The CULT

Love

1985 - Beggars Banquet

A CURA DI
ANDREA CERASI
16/07/2019
TEMPO DI LETTURA:
9

Introduzione Recensione

Cenere, cumuli di cenere per offuscare l'universo. Un manto si estende lentamente fino a ricoprire il mondo intero, per poi insinuarsi nei meandri più remoti dell'animo, fin dentro le viscere dell'umanità. Quando Ian Astbury ha questa oscura visone è un ragazzino che vive in Inghilterra ed è circondato da numerose sorelle, dotato di una spiccata curiosità e di una sensibilità molto profonda dovute proprio al fatto di ritrovarsi all'interno di una famiglia matriarcale. Qui si avvicina alla musica rock, al garage e al folk, ma è ancora troppo piccolo per capire il senso dell'arte nella sua totalità e il significato della sua allucinazione notturna. Nel 1973 il trasferimento in Canada con i suoi cari, dove il giovane Ian frequenta medie e liceo, e dove la sua formazione musicale inizia a prendere coscienza: è qui che il ragazzo si avvicina al glam rock di David Bowie, T-Rex e New York Dolls, è qui che si ciba dello sporco garage di Iggy Pop, della chitarra selvaggia di Jimi Hendrix e dei primi vagiti punk, ed è qui che resta folgorato dalla musica dei Doors, che gli apre un mondo complesso fino ad allora inesplorato e lontano. Jim Morrison è l'idolo dell'adolescenza, le sue poesie, i suoi testi, la sua filosofia stravolgono il mondo interiore di Astbury, che inizia ad atteggiarsi come lui, imitandone movenze e look, appassionandosi alla musica occulta, ma non solo, poiché è in questi anni che sboccia in lui un amore che si porterà dietro per tutta la vita: il culto degli indiani d'America. Ora la visione avuta tanti anni prima ha preso forma concreta e Ian la sa interpretare. Spiritismo, sciamanesimo, riti tribali, reincarnazione, amore per gli animali e per la natura, sono tutti elementi che influenzano l'animo del ragazzo e che lo spronano a creare arte per mettere in versi le proprie emozioni. Nel 1980, dopo il diploma, il ritorno in Inghilterra, prima a Liverpool e poi a Bredford, dove mette in piedi la sua prima band: Southern Death Cult, omaggio a un popolo pellerossa del tredicesimo secolo vissuto sulla foce del Mississippi, ma anche un nome che consolida, in realtà, un legame viscerale con il tema dell'oblio, della morte, una specie di ponte tra mondo dei vivi e quello dei morti. L'idea di Astbury è quella di oltrepassare le porte della percezione, seguendo l'insegnamento del suo idolo Morrison, per raggiungere la pace dei sensi e per sondare l'universo invisibile. La musica proposta dal gruppo è il post-punk/gothic rock che impera nelle classifiche dei primi anni 80, ma la svolta arriva nell'aprile del 1983 grazie all'incontro con un chitarrista fenomenale, proveniente dalla stessa scena post-punk, tale Billy Duffy, un giovane fissato con Killing Joke e U2, dai quali prende grandissima ispirazione per i suoi riff, e che diventa per Ian una specie di fratello con cui condividere passioni e idee. Nascono i Death Cult, poi abbreviati in Cult durante i lavori del primo disco, Dreamtime, che li fa conoscere al mondo intero e che conquista pubblico e critica grazie a un sound piuttosto originale, sebbene rientri pienamente nella scena post-punk del periodo. Spiritwalker, Go West! e Resurrection Joe sono grandi successi commerciali che spingono le vendite del debutto, permettendo ai Cult di partire in tour di supporto ai Mission di Wayne Hussey. Nel 1985 la band produce il secondo lavoro, l'apice creativo e filosofico del vocalist: Love è un tripudio di suoni oscuri che mescolano post-punk e hard rock, formando un percorso ibrido originalissimo e forse unico, e che poggiano su testi meravigliosi ispirati allo spiritismo e alla filosofia degli indiani d'America. La copertina, sulla quale si potrebbe scrivere un articolo a parte, minimale e decorata da segni tribali che citano il popolo dei Siux e quello degli Hopi, ma che fa anche riferimenti egizi e medievali, nonché orientali e teosofici, rispecchia il contenuto di un'opera incredibile, che affonda le radici nella rappresentazione di un mondo nero che raffigura un oblio infinito ma sapiente, simbolo di morte e di rinascita, di reincarnazione e di amore, come sottolinea il titolo. Look da pellerossa, ritmiche acide e votate alla psichedelia, rasoiate punk, brani di hard rock infuocato e una profonda filosofia lirica fanno di Love un disco completo, complesso, affascinante, tetro e poetico allo stesso tempo, capace di unire l'anima selvaggia a quella intellettuale dei singoli musicisti. Amore come elemento portante, un amore vivisezionato, descritto attraverso una serie di simboli, di geroglifici, di tratti e di sfumature musicali che catturano l'ascoltatore sin dal primo ascolto, trasmettendo un'emozione intensa e trascinante, consegnando alla storia del rock una formazione stupefacente, capace di evolversi e di cambiare forma nel corso degli anni, garantendo una qualità continua e decisamente elevata.

