dieci secondi del brano beatlesiano sono troncati, a favore di un'entrata della voce tardiva che tanto piace ai The Feelies. Anche il bridge in cui Lennon ripete morbosamente "Come on" ad un primo ascolto può sembrare che non sia stato trasposto nella cover, ma ascoltata con attenzione si possono scorgere quasi le stesse dinamiche, fatta eccezione per la voce che si fa meno urlata e più sussurrata. Il basso si fa molto meno presente di quello di McCartney, a differenza della batteria che invece risulta travolgente come al solito. Le chitarre inondano il brano con i loro caratteristici sostenuti fino ad emergere solitarie nell'outro, ulteriore discostamento rispetto all'originale. L'unica cosa che viene mantenuta per filo e per segno è il testo, che risulta persino più ambiguo dei testi analizzati finora. «Il tuo dentro è fuori, il tuo esterno è dentro, dai è una tale gioia, rilassati, vieni e rendilo facile!». L'esplicitazione sessuale è giustificata dalla sua dedica. Di fatti Lennon la scrisse per la sua amata Yoko, con la quale non nascondeva di aver una splendida sintonia proprio in quell'ambito. Il verso: «più vado in profondità, più in alto voli» poi, non lascia alcuno spazio all'immaginazione, riferendosi contemporaneamente e in maniera abbastanza esplicita alla penetrazione maschile e all'orgasmo femminile. Il significato del titolo/ritornello è infine duplice. Lennon asserisce che "monkey" era semplicemente il nomignolo con cui chiamava Yoko, mentre McCartney crede che sia un riferimento ad una frase di quello che era stato il loro guru indiano Maharishi Mahesh Yogi: «tutti quanti hanno qualcosa da nascondere. Tranne me». Secondo McCartney, a questa frase Lennon aggiunse ironicamente "e la mia scimmia", anche se questa non è la versione ufficiale. Come quella che vede in questa frase un chiaro riferimento all'uso di eroina, poiché "monkey" nel gergo dei jazzisti anni '40 indicava coloro che si drogavano con tale sostanza. A prescindere dalle congetture, la genuinità del testo nella versione data da Lennon ci permette di godere a pieno della cover dei The Feelies, senza andare a scervellarci troppo sulla parte cantata come avvenuto finora nei brani originali del disco.

