THE BEATLES

Please Please Me

1963 - Parlophone

A CURA DI
MASSIMILIANO SIVELLI
11/10/2015
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

6 luglio 1957, questa è la data da segnare sul calendario. Era un sabato sera e ad una festa nell'oratorio della chiesa di St.Peter, a Liverpool, si incontrarono John Lennon e Paul Mc Cartney.  John si stava esibendo con i suoi Quarrymen e grazie alla "mediazione" di un suo grande amico (nonché ex componente dei Quarryman), Ivan Vaughn, poté entrare in contatto con questo giovane musicista, più piccolo di due anni ma assai promettente, compagno di scuola di Vaughn al "Liverpool Institute". McCartney decise subito che, per farsi conoscere e conoscersi, sarebbe stato meglio suonare, piuttosto che parlare troppo. Imbracciò la sua chitarra e suonò ben due brani, "Long Tall Sally" di Little Richard e "Twenty Flight Rock" di Eddie Cochran, dando vita ad un'esibizione che folgorò letteralmente Lennon, il quale rimase subito colpito da quel Paul, che nonostante avesse 2 anni di meno di lui conosceva già molti brani e relativi testi, dando sfoggio di ottima memoria, e sapeva per di più accordare la chitarra. Un caso, un segno della sorte, una sinergia che doveva crearsi. Era già tutto scritto, forse, nel destino di entrambi: pur temendo che la forte personalità nonché l'abilità del giovane McCartney avrebbe sicuramente intaccato la sua leadership all'interno dei Quarrymen, Lennon propose al suo nuovo amico ad unirsi al gruppo, mediante l'invito di Peter Shatton. McCartney accettò, promettendo di unirsi al complesso dopo le vacanze estive. Questa, dunque, è la genesi della nostra storia. Una Storia con la "S" maiuscola, forse LA storia per antonomasia. Quella dei Beatles, quella della nascita di un qualcosa di grandioso, oltre ogni aspettativa. Facciamo un passo indietro, ed arriviamoci passo dopo passo.  John Winston Lennon era nato a Liverpool il 9 ottobre del 1940, nel corso di un raid aereo tedesco, in pieno secondo conflitto mondiale; non è un caso che il suo secondo nome sia proprio lo stesso dell'allora primo ministro inglese, Winston Churchill. Sua madre Julia si accorse del concepimento quando suo padre Alfred, che lavorava come cameriere sulle navi da crociera, aveva da poco ripreso il mare dopo un breve periodo di licenza. Proprio per il suo lavoro egli fu sempre poco presente nella vita di John, e quando il piccolo Lennon compì due anni i genitori si separarono, lasciandolo quindi in balia di una situazione fortemente instabile, conteso da ambedue i parenti. Il padre avrebbe voluto portarlo con lui in Nuova Zelanda, la il cinquenne John rifiutò, preferendo stare con sua madre. Compiuti i sei anni, però, John venne ufficialmente adottato dalla zia Mimi, sorella della madre Julia, la quale decise di prendere il piccolo John sotto la sua tutela anche per responsabilizzare la donna, che non conduceva certo una vita morigerata (nel frattempo era rimasta incinta dopo una relazione con un soldato gallese; la bimba, di nome Victoria Elizabeth, fu poi data in adozione con il nome di Ingrid). L'adozione sancì il trasferimento nel quartiere di Wolton, luogo dove Lennon avrebbe vissuto con i suoi zii materni, anche se non (momentaneamente) per troppo tempo. Nel 1946 John venne ripreso in custodia da sua madre, la quale aveva ottenuto ufficialmente il divorzio dal precedente marito ed aveva trovato in Bobby Dykins un nuovo compagno. Tuttavia, dopo che il padre di Julia chiese alla zia Mimi di compiere un sopralluogo per constatare quanto fosse accogliente la casa che avrebbe ospitato John, il nostro rimase con i suoi zii, dato che l'ispezione di Mimi aveva avuto un esito a dir poco negativo. Avvenne così una nuova separazione fra John e sua madre, la quale nel frattempo aveva anche dato alla luce due bambine, Julia e Jaqueline, sorellastre di John. La sua infanzia - adolescenza, dunque, trascorse in quel di "Mendips" ("nome" con il quale la casa in cui viveva fu "battezzata") con gli zii Mimi e George, pur mantenendo contatti stabili con Julia. Già nel periodo scolastico stavano venendo fuori il suo carattere irrequieto e la sua eccentricità, ma con esse anche la sua creatività: nonostante il profitto scolastico non fosse assolutamente dei più rosei, il suo talento per il disegno riusciva a renderlo un ragazzo sul quale investire, e fu iscritto al Liverpool College Of Art, grazie agli incoraggiamenti della zia. Più del disegno, però, era la musica a suscitare in lui un interesse a dir poco spasmodico. Cominciò quindi ad avvicinarsi al mondo delle note in maniera autodidatta imparando  prima a suonare l'armonica a bocca, dono di uno studente in pensione che un giorno capitò a Mendips per far visita a sua zia, e successivamente si avvicinò alla chitarra, grazie ad un regalo di sua madre Julia, che fornì al figlio lo strumento, un gesto che servì senza dubbio ad avvicinarli molto. Il giovane Lennon rimase letteralmente stregato, inoltre, dal ciclone del Rock 'n' Roll: "Rock Around the Clock" di Bill Haley  ed "Heartbreak Hotel" di Elvis Presley divennero ben presto i suoi "inni", cosa che preoccupò non poco sua zia Mimi, la quale avrebbe preferito vedere John più attivo volenteroso nel campo scolastico. Celebre la frase che la parente gli rivolse, proprio in quegli anni: "La chitarra va bene, John, ma non ti darà  certo da vivere!". Insomma, Lennon era diventato il prototipo del giovane rocker ribelle, interessato a vivere di musica ed a sfidare il mondo intero, pur di realizzare i suoi sogni a colpi di note. Fondò dunque i Quarrymen, anche se la sua spensieratezza adolescenziale venne presto messa a dura prova da due lutti a dir poco devastanti: la morte di suo zio George in primis, ed in seconda battuta quella di sua madre, la quale fu investita da un poliziotto ubriaco, lasciandolo questa volta per sempre. Questo fu forse il lutto maggiormente sentito e più duro da sopportare, in quanto arrivato proprio in un momento in cui John stava riallacciando un rapporto sincero e forte con la genitrice. Proseguendo con il nostro viaggio nel tempo arriviamo in seguito ad incrociare le vicende di James Paul Mc Cartney, il quale nacque invece il 18 giugno del 1942 sempre a Liverpool. Al contrario di Lennon, Paul sembra vivere un'infanzia molto più tranquilla e serena: figlio di un padre musicista ed ex leader di una big band a tema Jazz, venne sin da piccolo incoraggiato ad addentrarsi nel mondo della musica, grazie alla compiacenza della madre ed anche al fatto che fosse uno studente modello, tanto da guadagnarsi l'ammissione al prestigioso Liverpool Institute. Suo padre Jim era solito fargli sentire molta radio e portarlo in giro per concerti, facendo in modo che il figlio sviluppasse immediatamente un orecchio non indifferente, riuscendoci. Paul era però una testa calda, si rifiutava di seguire troppo pedissequamente le lezioni di musica di suo padre, preferendo affidarsi al suo istinto musicale che già in tenera età era molto sviluppato. Giunse dunque alle soglie dell'adolescenza, compiendo quattordici anni e venendo purtroppo segnato da un avvenimento sconvolgente:  perse infatti la madre, vittima di un cancro al seno, e questo fatto lo avvicinò molto a John, che di lì a poco avrebbe conosciuto, durante la festa dell'oratorio di St. Peter. Paul , che proprio dopo la morte della madre aveva barattato la tromba regalatagli dal padre con una chitarra (una "Framus Zenith 17"), non si perse d'animo e compose le sue prime due canzoni  ("I Lost My Little Girl" e "When i'm Sixty-Four"), anche con la complicità del genitore che gli aveva nel frattempo insegnato a suonare anche il pianoforte. Ritorniamo quindi all'incontro con Lennon, e alla decisione affermativa di entrare in pianta stabile nei Querrymen. La forza magnetica e carismatica di Paul all'interno del gruppo si fece subito sentire, tanto che il giovane McCartney convinse subito John a far entrare nel gruppo un certo George Harrison, chitarrista e suo compagno di viaggi in scuolabus (ed il provino di Harrison avvenne proprio su un autobus, momento nel quale George si esibì in una strumentale denominata Raunchy", esecuzione che gli valse l'entrata nella band di Lennon e McCartney). George nacque anch'egli a Liverpool, il 25 febbraio del 1943, in una famiglia operaia. Ragazzo timido, il suo carattere gli varrà il soprannome The Quiet One, fu accettato da John nonostante la giovane età per via del suo talento, mostrato sin dall'infanzia. George era solito tempestare i suoi quaderni scolastici con disegni di chitarre, tanto che il padre decise di regalargliene una di seconda mano, modello "Duo Jet" della Gretsch, strumento dal quale non si separò praticamente mai più e che comparve addirittura sulla copertina del suo disco "Cloud Nine", datato 1987. Prima di entrare nei Querrymen, Harrison aveva già fatto esperienza suonando nel gruppo dei Rebels, messo in piedi con il fratello maggiore e qualche amico. Fecero parte del primo nucleo dei Beatles, oltre al trio qui citato, anche Stuart Sutcliffe (il miglior amico di John, morto poi prematuramente nel 1962 per un tumore al cervello) come bassista (pittore di grande talento, aveva acquistato un basso Hofner grazie ai ricavi della vendita del suo primo quadro) e Pete Best come batterista, subentrato dopo che i nostri lo videro all'opera con il suo gruppo d'origine, i Blackjacks, che si stavano esibendo al "Casbah", locale di proprietà della madre di Best, Mona. L'ingresso di Pete sancì l'entrata definitiva di un batterista fisso, in quanto il precedente Tommy Moore aveva abbandonato il gruppo dopo poco una tournee scozzese di spalla a Johnny Gentle. Giungiamo così al 16 Agosto del 1960, quando traendo ispirazione da un brano di Buddy Holly, "Crickets", Sutcliffe e Lennon coniarono il nome che, nelle generazioni avvenire, sarebbe stato sinonimo di leggenda: The Beatles, scelto dopo aver stilato una rosa di papabili monickers, fra cui "Beatals", "Silver Beetles" e "Silver Beatles".  