THE CONTORTIONIST

Language

2014 - eOne

A CURA DI
ALESSANDRO GARGAGLIA
27/08/2019
TEMPO DI LETTURA:
9

Introduzione Recensione

"A wave of intuition, washed over me" (Un'ondata di intuizione mi travolse).

Con queste parole si apre il terzo album dei Contortionist, band americana, di Indianapolis, ora come ora etichettata come Progressive Metal. Questa attribuzione deriva da un vero e proprio viaggio, partito dal 2010, attraverso diversi stili e sottogeneri del metal, iniziando da un oscuro Deathcore arricchito con elementi Progressive, che sono via via diventati sempre più presenti, andando poi a consolidare, lo stile unico che ha caratterizzato la musica di questi ragazzi. Uno stile che ha permesso di partorire un album capace di diventare una base fondante di quello che è adesso il Metal a carattere progressivo, capace di distaccarsi dal Progressive più convenzionale di stampo Dream Theater, e capace di portare alla band un discreto successo più che meritato. Si parla di "Language", album uscito nel 2014, un anno il cui il Metal era ancora fresco di una rivoluzione musicale che prende il nome di "Djent", con gruppi come TesseracT, Monuments e Periphery, che, facendo tesoro degli insegnamenti di precursori quali i colossali Meshuggah, e i meno conosciuti, ma altrettanto importanti nel suddetto ambito, Sikth, sono riusciti a rinnovare il Progressive Metal, conferendogli una freschezza e un sapore decisamente contemporaneo, capendo che si stava sviluppando un vero e proprio movimento musicale, anche molto giovanile tra l'altro, che era pronto per prendersi un posto importante nel mondo del Metal attuale. In quei quattro anni, le uscite di questo tipo furono molteplici, e il genere si stava muovendo in una direzione che poteva risultare stagnante, con vari dischi poco propositivi che avevano magari il difetto di limitarsi ad un copia copia manieristico dei grandi pilastri sopra citati. Sembrava diventare sempre più difficile trovarsi tra le mani un album progressivo con idee propositive e originali che si discostasse dal solito "già sentito". Finalmente arriva "Language", un album che ad un ascolto disattento potrebbe non possedere neanche l'ombra del Djent, e quindi non far parte di questo discorso, basta invece prestare un minimo di attenzione per capire che le ritmiche, la maggior parte dei riff portanti, le strutture, anche alcune piccole convenzioni, presentano più che un semplice riferimento a quel sottogenere, solo che lo ripropongono in una veste del tutto nuova e originale, riuscendo ad abbattere quel muro di superficialità, stravolgendo un genere che sembrava ormai aver dato tutto ciò che aveva da offrire. Ma cerchiamo di capire come questi ragazzi dell'Indiana siano arrivati a questo; nel 2010 debuttano con "Exoplanet", un altro album riuscito a pieno, un album che affonda le radici in un Deathcore che può sembrare anche molto tradizionale, ma quando all'improvviso si aprono intensi momenti Ambient, melodie psichedeliche, e frasi chiaramente influenzate dal Progressive, che vanno a dare piacevolissime sfumature ad un genere anche abbastanza monotono se preso nel singolo, si capisce che i Contortionist stanno puntando a qualcosa di più, che hanno qualcosa dentro che muore dalla voglia di uscire, e che, in un debutto giustamente non totalmente maturo, già si sente. Due anni dopo il percorso continua; "Intrinsic", il secondo album, è qualcosa di avventato. Mi spiego; il Deathcore di "Exoplanet" rimane, ma è stracolmo di elementi Progressive. Il punto è che, risulta forse fin troppo variegato, i passaggi sono troppo netti e creano un contrasto un po'amaro, troppo frenetico, mancante forse di coesione tra i vari elementi, troppo eterogeneo. "Intrinsic" ha l'intento di un grande passo avanti, ma lascia un leggero amaro in bocca, forse un passo troppo avventato, privo di una conclusione, forse leggermente affrettato. C'è da dire pero, che probabilmente, sia stato un tentativo necessario, senza il quale i Contortionist forse non sarebbero arrivati a "Language", due anni dopo.