Moscow Nights

Siamo ora giunti al terz'ultimo brano del disco, Moscow Nights, quello che probabilmente incarna una maniera più nitida la spinta Dark Wave della band Newyorchese. Più di trenta secondi di vuoto ci accompagnano fino al riff squisitamente gotico che preannuncia l'ennesimo sostenuto di chitarra. Quei trenta di secondi vengono così immediatamente colmati da due cambi di melodia in mendo di un minuto. A quel sostenuto si aggiunge una chitarra in tremolo che la farà da padrone nel cambio successivo, il terzo, quello che in seguito all'ormai classico coretto alla The Feelies costituirà il primo verso della canzone. Si ritorna a bomba con l'argomento cardine di tutto il disco, quello che adesso possiamo considerare come il nodo centrale intorno a cui si snoda tutto il resto. «Tutto quello che volevi davvero era stare da sola almeno un po'. Come potevo saperlo, sembrava [già passata] un'eternità quando sorridendo mi dicesti: Ci ho pensato, è il momento giusto». Siamo di nuovo in compagnia con quegli amanti infelici la cui intricata storia d'amore ci ha accompagnato lungo le note di "Loveless Love" e "Orginal Love". Stavolta, a quanto pare, lui ha capito finalmente che lei aveva solo bisogno dei suoi spazi, difendendosi con uno spiazzante "come potevo saperlo". A sentir lui, il tempo d'attesa necessario affinché lei si concedesse volontariamente di nuovo è stato pressoché infinito. Ma il motivo della decisione della ragazza è presto detto: «e me lo aspetto: non tornerai mai negli stati uniti». Questa affermazione del ragazzo ci fa capire che forse la decisione della ragazza è più che altro un contentino, concesso ad un ragazzo che molto probabilmente non rivedrà mai più. Un ragazzo con cui forse c'era qualcosa di più del mero legame fisico. Forse era proprio questo il motivo di non concedersi per una seconda o terza volta: il rischio di rinsaldare una relazione in cui erano già presenti sentimenti attraverso anche il relativo legame carnale, un rischio che, dal punto di vista di una ragazza che a breve lascerà il paese, non valeva la pena di essere corso. Questa prossima mancanza, fa uscire dal ragazzo tutto il suo lato romantico («fin dove ci sono le luci, ora la tua faccia mi appare più chiara»), ma purtroppo non basta per farla rimanere («qui è come se non te ne fossi mai andata. Come se non avessi mai avuto una ragione per andartene»). Questo lo porto ad essere persino passivo aggressivo: «penso che sia ora che tu lo affronti: non ti sei mai sentita bene nel nostro mondo. Non ti sei mai sentita bene con te stessa». I versi sono divisi da un bridge di trenta secondi che schiude il solo, forse il più bello di tutto il disco. Ad impreziosirlo giunge anche il coro che introduce poi la parte cantata già analizzata. Ad essa si aggiunge anche un terzo verso in cui si torna al punto di vista di lei: «e penso a come potrebbe essere. Se potessi andar [in giro] da solo. Se potessi andare [in giro] di notte. Sarebbe proprio come hai detto che sarebbe stato: comincerebbe la vita di». E qui il testo si perde, come in "Loveless Love". Si perde in favore di un vocalizzo che chiude la parte cantata di un brano senza ritornello, che si