THE DARKNESS

Permission To Land

2003 - Atlantic

A CURA DI
ANDREA ORTU
02/04/2021
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione Recensione

Permission to Land ha rappresentato una piccola rarità, nel panorama rock del 2003: un singulto di hard rock puro, raffinato quando vuole, ruvido quando serve, prodotto e confezionato proprio come si faceva ai cari, vecchi tempi nella cara, vecchia Gran Bretagna. In un periodo in cui la musica dura mainstream era dominata da quel che rimaneva del rock alternativo anni '90, con band come Tool e System of a Down sulla cresta dell'onda, il successo del disco di debutto dei The Darkness sembrava un segno piuttosto evidente dei tempi, della necessità di una fetta importante di amanti del genere d'un ritorno alle origini, e soprattutto, di dismettere i toni depressivi del post grunge e quelli patinati fino allo schifo di certo (non tutto) nu metal, e così riassaporare sonorità ed estetica finalmente solari, sensuali, vitali.
Oggi, "Permission to Land" non è ricordato come un album rilevante in senso stretto, data la sua natura intrinsecamente derivativa, se non addirittura restauratrice, e tuttavia rappresenta un pezzo importante di un grande spartiacque storico e culturale. Brani come "I Believe in a Thing Called Love" o "Love is Only a Feeling" ci riportano l'immagine di una Mtv vicina al suo canto del cigno, e con essa di un'intera generazione d'ascoltatori ribattezzata, un po' malignamente dai più anziani, proprio "Mtv Generation". Le vivide e ancora un po' innocenti atmosfere di quei video ci ricordano le altre band ad essi contemporanee, come Muse, Linkin Park, Placebo, Red Hot Chili Pepper, Slipknot, Foo Fighters e qualche altra - ovvero le ultime, vere rock band in senso allargato a guadagnarsi la vetta del successo mainstream.
Ovviamente, nel 2003 i Darkness non si ponevano minimamente questioni del genere: tutto ciò che interessava a questi quattro ragazzi inglesi, era di riuscire a dare alla luce un album di debutto degno dei tre anni di dura gavetta dalla fondazione della band. Il sodalizio tra loro era iniziato nel 2000 nel cuore cosmopolita dell'Inghilterra, ma i fratelli Justin e Daniel Hawkins, di Lowestoft, suonavano insieme già da un bel po' di tempo, inventando jingle per la TV di tanto in tanto, per esempio, o lavorando come session men per nomi anche di un certo rilievo, come Natalie Imbruglia.
Justin Hawkins era, ed è, voce e chitarra del gruppo: all'uscita di "Permission to Land", Il suo stile canoro e il suo aspetto rappresentavano il biglietto da visita dei Darkness, nonché l'elemento d'interesse più plateale per chi si approcciasse per la prima volta alla loro musica. Dall'apparenza sinuosa e femminea, tendente spesso e volentieri all'acuto più dirompente, il cantante faceva suoi gli stilemi più disparati: da quelli del più classico rock anni '70 e '80, a quelli caratteristici del canto lirico - con tutti i limiti del caso, sia chiaro - che si divertiva a interpretare e stravolgere a suo piacimento. Pure l'estetica era importante, ché dopotutto era il 2003 e i videoclip erano importanti quasi quanto la musica stessa. Di solito il cantante è inevitabilmente il frontman di una rockband, e Justin, che non era brutto ma non era manco un Chris Cornell o un Kurt Cobain, interpretava l'estetica a modo suo, da una parte con quell'ambiguità sessuale già da lungo tempo cara a molte star del pop e del rock, dall'altra, con un'efficace autoironia che sarà tra i cavalli di battaglia dei Darkness.
Daniel Hawkins nel 2003 aveva ventisette anni, un anno in meno di Justin. Sue sono le backing vocals e la chitarra d'accompagnamento, anche se era solito dividersi col fratello l'onere di prima chitarra dei darkness, compresi alcuni dei più memorabili soli del gruppo. La sua vita, e insieme la sua carriera, avranno alti e bassi che negli anni seguenti l'uscita di Permission to Land andranno a minare la stabilità della band.
Tra le molte influenze dei fratelli Hawkins, a spiccare con maggiore risalto era quella di Brian May, un artista forse meno tecnico di altri suoi illustri contemporanei, ma capace di tirare fuori dal cappello stilemi e sonorità che hanno gettato radici profonde in molti aspiranti musicisti, specie quelli britannici. Per i ragazzi della generazione di Justin e Daniel, quello di May era un influsso talmente radicato, solitamente dall'adolescenza se non dall'infanzia, da essere quasi subliminale. Poi c'erano le influenze successive e più mature: Led Zeppelin, Whitesnake, Bruce Springsteen, i Thin Lizzy, ma pure un pizzico di grunge e post punk, sebbene i Darkness ne rigettassero del tutto l'estetica per abbracciare quella del più classico glam rock - modernismi permettendo.
Rispetto ai fratelli Hawkins il bassista Frankie Poullain era d'un'altra generazione, classe 1967, ed era per molti versi l'elemento più solido del gruppo, nonché forse il più sottovalutato, come spesso capita all'ascolto superficiale d'una band come i Darkness, tutta centrata sui catartici, quanto telefonatissimi, soli di chitarra. La sua esperienza si rivelerà d'importanza fondamentale per il successo dell'album di debutto, e la sua dipartita dalla band, nel 2005, lascerà un vuoto importante fino al suo ritorno alcuni anni dopo, nel 2011.
Edward James Graham, per tutti semplicemente Ed, era un batterista della stessa generazione e della stessa città dei Fratelli Hawkins, Lowestoft (In effetti, Poullain è l'unico membro della band a non essere cresciuto nell'area di Lowestoft); un ragazzo cresciuto nella relativa tranquillità della provincia inglese, con la testa nello studio e il cuore nella propria passione. Dopo i primi tre successi del gruppo, la sua strada si dividerà da quella dei Darkness, pur tra varie vicissitudini e reunion. Oggi, il suo posto appartiene al figlio del batterista dei Queen Roger Taylor, Rufus.
Pare che l'idea di mettere su una band sia nata durante un party di fine millennio, quasi fosse destino quello di riportare sulla scena il buon vecchio glam rock proprio all'alba del ventunesimo secolo. Gli Hawkins, Poullain e Graham per un po' avrebbero suonato come Empire - un nome che agli inglesi evidentemente strappa sempre la lacrimuccia - riuscendo a farsi conoscere e portando in scena un mucchio di cover abbastanza impegnative, di band come Marillion e Genesis. In seguito, volendo cambiare totalmente registro musicale, la band cambiava anche il suo nome in The Darkness, viaggiando in lungo e in largo per il paese e facendosi un nome come gruppo live, così clamorosamente bravi da ritrovarsi ad eventi di rilievo nazionale pur non potendo ancora vantare alcuna etichetta famosa alle spalle. Insomma, quella dei Darkness è stata una gavetta, se così vogliamo chiamarla, tra le più oneste e dure che si possano immaginare.
Inizialmente pare che nessuna etichetta fosse interessata al progetto, anzi, sembra che la band non fosse nemmeno presa più di tanto sul serio, poi, vista la crescente fama accumulata di concerto in concerto, dalla bettola più malfamata al palco più voluminoso che il Regno Unito avesse da offrire, i Darkness avevano finiti col trovarsi quasi inaspettatamente sotto l'ampia e saggia ala di Atlantic Records: una garanzia per chiunque guardasse ben oltre il ristretto mare d'Inghilterra. L'album di debutto arrivava finalmente in un caldo 7 di luglio del 2003, con una copertina che già di suo era tutto un programma: una bionda completamente nuda salvo il berretto dell'uniforme e le scarpe, in piedi nel bel mezzo d'una pista a segnalare l'ok per l'atterraggio a una grande astronave, ovviamente quella dei Darkness. Dopotutto, da Ziggy Stardust in poi se non prima, la rockstar si percepiva un po' come l'alieno della cosiddetta società civile, un altro dei tanti cliché che i The Darkness cavalcavano con una certa disinvoltura e che tanti adolescenti, nel 2003, assimilavano per la primissima volta. Oltre agli stereotipi, tuttavia, i quattro coloratissimi inglesi avevano anche parecchie cosine interessanti da dire, qualcuna perfino piuttosto originale, abbastanza da lanciare il loro debut alla conquista delle classifiche di tutto il mondo.