Per una serie di fortunate coincidenze fu proposta loro una scrittura in un locale ad Amburgo, grazie all'azione del loro manager di allora, Allan Williams, il quale organizzò la tournee anche in virtù del fatto che un'altra band di Liverpool, i Derry And the Seniors, stava ottenendo grande successo nella città Tedesca. Il primo concerto teutonico con il nome di The Beatles ebbe dunque luogo il 17 Agosto del 1960, in quel di Amburgo. Accasatisi presso il locale "Indra", riuscirono a forgiare il loro stile particolare anche venendo messi a dura prova dal titolare del posto, molto esigente, il quale li costringeva a turni massacranti di svariate ore e soprattutto a suonare sempre al massimo dei volumi e delle energie, senza mostrare segni di cedimenti. La sfortuna, però, era tristemente in agguato: dovettero tornare una prima volta in Inghilterra perché George era ancora minorenne e quindi impossibilitato a lavorare all'estero, e di seguito  vennero cacciati a causa di un incidente domestico che vide coinvolti Pete e Paul. Avendo trovato i Beatles un impresario capace di potergli garantire un contratto ben più vantaggioso, i Nostri traslocarono dalla loro vecchia abitazione amburghese alla nuova, non prima di aver incendiato la precedente sistemazione. Per fare le valigie al buio, difatti, pensarono bene di dar fuoco ad un profilattico, che sarebbe stato usato a mo' di lampadina.. salvo poi incendiare la carta da parati, rischiando di propagare un rogo di dimensioni apocalittiche. Vennero arrestati e dunque espulsi. Ci furono comunque altre due spedizioni in Germania: la prima nel 1961, quando grazie alla fama conquistatasi ad Amburgo ricevettero un contratto di lavoro valido per un periodo compreso fra Aprile e Luglio, mentre l'ultima risale al 1962, momento in cui la formazione comincia a stabilizzarsi sul modello che tutt'oggi conosciamo: Stuart Sutcliffe, che non aveva ancora imparato a suonare il basso (tanto che era solito suonare di spalle al pubblico, per non far accorgere nessuno delle sue lacune), fu ammesso all'Accademia d'arte ad Amburgo, traguardo al quale realmente aspirava, e decise così di lasciare il mondo della musica. Il suo posto al basso fu preso perciò da Paul; quello fu anche il periodo in cui si delineò il look dei Beatles, quello che li rese celebri in tutto il mondo e li rese prepotentemente protagonisti dell'immaginario di generazioni e generazioni avvenire: capelli pettinati in avanti con la frangetta (acconciature ideate da Astrid Kirchherr, la fidanzata tedesca di Stuart), giacche di pelle senza risvolti e stivaletti a completare il tutto, i cosiddetti "Beatles Boots". Il gruppo proseguì dunque la sua terza avventura tedesca allo Star-Club, collezionando un totale di 800 ore passate a suonare sui palcoscenici teutonici. La loro fama cominciava comunque ad essere importante anche in madrepatria, visto che  dopo il loro primo ritorno a Liverpool cominciarono ad esibirsi in un locale, il "Cavern", dove attiravano molto pubblico, grazie anche alla loro energia e alla loro carica dirompente, che li rese particolarmente popolari presso il pubblico femminile. In seguito, ancora una volta, il destino ci mise del suo: un fan entrò in un negozio di dischi per acquistare "My Bonnie" , un disco inciso dai nostri ad Amburgo, pezzi con cui i Beatles accompagnavano il famoso cantante Tony Sheridan nelle serate tedesche. Il titolare del negozio di dischi ed elettrodomestici era Brian Epstein, primogenito di una famiglia benestante, il quale si vantava di avere una grande conoscenza di tutti i gruppi giovanili, anche se fu costretto in quel frangente ad ammettere di non aver mai sentito nominare i Beatles. Spronato dal fatto che il "Cavern" non era poi così lontano dal suo negozio volle andare a vederli. Ne rimase subito colpito e si offrì di fare loro da manager nonostante la mancanza di esperienza. Aveva però fiuto per gli affari, ed era consapevole di avere a che fare con la proverbiale gallina dalle uova d'oro: Brian cominciò a procurar loro diverse scritture ed un primo provino con la "Decca", nel dicembre del 1962, che però fu negativo. Epstein non si dette per vinto e si rivolse allora alla EMI che demandò a George Martin, che era responsabile di un'etichetta sussidiaria (la "Parlophone"), di visionarli. L'esito questa volta fu positivo, Martin decise allora di farli incidere chiedendo però di sostituire Pete Best perché insoddisfatto delle suo modo di suonare. Ed ecco che entra in scena Richard Starkey, alias Ringo Starr, nome che gli altri tre Beatles già conoscevano perché anche lui aveva suonato col suo gruppo ad Amburgo in contemporanea con i Nostri (uno dei primi contatti avvenne nel 1960 al "Kaiserkeller"); inoltre, già conosceva il repertorio visto che alcune volte aveva sostituito Best . Ringo, nato a Liverpool il 7 luglio 1940 e quindi il più grande dei 4, ebbe da piccolo sempre una salute cagionevole che lo portò ad essere spesso ricoverato, quando per un appendicite (in forma molto acuta, per colpa della quale rimase addirittura in stato di coma per due mesi), quando per problemi polmonari (all'età di tredici anni). Quest'ultimo ricovero si mostrò comunque meno grave del previsto, in quanto per tirarlo su di morale, il suo patrigno Henry Graves pensò bene di regalargli una batteria, strumento che il giovane Richard cominciò a suonare con molto interesse ed in modo proficuo. Si unì dapprima agli Eddie Clayton Skiffle Group, ed in seguito ai Darktown Skiffle Group, salvo poi giungere a militare negli All Caldwell's Texans, trasformatisi poi nei Rory Storm and the Hurricanes,  gruppo dove aveva adottato il soprannome Ringo Starr a causa della sua mania per gli anelli, (ring = anello in inglese), nomignolo affibbiatogli proprio da Rory Storm. L'inizio di Ringo non fu tuttavia dei più fortunati: ben presto, Martin si accorse che nemmeno il nuovo arrivato avrebbe potuto donare molto alla causa musicale dei Beatles, benché Starr con il suo stile e carattere avesse riscontrato le forti simpatie di Harrison, Lennon e McCartney, rendendo di fatto il complesso molto unito e compatto. Con molta buona volontà e con caparbietà, però, il Nostro riuscì ben presto a divenire un elemento cardine del quartetto, riuscendo dunque a traghettare i nostri verso l'incisione del debutto discografico. E qui, dunque, comincia definitivamente la Storia:  il primo vinile fu intitolato "Please Please Me" (anche se George Martin aveva proposto di intitolarlo "Off The Beatle Track"), data di uscita 22 marzo del 1963, registrato in sole quindici ore di lavoro l'undici Febbraio dello stesso anno. L'album fu annunciato dapprima dalla pubblicazione di due singoli, ovvero "Love Me Do" e "Please Please Me", omonimo dell'album e divenuto il loro primo grande successo da hit parade. Particolarmente singolare  la copertina, la quale raffigura i 4 affacciati alla ringhiera delle scale dell'edificio della EMI a Manchester Square: la foto fu scattata dal fotografo Angus McBean, che ideò egli stesso la posa. Vengono subito introdotte delle particolarità in questo album, come se i Beatles stessi volessero sin da subito iniziare a distinguersi. Solitamente, infatti, i 33 giri dell'epoca contenevano 6 tracce per lato, quindi 12 pezzi; in "Please Please Me" i pezzi sono invece 7 per lato, quindi 14 in totale. Inoltre, a quei tempi i 33 giri altro non erano che una raccolta di brani già usciti sotto forma di singoli, mentre i Beatles facevano uscire un disco con addirittura 8 pezzi inediti. Ha dunque inizio il sodalizio Lennon-Mc Cartney che sfornerà una quantità industriale di capolavori.