The Source

Torniamo alla frase che apre questa recensione, che compare dopo quasi tre minuti di ambient, nella fase conclusiva dell'intro dell'album "The Source" (La Fonte), con un Micheal Lessard, nuovo vocalist dopo "Intrinsic", che ci da un assaggio della sua voce, esprimendosi in quelli che possiamo definire dei lamenti, che solo alla fine di questa introduzione del disco, si trasformano in parole. Come se "l'intuizione del linguaggio lo travolgesse", traducendo la frase sopracitata, aprendo nel migliore dei modi l'album verso il primo brano vero e proprio. Un brano evocativo come pochi, le cui atmosfere accompagnano l'ascoltatore attraverso i passi iniziali nell'ascolto di questo full length. Magnifiche le chitarre, puntuali e delicate, che si uniscono alle tastiere di Guenther e alla sempre più presente, ma mai troppa irruenta, sezione vocale. E' come se i Contortionist, con la loro impeccabile e avvolgente anima, preparino il nostro spirito all'inizio di un viaggio che, da subito, si prospetta unico ed emozionante.

Language I: Intuition

"Language I: Intuition" (Linguaggio I: Intuizione), title track del disco, divisa in due parti, "Intuition" e "Conspire", è una vera e propria perla. Difficile descrivere a parole il modo in cui l'arpeggio iniziale di chitarra, effettato con un efficace e intenso delay, e probabilmente un chorus, si attacca all'intro descritta appena sopra, e crea una sezione dal gusto tra lo psych e il prog, molto interessante. Sembra quasi una pioggia improvvisa che cade dolcemente sul nostro viso e ci rinfresca. Con un crescendo eseguito tramite le tastiere di Eric Guenther, mai virtuose, sempre in funzione delle atmosfere che l'album vuole trasmettere e mai fuori posto, il brano entra nel primo riff, con basso e batteria dallo stile molto groovy, rispettivamente con Jordan Eberhardt e Joey Baca, fratello del chitarrista della band Robby Baca. Tutto il brano ha un aspetto molto più tranquillo rispetto agli album precedenti, sembra quasi un rock psichedelico, con qualche piccolo accenno ad un'aggressività molto sommessa. Troviamo una sezione ritmica interessantissima, con poliritmie e tempi dispari ai quali si sta dietro a fatica, che sono una realtà fondamentale di tutto l'album, un uso dei piatti eccezionale, un rullante che non è mai posizionato dove ci si aspetta, e un basso solido, portante, che funziona e si sposa alla perfezione con il kick e le chitarre nei vari groove. Lo stesso Michael Lessard, ha affermato in un'intervista che l'album è stato scritto in seguito alla morte di un caro amico per overdose poco dopo la morte della madre. In seguito a questo evento l'intento era quello di comporre un album positivo. Di fatto, troviamo numerosi riferimenti nei testi, che ritornano anche più di una volta, come ad esempio "the mother sun", "drift with ebb and flow". Sono tutti riferimenti anche abbastanza astratti al rapporto tra una madre e un figlio, all'energia impegnata nella crescita e nella forza della vita, in contrasto alla sconfitta nella battaglia con la droga. Questo tema ritornerà anche nell'album successivo "Clairvoyant", ma in un'accezione molto più oscura e negativa, sugli aspetti veramente disastrosi dell'assuefazione e dei trip di acidi.