Black Shuck

Apre le danze un brano di puro hard rock di scuola anni '70, pressoché privo di fronzoli e non del tutto indicativo del sound dei The Darkness al loro meglio, ma è normale: "Permission to Land" non è strutturato come una banale raccolta di canzoni, come troppo spesso si usa oggi, ma come un'opera organica e completa che tende a svelarsi gradualmente all'ascoltatore. In effetti, Black Shuck ha ben poco dell'allegra patinatura che caratterizza l'idea stessa che il pubblico tende ad avere, oggi, della musica e dell'estetica dei Darkness. Il brano, il cui titolo significa letteralmente "Guscio Nero", pur mosso da movimenti melodici suona granitico e rumoroso, a tratti quasi un po' punk, ché dopotutto la scuola inglese è pur sempre la scuola inglese, anche nel nuovo millennio. Sorprende la totale mancanza di momenti chitarristici determinanti, centrali o periferici che siano, in favore della ripetizione di un riff portante travolgente e cattivo, di un'andatura crescente e soprattutto di una reiterata centralità delle vocals di Justin, fin dall'inizio protagonista con il suo caratteristico falsetto, così buffo e così selvaggio al tempo stesso. Il testo è di quelli semplici, utili a mettere in risalto il suono più che il significante, ma i nostri, tutti e quattro a pari merito accreditati alla stesura delle liriche, ne approfittano comunque per imbastire una storiella un po' greve di mostri alieni dal nero guscio, di chiese distrutte e di preti in fiamme, evidentemente ben calati nel ruolo più classico della rockstar d'ogni tempo: quello di distruttore di schemi, disprezzatore dei moralisti di professione e mostro in seno alla società tutta. Niente male per fare le presentazioni, non c'è che dire.
E così, il risultato finale è un inizio catartico utile a lanciare l'ascoltatore all'arrembaggio del resto del disco, senza svelare troppo delle carte che lo faranno innamorare di "Permission to Land", ma lasciandogli intravedere abbastanza da tenerlo incollato all'astronave in fase d'atterraggio sulla grande pista dello show business musicale.     

Get Your Hands Off My Woman

Il 24 febbraio del 2003 esce il primo singolo estratto da "Permission to Land", in anteprima di parecchi mesi sull'uscita dell'album stesso. Nonostante un certo apprezzamento da parte della critica (soprattutto Metal Hammer), non è con questo pezzo che i Darkness faranno breccia nel cuore del mercato discografico. Get Your Hands Off My Woman, il cui titolo riporta involontariamente alla memoria quel "hey tu bruto, levale le mani di dosso" del sempre meraviglioso Ritorno al Futuro, rappresenta comunque un ottimo primo passo nella grande arena del mercato discografico e di Mtv. Alcuni elementi rimangono belli grezzi, soprattutto il riffing, ancora una volta dal sapore smaccatamente anni '70, ma qui escono finalmente fuori con più chiarezza gli stilemi cui associamo inevitabilmente il nome di The Darkness. Il merito non è di quell'insieme, per così dire, "chitarristico" della canzone; questo, ad esclusione del solo smaccatamente glam che anticipa la coda, non è particolarmente distinguibile da quello delle molte band punk rock di quel periodo, cui anche il pubblico più giovane è del tutto abituato. A fare la differenza sono infatti l'esperienza e la potenza del basso di Poullain, unite alla voce ora del tutto strabordante di Justin. In effetti, è difficile credere che anche l'ascoltatore più anglofono del pianeta riesca ad afferrare con chiarezza tutte le strofe urlate dal cantante inglese, per il semplice fatto che il senso delle stesse lascia il tempo che trova, mentre il suono, beh, quello è veramente determinante. Il testo non a caso è semplicissimo e caratterizzato dalla reiterazione di un ritornello dai toni allegramente rabbiosi, seppure, a quanto pare, non manchi alla narrazione una leggera vena autobiografica. La storia è semplice: c'è una donna, c'è un uomo sbronzo di mezz'età che non riesce a tenere le sue manacce a posto, e c'è Justin Hawkins, incazzato nero. La signorina non è esattamente la consorte di Justin, ma l'atteggiamento di quella specie di piovra manda il cantante in bestia, che quindi gli urla "metti giù le mani dalla mia donna, figlio di puttana" - con quel "motherfucker" dal suono inevitabilmente comico, cantato come fosse un momento particolarmente delicato in un'aria di Pergolesi.
Naturalmente c'è anche un videoclip, seppure ancora molto lontano dalle robe ricercatissime cui i Darkness abitueranno i loro fans; la band è qui ripresa mentre suona dal vivo, dando prova di quel gusto volutamente osceno per i costumi, di quella grinta e di quel carisma che una fetta di pubblico inglese aveva già avuto modo di ammirare su alcuni dei migliori palchi del Regno Unito. Scene presumibilmente reali si mescolano ad un girato che riprende molto vagamente il tema del brano, a incorniciare piuttosto bene quest'energico debutto sugli schermi televisivi di mezzo mondo.