I Saw Her Standing There

Il disco si apre con "I Saw Her Standing There". Brano chitarristico molto rock 'n roll, inizialmente era intitolato "Seventeen", scritto da Paul (che aveva composto un abbozzo della musica e del testo) con la collaborazione di John che gli cambiò come noto la prima strofa del testo. Paul difatti aveva scritto quanto segue: "She was just seventeen, never been a beauty queen" ("lei aveva appena diciassette anni, mai stata una regina di bellezza", modificato da Lennon nel più colloquiale "She was just seventeen, you know what I mean" ("sai cosa voglio dire"), una velata allusione sessuale dato che in quel periodo la maggiore età era raggiunta al compimento dei 16 anni. Per proporci l'essenza live,  la canzone si apre col conteggio "one,two,three,four" e subito siamo catturati da un ritmo accattivante, molto catchy, sul quale i nostri riescono a ricamare un brano tipico dei suoi anni, un rock n roll ballabile ed orecchiabile, dotato di una ritmica basilare ma molto efficace, sulla quale ben si amalgama il lavoro corale del gruppo, parecchio efficace in sede vocale. Una durata esigua di appena due minuti abbondanti, ma capaci di trasportarci in una dimensione festaiola e spensierata, capace di farci muovere, desiderosi di buttarci in pista. Un brano noto al pubblico dei Beatles, già proposto dal vivo al "Cavern", dove alle volte durava anche la bellezza di 12 minuti inframezzati da numerosi assoli di chitarra; nella registrazione ci si limitò alla struttura di base con un piccolo assolo di George di soli sedici battute. Costruita su passaggi di tonalità blues, diventerà un classico rock 'n roll e verrà coverizzata più volte. John Lennon la suonerà una volta come ospite di un concerto di Elton John, nel 1974, introducendola così: "Abbiamo pensato di fare una canzone scritta da un mio vecchio fidanzato dal quale ora sono separato che si chiama Paul. Non l'ho mai cantata prima, è una vecchia canzone dei Beatles". Il testo, come già detto prima assai allusivo nella prima strofa, dipinge tuttavia uno scenario molto comune alle canzoni dell'epoca: una festa da ballo nel quale un ragazzo ed una ragazza si notano e si piacciono immediatamente, decidendo di danzare assieme. Il giradischi diffonde un poderoso Rock 'n' Roll in sala ed i due sono sempre più stretti e vicini nel ballo, tanto che il cuore di lui comincia a battere forte, e non solo per l'attività fisica: il protagonista, più grande della sua compagna di quella sera, è sempre più rapito da questa giovincella che riesce a farlo sussultare. Lei, d'altro canto, non sembra voler cambiare cavaliere e decide di concedere l'onore della danza solamente al suo lui. La notte va dunque avanti così, fra feste e ritmi forsennati, nei quali i due giovani sembrano coronare il loro sogno d'amore.