Language II: Conspire

Il passaggio da "Intuition" a "Language II:Conspire" (Linguaggio II: Cospirare), seconda parte della title track, è qualcosa di geniale. Vi è un cambiamento di atmosfera improvviso, come se il brano che abbiamo appena ascoltato avesse tardato così tanto ad esplodere che ci siamo dimenticati di essere all'ascolto di un album catalogato comunque nel metal. La distorsione delle chitarre viene attivata, la batteria si fa subito incalzante, l'aria che si respira in questo momento è cupa, avvertiamo l'arrivo di qualcosa, sentiamo quasi la terra tremare e un crescendo esplode in un breakdown improvviso, in cui Michael Lessard si eleva in un growl a dir poco devastante. Noi rimaniamo quasi sconvolti dalla sorpresa. Capiamo che questa sarà più o meno la formula di tutto l'album, un passaggio praticamente perfetto e geniale, da parti tranquille e atmosfere distese, a sezioni dinamiche e oscure, che richiamano molto alla lontana il Deathcore delle origini, si capisce tuttavia essere qualcosa di ormai superato, ha un sapore totalmente nuovo. I Contortionist non si perdono in virtuosismi, in valanghe di note stucchevoli, riescono a proporre un Progressive colmo di psichedelia, che sta in piedi grazie alla complessità più che altro ritmica. Interessante anche come il testo di questo brano diventa ancora più criptico rispetto il precedente, frasi brevi e apparentemente sconnesse, quasi schizofreniche, rafforzate dal cantato in growl. Bellissimo l'accostamento di questa scelta vocale, alla frase "we are primordial sound", ci rimanda a vere e proprie forze primordiali che vagano e si diffondono in tutte le direzioni, come la "multi direzionalità" della crescita in altezza di un albero, concetto chiaramente espresso dalla copertina dell'album, e in modo più criptico dai testi.

Integration

Siamo al quarto brano del lotto, "Integration" (Integrazione), in realtà preferirei dire terzo considerando i due episodi della title track come un evento unico, per il modo e la fluidità con cui sono collegati. Abbiamo già preso confidenza con il sound e lo stile compositivo di questo album, ed è proprio questo il punto di forza del posizionamento delle tracce di cui abbiamo appena parlato; riescono perfettamente a farci inquadrare tutte le sfumature sonore e stilistiche proposte, tuttavia non hanno ovviamente finito di stupirci. Questo brano, dopo un apertura di tastiere tipicamente Psych, sfocia, attraverso un basso che accenna la frase, in una serie di riff totalmente progressivi, colmi di melodie impensabili e accostamenti armonici totalmente non convenzionali, chitarre e batteria iniziano a giocare su una ritmica tutt'altro che lineare. È forse uno dei brani più intricati dell'album, tra le serie di accordi che seguono un tempo al quale si fa davvero fatica a stare dietro. Inizia anche ad essere complicato cercare di analizzare il testo, sempre più criptico; l'esponenziale separazione di cui parla potrebbe essere l'atto del parto, sempre affiancato al mondo naturale, processo possibile grazie alla "spaccatura" (the rift), termine dalla difficoltosa interpretazione, nel contesto potrebbe trattarsi della rottura del seme dal quale poi nasce la pianta. Verso la parte finale le atmosfere cambiano di nuovo, l'oscurità e la dissonanza ritornano, cosi come le vocals distorte. Come un cielo sereno che d'un tratto viene coperto da grandi nuvoloni neri carichi di fulmini pronti a riversare un violento acquazzone su di noi. Rise in groves è una metafora della nostra crescita; crescere come un bosco, il fatto che sia al plurale potrebbe intendere un riferimento ad una crescita collettiva, in quanto anche il titolo del brano; integrazione, sembra riferirsi proprio a questo concetto.

Thrive

Sfumature di intuizione. Sfumature di cospirazione. Chiaro, è il riferimento alla solita title track. Stiamo crescendo nei modi più peculiari. Decomporsi. Ricrearsi.
Continuano i riferimenti ad una crescita e le metafore di vita, in "Thrive" (Prosperare), un brano che si presenta forse come il più lineare, con una struttura scorrevole; privo di growl, accordi più distesi e sezioni ritmiche più semplici. Il tutto risulta più orecchiabile, con melodie che riescono a cogliere la nostra attenzione e il nostro gusto anche al primo ascolto. Nonostante la struttura più facilmente assimilabile, bisogna sottolineare il gran lavoro eseguito da chitarre e basso in questo brano, che facendoci attenzione creano comunque intrecci e passaggi degni di nota, donando complessità e unicità anche a questo brano. Siamo progettati per prosperare e prospereremo; la prosperità in genere segue un'integrazione ben riuscita, ne è un esempio pensare ad un melting pot di popoli diversi, cosa che ha spesso causato guerre o divisioni; se un'integrazione ha successo, si può prosperare. Un individuo che in età adolescenziale deve iniziare ad integrarsi in una società composta di modelli comportamentali precisi e di schemi e regole da seguire prefissati indirettamente, se si trova in difficoltà in questa fase, se questa integrazione non ha successo, l'individuo faticherà a trovare serenità, anche nelle cose più basilari, ad esempio la ricerca di un lavoro o un relazione stabile.