Nirvana

Seducente ritmica gothic rock, Nirvana (Nirvana) è il pezzo perfetto per introdurre l'album: dinamico, cupo, dal fascino ancestrale, ma allo stesso tempo legato alla sfera rock. È come se l'hard rock dei primi anni 70 si fosse teletrasportato nel futuro, dove lo spiritismo di derivazione Doors incontra la cupezza danzereccia dei Sisters of Mercy. Si balla, ci si muove seguendo un ritmo tribale che altro non è che una danza notturna, al chiaro di luna, dove Astbury, novello Morrison, si concede all'estasi artistica invocando il potere salvifico della musica. "Trascorro la vita di giorno e di notte, fino a quando non appendo il mio blues su un chiodo nel muro. Sono piovuti fiori quando la musica è incominciata. Amo quando la musica è carica". Le immagini cantate sono potenti e ricche di significato, il vecchio blues che viene appeso al chiodo, non proprio dimenticato ma sicuramente accantonato, per lasciare spazio soltanto al misticismo gotico, laddove i fiori del male sbocciano in tutto il loro splendore non appena attacca la musica, metafora di vuoto cosmico, di oblio. "Ogni giorno, il nirvana, sempre così, vorrei che fosse sempre così" recita il ritornello, muovendosi su un giro di basso che si incolla come sudore sulla pelle e che lascia col fiatone come dopo una lunga corsa. Duffy esegue un riff da capogiro e subito dopo un grande assolo, il drumming è quadrato e compatto, e la melodia centra l'obiettivo. Siamo negli anni 80, chiaramente negli anni 80, le atmosfere, le linee melodiche, il ritmo, tutto è massima espressione di questa decade; Ian invoca il nirvana, la pace dei sensi, l'atarassia, chiedendo di galleggiare in questo placido e nero mare. "Non sto cercando ragazze o brividi, e nemmeno pillole economiche. Non voglio salire sulla tua giostra, perché non penso ci sia un modo facile per uscire da qui. Ma quando la musica è forte, tutti scendiamo dalla giostra". La realtà si distacca dall'aspetto sensoriale voluto dal vocalist, che non ha bisogno di donne, di sesso, di droghe. La giostra, ovvero il mondo reale, non interessa al nostro sciamano, no, lui cerca qualcosa di più profondo, un vero contatto con la natura, con l'essenza del visibile, e continua a danzare sotto la pallida luce di luna che illumina la sua sagoma ondeggiante. Quando la musica è forte e potente, la realtà svanisce, si entra in un mondo parallelo, stimolando ogni senso. "Il nirvana è nella testa, vorrei che fosse sempre così". Il nirvana è un aspetto interiore, scaturito da un'intensa emozione, quasi un miracolo. La musica gode di questo potere enorme, bisogna soltanto seguirla.