Misery

Il secondo pezzo è "Misery", scritta da John e Paul mentre erano in tournée con Helen Shapiro, un'artista sedicenne che era in quel periodo sulla cresta dell'onda. Fu però rifiutata dallo staff di lei e un attore/cantante di nome Kenny Lynch se ne impossessò, facendo quindi di "Misery" la prima canzone dei Beatles ad essere incisa da un altro esecutore.  Canzone scritta quasi come riempitivo, senza variazioni dinamiche né interventi particolari di batteria che ne riempiano i vuoti, George Martin aggiunse in un secondo momento una scala discendente di pianoforte al middle eight (bridge), facendo diventare così il pezzo anche il primo brano ad avere un contributo da un musicista esterno al gruppo. Notiamo come il brano sia ben più orecchiabile e dall'andatura meno "aggressiva" del precedente, risultando molto più melodico e capace di attirare l'attenzione di un pubblico ben più vasto. Un incedere scanzonato e tranquillo, ancora una volta donato di una ritmica molto basilare ma efficace, una canzone che quasi  potremmo definire "poppeggiante" ed in grado di dilatare i tempi scanditi aggressivamente dalla open track. Anche qui ci troviamo dinnanzi ad una durata esigua, come la maggior parte dei pezzi del disco. Il pianoforte di Martin è un piacevole riempitivo, adatto a rendere i toni ancor più "soft" e meno ruvidi. Ancora una volta è la tematica sentimentale a predominare, introducendoci in questa occasione il rammarico e la tristezza per un rapporto tristemente finito. Il protagonista è difatti un lui che si vede privato della sua bella: la disperazione è talmente tanta che egli sembra percepire l'ostilità di tutto il mondo contro la sua persona, mentre ripensa a tutte quelle piccole cose compiute assieme alla sua ex fidanzata, quei piccoli gesti in realtà capaci di renderlo così felice e spensierato. Altro non gli resta che disperarsi e piangere ripensando ai tempi ormai andati; altro, purtroppo, al momento non può fare. 

Anna (Go To Him)

Terzo pezzo del lotto è "Anna (Go To Him)": una canzone in origine composta da Arthur Alexander, un cantante americano di colore con un buon repertorio rhythm 'n blues. Nella prima versione, oltre alla presenza di archi qui eliminata, la cover dei nostri differisce per discorsi inerenti alla tonalità: quest'ultima era in La maggiore, John invece decise di alzarla di tre tonalità anche per permettere a George di riprendere con la chitarra la frase di pianoforte in Re maggiore eseguita nell'originale, mettendo in risalto i suoi Fa diesis, oltre a dargli un sovrappiù emotivo nel supplichevole middle sixteen. Il pezzo sembra funzionare, in quanto qui le parole del testo "All of my life I've been searching" ("Per tutta la vita ho cercato") avevano un significato personale per Lennon. Tuttavia, cantando fuori dalla sua abituale tonalità, John sembra incontrare problemi d'intonazione. Un altro brano dai toni "dolci" e molto soft, che sembra riprendere quanto già fatto nella precedente traccia, non aggiungendo nulla di nuovo e non cercando minimamente di dare una "scossa" all'ambiente. Un brano che sicuramente arriva e si fa apprezzare, ma che ci fa sinceramente rimpiangere l'inizio al fulmicotone di "I Saw Her..". Il testo prosegue sulla scia "drammatico / sentimentale" e ci mette dinnanzi, questa volta, alla cupa ma quasi "serena" rassegnazione di un uomo che vede la sua bella correre fra le braccia di un altro. Egli non è cieco né tantomeno stupido, sa benissimo che la sua compagna è ormai infatuata pesantemente di un altro uomo, il quale sembra ricambiare fortemente i sentimenti di Lei. Per non soffrire più del dovuto, il protagonista "libera" Anna, dicendole chiaramente di andare dal suo nuovo amore. C'è spazio anche per una disamina sulla sua vita, in quanto il Nostro arriva a riflettere sulla girandola di relazioni vissute, pensando che ogni donna che egli ha amato ha finito con lo spezzargli drasticamente il cuore. Anna è solo l'ultima della lista e perderla non sembra nemmeno far più male come un tempo.

Chains

Passiamo dunque a "Chains", originariamente composta da Gerry Goffin e Carole King, che sancì nel 1962 un piccolo successo per le Cookies, un duo femminile che ne presentò una sua versione. Questa canzone fu fatta cantare a George alzandola però di tonalità; essa comincia con un'introduzione di John all'armonica (molto folk-country) e continua con una tessitura a tre voci lasciando solo George nel middle eight. Un brano dall'andatura come detto molto folk-country (anche grazie al fatto che si tratta di una composizione tipicamente americana e dunque più sensibile al mondo di Johnny Cash co.), effetto reso grazie all'uso dell'armonica nell'inizio ed alla presenza del tamburello, ben suonato da Ringo, il quale sembra qui variare il ritmo sostenuto risultando leggermente più incalzante ed incisivo. Dal canto loro, John e Paul riescono ad amalgamarsi molto bene con la voce di George ed il risultato corale è sicuramente più che apprezzabile. Il clima è dunque leggermente "cambiato", trovandoci dinnanzi ad un brano maggiormente scevro di venature "pop" e decisamente orientato verso lidi più particolari. Una canzone, "Chains", molto particolare a livello di testo: si parla infatti di catene,metaforiche o reali, con le quali una ragazza ha legato il suo fidanzato, impedendogli di fuggire. Egli è consapevole di essere in trappola e di non poter in nessun modo sfuggire alla morsa della sua bella, la quale sembra comunque esercitare un certo fascino su di lui, che tenta di liberarsi ma alla fine ci rinuncia. E' in trappola, ma c'è un che di "piacevole" in tutto questo, I più maligni l'hanno interpretata come una canzone "trasgressiva", pensando alla presenza di velate allusioni al sadomasochismo. Vere o presunte che siano, il pezzo uscì presto dal repertorio dei Beatles.