Growing On Me

Secondo singolo estratto da "Permission to Land", Growing On Me inizia a svelare tutte quelle che sono le carte vincenti dei Darkness: schemi melodici memorabili, determinati da una sinergia chitarristica rara come solo quella tra fratelli; uno stile vocale classico e unico al tempo stesso, parossistico senza (quasi) mai scadere nella caricatura; una sezione ritmica capace di prendere su di sé il peso di tutti questi elementi e d'innalzarli alla potenza che meritano. E poi c'è il videoclip, naturalmente. Quest'ultimo inizia a delineare quelle che saranno le linee guida in termini di estetica del debutto dei Darkness: astronavi, musicisti extraterrestri, mostri decisamente poco credibili e qualche bella ragazza, il tutto sullo sfondo di architetture britanniche e tanta simpatia. Lo spettatore del 2003 è deliziato dall'apparente contrapposizione tra una band che non ci prova nemmeno, a prendersi sul serio, e una proposta musicale tutt'altro che poco seria, benché sopra le righe. I fratellini dominano la scena senza "se" e senza "ma", questa volta, innalzando un muro di suono chiatarristico e vocale adagiato su di una base ritmica particolarmente solida, nella (e grazie alla) sua semplicità.  Pochi singer riescono come ci riesce Justin Hawkins ad essere svenevoli e machi al tempo stesso; "Growing On Me" è un ottimo metro di misura di questa e di altre peculiari abilità del cantante inglese, dal suo rock 'n' roll perfettamente formale agli acuti di scuola zeppeliniana, fino a quei soavi allunghi da controtenore in palese stato d'ebbrezza (non me ne abbiano i veri cantanti d'opera, che ovviamente sono tutt'altra cosa). Quella che sarebbe una canzoncina senza arte né parte, nella sua disarmante semplicità compositiva, s'innalza a brano rock di buonissimo livello grazie ad un arrangiamento di buon gusto, senza fronzoli ma ricco di stile, esemplificato in un semi-solo finale che mette definitivamente in luce la reale attitudine dei fratelli Hawkins, nonché quel loro bagaglio d'influenze così squisitamente britanniche.
Quanto al testo, va smentita la vecchia storia che vuole "Growing On Me" inerente alle malattie sessualmente trasmissibili, o alle piattole pubiche, come raccontavano alcune leggende metropolitane virali sui primi "social" (MSN, principalmente... che ricordi!).  Sulla questione è dovuto intervenire lo stesso Justin, chiarendo che la sua canzone parla di "una dolce signora che non riuscirai mai del tutto a conoscere o capire, ma di cui sei così tanto innamorato che, ad un certo punto, non avrà più alcuna importanza".  Ciò che "cresce su di me", come recita il titolo, è dunque un sentimento d'amore simile all'ossessione, una passione così forte da essere percepita come una nuova parte di sé, proprio fisicamente, a tratti anche dolorosamente. Dolorosamente come solo l'amore vero, d'altra parte. E all'amore, come vedremo, i Darkness credono fermamente.  