Big Neon Glitter

Un'insegna luminosa, al neon, che illumina una strada notturna e deserta, è l'idea alla base della psichedelica Big Neon Glitter (Il Grande Scintillio Al Neon), brano atmosferico che prende velocità lentamente, anche se resta di una velocità contenuta e che poggia tutto il peso sullo schiacciante drumming. Stewart offre un ottimo lavoro al basso, gonfiando e rendendo incandescente l'atmosfera. "Trascinami indietro, portami via, attraverso la rivoluzione, senza soluzione. Le pareti diventano più alte, mentre tu diventi sempre più piccolo. La paura sta diventando grande". Questo si tratterebbe di un inno all'annientamento e alla solitudine, nel quale resta difficile affrontare il mondo, un mondo sempre più pericoloso e grande, un mondo che divora e che schiaccia il piccolo e fragile essere umano, vittima designata. Ian canta quasi rigettando le parole che pronuncia, come se fosse in preda a deliri mentali, come se provasse fastidio nel recitare un testo amaro e senza speranza. Il ritmo resta sempre cadenzato, quasi ondeggiato, e sembra riprodurre un capogiro, delle vertigini, che prendono forma attraverso il duello tra basso e batteria. "Un grande scintillio al neon ti spinge via, mia adorata. Godi quando schiocca la frusta, il muro diventa più alto mentre tu diventi più piccola. Spingi contro lo scintillio al neon". Il mondo è una frusta che schiocca, indicando tutti noi come umili schiavi. Lo scintillio è la speranza che nutriamo tutti di sopravvivere, ma l'insegna luminosa comincia a fare le bizze, accendendosi e spegnendosi a intervalli. Quando si sarà fulminata non resterà nulla, soltanto il buio. "Nessuno può davvero uscire da qui, trascinami indietro, portami via". Citando i celebri versi di Jim Morrison, nessuno uscirà vivo da qui, da questa prigione illusoria e non tangibile nella quale siamo imprigionati; Astbury invoca la salvezza, vuole essere liberato. Ma la libertà ha un prezzo altissimo da pagare: la morte.

Love

Love (Amore) è costruita su un sinuoso riff hard rock e si palesa come sintesi dell'intero album, sintesi lirica e anche musicale. L'amore inteso come atto finale, come meta da raggiungere ad ogni costo, come unica ragione di vita. Ma l'amore è interpretato dalla band non come semplice sentimento di coppia, piuttosto come simbolo di purezza e di armonia eterna, seguendo la teroria teosofica già citata nell'introduzione dell'articolo, il cui scopo finale è il raggiungimento della sapienza universale, come somma di tutte le discipline susseguitesi nel corso dei secoli e nell'evoluzione delle culture mondiali. L'amore è l'elemento stesso della natura che ci circonda, la cosa più profonda e radicata che si possa trovare in ogni minimo particolare esistente. "Vuoi entrare in scena? Amore che prende tutti, un dolce momento" sussurra il vocalist, quasi a chiamare tutti noi in scena per prendere parte alla recita della vita. Sommersi e affogati in questo mare di illusioni amare, di crisi e di dolore, l'esistenza sa regalare anche momenti romantici e dolci. Questi momenti sono rari, per questo degni di essere vissuti in profondità. La filosofia indiana penetra il corpo del giovane musicista e lo possiede, facendolo erigere a guru, a sciamano. "Ho trascorso molto tempo su questa strada, ho passato tanto tempo in questa città. Forse ho sbagliato. Andiamo in macchina, una macchina grande e veloce, partiamo e andiamo via lontano". La macchina grande e veloce ovviamente è simbolo di un percorso ben preciso, una via di fuga dalla realtà cupa e crudele. Il mondo è racchiuso in una città universale che non fa prigionieri, dove gli errori commessi non sono altro che la base del fallimento umano. Il mid-tempo penetra nella pelle e nella mente, si avvolge su se stesso, tanto che il fraseggio partorito da Billy Duffy assomiglia a un serpente che si morde la coda, che struscia sul pavimento, si contorce, vibra o si scaglia contro le casse dello stereo. La melodia non è mai invasiva, qui la band punta soprattutto sull'atmosfera e su un ritmo catatonico e ossessivo che rende tutto morboso, ma che, allo stesso tempo, trasmette comunque una strana sensazione liberatoria e serena. Forse è il potere disinfettante dell'amore, che assottiglia e lenisce un po' i dolori della quotidianità.