Boys

Come quinta canzone troviamo "Boys", ballabile in dodici battute scritto in origine da  Luther Dixon e Wes Farrell per un gruppo tutte donne, le Shirelles. Un pezzo considerato il cosiddetto "numero del batterista", ovvero il brano nel quale il pubblico poteva finalmente udire la voce del drummer, per l'appunto, chiamato in veste di ugola solista. Nel periodo amburghese, "Boys" era cantata da Pete Best e quindi, per forza di cose, il pezzo venne ereditato da Ringo che comunque già lo eseguiva nel suo precedente gruppo. Rimase in repertorio fino al 1964. Una piccola curiosità: di solito, quando si passa da un interprete maschile ad uno femminile o viceversa , il testo viene modificato di conseguenza, sarebbe quindi stato più logico cambiare anche il titolo in "Girls"; invece, salvo qualche adattamento nel testo, rimase tutto uguale. Necessitò di una sola take di registrazione. Si ritorna a "rockeggiare" in maniera piuttosto decisa ed il brano colpisce sicuramente per la carica che trasmette, anche grazie al lavoro dietro la batteria di un Ringo più che mai dinamico e meno anonimo, anzi dedito anche a delle piccole "sfuriate" che rendono l'insieme ancor più "duro". Un rock 'n' roll godibile e capace di catturarci, che ci desta del "torpore" delle precedenti track leggermente più "morbide". Notiamo più spigoli ed aggressività, con un bell'assolo che fa capolino. Una ballabile da scatenarsi sulla pista da ballo in maniera forsennata, divertendosi come dei pazzi. Al solito, ottimo lavoro corale a supporto della voce principale. Il brano sembra parlarci, questa volta, delle sensazioni che maschi e femmine provano baciandosi. Per i ragazzi è come compiere un "trip", ovvero la sensazione di fantasioso straniamento che si percepisce facendo uso di droghe più o meno allucinogene, e sembra quasi di viaggiare in giro per il mondo pur non staccandosi mai dalla propria bella. Per le ragazze, invece, il tutto sembra provocare al gentil sesso  sensazioni decisamente più "sentimentali", trasmettendo loro brividi lungo la schiena, dalla testa ai piedi. Come già detto, il testo è riadattato in maniera non troppo marcata ed il ritornello sembra comunque far luce sui "ragazzi", visti come delle simpatiche canaglie, seduttori implacabili capaci di corrompere i cuori delle indifese giovincelle, pronte a cadere nella "trappola".

Ask Me Why

Alla posizione numero sei troviamo "Ask Me Why", composta quasi interamente da John anche se accreditata a Lennon/Mc Cartney come prevedeva il loro accordo. E' sullo stile di Smokey Robinson, cantante americano di musica "motown", un "genere" musicale così denominato a causa della notevole influenza che un'etichetta americana con sede originale a Detroit ebbe sulla diffusione di musica leggera in generale. Grazie ad una notevole predilezione per il Rhythm 'n' Blues e per il soul la "Motown Records" (questo il nome dell'etichetta) divenne specializzata in questi generie poté dunque coniare il termine "Motown Sound", divenuto distintivo per via di alcuni tratti riconoscibili, come particolari usi del basso e della melodia, nonché della voce. Basti pensare che sotto quest'etichetta trovarono fortuna dei ragazzi di nome "The Jackson 5", ma questa è un'altra storia. Il brano sembra risentire dunque degli influssi "leggeri" di un certo tipo di sound sponsorizzato da questa particolare corrente musicale, mettendoci dinnanzi un nuovo brano di gusto non troppo Rock ma anzi richiamante in effetti molti elementi della musica leggera in generale. Un brano comunque piacevole da udire, cantabile, facilmente assimilabile, che scorre tranquillo senza creare fastidi o "impicci"di sorta . Potremmo magari dire che la canzone, forse, paga un po' la velocità "eccessiva" con cui è stata eseguita (nulla di "forsennato" ma forse dei ritmi ancor più pacati le avrebbero giovato), senza contare il fatto che forse è stata registrata piuttosto distrattamente senza neppure eliminare i piccoli errori tipo la sbavatura di chitarra a 1:26. Non fu un caso che, dopo la primissima incisione, George Martin decise di riunire i quattro per consigliarli circa il modo di suonare e la tecnica strumentistica in generale. Per la prima volta il testo lascia trasparire qualcosa di personale, come se la musa ispiratrice fosse la moglie di John Lennon, Cynthia, sposata nel 1962. Il testo infatti parla proprio di un rapporto di amore reciproco, in cui un ragazzo innamorato tende a tessere le lodi della sua compagna. Ella è l'unica in grado di non farlo sentire triste, l'unica in grado di regalargli emozioni uniche, l'unica persona che per lui realmente conti, a questo mondo. Una donna ed una persona speciale, per la quale farebbe di tutto. Un amore sconfinato, incredibilmente forte e romantico, in grado di andare oltre i confini del tempo e di scavalcare ogni tipo di muro o barriera.

Please Please Me

Ultima traccia del lato A è la titletrack "Please Please Me", scritta interamente da John a casa di sua zia Mimi, usando la prima frase di "Please" (una hit degli anni trenta di Bing Crosby) come punto di partenza per una ballata ad una voce in tempo moderato, dall'atmosfera commovente e drammatica sullo stile di Roy Orbison. Fu fatta ascoltare a George Martin che rimase interessato ma suggerì che venisse velocizzata. I Beatles si misero duramente al lavoro e ritornarono col loro rifacimento:  oltre al cambio di tempo, una nuova linea di chitarra di George; conservava comunque, con il suo ritornello a salti di ottava, la caratteristica progressione alla Orbison, anche se adesso l'influenza primaria era diventata quella degli Everly Brothers, con Lennon che cantava la melodia (la parte bassa) mentre Mc Cartney teneva un ripetuto Mi alto rispecchiato dal basso. Si arrivava quindi al bridge a chiamata e risposta fra John e i potentemente armonizzanti Paul e George prima di esplodere in tre parti nel ritornello. A 1:09, nel bridge, si può sentire Paul cantare "i-un my heart", un chiaro omaggio a Buddy Holly, uno dei suoi artisti preferiti. George Martin a questo punto rimase soddisfatto, chiese solamente di aggiungere una sovrapposizione di armonica a bocca per raddoppiare il riff di chitarra e al termine della seduta di registrazione, schiacciando il pulsante dell'interfono della saletta di controllo, disse la famosa frase: "Congratulazioni Signori, avete appena finito di incidere il vostro primo Numero Uno". La previsione di Martin si rivelò esatta, il singolo "Please please me/Ask me why" volò al numero uno di numerose classifiche. Il testo non cambia poi molto dal trend generale, ed è nuovamente incentrato sul rapporto di coppia. In questa situazione, un ragazzo cerca in tutti i modi di farsi recare piacere dalla sua ragazza, "che non ha mai provato", una frase allusiva che forse sottintende l'inesperienza della Lei contro invece l'arrembante Lui, che sicuramente ha già provato determinati piaceri e vorrebbe tanto che anche la ragazza si abbandonasse alla situazione. Lei tuttavia sembra non volersi concedere ed allora il protagonista cerca di risultare maggiormente "insistente", dicendo d'essere triste e di avere il cuore in subbuglio: l'unica medicina per curare il suo male è appunto l'amore della sua bella, che nonostante faccia la difficile è lì e lì per cedere.