I Believe in a Thing Called Love

I Believe in a Thing Called Love esce come terzo singolo estratto a un mese di distanza dall'arrivo nei negozi di "Permission To Land", ed è il vero, definitivo trampolino di lancio dei Darkness verso la fama con la "F" maiuscola. Stavolta c'è davvero tutto: un videoclip dalla personalità unica, disimpegnato e divertente, un titolo semplice e buono e del tutto innocuo, ed una canzone dal piglio catchy, ruggente al punto giusto ma pure dolce come il miele di campagna, orecchiabile come la migliore delle hit radiofoniche. La differenza tra il tormentone dimenticabile e il brano cult, la fa tutta lo stile dei Darkness, che qui rifulge più che mai in ogni squillante nota delle due chitarre, in un riffing di Paullain tanto semplice quanto geniale, in una batteria sempre incisiva ma mai tracotante, e soprattutto, nella splendida sinergia tra i fratelli Hawkins e le loro asce da battaglia. Il testo è del tutto irrilevante, innocuo quanto può esserlo un titolo traducibile letteralmente in "credo in una cosa chiamata amore". Non si fa altro che descrivere a una maniera abbastanza blanda l'atto di un amplesso, senza nemmeno la sfacciataggine di andare troppo nel dettaglio (gli anni selvaggi di Whole Lotta Love sono finiti, purtroppo). Alla band non interessa sconvolgere l'ascoltatore, anzi, sembra che la loro sia una controrivoluzione romantica e leggera, in aperta contrapposizione ad una scena musica che, in termini di cinismo e di scandalo, pare aver già dato tutto il possibile. "Parlano tutti di sesso fine a sé stesso, di droga, di oscuri presagi? Noi invece crediamo nell'amore", pare essere il messaggio del gruppo. Dopotutto, i Darkness non temono la banalità, anzi: la cavalcano. Più precisamente, la banalità è parte integrante dell'estetica dei Darkness, del tentativo largamente riuscito di questa band di giocare con gli stereotipi, senza affatto smentirli o decostruirli, bensì portandoli allegramente e con successo al parossismo (complice una patinatura grafica e sonora figlia del nuovo millennio). Il risultato non solo è vincente in termini puramente commerciali, ma piace perfino ai vecchi tromboni e talebani vari, quelli guardinghi - se non proprio ostili - nei confronti di qualsiasi novità in ambito rock ed affini. Siamo ancora in piena Mtv Generation e il primo passo, per chi vuole davvero sbancare tutto, è il videoclip. Quello di "I Believe...", diretto da Alex Smith e pensato per far presa sull'immaginario americano, è perfetto: sensuale senza prendersi sul serio, ben ritmato e forte di qualche effetto grafico niente male, considerati i fondi limitati. Torna quindi l'astronave dei Darkness, ora immersa nello spazio profondo, e si moltiplicano i riferimenti erotici e l'ironia e una sensualità ambigua, volutamente grottesca. Ad un certo punto, proprio per non farci mancare nulla, arriva pure un mostro spaziale degno di un B-movie anni '80 - avete presente, di quelli trash e memorabili - forse lo stesso mostro accennato tra le righe di "Black Shuck", coi nostri eroi impegnati a ricacciarlo nel vuoto sparando laser dai loro strumenti.
Se il testo è una contro-rivoluzione innocua e tutto sommato irrilevante, se il videoclip rimane fondamentale in termini di mercano, a dare anima e corpo al successo di "I Believe..." può essere solo e unicamente la musica. Ogni singolo elemento è straripante come un fiume in piena, una massa d'acqua tenuta a malapena entro margini solidi e opportunamente rinforzati. In effetti, la pulizia formale causa dell'appiattimento nel suono di molte rock band dello stesso periodo, è invece uno dei punti di forza dei Darkness, sempre in perfetto equilibrio con l'innata energia e ruvidità di carattere di questi quattro inglesi. L'ennesimo semplice, efficacissimo riffing di basso e chitarra domina il brano per tutta la sua radiofonica durata, accompagnato a ogni passo dal canto ineccepibile e ricco di personalità di Justin, i cui versi largamente dimenticabili perdono di senso fino a divenire - grazie a Dio - puro suono e null'altro. Il primo solo, un brevissimo accenno, tocca proprio a Justin, ma è il fratello Daniel ad esplodere il culmine del brano, offrendo ad un pubblico assuefatto a dieci anni di sonorità monolitiche un assolo di quelli vecchia scuola anni '80: catartico, solare, squillante e galvanizzante come l'orgasmo di una donna.
Il risultato finale è null'altro che un gran bel pezzo rock, ad essere onesti, ma nel 2003 becca tutti i tempi giusti e diventa qualcosa di più; per molti ragazzini "I Believe in a Thing Called Love" è perfino una piccola novità, per tanti una boccata d'aria fresca, un raggio di sole in mezzo a tanti oscuri signori del male e amenità del genere, a bianchi col cappello tirato all'indietro che rappano con le chitarre distorte, ad una scena R&B nel suo momento storico più piatto (con le dovute eccezioni, chiaro). La canzone entra nel cuore d'una generazione, ove rimane custodita tutt'ora, e i Darkness dimostrano di avere tutte le carte in regola per divenire una band di culto. Le cose, alla fine, andranno un po' diversamente.

Love is Only a Feeling

Visto che tra mostri spaziali e soli di chitarra si è arrivati a natale 2003, il quarto singolo lanciato dai Darkness è una canzoncina natalizia chiamata "Christmas Time (Don't Let the Bells End)", presente solo e unicamente in un'edizione limitata all'Europa di "Permission to Land". L'ultimo singolo estratto dal debut dei Darkness esce quindi a marzo del 2004, s'intitola: Love is Only a Feeling, "l'amore è solo un sentimento". Anche in termini formalmente strutturali, la band inglese rimarca quindi il suo lato conservatore infilando la sua bella ballatona rock al centro dell'opera, quinta su dieci tracce, a fare da baricentro dell'intero album. La ballad, va detto, è sempre uno dei passi più rischiosi di qualsiasi rock band, una vera prova del nove, e in questo senso quella dei Darkness sembra rappresentare un caso più unico che raro. Il problema, con le ballad, è che per funzionare hanno bisogno di serietà. E di esser prese sul serio, soprattutto. L'impresa è dunque mantenere un non facile equilibrio tra pacatezza e catarsi emotiva, senza sfociare nell'esagerazione, nel cattivo gusto, nella retorica insopportabile. "Love is Only a Feeling" è così ridicolmente tirata in ogni singolo aspetto che la riguarda - estetico, musicale, canoro - che pare onestamente impossibile il fatto che funzioni così bene. Partiamo dal videoclip, girato nell'evocativa cornice delle Blue Mountains australiane. Cambiare location e soprattutto modello estetico (da quello sarcastico ispirato al cinema di fantascienza, ad uno centrato sulla bellezza degli scorci naturalistici, sulla buona fotografia e sulle pose più o meno plastiche dei vari musicisti), pare decisamente un modo per dire "ci siamo divertiti a cazzeggiare, ora prendeteci sul serio". Il punto però è che tutto è così tanto telefonato, patinato, già visto e artificiale, che non è che pare una roba fatta male: sembra fatta proprio apposta. Allora è evidente che i Darkness stanno solo facendo quello che gli viene meglio: giocano con i luoghi comuni sul filo del banale, fingono di prendersi sul serio e un po' lo fanno davvero, lasciando saggiamente il giudizio al pubblico. E il pubblico, il gioco dei Darkness non solo lo coglie perfettamente, ma vi partecipa divertito, pogando quando serve e commuovendosi quando richiesto, a prescindere dall'amenità dei testi. Non è un inganno, è un'arte.
Il testo, come accennato, è di una banalità disarmante, ma in tal senso non fa né peggio né meglio di tante altre canzoni d'amore, opere in cui l'importante non è certo mettere in mostra la sagacia intellettuale o culturale dell'autore, ma lasciare la possibilità a chi le ascolta d'immaginarcisi dentro. Con la sua storiella d'amore fatta di disillusione e redenzione, "Love is Only a Feeling" centra abbastanza bene il bersaglio. Nulla di più semplice: "l'amore è solo un sentimento", recita il ritornello, un inutile fardello che in passato ci ha lasciati feriti e alla deriva; ma una persona speciale è riuscita a farsi largo attraverso le nostre difese, e a quel ritornello risponde ora un coro che è come una vocina interiore: l'amore "è qui per restare", che lo vogliamo o meno.
I Darkness danno voce a tale semplice poetica con un muro di suono pulito, squillante e pomposo, in puro stile anni '80. L'esecuzione vocale di Justin stavolta rimane largamente sulle righe, senza guizzi d'eccesso, lasciando ai compagni il compito di dar forma alla gran parte del brano nella sua struttura melodica, armonica e ritmica, caratterizzata dall'ennesimo riff insieme semplicissimo e perfetto. A fugare l'inevitabile piattezza è una manciata di trovate piccole ma decisive: controcanti improvvisi, sovra-incisioni invisibili, il suono d'un innocuo mandolino che prepara la catarsi elettrica. Ad un ennesimo ritornello che riesce ad essere melenso e, al tempo stesso, curiosamente intenso, quasi fossimo ostaggio del gioco dei Darkness, segue prevedibile l'assolo di Justin - quello sì, elettrizzante e soddisfacente e perfino memorabile, non fosse entro canoni necessariamente già sentiti.
Al termine del video, tanto per la cronaca, i Darkness sono come avvolti in luce di stelle e teletrasportati altrove, che va bene la serietà, ma le vecchie abitudini son dure a morire.