Brother Wolf, Sister Moon

Un amaro e tetro arpeggio introduce la soffice Brother Wolf, Sister Moon (Fratello Lupo, Sorella Luna), elogio ai pellerossa e alla natura stessa. Si tratta di una canzone profondissima, quasi sospesa nel tempo e nello spazio, di una delicatezza infinita e che richiama tutti gli elementi della natura per accompagnarci in un viaggio sonoro intenso e spettacolare. "Abbraccia il vento con entrambe le braccia, ferma le nuvole in cielo e concentrati, non chiedere altro" dice Astbury, invocando lo spirito degli animali della steppa, mentre Duffy produce una serie di fraseggi che ricordano degli ululati. Tra un giro di basso e un riff di chitarra, la danza notturna prende forma lentamente, evolvendosi in una struggente poesia gotica che si scioglie come balsamo sui timpani dell'ascoltatore. una ballata da seguire con attenzione, da ascoltare in profondità, non dalla semplice melodia, ma capace di aprire un mondo complesso ed affascinante. "Fratello lupo e sorella luna, il vostro tempo è arrivato, il vento soffierà le mie paure e asciugherà le mie lacrime". Il ritornello, di una bellezza incredibile, lascia estasiati. Il tempo è finalmente giunto, l'uomo si è riconciliato col mondo, forse ha raggiunto la pace dei sensi, ed ha accettato il suo destino. Questo è un inno alla natura, un canto di armonia e di speranza. Ora il vento ha spazzato via ogni paura e ha asciugato ogni lacrima sul viso, è tempo di ricominciare a vivere. I suoni si potenziano, in breve si consuma tutto il testo, e non resta spazio che per la parte centrale, dove la chitarra elettrica sovrasta il grasso giro di basso, conducendo la danza, trasformando il pezzo in una sorta di elegia western, complice anche l'intervento delle tastiere. Ci ritroviamo nelle lande desertiche del Far West, assistiamo impotenti allo scontro da indiani e cowboy, infine arriva la pace: i fuochi nelle capanne, la luna alta sulla prateria, un tuono che rimbomba in lontananza e che carica l'aria di umidità, sono tutte immagini che si stampano in mente alla conclusione del brano. Sta per piovere, ma nel cuore del protagonista non c'è tormenta, egli è sereno e ha solo bisogno di riposo. Un brano vissuto, quasi essenziale nelle sue dinamiche, ma di grande profondità sensoriale.

Rain

Ian indossa le vesti del pellerossa e come uno sciamano inizia a danzare attorno al fuoco ella prateria per invocare la pioggia. Rain (Pioggia) è un ballo tribale dal fascino gotico, costruito sul duello tra chitarra elettrica e basso in un vortice ritmico tipico del post-punk, nel quale la pioggia assume le sembianze della donna fatale, di madre natura, desiderata con tutto il cuore. "Ambiente appiccicosi, sai cosa intendo, come un sole del deserto che mi brucia la pelle. L'ho aspettata per tanto tempo, apri il cielo e lascia che cada". Se nel villaggio il sole picchia forte, seccando la gola e bruciando la pelle, l'uomo invoca un po' di refrigerio, di freschezza, dedicando una danza d'amore nei confronti della pioggia. Mentre il brano prosegue, a metà strada tra ballad e pezzo dance, in mente si accavallano una serie di immagini mistiche, le quali raggiungono l'acme emozionale quando giunge il leggendario ritornello: "Ecco che arriva la pioggia, eccola di nuovo, sta arrivando. Io amo la pioggia". La pioggia sta arrivando, lei, inteso come figura femminea, sta giungendo a rinfrescare e a dissetare lo sciamano; sta arrivando per amarlo e per trascinarlo via da questo mondo crudele e deserto. Stewart offre una prestazione imponente, prendendo per mano l'ascoltatore e inducendolo a ballare al ritmo frenetico di questa perla gotica, hit planetaria praticamente conosciuta da tutti, metallari, dark e non. Ian trasforma la pioggia, elemento naturale, nel corpo di una donna, e lo fa trasmettendo tutto l'amore e il rispetto che ha sempre provato per l'universo femminile, dato che è cresciuto con numerose sorelle e una madre "comandante". Il pezzo, che altro non è che un elogio al culto dei pellerossa, in particolare del popolo dei Pueblo, stanziati negli attuali Stati di Arizona e New Mexico, sembra un singolo di Bolly Idol, dato lo spiccato spiriti disco-rock, e proprio per tale concezione, resta in classifica per mesi, ballata in tutte le disco-dark del mondo, tanto da poter essere definita come una delle canzoni più famose della storia del rock.