conclude con l'ennesimo fantastico outro in sostenuto con lo strumming finale. Non sapremo mai come si chiama la ragazza, l'unica tra i due di cui stavamo per scoprire finalmente il nome. Non sapremo mai come i due abbiano risolto la loro relazione, in che rapporti siano rimasti, se si sono mai più sentiti. Tutto finisce così: con lei che gli rivolta in faccia le sue stesse parole ("sarebbe proprio come hai detto che sarebbe stato") che hanno ottenuto esattamente il risultato opposto: convincerla ancor di più a cercare sé stessa altrove ("comincerebbe la [mia] vita"). Un finale aperto su una delle storie d'amore travagliato meglio riuscite di tutta la storia della musica.

Raised Eyebrows

Se il giro di accordi che apre questo penultimo può sembrare eccessivamente classico, il suo sviluppo sicuramente smentisce questa impressione. Il sostenuto delle chitarre è sempre presente, ma stavolta una delle chitarre vuole primeggiare, offrendoci un riff grezzissimo e dagli accenti spostati. In generale tutti gli strumenti vanno un po' dove vogliono. In primis la batteria, che quasi stordisce con quei suoi tom accordati in modo strano, seguita dal basso durante l'assolo di chitarra. Qui lo strumento a quattro corde si lascia andare in un brevissimo feel che spiazza per il suo essere spontaneamente fuori luogo. A questa sorta di errore segue, il fuzzissimo riff del verso, ancora una volta caratterizzato da cori e voci incrociate. Si torna con Raised Eyebrows ad un testo corto fino al parossismo, costituito da una sola frase. Ciò lo rende il testo più breve dell'intero disco. Questa qualità determina chiaramente l'intrinseca difficoltà nel coglierne a pieno lo spirito. Ecco cosa ci dice il cantante: «Lui dice [che] qualcuno ce la farà e qualcun altro no [ad ottenere] la gloria». La frase inclusa nella parentesi quadra è più che mai nostra, dal momento che in realtà nel testo la parola gloria è lasciata a sé, slegata dalla frase principale (nonché l'unica). Possiamo quindi solo supporre che sia legata in qualche modo ad essa tramite quel verbo, forse l'unico in grado di dare un senso unitario al testo. Il titolo del brano poi ("sopracciglia alzate") rende ancora più criptico il tutto. Alzare le sopracciglia solitamente intende una sensazione di stupore nei confronti di ciò che si sta guardando o ciò che si è sentito, proprio come in questo caso. Forse, colui che figurativamente ha assistito alla declamazione della sua frase, è rimasto particolarmente colpito dal qualunquismo di cui è inondata. Chi può dirlo. Ciò che sappiamo sicuramente è che a differenza degli altri brani analizzati, questo rimarrà una incognita, privo di quella analisi di cui gli altri pezzi hanno goduto. Interessante è il palm muting di una delle chitarre, che impreziosisce l'accompagnamento ritmico della parte cantata. Altrettanto interessante è poi l'outro, come spesso abbiamo ribadito. Qui è costituito semplicemente da un'interruzione improvvisa del brano, con chitarra e batteria il cui ultimo slancio serve da segnale di stop per gli altri strumenti. Gli outro dei The Feelies si dimostrano ancora una volta formidabili, anche con una semplicissima trovata come questa.