Givin' Up

Sempre nel segno della tradizione più conservatrice, nel rispetto del più classico schema di "luci e ombre" caro a tante rock band del passato, alla ballad segue un pezzo sporco, ritmato e apparentemente disimpegnato. Givin' Up è una bella canzoncina per allentare la tensione - o il tedio, se siete quel tipo d'ascoltatore - di brani come "Love is Only a Feeling". La band fa un passo indietro, in termini meramente cronologici, andando a ricercare le proprie influenze negli anni '70: per esempio, nel rock 'n' roll di Bon Scott, in certo materiale dei Budgie, nei tardi Zeppelin e naturalmente, e soprattutto, nei primissimi Queen - quelli dei primi tre album, per capirci, specie per quanto riguarda i brani in cui l'autore principale è Brian May. In realtà, probabilmente i Darkness non hanno né l'innata ruvidezza di un Bon Scott, né il genio di un Jimmy Page o di un Burke Shelley, e nemmeno la sagacia creativa di un giovane May; in compenso, hanno un certo stile, di un genere che appartiene a loro e loro soltanto. Non è abbastanza per innalzare "Givin' Up" oltre quello che è, ovvero poco più che un riempitivo perfino troppo lungo, coi suoi tre minuti e mezzo di durata, ma è quanto serve a renderlo pienamente funzionale all'equilibrio d'un ascolto compatto di "Permission to Land". Gli elementi sono pochi ed essenziali: un riffing tagliato con l'accetta; un'orecchiabile, e costante, melodia chitarristica  che decolla senza ritardi sulla pista del finale; infine un Justin del tutto sopra le righe, pure troppo, caricaturale fino all'accesso nei suoi urli in falsetto. La melodia catchy, il solido riffing di una mai troppo elogiata sezione ritmica, il genuino assolo di scuola anni '70, salvano comunque un brano che tra l'altro, sul piano puramente poetico, si ritaglia un posticino tutto suo in mezzo a un mucchio di canzoncine d'amore. "Givin' Up" infatti non solo è una traccia dal sapore schiettamente autobiografico (elemento non comune, in un genere tenuto in vita da determinati cliché) ma, nello specifico, è una feroce autocritica da parte del cantante. Si parla di droga e di dipendenza da droga, non cannabis o cocaina, ma il peggio del peggio: l'eroina. Tante sono le rockstar che tra gli anni '70 e '80 cadevano preda di questa merda, ma nel 2003, forse ingenuamente, l'eroina faceva già un po' vintage - roba superata, nell'era delle droghe sintetiche! Oggi, come sappiamo, purtroppo se ne riparla eccome. A ogni modo i Darkness  non imbastiscono un piagnisteo o roba del genere, bensì mascherano un tema così serio e così intimo attraverso una poetica dal sapore goliardico, ma niente affatto caricaturale, e con la melodia un po' dozzinale di un rock 'n' roll tendente quasi alla filastrocca. Il risultato è affascinante, nella sua distorta ambiguità, nel suo trascinare a viva forza l'ascoltatore fuori dall'universo di divertente banalità e commoventi luoghi comuni in cui era stato immerso finora. Oltretutto, l'autocritica di Justin non è nemmeno intrisa di retorica, anzi, mette in luce tutta la grettezza e povertà d'animo di un drogato impunito e impenitente, del tutto consapevole del suo problema e tuttavia incapace - o semplicemente riluttante - di combatterlo seriamente. Il titolo stesso "Givin' up", che significa "arrendersi" o "lasciarsi andare", è già la perfetta sintesi d'uno stato mentale che in futuro darà problemi belli grossi alla band inglese.
 Insomma, perfino in quello che pare il loro pezzo più banale, troppo banale, i Darkness riescono comunque a sorprendere e stimolare corde inattese.

Stuck in a Rut

La settima traccia prosegue sulla scia di "Givin' Up", musicalmente parlando, ma Stuck in a Rut porta il gioco su di un livello già più interessante. I riferimenti principali sono ancora quelli di prima: le grandi band anni '70, Queen in testa. Tali influenze sono adesso al servizio di un rock sì derivativo, ma finalmente carico di trovate divertenti, di stile, pure di qualche pregevole guizzo tecnico. Ora l'ascoltatore è gettato a piena velocità in una corsa spericolata, una feroce guida in stato d'ebbrezza che risuona delle urla di Justin, quasi fossero lo stridere delle ruote sull'asfalto di Lowestoft. Già, perché in fondo è di questo che parla la canzone: lasciare quel "buco di culo" (parole dei Darkness, eh) in cui si è nati e cresciuti e cercare il proprio destino altrove. La provincia inglese non ha una grande fama, in effetti. Solitamente è ordinata e tranquilla, ma è pure anonima, grigia, e la mente creativa fatica all'idea di doversi abituare a divenirne parte, quindi si ribella. È la storia di tanti altri musicisti inglesi (e non solo), personaggi che prima del successo erano operai, muratori, commessi. Il senso del titolo dopotutto parla chiaro: "bloccato in una routine", questa è una traduzione, necessariamente non letterale, più che dignitosa dell'espressione "stuck in a rut". L'immagine che suggerisce la canzone è proprio quella di una fuga quasi rocambolesca, un salto in macchina e via, sulla strada verso la celebrità e il più lontano possibile da una cittadina senza prospettive, quella stessa Lowestoft che ha visto crescere due terzi della band e che, a dirla tutta, non è nemmeno la più grigia tra le province inglesi - anzi! Il punto dopotutto non è l'amenità o meno del paesaggio (e Lowestoft si difende anche benino, con le sue casette in stile vittoriano e la spiaggia adiacente), bensì l'assenza d'un ambiente dinamico e di mentalità aperta. In Inghilterra, quell'ambiente solitamente si chiama "Londra".
"Stuck in a Rut" corre dunque sulle note dell'ottimismo, della spregiudicatezza e a tratti della follia; quella "pazzia" necessaria a prendere le proprie cose e andarsene senza voltarsi, una valigia in mano e la chitarra sulla spalla. La stessa chitarra che accompagna l'onnipresente voce del singer, e che regolarmente esplode in un rapido guizzo settantiano subito prima del gran finale, quando la carica di basso e batteria pone fine a questa prima parte del viaggio dei Darkness verso la celebrità.