Primordial Sound

"Primordial Sound" (Suono Primordiale) è un altro episodio molto interessante, probabilmente il più psichedelico, con tastiere quasi dissonanti e effetti vocali ben piazzati in alcune parti della canzone. Si apre con la voce in pulito del solito Lessard, accompagnata da una progressione di accordi pizzicati di chitarra molto dolci, che poi si trasformano in arpeggi che reggeranno gran parte della canzone. "Il tuo suono primordiale echeggia. L'esistenza cresce da se stessa. Echeggiando." Il brano è un continuo evolversi, diverse sfumature riempiono la composizione, sfociando in una sovrapposizione di growl e pulito nella fase finale del brano, creando un particolare effetto che rende il tutto ancora più psichedelico e dissonante. "All that you know versus all that you don't." (Tutto quello che sai rispetto tutto quello che non sai). Il tuo suono primordiale è qualcosa di cui non puoi sapere molto, l'esistenza cresce da sola, non puoi controllarla, trascende dalla conoscenza, è un qualcosa che ci sfugge, qualcosa al di fuori e dentro di noi, qualcosa di inconcepibile. Continua questo eterno contraddirsi, perché la vita è incerta, sono argomenti che non possono essere trattati con estrema sicurezza. Questo contrasto tra sapere e non sapere, è forse uno dei maggiori dilemmi dell'uomo, quanto c'è da sapere su ciò che ci circonda, su ciò che non vediamo ma che magari esiste. Capire cosa intendano i nostri ragazzi dell'Indiana con suono primordiale non è facile, termine che torna più e più volte all' interno dell'album, forse semplicemente l'impulso, quella forza invisibile che permette agli esseri di vivere e di evolversi e mutare, la crescita. L'aggettivo "primordiale" si riferisce a un periodo iniziale od originario. Fu il suono a dar origine a tutto. Fu il suono, con la sua vibrazione, a permettere la materializzazione del mondo. La sillaba "OM" è creatrice dell'universo, considerata la "saetta vibrante o chiodo, che penetra e rinsalda l'intero mondo." Che ritroviamo in una frase in sanscrito in "Integration"; Jai guru deva om. Troviamo questi riferimenti nel mondo orientale, ad esempio nello Yoga, e nelle leggende della creazione del mondo attraverso il suono.

Arise

Dopo la distesa chiusura di synth, che concludono molto lentamente "Primordial Sound", arriva improvvisa "Arise" (Sorgere), con i suoi accordi di chitarra che invadono l'ambiente svuotato dalla dolcezza delle tastiere appena prima. Questi, sfociano in una sezione prelibatissima, dove veramente capiamo come si possa fare Progressive senza tirar fuori valanghe di note inutili. Raffinatezza, genio compositivo e il solito gioco ritmico, con un intenso lavoro sul charleston, ci tengono completamente attivi all'ascolto, catturando la nostra attenzione e portandoci in un ambiente totalmente diverso da quello a cui eravamo abituati. Alcune battute e si ritorna sugli accordi distesi, ritorna anche la voce di Michael Lessard, prima molto leggero e pacato, in seguito invece, altro cambiamento, torna l'oscurità e i growl, per poi terminare in una travolgente serie di accordi accompagnati da una doppia cassa non troppo veloce che crea una sorta di linearità e di pesantezza molto molto piacevole. Il testo è ancora una volta molto criptico, il sorgere potrebbe tranquillamente essere una metafora del ciclo del sole, paragonato a quello della vita, come ritroveremo anche più avanti in "The Parable", brano conclusivo dell'album, anche perché è proprio un arco parabolico, o almeno, come noi lo percepiamo, quello compiuto dal "mother sun" (sole madre). Notiamo che l'intero brano sembra essere leggermente più "chiaro", più sereno rispetto il resto dell'album, forse riguarda la fase più positiva del ciclo, il momento più alto della vita, il sorgere, cosi come il sorgere del sole porta allo schiarirsi del cielo, porta la luce che scaccia le tenebre allontanando l'oscurità, e sappiamo che il ciclo del sole è solamente appena iniziato, e ci donerà la luce per altre 12 ore.