The Phoenix

La cadenzata e tetra The Phoenix (La Fenice) è una delle perle dell'album. Duffy si scatena con la sua ascia, producendo una serie infinita di graffianti riff che ricordano più volte la grande atmosfera degli U2, mentre il clima che si respira è ossessivo e morboso e altamente sperimentale. "Come il calore dei mille soli che brucia aumentando sempre di più, una fenice brucia da una pira funebre come il mio eterno desiderio. Io sono fiamme". Dalla pioggia si passa ad esaminare e venerare l'altro elemento naturale, il fuoco. In questo caso il fuoco è simbolo di rinascita, proprio come una fenice che brucia tra le fiamme e le cui ceneri si ricompongono per rinascere a nuova vita, ancora più forte. La fenice è l'animale sacro in molte culture, considerato rappresentazione di immortalità, ma anche di riscatto dai dolori di una vita amara. Le ritmiche occulte e oniriche conducono l'ascoltatore in un mondo mistico e antico, tra visioni notturni e cieli infernali. "Come un bacio dalle labbra del dio Ra che brucia ardente, i piaceri diventano più selvaggi e spingono sempre più in alto, servendo un desiderio. Io sono fiamme". Ra è il dio egizio del sole, della luce e quindi del fuoco, figura divina da venerare attraverso il sacrificio umano. Bisogna bruciare nel fuoco per purificarsi dai peccati terrestri. Mentre Billy Duffy e Jamie Stewart si sfidano costruendo uno spesso muro sonoro dove praticamente una serie sterminata di riff si libra a briglie sciolte, Ian Astbury, come un profeta, declama la sua purificazione, la sua rinascita. Egli sta rinascendo dalle proprie ceneri, più bello e potente che mai.

Hollow Man

La dark-wave torna a farsi sentire in un pezzo favoloso come Hollow Man (L'uomo Della Cava), dall'animo oscuro e dalla dinamica trascinante, dove l'intera sezione ritmica si dimena in un seducente corteggiamento notturno, invocando diavoli e demoni, scatenando le nostre più recondite paure. "È così bello fuggire, scappare per un solo giorno. Vedo un uomo nella cava, pistola in mano che mi indica la strada". La realtà è un posto malvagio e inospitale, meglio fuggire via, anche solo per un giorno, in modo tale da rigenerarsi, per riposarsi e scacciare per un po' i mali terreni. In agguato però vi è un uomo nell'ombra, che scruta il protagonista dall'interno di una roccia. In mano stringe una pistola, sembra minaccioso, ed intima al viandante il percorso da seguire. È un percorso che conduce alla morte? È un percorso di suicidio? O è soltanto una minaccia? "Sapete, lui mi segue ovunque e ogni giorno, perché vuole che me ne vada. Non mi mancherà se se ne andrà via o se starà lontano da me". Il pericoloso e misterioso uomo è un'ombra impossibile da scacciare, sempre vigile e sempre minaccioso, forse incarnazione del destino. Ian ci spiega l'identità della sagoma nel bellissimo refrain: "È l'uomo della cava, un uomo vuoto, un cacciatore del diavolo in cerca di vittime". Il cacciatore è il messaggero del diavolo, inviato sulla terra per maledire gli uomini, per sorvegliarli, per accompagnarli nel regno dei morti. Forse si tratta di un'illusione, di un alter-ego, di uno spacciatore di droga che insegue e ossessiona il tossico. Hollow Man è un brano teso, a cominciare dal drumming schiacciante e catatonico che sembra assalire l'ascoltatore, e che, specie nella fase centrale, sembra attendere il momento esatto per sferrare l'attacco. Il basso e la chitarra sono moniti, quasi rintocchi metallici e fumosi provenienti dalla cava. L'essere umano è la vittima prescelta, un gioco per deliziare la crudeltà del demonio. Il mito del demone della caverna che aspetta il mortale, indicandogli il destino da seguire, risale all'epoca dei pellerossa, secondo cui i loro villaggi erano infestati da spiriti cattivi presenti all'interno delle caverne delle praterie.