Friday Night

Note autobiografiche a parte, i Darkness sono soprattutto una band festaiola e con Friday Night, "venerdì notte", possono finalmente tornare sui loro binari preferiti. Il brano gode perfino d'un video pienamente nello stile dei nostri, rocker extraterrestri naufragati su qualche improbabile isola tropicale, una terra popolata solo da belle donne che sembrano volersi prendere amorevolmente cura di loro. Lo schema è quello di una sorta di power ballad, sebbene la canzone sia po' troppo disimpegnata e caciarona sia per dirsi "power" che per dirsi "ballad". Il risultato, nonostante tutto, non è mica da buttar via. Il riff di chitarra entra di prepotenza nella testa, le sonorità pulite e ariose dei fratelli Hawkins sono un balsamo per l'anima, mentre le fasi e le tempistiche che definiscono il brano sono tutte azzeccate, impacchettate alla perfezione da un'accoppiata di basso e batteria sempre precisa e costante. La personalità però è tutta merito di Justin, inutile girarci intorno. È il cantante a definire lo spirito dell'opera, riuscendo a dare voce al macho, al rocker urlante, al cascamorto, all'uomo sicuro di sé e al ragazzo sognante, il tutto in un'unica performance. I britannici hanno una solida tradizione teatrale che il rock inglese ha fin da subito assimilato, rielaborato e riproposto, e i Darkness non fanno eccezione. Il testo della canzone non è particolarmente importante, un po' come non è importante la storia - solitamente più che nota - in un'Opera teatrale. Quello che conta, in entrambi i casi, è l'interpretazione. I Darkness e Justin in particolare hanno proprio la capacità di prendere, fare loro e infine interpretare, tutta una serie di cliché che nel 2003 sembravano appartenere al passato. Nel caso di "Friday Night" il cliché è la nostalgia dell'amore adolescenziale, della prima cotta e della prima storia più o meno seria. I "venerdì notte" sono infatti quelle sere che la coppia si ritagliava per andare a ballare insieme, in quei rari momenti in cui la vita medioborghese della monotona, ma ormai agiata, provincia inglese non richiedeva il suo dazio d'impegni post-scolastici. Ed è tutto qui: un elenco d'incombenze felicemente spezzate da quelle antiche notti di passione, e la nostalgia per un amore innocente che per lei era un felice diversivo, per lui, forse, qualcosa di più. E che ora vive nel ricordo.

Love On the Rocks With No Ice

Tutto "Permission to Land" è costruito sulle solide fondamenta del rock inglese, ma Love On the Rocks With No Ice va persino oltre, incarnandone due decenni e andando se possibile ancora oltre. Qui si omaggiano i primi Sabbath, gli Zeppelin, gli Stones, un po' tutto il punk e pure il rock alternativo arrivato dopo, sebbene quest'ultimo sia più spesso americano che inglese. Inoltre, se "Friday Night" fa intuire all'ascoltatore d'esser vicino alla conclusione della corsa, questo penultimo pezzo serve a tenerlo sveglio e vispo fino al momento dell'inevitabile commiato. Ancora una volta, dunque, la chiarezza d'intenti e la formale organicità di "Permission to Land" rappresentano un punto a favore del debutto dei Darkness. Presa nei singoli elementi che la compongono, "Love on the Rocks" è una canzone relativamente semplice, caratterizzata da accordi basilari e da un riff monolitico, eppure, nonostante i suoi quasi sei minuti di durata (è la traccia più lunga dell'album) non annoia, non stanca facilmente, sembra durare la metà. Il suo segreto è nella saggia scelta strutturale adoperata dai Darkness, un lavoretto non particolarmente originale in senso stretto, ma piuttosto differente da quanto visto finora. Se la gran parte del disco si mantiene su di un formato smaccatamente radio-friendly, decisamente pop-oriented (perdonate la sagra degli inglesismi), con brani caratterizzati dalla più banale alternanza tra chorus e bridge spezzata unicamente da soli volutamente prevedibili, qui i Darkness vanno finalmente oltre, in perfetto accordo con l'hard rock sporco e stradaiolo che questo brano omaggia spudoratamente. Di fatto la canzone in sé non dura che tre minuti scarsi di riffing incessante, una marcia ossessiva, monotona quanto la relazione di cui parla il cantante fra le righe, una storia d'amore stantia da cui nessuno dei due amanti trova il coraggio d'uscire. Il rispetto formale tra il significante e la sua interpretazione in musica, esige che il brano si divida in due tronconi: il primo descrive la relazione e nei suoi presupposti iniziali, nella sua decadenza e infine nell'assenza di comunicazione. Uno dei due amanti vuole una vita tranquilla e senza scosse, l'altro, invece, no. Uno dei due incarna lo spirito del più puro rock 'n' roll, l'altro, no. La loro relazione è un cocktail cui manca qualcosa, un puerile e sterile "love on the rocks" senza ghiaccio. Nella sua incessante e monolitica marcia, la prima metà del brano esprime perfettamente in musica il senso delle parole. La situazione deflagra a metà dell'opera, dando inizio a un tripudio chitarristico che è rivelazione, ribellione, voglia di libertà, il coraggio di lasciarsi ancora una volta tutto alle spalle e ricominciare da capo, con le proprie sole forze. Dopotutto, "Love on the Rocks" non è altro che il logico proseguimento di "Stuck in a Rut"; quante cose è necessario lasciarsi alle spalle?, viene da pensare, per abbracciare la propria passione e la strada verso il successo. La città natale, una relazione tanto comoda quanto sempre uguale, una casa un lavoro un cane un giardino da innaffiare. La gente di solito sceglie queste ultime, è nella natura delle cose. I Darkness scelgono il caos dell'avventura, esemplificandolo nella seconda parte d'una canzone di puro, robusto hard rock.