Crazy Rhythms

Infine, siamo dunque arrivati alla traccia numero nove, Crazy Rhythms. La title track. L'ultima, gloriosa, traccia del disco. Il testo parte subito a differenza di altri pezzi dei The Feelies. Sembra quasi che la band scelga a tavolino quale traccia aprire con una bella intro e quale far partire a bomba. In questo caso è decisamente la seconda opzione, poiché la title track esplode con un prorompente stile jangle che ben rispecchia il nome del brano e dell'intero disco. A: "Ha detto che è ora di andare, va bene?" B: "va bene" B: "non voglio andare! Dico bene?! A: "comunque non mi ascolti mai! Parli sempre, [ma non hai] mai molto da dire" (occorre riportare il testo in questa maniera teatrale perché, a differenza di "Loveless Love", "Original Love" e "Moscow Nights", le due parti intervengono internamente alle strofe). Torniamo qui al tema dell'incomunicabilità, stavolta con personaggi cui non sappiamo dare una seppur vaga identità come nelle altre canzoni analizzate. Stavolta però si torna sul tema evidentemente tanto amato ai The Feelies con un tassello in più: la critica ai mass media (A: "Mi ricordi un programma televisivo [ma] va bene: lo guardo comunque"), co-responsabili di questa sciagurata incomunicabilità. All'attacco nei confronti della televisione (A: "Non parlo molto perché [la tv] si intromette" B: "non lasciare che si intrometta!") si aggiunge quello verso il defatigante mondo del lavoro (C: "lavora sodo e porta a termine le cose" A & B: "faremo il nostro lavoro, faremo le cose"), che, nella chiave di lettura offertaci dai The Feelies, risulta molto più affaticante dal punto di vista mentale ("non riesco a rilassarmi quando ci sono cose da fare") che non da quello fisico. Il duro mondo del lavoro, con le sue assurde regole, prima ci promette il decollo finanziario, dandoci indicazioni contraddicenti ("è ora di salpare ma non ora"), come l'annuncio tristemente noto: "cerchiamo apprendisti con esperienza". In seguito, svilisce la nostra parte creativa ("I grandi progetti rimangono, mentre i più piccoli svaniscono"). E infine, ci ingloba del tutto: «è bello sapere quando [il lavoro] fa parte della tua vita. Non voglio molto, e ho bisogno anche di meno. È tempo di sacrificarsi». A questo punto del testo, i The Feelies ripetono per quattro volte le parole: "ritmo folle". Contestualizzate sia come titolo della canzone che del disco, esse, rappresentano esattamente la rapidità dei passaggi appena analizzati: dall'accettare il lavoro ad esserne schiavi. Ma anche dall'essere individui all'essere massa (questo testo passa dai due punti di vista del dialogo iniziale al punto di vista generico del secondo verso). Dal rifiutare i sentimenti ad esserne vittime (come in "Loveless Love", "Original Love" e "Moscow Nights"). Dal convincersi di una cosa, al suo tramutarsi in verità assoluta individuale, e perciò ossimorica ("Forces at Work"). Dall'andare in profondità, all'andare in alto ("Everybody's Got Something To Hide"). Quello che i The Feelies possono fare affinché questa verità risulti un po' meno dura è rallentare i tempi. E allora si concedono una lunga sessione di basso e batteria, accompagnata per più di un minuto da altri suoni ma per lo più sempre da strumenti dell'ambito percussioni. Giungono poi le chitarre con un riff condiviso avanti di almeno vent'anni. Un riff che ricalca perfettamente lo stile degli indie rocker dei primi anni duemila. Il riff modula. Ora è tornato in stile Jangle, con qualche settima ad abbellire. Ora si trasforma in due assoli separati: uno molto semplice e melodico e un altro molto freddo e vertiginoso, entrambi molti brevi. Dei due trionfa il primo. Ed infatti sarà di stampo melodico il riff che precede il cambio di ritmo che ci riporta alla parte cantata, e quindi all'accompagnamento del ritornello che è uguale a quello del verso. Sorvoliamo sul ritornello che nient'altro è se non la ripresa dell'introduzione dialogica, con annessa ripetizione delle parole: "ritmi folli". Concentriamoci piuttosto (e come al solito) sull'ultimo outro del disco. Dall'aspetto quasi del tutto classico, a mo' di un finale di concerto, la conclusione ci ribadisce ancora una volta il titolo del disco così come della canzone, attraverso un iperbolico e fulminante strumming. Esso, leggero, scivola veloce ma con delicatezza verso un ben più melodico arpeggio, sempre incrociato a due chitarre. Le due amanti a sei corde sono libere di accarezzarsi languide mentre ai loro piedi spariscono gli altri strumenti, che le lasciano sole ad appartarsi. È all'insegna dell'amore che si chiude Crazy Rhythms, ma di quell'amore artificiale che secondo i The Feelies è più facile da realizzare: l'amore tra due strumenti musicali.