Revolution

Revolution (Rivoluzione) è l'altro singolo di Love, un blues polveroso e Bowieniano, un mix tra glam anni 70 e gothic anni 80. Tra sognanti tastiere e sporchi riff di chitarra il brano prende origine, appiccicandosi sulla pelle sin dal primo secondo. "Immagini di sogni senza fine, non riesco a vedere cosa significano queste immagini. Sono bloccate dentro di me e non si liberano in arcobaleni. Sono come fiori morti, si piegano, si affievoliscono e muoiono". Lo scenario è mistico e astratto, le immagini evocate da vocalist sono potenti e allucinate, non proprio rassicuranti. Stiamo indagando nell'animo di un uomo, forse caduto nello sconforto, preda della depressione, e le sue emozioni sono perciò molto cupe e disperate. Le emozioni sono come fiori morti, dai petali caduti e secchi, ma c'è ancora speranza nel cuore dell'uomo, Ian lo ripete più volte, quasi ossessivamente, nel famoso ritornello: "C'è una rivoluzione. Dolore significa anche rivoluzione, è come desiderare di possedere il vento. Tutti i miei amici se ne sono andati via, come onde fluide che si infrangono e muoiono". Il dolore è rivoluzione, bisogno soffrire per capire determinati momenti della propria vita, e il dolore e il fallimento sono spesso il materiale prediletto dagli artisti per dipingere e scolpire sentimenti e messaggi. Il vento è un elemento indomito, sfuggevole, impossibile da imprigionare, la rivoluzione invocata è quasi impossibile da attuare, molti ci hanno provato invano, sono periti, sono stati sconfitti tutti quanti, ma il nostro uomo non demorde, prende coraggio e cerca di stravolgere gli eventi. Gli uomini sono come onde che si infrangono sugli scogli, fragili e inermi, ma il coraggio di accettare le sfide impossibili è il segreto per continuare a vivere. "Gioia e dolore, significano rivoluzione?" si chiede Astbury verso la fine, quando chitarra hard rock e tastiere esoteriche si mischiano in una vertigine sonora di grande impatto.

She Sells Sanctuary

She Sells Sanctuary (Lei Vende Il Santuario) è il primo singolo, il brano più famoso in assoluto dei Cult, uno splendido affresco di un'epoca misteriosa e magica oggi assai lontana. In piena scena gotica la band ha l'intuizione di riprendere gli stereotipi dell'hard classico, Led Zeppelin, Bad Company, sfocandoli con il sound di Killing Joke e U2. Il mix è esplosivo, una bomba sensuale che sembra un'invocazione notturna e temporalesca alla dea funebre delle passioni. "Le teste girano, mi bruciano le spalle nel vedere quelle teste girare". In realtà, a girare è la testa del protagonista delle liriche, depresso e sconvolto, schiacciato dal peso della vita. Egli sa che il mondo lo sta trascinando giù, nella crisi totale, nel buio del cuore e delle emozioni. La dea invocata è un essere diabolico, poiché non è simbolo di vita e di speranza, piuttosto conforto dalla morte, istigazione al suicidio, idolo funebre. Lei è la divinità del santuario, sacerdotessa dell'oblio, in questo caso anche scintilla di incoraggiamento e di sollievo. "Mi volto di spalle e vedo lo scintillio nei tuoi occhi. Quella luce mi tiene in vita, la scintilla nei tuoi occhi mi mantiene vivo mentre il mondo gira e mi trascina giù". Forse la morte è liberazione dai mali terreni, la tomba la dimora perfetta per allontanarsi dalla sofferenza terrestre. "Dentro di lei troverò il mio santuario, mentre il mondo gira e mi trascina giù". Dentro di lei, ovvero nel grembo della dea. Il grembo della donna è dimora, è morte, è rinascita spirituale. Lei concede il suo santuario, lo vende all'acquirente, al meritevole, alla vittima di questa esistenza. L'uomo è pronto ad accogliere il suo aiuto, pur di sfuggire alla depressione. Se vogliamo collocare il significato del testo a una dimensione più concreta, molti hanno inteso le parole di Ian come un incoraggiamento ad affrontare la solitudine dopo il rifiuto dell'amore da parte di una donna, che vende (forse una prostituta o forse una semplice frequentazione) il proprio tempo, il proprio santuario, quindi il suo corpo. Si tratta di un brano intenso, incentrato sul potere immenso dell'energia femminile, concentrata in tutta la natura e nel cosmo.