Holding My Own

Fino alla fine i Darkness hanno un po' scherzato, un po' fatto sul serio. L'ambiguità, anche in questo senso, è parte del loro stile. Con Holding My Own la band mette definitivamente da parte ogni ambiguità e si convince a fare del tutto sul serio. Beh, almeno apparentemente. Il senso della traccia conclusiva corre infatti su un duplice binario, ma noi, per ora, seguiremo la strada più lunga. Questo brano non è un inchino al pubblico, ma il punto conclusivo su tutta una serie di questioni personali evidentemente care alla band. L'anatomia di "Permission to Land" è ora del tutto palese. La prima parte del disco è una presentazione informale, di chi si conosce in un locale traboccante di musica e di alcolici: c'è subito confidenza, ma non intimità. Pian piano però il legame cresce e le barriere cadono, e quello che era un rapporto conviviale si trasforma pian piano in amicizia. Di canzone in canzone la band si apre gradualmente al proprio pubblico, trasformando l'ascoltatore da compagno di sbronze a conoscente, da conoscente ad amico intimo. Fino ad arrivare a questo pezzo, il cui titolo richiama un'espressione che significa semplicemente "farcela da solo". L'interlocutore di Justin è la più classica baby di sempre, una donna idealizzata e astratta che incarna l'anima del cantante stesso, un intermediario senza nome tra il soliloquio di Justin Hawkins e il pubblico. Giacché in un caso come questo una certa formalità è d'obbligo, "Holding My Own" è necessariamente una ballad, proprio come "Love is Only a Feeling" ma, al contrario di "Love is Only a Feeling", ricerca equilibrio, pacatezza e lucidità, non rifugge i cliché ma nemmeno li forza nel contesto. È un gran bel pezzo in quanto tale, non perché espressione della furberia d'una band che sa giocare con i luoghi comuni. L'arpeggio di chitarra che apre dolcemente il brano è ben presto spazzato via da un boato elettrico, esemplificazione in musica d'uno stato d'animo di chi decide di far piazza pulita, di reinventarsi, ché il suo talento e la sua fatica gli bastano da soli. Justin interpreta le sue stesse parole alla maniera a cui ci ha abituati, ma risparmiando largamente quegli eccessi che gli credevamo caratteristici, mantenendo quasi sempre intatta una sobrietà di cui forse non lo ritenevamo nemmeno capace. Il centro del brano è una sorta di malinconico idillio, quell'emozione che può dare l'abbandono d'una relazione tossica, il biglietto di sola andata da una cittadina priva di prospettive, o lasciarsi alle spalle la monotonia d'una quotidianità avvelenata. La sezione ritmica è l'anima e il corpo su cui i fratelli Hawkins costruiscono una sorta di appassionato dialogo chitarristico, e siccome i due capelloni rischiano di mangiarsi la scena, allora bisogna dirlo: qui la sinergia tra Ed Graham e Frankie Poullain è il vero valore aggiunto, semplicemente perfetta. Ad ogni modo nessun addio e privo di lacrime, nessuna svolta nella vita avviene senza qualche rimpianto, e così "Holding My Own" si chiude con una catarsi insieme maestosa e dolceamara, sapientemente pregna d'emozioni come i più grandi classici del rock anni '80.
Ora, avevamo accennato al senso che corre su un doppio binario, e qui ci viene incontro il batterista che, intervistato, disse: "Holding My Own riguarda le seghe. Ma se riesci a guardare oltre, ha un significato più profondo".
Il significato profondo abbiamo già tentato di svelarlo, quanto alla masturbazione... beh, parliamo dei Darkness! A rileggere tra le righe scopriamo che forse, la baby, tanto idealizzata non è; scopriamo pure che lei a scopare questa sera non ci vuole stare ma Justin, per nulla scoraggiato, ha del tutto la situazione in mano. Letteralmente. "With or without you", aggiungerebbe un cantante irlandese. Insomma, perfino nel loro momento più concreto, più serio e maturo, i Darkness non rinunciano a quella vena demenziale così squisitamente britannica per cui tutt'ora li amiamo.