Love Me Do

E' arrivato il momento di girare il vinile e passare alla prima traccia del lato B, "Love Me Do". Fu composta nel 1958 da un giovane Mc Cartney il quale, incerto su come completarla, la fece ascoltare a Lennon che contribuì con l'elementare middle eight. Il testo è superficiale, "Love, love me do - You know I love you - I'll always be true - So please love me do - Who-oh love me do" - "Amami, dai amami - Sai che io ti amo - Sarò sempre sincero - Allora ti prego amami - Oh dai amami".  Fu provinata insieme a "How Do You do It", un pezzo composto da un autore professionista. Martin aveva deciso che sarebbe stato quest'ultimo ad essere pubblicato come prima incisione del gruppo. Per niente d'accordo, i Beatles tentarono di impegnarsi di più nell'esecuzione di "Love me Do". Alla fine Martin ebbe come un presentimento: il titolo disinvoltamente gergale, l'armonica di John ma soprattutto l'atmosfera complessiva avevano una freschezza che ben corrispondeva al gruppo e rendeva il tutto molto intrigante, nonostante i due semplici accordi su cui era basata la canzone. Erano necessari soltanto due cambiamenti, venne modificata la linea vocale del solista che passava a Paul anziché a John, la cui voce si amalgamava meglio al suono dell'armonica di John, il quale con lo strumento fu "relegato" in sede di controcanto. Soprattutto, Martin era scontento di Ringo, per questo chiese che a suonarla fosse un session man professionista, tale Andy White, relegando il povero Ringo al tamburello a rinforzo del rullante. Uscì quindi come facciata A del primo singolo dei Beatles. Il pubblico la accolse con perplessità e l'andamento delle vendite fu cauto, la leggenda vuole che Epstein ne avesse ordinate 10.000 copie per farne sentire il peso nelle classifiche di vendita. Il 45 giri raggiunse il 17° posto nelle classifiche britanniche ma quello che più importava era che grazie a quel pezzetto di plastica i Beatles erano adesso convinti di avercela davvero fatta. Il tutto a supporto di un testo a dir poco scarno, che non fa altro che ripetere le frasi riportate all'inizio. Nulla di trascendentale né di troppo complesso, insomma, delle lyrics minimali e ripetute in loop fino alla fine.

P.S. I Love You

Il secondo pezzo del lato B è "P.S. I Love You"; scritta da Paul ad Amburgo nel 1962, questa canzone era un punto fermo nella scaletta dei Beatles, è fondamentalmente un cha-cha-cha veloce con un testo semplice e non troppo ispirato, ma è nella melodia che si comincia a vedere il dono che aveva Paul. Dopo aver registrato "Love me Do", Andy White suonò anche questo pezzo e Ringo questa volta passò alle maracas. Era in predicato per diventare il loro primo singolo, ma sfortunatamente esisteva già una canzone con lo stesso titolo per cui si pensò che non fosse il caso  di rischiare che venisse scambiata come cover. Il ritmo, come detto, è quello di un cha-cha-cha assai incalzante, piacevole da udire. Emerge abbastanza nitidamente la mano di un batterista più esperto di Ringo, anche se il nostro riesce ad arricchire il tutto in sede di percussioni, facendosi sentire in maniera marcata alle maracas (nonostante fosse stato relegato a degli strumenti "minori", il batterista decise comunque di impegnarsi a fondo perché ferito nell'orgoglio). Un brano che scorre tranquillo, che con la sua andatura allegra e delicata si lascia ascoltare, cantare, molto diretto e capace di arrivare dritto al cuore degli ascoltatori, insinuandosi nelle nostre teste col suo ritornello irresistibile e questa ritmica ben calibrata. Ancora sentimenti nelle lyrics, questa volta sembra che il pezzo contenga note autobiografiche, in quanto le parole d'amore scritte e cantate sembrerebbero indirizzate alle donne dei Nostri (in particolare a Dorothy, allora ragazza di Paul). Dalle lyrics si può evincere quanto una sorta di lontananza dalle amate (lontananza colmata con delle lettere) pesi abbastanza; il tema del musicista lontano dalla sua bella è in effetti un topos molto utilizzato nel mondo della musica Rock, i ragazzi si struggono per non poter essere vicini alle fidanzate ma al contempo le rassicurano: le ameranno per sempre e le lettere che inviano dalle terre lontane in cui si trovano (la Germania, in questo caso) sono proprio dei pegni, dei simboli di un sentimento forte, genuino e sincero. Un testo leggero e senza pretese, sentimentale sino al midollo e capace di sciogliere anche il più arcigno dei cuori.

Baby It's You

Come terza traccia del lato B troviamo "Baby It's You". Secondo pezzo delle Shirelles ad apparire su un LP dei Beatles, fu composto in origine da Hal David, Barney Williams e Burt Bacharach. Facente parte del repertorio dei Beatles sin dal 1961, è cantato da un John quasi completamente afono dopo lo sforzo della maratona di registrazione. Fu aggiunto successivamente da Martin un intervento di celesta e di pianoforte, anche quest'ultimo non fu però utilizzato. Una semplice ballata e niente più, docilmente posata su di un tempo tranquillo e composto. Un brano che non aggiunge nulla di nuovo a quanto già fatto, che si fregia come al solito di un lavoro più che rispettabile in sede ritmica e che beneficia come sempre dei cori (emblematico, in questo caso, lo "sha la la la la" che sentiamo ad intervalli regolari). La celesta serve proprio a rendere il clima ancor più disteso e sereno, aggiungendo dei suoni limpidi e squillanti, che mettono a proprio agio l'ascoltatore, facendoci letteralmente sprofondare in una calma serafica. Si ritorna a parlare di rapporti tormentati, questa volta la protagonista è una ragazza che tutti additano come "poco seria" per via del suo essere incredibilmente volubile. Un ragazzo è però innamorato di lei, e si dice totalmente disposto a non curarsi delle voci che girano sul conto della donna, perché la ama alla follia e per lei farebbe qualsiasi cosa. Tutto riesce a catturarlo, di lei: i suoi sorrisi, i suoi baci.. l'essere semplicemente Lei. Al cuor non si comanda, si direbbe, ed anche se il Nostro è consapevole di poter incappare in un abbaglio o di addentrarsi in una relazione pericolosa, non vuole assolutamente separarsi dall'oggetto dei suoi sogni: vuole che lei sia la sua donna, e la prega di non lasciarlo mai.