Black Angel

L'intensità di tutto il disco raggiunge la sua nera profondità con un canto d'amore e di morte di una bellezza da togliere il fiato. Tutto giostrato su giri acustici e immagini poetiche, Black Angel (Angelo Nero) è un capolavoro di melodia, estasi mortuaria del genio di Astbury. Il ritmo strizza l'occhio al folk, un placido racconto di praterie e di animali che corrono liberi, ma anche e soprattutto un modo per dipingere la serenità della libertà e della morte. Su soffici tastiere e chitarra acustica, Ian canta con voce raffinata il suo tormento: "Un fuggitivo è stato via a lungo, mille anni, ma ora pensa di tornare a casa. Gli uomini lo stanno aspettando dietro le quinte per metterlo in catene al suo ritorno. Vuoto, la sua amarezza non c'è più, viaggia verso l'eterna ricompensa". Si tratta di un ritorno a casa dopo un viaggio lungo mille anni, un viaggio interiore, ricco di avventure ed esperienze. L'uomo però sa che una volta tornato a casa non potrà sottrarsi alla prigionia della vita e della quotidianità. C'è un filo dolce-amaro tra le note malinconiche di questa ballata. "È una lunga strada da percorrere, un angelo nero al tuo fianco, le sirene chiamano un marinaio a morire, incantato dal suono, i suoi desideri sono stati realizzati". L'angelo nero sempre al fianco dell'uomo, per proteggerlo, per rassicurarlo che il dolore sta per terminare una volta per tutte. Il viaggiatore si sente come un marinaio in mare attirato dal canto sublime delle sirene, sicuro della propria morte. "Nella sua mente la vita scorre veloce, tutto questo mentre la tempesta infuria. Egli sta diventando vecchio, non potrà tornare mai più, e naviga verso l'eterna ricompensa". La vecchiaia non è rallentabile, la vita va avanti, scorre veloce, e infuria tra la tempesta schiacciando col suo peso il fragile corpo dell'uomo. Ma la sapienza e l'amore vinceranno, accompagneranno tutti noi nel cammino, fino all'inevitabile fine, la ricompensa di un'eternità serena.