Ebb & Flow

Con i suoi sette minuti, "Ebb & Flow" (Flusso e Riflusso), è il brano più lungo dell'album, e forse anche uno dei più pesanti, pesante non nel senso che sia chissà quanto aggressivo e movimentato, ma forse perché cresce molto lentamente; anche questo brano sembra un vero e proprio flusso di coscienza che si evolve, si trasforma, muta, cresce sempre di potenza, per sfociare in una delle sezione migliori dell'album per quanto riguarda il lato melodico. Soave, travolgente, uno slancio verso lo spazio, in cui scream e voci pulite si mescolano in una melodia potentissima, utilizzando il termine "flusso e riflusso" (ebb and flow) per indicare il moto dinamico della vita, forse gli alti e bassi, forse l'alternarsi di oscurità e luce. Alcune droghe portano spesso a stati d'animo che ricordano parecchio questo esempio, in cui si vuole qualcosa e poco dopo, subito tutt'altro, stati di indecisione, in cui i pensieri scorrono troppo veloci, come portati da un fiume in piena, che a momenti potrebbe straripare e uscire dagli argini. È quasi ossessionante il modo in cui le frasi si ripetono nel brano, sembra una vera e propria ricerca di quella sensazione di un ripetersi in continuazione, di un incessante movimento che ci porta su e poi giù, senza fine. Questa sensazione raggiunge l'apice con la riecheggiante frase finale, "ebb & flow" che Michael Lessard sembra volerci imprimere nella testa, quasi per farci immergere in questo movimento incessante, prenderne parte, e diventare un tutt'uno con la musica ondeggiante dei Contortionist. Posizionata alla perfezione come penultimo brano, in quanto sembra essere una lunga e distesa transizione che ci prepara alla conclusione, riesce a chiudersi un attimo prima di diventare prolissa, grande pregio di tutti i brani dell'album.

The Parable

La parabola, che sia essa proprio la vita? L'inizio e la fine, una curva. Sembra l'associazione più ovvia. Altri sette minuti con "The Parable" (La Parabola), per concludere l'album in un modo altrettanto soave. Il viaggio termina, dopo le tante emozioni che ci ha regalato, tra magnifiche parole, accompagnate da una strumentale che ormai conosciamo e riconosceremmo ovunque, in quanto unica, in quanto magnifica. "You are the language" (Tu sei il linguaggio)", "ever flowing ever echoing". (Sempre fluttuante, sempre echeggiante). Di vitale importanza per il concept dell'album è provare a soffermarsi sul fatto che si arrivi ad identificare il linguaggio, niente di meno che il titolo dell'album. Il brano ci indica una cosa non di poca importanza; tu sei il linguaggio. Abbiamo notato che Michael Lessard, per tutto l'album parla direttamente con qualcuno, un individuo, riguardo questo processo, che egli non può concepire o decodificare, e di questo linguaggio, che sembra essere qualcosa che permetta all'esistenza stessa di esistere, di essere percepita, tu sei il linguaggio, tu, essere umano, colmo di vita, sei il linguaggio per affermare l'esistenza, sei il linguaggio che decodifica questo strano e complesso codice che è la vita. Per questo le risposte sono dentro di te, tu sei la risposta, tu sei il linguaggio. Ne è la conferma il riferirsi all'individuo, verso la fine del brano, come colui che percepisce (the perceiver), colui che percepisce la parabola. Interessante è anche l'ultima frase cantata del pezzo; tu sei l'infinito, tu sei il finito. Il brano, e possiamo dire l'album, si conclude con un discorso di Alan Watts, filosofo inglese, che potrebbe aver in parte ispirato con alcune sue teorie l'album in questione, insieme probabilmente al filosofo Carl Jung, che ebbe modo di conoscere. Entrambi si focalizzano sulla psicologia, individuando inconscio (Freud) e inconscio collettivo; quella zona della mente di cui non abbiamo coscienza, e in cui vi sono più che altro istinti, sentimenti, modelli comportamentali, e in generale conoscenze innate. In qualche modo, potremmo collocare al suo interno anche il linguaggio, più in generale, la comunicazione.