Do You Want To Know A Secret

Quarta lato B, "Do You Want To Know A Secret": scritta da Lennon, era basata sull'introduzione parlata di una canzone presente nel classico Disney per antonomasia, "Biancaneve", una canzone che sua mamma gli cantava quand'era bambino. Fu offerta a George, che alla fine fu scelto come voce solista, in quanto il brano conteneva solo tre note e non era difficile da cantare (Lennon si divertì persino a canzonare il povero George, dicendo che gliel'avevano assegnata proprio perché semplicissima e perché le sue doti canore, non certo eccelse, avrebbero potuto tranquillamente adattarsi ad un contesto così basilare). In seguito, Lennon la fece sentire a Billy Kramer che la registrò insieme al suo gruppo, i Dakotas, portandola inaspettatamente in vetta alle classifiche di vendita. Semplice canzoncina sotto i due minuti, non fu tenuta in grande considerazione tant'è che sono stati lasciati diversi errori, si possono sentire due note sbagliate di basso a 1:11 e 1:49, errori nel testo ed imperfezioni di intonazione di George. Peccato,  perché in sostanza il pezzo sembra comunque funzionare, risultando piacevole all'ascolto anche grazie ad un ritmo che rapisce e ad un'andatura particolare, in grado di farsi notare. La voce di George, salvo piccole imperfezioni già notate, risulta inoltre molto adatta al contesto e la prova del lead singer è comunque buona, in grado di farsi apprezzare. Un brano dunque senza troppe pretese, da ascoltare con la mente sgombra di preoccupazioni ed in uno stato di totale serenità e spensieratezza. Stessi sentimenti che traspaiono dalle lyrics, incentrate sempre su un romanticismo molto basilare ed elementare: "il segreto" che il protagonista della storia vuole dire alla sua ragazza è proprio l'amore che lui prova per lei, romanticamente sussurrato all'orecchio, sospirato, a bassa voce. Il testo non è molto articolato ed è tutto incentrato su questo gesto.

A Taste Of Honey

Quinta del lato B, "A Taste Of Honey" è una cover la cui versione originale fu scritta da Bobby Scott e Ric Marlow. Era il motivo conduttore del film omonimo del 1961, a Paul piacque molto e volle che il tema portante fosse incluso nel repertorio live del periodo amburghese nonostante avesse poco a vedere con i Beatles. In quel periodo un cantante incise una versione strumentale del pezzo che si piazzò in buona posizione nella classifica delle vendite, fu probabilmente per questo che George Martin acconsentì ad inserirla nel disco. Tanto amata da Paul quanto mal sopportata dagli altri tre, in special modo da John,  che spesso storpiava il titolo in "A waste of money" ("denaro sprecato"). Il testo è banalotto, quel sapore di miele a cui ci si riferisce era quello che restava sulle labbra dopo il primo bacio fra i due amanti: "A taste of honey , tasting much sweeter than wine, I dream of your first kiss  and then I feel upon my lips again "- "sapore di miele,  sapore più dolce del vino . Sogno il tuo primo bacio  e poi lo sento ancora sulle mie labbra". La musica si dipana in un ritmo quasi da valzer con Ringo alle spazzole, senza assolo di chitarra, diversi cambi di tempo e una terza di piccardia nel finale. Canzone mediocre, in cui sentiamo perfettamente quanto Paul sia ispirato, mentre il resto della band si muove quasi per inerzia, mal sopportando un brano che sa molto di riempitivo e non rende giustizia a quanto di buono i Beatles sono riusciti a mostrare sino ad ora. Musica prevedibile e testo non propriamente eccezionale lasciano scivolare via il pezzo in maniera anonima, non riuscendo ad arrivare in profondità ed anzi rimanendo a galleggiare nell'aere, senza arte ne parte.

There's A Place

Sesta lato B e penultima canzone del disco, "There's A Place" fu scritta da John ed originariamente doveva essere in stile Motown. La canzone prese poi un'altra piega, è forse il primo esempio di testo un po' più introspettivo rifuggendo i soliti stereotipi delle frasi d'amore di quei tempi. Per consuetudine è l'autore del testo a cantare da solista, e qui la voce di Lennon tiene invece la linea armonica bassa rispetto a McCartney, uscendo solo nella prima e nella terza frase del middle eight. Ritorna l'armonica a bocca nella intro, e notiamo ancora una volta un'andatura tipicamente '60, un brano che con la chitarra allegra di Lennon ed i cori a suo supporto riesce nuovamente a re-immergerci in quelle atmosfere uniche ed irripetibili, quelle in cui la musica era ancora una faccenda certamente legata a logiche di mercato ma comunque ancora libera di esprimere il suo potenziale, di divertire, di appassionare e di divenire la colonna sonora di un'intera generazione. Notiamo sul finale il ritorno sull'armonica, che tende ancora una volta a tingere di "spensieratezza"  questo brano dalla durata assai esigua (nemmeno due minuti). Parlavamo di "introspezione" per quanto riguarda le liriche, e giustamente, proprio perché la componente sentimentale è presente in maniera minore rispetto agli altri brani. Ci si focalizza unicamente su di un posto quasi fantastico, misterioso, capace di donare unicamente gioia e serenità ad un protagonista che vuole perdervisi per l'eternità, non pensando più a delusioni d'amore o comunque tristezza in generale. Un posto dove il cielo è sempre blu, dove non v'è tristezza o sofferenza alcuna.. una dimensione perfetta nella quale rifugiarsi per non sentire più il peso della vita quotidiana.