Recensione

Secondo la teosofia, disciplina che raggruppa espressioni e filosofie provenienti da ogni parte del mondo, unendole attraverso una sorta di percorso suddiviso in ere, l'oblio nasce dall'unione di molteplici dottrine esoterico-filosofiche. Tali dottrine hanno il fine di condurre l'uomo alla conquista della Sapienza universale. Love è un disco che ricalca questa costruzione: eterogeneo, profondo, intellettuale, permeato di simboli che hanno lo scopo di raggiungere tutti lo stesso fine: l'amore, appunto, o la sapienza. Anticipato dal singolo She Sells Sanctuary, che ottiene un successo mastodontico in tutto il mondo grazie all'attitudine retro-rock unita al gusto gotico della dark-wave, l'album conquista le classifiche mondiali, rendendo i Cult delle star internazionali, specialmente negli Stati Uniti e in Asia, dove vengono venerati. I due seguenti singoli, ovvero Rain e Revolution, sono la conferma di uno stato di grazia che rende euforici musicisti ed etichetta discografica, la Beggars Banquet, diventando famosissimi ovunque. Love è l'album che unisce i primi Cult con quelli che prenderanno forma già col terzo disco, Electric, che abbandona le atmosfere gotiche per favorire quelle on the road. Ma in bilico tra gothic, post-punk, alternative metal e hard rock, i Cult hanno sempre vissuto, sin dal bellissimo esordio Dreamtime, ma forse mai come in questo album del 1985 la formazione inglese riesce ad amalgamare alla perfezione le varie sfumature del proprio credo musicale. Facendo un gioco di parole, Love è un disco cult, il disco maggiore dei Cult, uno di quelli che incarna assolutamente l'attitudine degli anni 80 e che si mostra per quello che è: idolo gotico di questa decade, ma in grado di recuperare sonorità di fine anni 60 e primi anni 70, rivelando un amore incondizionato per il rock classico, per poi proiettarle nel futuro. Il batterista Nigel Preston incide solo il primo singolo She Sells Sanctuary, per poi farsi sostituire da Mark Brzezicki perché schiavo delle droghe che lo debilitano fisicamente e mentalmente. Ian Astbury, Billy Duffy e il bassista Jamie Stewart creano un'alchimia pazzesca in studio, la voce morrisoniana del vocalist si presta per dipingere immagini poetiche, oscure, degenerate, dove l'iconografia dark si sposa perfettamente all'indole sognante, armoniosa e rispettosa dei popoli pellerossa. Definito da molti come un viaggio moderno nella nuova generazione di poeti metropolitani, il secondo lavoro della formazione inglese cattura un momento decisivo altamente creativo, nel quale i musicisti suonano ciò che vogliono, mescolando tutto. "Non eravamo spaventati per ciò che stavamo facendo, perché seguivamo il nostro corso naturale in piena libertà creativa. Non componevamo musica seguendo determinate ragioni estetiche" scrive Astbury all'interno del booklet, introducendo Love al mondo intero, evidenziando la natura sfuggevole di un album simbolo dell'hard & heavy dai connotati gotici e dark-wave. La verità è che si tratta di un album senza speranza, gotico fino al midollo dal punto di vista lirico, sciamanico nella vera tradizione Doors, dove i testi ispirati agli indiani d'America non sono altro che invocazioni alla morte e all'annientamento sensoriale. Dall'inno Nirvana, vero e proprio canto d'amore nei confronti della musica, ponte con dimensioni parallele e stati di trance, alla conclusiva Black Angel, spettacolare e nebbiosa ballata sull'oblio, troviamo un percorso impregnato di oscurità filosofica: dai brani sulla fragilità umana, come in Big Neon Glitter, Hollow Man e Revolution, che trascinano l'ascoltatore in vortici depressivi e istinti suicidi, alle danze tribali di Phoenix, Brother Wolf, Sister Moon, She Sells Sanctuary e la popolare Rain, invocazione indiana alla pioggia, metafora di emozioni sessuali, Love si evolve scavando un solco nel cuore del pubblico, tra luci al neon e ombre nere come il catrame, misurandosi in un magnifico viaggio introspettivo. Agghindato come un pellerossa e dai lunghi capelli neri, Ian Astbury è la voce cupa e sensuale di questa musica, mentre Billy Duffy, biondo e dall'aria angelica, quasi l'antitesi del vocalist, è l'anima punk rock capace di creare riff visionari che fanno da anello di congiunzione tra il rock degli anni 70 e il gothic degli anni 80. Mistero, seduzione, visioni mistiche, piogge sensuali, canti desertici e animali della steppa che ululano alla luna, Love è un'opera suggestiva, dalle ambientazioni oniriche. Morte e rinascita spirituale che affascinano il mondo e uniscono sapientemente due scene musicali, quella metal e quella dark, attraverso le note di un culto sonoro. Sangue e sensualità che fanno di Love un lavoro dalle immagini seducenti e visionarie come un'antica profezia.

1) Nirvana
2) Big Neon Glitter
3) Love
4) Brother Wolf, Sister Moon
5) Rain
6) The Phoenix
7) Hollow Man
8) Revolution
9) She Sells Sanctuary
10) Black Angel
11)