Conclusioni

Oltre varie interpretazioni, da me tentate per cercare il senso di un album criptico e complesso come questo, quello che risalta ad un ascoltatore magari meno attento, che abbia voglia solamente di ascoltare un bell'album, è un'immersione in un viaggio musicale che, anche al di fuori dei testi e del concept, risulta un'opera di ottima fattura. L'album è musicalmente una perla, inutile dirlo, egregiamente suonato, arricchito da un contesto e da un concept assolutamente intrigante, ma è un album che soprattutto ci mostra, come il Progressive Metal contemporaneo non sia un genere stagnante, ma sempre aperto a sperimentazioni. Un genere si, da prendere con le pinze, che non può essere limitato al talento e alla tecnica dello strumento, come figurato da numerosi luoghi comuni. I Contortionist hanno meritatamente riscosso un modesto successo proprio con questo album che chiaramente, presenta freschezza nel suo ambito, e non può passare inosservato. Dopo varie ricerche e sperimentazioni, hanno trovato un loro sound, personalissimo, e non solo, si potrebbe dire un vero e proprio marchio compositivo, caratterizzato e rafforzato in parte, dalla splendida voce, di Michael Lessard, e dalla versatilità di essa. Una cosa è sicura, una volta presa un minimo di confidenza con lo stile dei Contortionist post "Intrinsic", potremmo riconoscerlo in mezzo a tanti senza fatica, per i numerosi elementi che lo distinguono dal resto, e lo rendono un prodotto unico nel suo genere. Quello che lo particolareggia maggiormente, è probabilmente quest'unione tra il Progressive e la psichedelia, dove quest'ultima viene direttamente da un approccio compositivo, che riesce a dare una luce totalmente nuova al lato progressivo. In conclusione, Language è un album che si inserisce in un contesto che lo valorizza; il panorama Progressive Metal aveva bisogno di un'uscita come Language, che rimescolasse le carte in tavola, che proponesse un qualcosa di nuovo, una via d'uscita dal vicolo cieco in cui il genere si stava dirigendo. Language è una ventata di aria fresca che porta novità, nonostante sia un album quasi claustrofobico, o almeno questa è una delle sensazioni che avverto maggiormente, un album che pone le sue fondamenta su un concetto di ripetizione, per questo claustrofobico, e di ciclicità continua, un album che parla della vita, e cerca di rappresentarla musicalmente nelle sue varie fasi, focalizzandosi sull'azione della crescita. Un piccolo appunto anche per la produzione, che non ha niente di particolarmente speciale, ma è curata al punto giusto, ogni strumento ha il proprio spazio, bello il dualismo kick e basso, i piatti ben distinti, insomma c'è poco da aggiungere, la produzione valorizza a pieno il disco, forse un unico appunto per un rullante leggermente "pietroso", tuttavia si tratta di gusti, la produzione del suono è spesso un fatto molto personale. Language si guadagna tranquillamente un posto tra gli album a da ricordare in questo decennio, sicuramente per quanto riguarda il Metal in generale, potrà sembrare leggermente ostico al primo ascolto, prime tre tracce a parte, ma sicuramente mai prolisso. Per un giudizio in decimi a questo full, un nove pieno.

1) The Source
2) Language I: Intuition
3) Language II: Conspire
4) Integration
5) Thrive
6) Primordial Sound
7) Arise
8) Ebb & Flow
9) The Parable