Twist And Shout

E veniamo, or dunque, al gran finale.. perché a chiudere questo album è quella che oggi è considerata una delle canzoni più rappresentative del repertorio dei nostri Beatles ma che all'epoca veniva rappresentata come una traccia d'esordio.  Esattamente, parliamo proprio di "Twist And Shout". Dopo l'estenuante seduta dell'11 febbraio del '63, durata 12 ore, in cui i Beatles avevano registrato tutti i pezzi, per George Martin ne mancava ancora uno e proprio per questo chiese un time-out per discutere quale brano sarebbe stato da includere ancora. Mentre John, ancora alle prese con un fastidiosissimo raffreddore,  beveva latte caldo per la gola infiammata, si cercò il pezzo più aggressivo del repertorio per concludere col botto. La scelta cadde su "Twist And Shout", portata al successo dai nostri ma originariamente scritta dagli Isley Brothers (autori: Phil Medley e Bert Russell) e secondo molti dichiaratamente ispirata (almeno per quel che riguarda il riff portante) a "La Bamba", brano celeberrimo pubblicato nell'ottobre del '58 e composto da Ritchie Valens. Tornati nello studio, il gruppo sapeva che avrebbe avuto al massimo due possibilità per registrare prima che la voce di John crollasse definitivamente. John fece un ultimo gargarismo col latte caldo e si mise a torso nudo con i tecnici che simulavano il pubblico per dare più carica. I Beatles attaccarono il pezzo, la performance lasciò stupiti tutti quanti si trovavano nello studio, perfino il gruppo rimase entusiasta, a 2:28 si sente un trionfale "Yeh" da parte di Paul. Si tentò di incidere una seconda versione ma ormai John non aveva più voce da dare, ed il turno di registrazione fu interrotto a metà; l'atmosfera, comunque, era ancora elettrizzata, niente di così intensamente vitale era mai stato registrato in una sala d'incisione di musica pop inglese. E dire che Martin, in un impeto di perfezionismo, avrebbe comunque gradito una seconda prova, anche se dovette poi arrendersi dinnanzi all'effettiva impossibilità di John di continuare. E dire che la voce del Nostro risulta magnificamente aggressiva e possente, quasi roboante, con la band in sottofondo che fa di tutto per rendere al 100% e fornire a Lennon un supporto adeguato, suonando certamente un pezzo dall'andatura allegra ma comunque splendidamente "ruvido" nel suo insieme, potente, capace di infiammare gli animi. Un brano che chiude in maniera egregia un disco che meritava senza dubbio una chiusura del genere, staccandosi da molti dei brani proposti ed optando per una formula diversa, più coinvolgente, "sfacciata" quasi. Un brano che folgorò l'animo di migliaia di persone e spinse tantissimi nomi oggi altisonanti ad imbracciare degli strumenti, per poter replicare a cotanta forza. Un pezzo che entra in testa, leggendario a dir poco, che non può passare inosservato e varrebbe da solo l'acquisto di questo esordio. Quando si parla di Storia del Rock o comunque della musica "dura" in generale, "Twist and Shout" deve assolutamente meritare una menzione d'onore: non scordiamoci che questo brano è stato udito ed amato da persone come Gene Simmons ed Ozzy Osbourne, nonché da Lemmy in persona.. gente che ha vissuto la storia del Rock sulla propria pelle, allora ragazzi sognanti ed oggi uomini realizzati, concordanti tutti su una cosa: l'energia sprigionata dai Beatles in questi contesti rimane ancora oggi unica. Una vera e propria "dichiarazione di indipendenza", più che un brano, un manifesto programmatico di quella che era una leggenda che, proprio quell'anno, cominciava a compiere i suoi primi passi all'interno della Storia della musica.

Conclusioni

Il primo mattone era stato posto, il disco rimase in vetta alle classifiche per 30 settimane prima di essere scavalcato dal secondo LP del gruppo, "With The Beatles", pubblicato nel Novembre del 1963. Cosa possiamo dunque dire, di questo esordio? Un disco, "Please Please Me" che ad oggi acquisisce (e giustissimamente) il fascino della leggenda, dell'esordio di un gruppo ormai noto a chiunque, che li si ami o li si odi, nel bene e nel male. Tutti sappiamo chi sono i Beatles e le radici di un gruppo così importante hanno sempre un grande fascino; parlando col cuore, possiamo sicuramente dire che quest'album merita il successo che ha avuto (giustificato "oggettivamente" dai dati di vendita. All'epoca, le classifiche e la hit parade erano molto più veritiere di oggi). Parlando dal punto di vista più "tecnico" e mettendolo in relazione a quella che poi sarà la storia discografica dei Beatles, possiamo tuttavia evidenziare qualche piccolo difetto che lo rende forse ancora non in grado di esprimere effettivamente quello che era il pieno potenziale del gruppo in questione. Non fraintendiamoci, resta comunque un disco da apprezzare e lodare, tuttavia non bisogna essere "ciechi" e, per onestà intellettuale, è bene giudicarlo nella totalità degli elementi che abbiamo a disposizione. Un lavoro, in sostanza, che ci mostra un gruppo di ragazzi che, nel pieno della loro volontà di sfondare e di farsi un nome, infonde nei loro strumenti cuore ed anima. Non siamo certo ai livelli del "White Album" o di "Sgt. Pepper..", tuttavia "Please Please Me" ci presenta i Beatles ai loro inizi, motivati e volenterosi, capaci di sfornare dal cilindro delle track destinate a divenire a dir poco memorabili (obbiettivamente, "Twist and Shout" è cantata e canticchiata da CHIUNQUE, anziani e bambini di ogni generazione passata e presente, sicuramente anche futura) ma comunque peccando forse di troppa "fretta", rischiando di appesantire il repertorio con brani non poi così coinvolgenti e capaci di stamparsi nella mente degli ascoltatori. Un lavoro ben riuscito, che sarebbe stato tuttavia da "limare" un po'; quattordici track sono un bagaglio che sicuramente "pesa", e non è semplice creare un qualcosa di così imponente che non presenti all'interno della sua tracklist qualche momento forse non esaltante (non parliamo di pezzi "brutti", figuriamoci). Il giudizio complessivo non può non essere che positivo, comunque sia. Stiamo pur recensendo un disco firmato dai Beatles e non possiamo tener conto del fatto che questi ragazzi del 1963 sono comunque gli stessi che negli anni a seguire hanno donato alla Storia dei dischi straordinari. La sostanza era già tutta qui: un qualcosa destinato a crescere in maniera forte e vigorosa, promettendo al pubblico di tutto il mondo la possibilità di ascoltare, in un futuro nemmeno troppo lontano, canzoni straordinarie. Se chi ben comincia è a metà dell'opera, i Nostri avevano percorso comunque ancora "poco", della loro vita artistica.. considerando la Montagna inarrivabile che il quartetto Lennon, Harrison, McCartney e Starr risulta essere, ancora oggi.

1) I Saw Her Standing There
2) Misery
3) Anna (Go To Him)
4) Chains
5) Boys
6) Ask Me Why
7) Please Please Me
8) Love Me Do
9) P.S. I Love You
10) Baby It's You
11) Do You Want To Know A Secret
12) A Taste Of Honey
13) There's A Place
14) Twist And Shout