Conclusioni

Nonostante il peso sul mercato americano d'un gigante come Atlantic Records, "Permission to Land" ottenne solo un moderato successo in terra statunitense; la tradizionale Eldorado delle rock band britanniche non pareva granché interessata alla restaurazione, peraltro un po' barocca, tentata dai Fratelli Hawkins e compari. Il mercato da quelle parti era all'alba di cambiamenti importanti e decisivi e tendeva a guardare al proprio ombelico, ovvero alle tradizioni americane e, contemporaneamente, alle più dinamiche sub-culture che animavano il territorio. In compenso, il debutto dei Darkness guadagnò un successo assai più incisivo in Europa, e una vera e propria acclamazione in terra natia. Nel Regno Unito infatti, contrariamente a quanto avveniva negli States, nel 2003 si sentiva il bisogno di ritrovare certe attitudini, certe sonorità, scrollandosi di dosso quella sensazione melmosa di disastro globale post 11 settembre. Era un po' prima che il conflitto in medio oriente si allargasse all'Iraq, e ben prima che la crisi economica si mangiasse ulteriormente un certo ottimismo. Dopo tanta de-saturazione cromatica, dopo tanti prodotti derivativi più o meno rubati all'hip hop americano, "Permission to Land" era una ventata d'aria fresca che arrivava al primo post della classifica britannica, al secondo di quella irlandese e tra i primi venti in quelle italiana, tedesca e australiana; un risultato traducibile in quattro dischi di platino nel Regno Unito, uno in Europa, Australia e Canada, nonché un dignitosissimo disco d'oro negli U.S.A.
A questi e altri riconoscimenti si aggiunsero le recensioni largamente positive, quando non entusiaste, della critica mondiale, tutte grossomodo d'accordo nel promuovere "Permission to Land" come un album genuino e divertente, ben confezionato, per qualcuno perfino dirompente. Così, mentre i Darkness giravano il mondo impegnati in un lungo tour promozionale (spesso a fianco di nomi importanti, tipo i Metallica), i singoli continuavano a uscire e i video ad essere trasmessi, scalando le classifiche, e regalando alla band il successo che aveva cercato fin dal primo giorno, quando due fratelli erano usciti dai ristretti confini della provincia britannica e s'erano avventurati in quel mondo a parte chiamato Londra.
Nell'ottica dei Darkness, come d'altra parte di qualsiasi altra rock band, l'album di debutto doveva essere solo il trampolino di lancio verso qualcosa di più grande, più dorato, magari più concreto. L'aspetto drammatico di quanto poi sarebbe successo non sta nelle varie dipartite dal gruppo, o nella vicenda di droga e riabilitazione riguardo Justin Hawkins, quanto nelle dinamiche di un tipo di mercato che nei primi anni 2000 era vicino alla fine del suo ciclo, corrotto fino alla radice. In genere si tende sempre a pensare che il passato sia un Eden e che il presente faccia schifo a prescindere, ma le logiche di mercato di oggi, inquadrabili in un ampio quanto mutevole spettro di dinamiche live, web e sempre più raramente televisive (salvo i vari, sovrastimati, talents), mentre hanno ridotto gli introiti nel settore, hanno tuttavia dato la possibilità ad una varietà d'artisti validi e non validi di cercare, e di trovare, il proprio spazio secondo le loro regole, stile ed esigenze. Negli anni in cui s'apprestava ad uscire il secondo album dei Darkness - epoca di passaggio dalla vecchia Mtv Generation all'odierno contesto - a dettare le regole era ancora un sistema ormai decadente e già puzzolente di carogna. Era un sistema che in un attimo ti mangiava, ti digeriva e ti cagava, come prima e molto peggio di prima, chiaramente troppo impegnato a raggranellare gli ultimi soldi prima del disastro annunciato. Il fenomeno in ascesa chiamato "The Darkness" fu cavalcato, pompato, esagerato, ridotto alla parodia d'una parodia e dato in pasto a un mercato in piena mutazione. Nel frattempo, il pubblico sembrava aver già ridimensionato il proprio interesse per quel tipo d'estetica così derivativa; dopotutto, la nostalgia per gli anni '80 era ancora in là da venire di qualche anno. Costato oltre un milione di sterline (una cifra esorbitante) "One Way Ticket to Hell... and Back" arrivò a fine novembre del 2005 e fu accolto tiepidamente. Ecco, "Tiepidamente" non è un bene. In certi casi a volte è meglio attirare critiche più che terribili, far parlare di sé nel bene e nel male, polarizzare l'opinione pubblica in tifoserie più o meno rumorose. Ma il secondo album dei Darkness non era un disco terribile, era un disco pregevole che non aggiungeva nulla al suo predecessore, anzi, toglieva alcuni di quei rari, ma decisivi, elementi di spessore artistico che aveva "Permission to Land", e abbracciava a piene mani quello che rimaneva: la parte più commerciale. Nell'intenzione della band, o dei suoi discografici, quella doveva essere una scelta assai sagace. "One Way Ticket to Hell", tanto orecchiabile, ben eseguito e ben confezionato quanto prevedibile, già sentito e dimenticabile, si prese comunque lo sfizio di un platino nel Regno Unito (Poca roba confronto ai quattro del debut) finendo ben presto, beh... dimenticato. Tra le altre cose il disco soffriva l'assenza di Frankie Poullain, che nel 2005 se n'era già andato per "divergenze musicali", lasciando così un vuoto importante nel tessuto del gruppo. Il suo sostituto, Richie Edward, già tecnico della band, si era dimostrato comunque un valido musicista, ma non poteva vantare (ancora) né l'esperienza, né la compiutezza artistica di Paullain. Un anno dopo, Justin Hawkins abbandonava la band per andarsene in riabilitazione. Non esattamente un buco che fosse possibile colmare.
Per quel momento, i Darkness avevano finito d'esistere, ma nessuno dei membri storici della band uscì mai veramente dai "circoli che contano", per così dire. Ognuno di loro rimase in attività, attraverso progetti di primissimo piano a livello nazionale, varie collaborazioni d'un certo rilievo ed altro ancora, compreso Justin Hawkins che, nel frattempo, sembrava proprio essersi ripulito per bene. Alla fine, i fratellini di Lowestoft si ritrovarono insieme (ma non s'erano mai davvero persi di vista, loro), ritrovando pure gli antichi compagni d'avventura, Ed Graham e Frankie Poullain; era il 2011, un anno prima dell'uscita del terzo album dei Darkness, "Hot Cakes". Nel 2014 Ed Graham, già reduce da problemi di salute molto seri, uscì dalla band, ben presto sostituito Rufus Tiger Taylor. Altri full length arrivarono con regolarità biennale nel 2015 (Last of Our Kind), 2017 (Pinewood Smile), 2019 (Easter is Cancelled), fino ad arrivare ad oggi, al nuovo album già annunciato e a tutti i casini che il Covid ha portato con sé, per i Darkness come per tutti gli altri.
I Darkness, oggi, sono una realtà mediaticamente ridimensionata, rispetto ai livelli che avevano toccato con "Permission to Land", benché la loro reputazione in Gran Bretagna sia rimasta pressoché intoccata. La loro solidità artistica tuttavia è ben più chiara e più forte di prima, grazie pure alla crescita individuale d'ognuno di loro - soprattutto Dan Hawkins, in termini sia artistici che organizzativi. Fin dal loro ritorno sulla scena i Darkness hanno dimostrato d'aver imparato la lezione, di riuscire a muoversi secondo le nuove regole del mercato e a gestire pienamente loro stessi. Oggi, nonostante quasi vent'anni di onorata carriera, i Darkness sono una formazione che non guarda al passato ma sempre al futuro, forte di vecchi affezionati e di nuovi, più giovani, appassionati. Di questi tempi non è mica poco, per una rock band. 

1) Black Shuck
2) Get Your Hands Off My Woman
3) Growing On Me
4) I Believe in a Thing Called Love
5) Love is Only a Feeling
6) Givin' Up
7) Stuck in a Rut
8) Friday Night
9) Love On the Rocks With No Ice
10) Holding My Own