Conclusioni

Se ancora è valido il riferimento al bano Jazz degli anni '20 analizzato nell'introduzione, la spiegazione di quest'ultimo brano ci fa ben comprendere il motivo per cui la vera e unica Crazy Rhythms, è proprio quella dei The Feelies. Il disco, infatti, non è incredibile solo per la sua «reazione contro la scena punk, con chitarre pulite e molte percussioni» (Glenn Mercer, chitarra solista e voce del gruppo). Non è incredibile solo perché è tutt'ora «un punto di riferimento dell'avant-pop jangly» (Rolling Stones), a più di quaranta anni dalla sua uscita. Non lo è neanche per la sua qualità di «fulgido monumento alla new wave nella sua versione più squisitamente bizzarra (Tiny Mix Tapes)». Crazy Rhythms è un disco incredibile non solo perché con esso I The Feelies sono riusciti a parlare direttamente allo spirito del tempo, insinuandosi con le loro camice pulite nell'underground indipendente americano. Crazy Rhythms è incredibile perché quando la band che l'ha partorito ha deciso di fare tutto questo, non si è limitata ad imbracciare gli strumenti vomitandoci sopra la propria preparazione. Nel farlo, essi hanno lasciato tracce tutte da decifrare del loro attento sguardo sul mondo, riuscendo a trattare temi come l'amore, la paranoia ed il lavoro attraverso una lettura psico-sociologica di questi topoi senza mai scadere nel banale. Già solo l'idea di trattare la stessa storia d'amore in tre tracce slegate (scelta che trasforma il disco in una sorta di semi-concept) dona al disco quasi un'aura letteraria. Una sorta di brevissimo romanzo suburbano. In questo senso, è un disco incredibile. Il tutto poi senza diventare sovraesposto mediaticamente, con tutti i vantaggi e svantaggi che ciò comporta. La fama di nicchia che il disco conosce tutt'oggi infatti, non ha permesso l'inizio di chissà quale gloriosa carriera musicale. Tanto che la band dovette aspettare ben OTTO ANNI per pubblicare un secondo disco. Questo lo svantaggio. Ma il vantaggio più grande è comunque legato a questo suo successo underground. Di fatti l'acclamazione ristretta di cui ha goduto Crazy Rhythms (se si esclude quella di critica analizzata nell'introduzione) ne ha determinato la sua unicità ed irripetibilità. Un successo maggiore di quello ottenuto avrebbe probabilmente rischiato di rendere ripetitiva la discografia della band, con dischi successivi all'esordio ma troppo uguali ad esso, per non rischiare di perdere la formula vincente. I The Feelies hanno invece osato, e l'hanno fatto sempre. Se infatti confrontate questo disco con quello successivo vi renderete conto che i loro dischi son sempre stati un salto nel vuoto. Per quanto estremamente orecchiabili, non superavano mai volutamente la soglia del pop. Fattore che tra l'altro ha influenzato anche band successive come i già citati Weezer, i quali come abbiamo visto presero questo disco come una sorta di manifesto musicale. Esattamente come avvenne per Michael Stipe ed i suoi R.E.M., una band in cui l'influenza di Crazy Rhythms riecheggia in ogni canzone. In esse si può fatti ammirare lo scintillante sound guidato dalla chitarra che costituisce proprio il marchio di fabbrica dei The Feelies, responsabili indiretti degli iconici riff di Peter Buck, il quale in segno di estrema riverenza produsse uno dei loro ultimi dischi. Cosa aggiungere oltre dopo questa epopea dai ritmi folli? Si potrebbe recuperare un po' di storia dei membri della band, appositamente non citati lungo lo svolgimento per poter spenderne qui due parole in più. Basterebbe citare solo la carriera del già citato Anton Fier, già batterista della jazz-punk band The Lounge Lizards dove milita insieme ad Arto Lindsay dei D.N.A., ben prima di entrare nei The Feelies. E forse è proprio da Lindsay che trasse quel gusto per le partiture sconnesse che ogni tanto restituisce nei pattern di batteria di Crazy Rhytms. Ha suonato con i Per Ubu, con i Voidoids, con i Golden Palominos che ha contribuito a fondare. Ha suonato con John Zorn, con gli Husker Du e con Jack Bruce, già bassista dei Cream. E la lista continua almeno fin quando non sceglie di smettere di suonare in un triste giorno di ottobre del 2019. Ma se la preparazione di Fier fu imprescindibile, la scaltrezza di Glenn Mercer lo fu ancora di più. Cantante e chitarrista della band, divide con la seconda chitarra Bill Million i diritti su tutte quante le canzoni dei The Feelies. È quindi alla loro penna che si devono quei cervellotici testi che vi abbiamo così minuziosamente spiegato. Oltre alla dote di grande scrittore e grande interprete, fu anche in grado di vendere lui e i suoi compagni, arrivando a suonare insieme a Lou Reed, Patti Smith, R.E.M., Bob Dylan e persino dentro un film con Jeff Daniels, tale "Something Wild", dove la band è accreditata come "The Willies". Il suo carisma lo portò a rimettere insieme la band (oltre che durante le reunion del 2008/2009) per suonare insieme nel suo primo disco da solista (2007), per poi ripetere l'esperimento nel 2011, anno in cui esce "Here Before", quinto ed ultimo della band, uscito a ben vent'anni di distanza dal precedente. Anche in quel disco Mercer non si smentì, scrivendo o co-scrivendo di proprio pugno altrettanti cervellotici testi. Ecco, quindi, cosa si cela dietro il progetto The Feelies: l'infinità preparazione di Anton Fier, il carisma e la poetica di Glenn Mercer, i portentosi arrangiamenti di Bill Milion e l'immensa sintonia tra loro e gli altri membri della band, dei quali è difficile reperire informazioni. Ma a noi non serve sapere altro. Crazy Rhythms, coi suoi ritmi folli, continuerà a farci oscillare la testa ed il cuore, anche quando ritirerete fuori questa recensione per i suoi cinquant'anni. Un disco così, non tramonterà mai.

1) The Boy With The Perpetual Nervousness
2) Fa-Ce-Là
3) Loveless Love
4) Forces at Work
5) Original Love
6) Everybody's Got Something To Hide (Except Me And My Monkey)
7) Moscow Nights
8) Raised Eyebrows
9) Crazy Rhythms