THE AGONIST

Prisoners

2012 - Century Media

A CURA DI
ANGELO LORENZO TENACE
30/06/2012
TEMPO DI LETTURA:
8

Recensione

A volte ci sono band capitanate da una frontwoman che vengono snobbate dai puristi a prescindere dal genere suonato per colpa dell'inflazionato ammontare di band di derivazione symphonic con una donna al timone, soprattutto negli ultimi tempi. Allo stesso tempo però queste band attirano molta audience maschile, per via del peso estetico delle suddette leader, che come una specie di incantesimo stregano e mettono i tappi nelle orecchie anche al più oltranzista degli ascoltatori, favorendo anche la fama e la visibilità di una band. Per fortuna esistono delle piacevole eccezioni alla regola, che riescono anche ad avvicinare il più scettico degli ascoltatori. Basti pensare agli Halestorm capitanati da Lzzy Hale oppure agli Epica con Simone Simons, che oltre a proporre materiale di indubbia qualità devono anche gran parte della loro fama alla bellezza ed al carisma delle sopracitate. Raramente viene raggiunto un simile compromesso e fortunatamente anche i canadesi The Agonist, con alla voce la carismatica Alissa White-Gluz, fanno parte di questo filone. Infatti non è soltanto la grande versatilità della cantante a fare la differenza, con il suo growl ed i suoi scream che farebbero impallidire la monocorde Angela Gossow, e con la sua voce in pulito, che pur non essendo di derivazione classica svolge ottimamente il suo dovere, ma anche gli altri coprimari, che hanno reso sempre più complicate e varie le proprie parti, crescendo insieme ad essa album dopo album in una maniera esponenziale. Se si pensa al debutto su Century Media del 2007, "Once Only Imagined" dove si era al cospetto di un metalcore assemblato quasi unicamente sulle capacità della singer, già con il secondo parto i nostri alzarono il tiro. "Lullabies For The Dormant Mind" del 2009 (sempre per Century Media) già si distaccava da tali schemi, intricando ulteriormente il sound e virando più verso un melodic death molto personale che ha donato una grande varietà ed incisività, senza contare l'utilizzo abbastanza efficace ma a volte anche invasivo delle orchestrazioni, che facevano da cornice al quadro sonoro. Quindi per una band constantemente in crescita che cosa bisogna aspettarsi alla terza release? Semplice un ulteriore passo in avanti nell'evoluzione del proprio sound. Infatti questo "Prisoners" si fregia di un ulteriore inspessimento ed intricamento del sound, tanto è che a volte si sfocia nel technical e nel progressive, abbandonando le orchestrazioni e gran parte delle concessioni più melodiche della precedente release, ed andando ad alzare ulteriormente il tiro, senza risparmiarsi su nessun fronte. L'album è talmente ricco di sfaccettature che richiede ripetituti ascolti per essere assimilato nella sua interezza, senza contare i vari colpi di genio sparsi qua e la nella tracklist. La produzione come da tradizione, è stata affidata a Christian Donaldson, chitarrista dei canadesi Cryptopsy che ha prodotto tutti gli album della band svolgendo il solito lavoro certosino, però questa volta al mixaggio a fare la differenza c'è il grandissimo Tue Madsen (The Haunted, Dark Tranquillity ecc...), un vero e proprio fuoriclasse in ambito produttivo, che ha svolto egregiamente il suo lavoro. Senza dilungarci ulteriormente, andiamo a vedere nel dettaglio perchè secondo i The Agonist, siamo tutti dei prigionieri. Con un malinconico arpeggio di chitarra fa il suo ingresso "You're Coming With Me", fino ad un eplosione con furiosi blast beat con la Gluz su un acidissimo scream che conferisce al tutto un retrogusto black, il tutto si mantiene al fulmicotone in maniera spaventosa, stagliandosi poi su territori più consoni alla band con riff più melodici ed una furia ed impeto che aumenta di intensità con il passare del tempo, cambiando nuovamente forma con l'ingresso delle clean vocals, che danno un pò di respiro, fino al coinvolgente chorus, sempre in pulito con una grande melodia di fondo, per poi riprendere la furia, con McKay alla batteria che varia continuamente i propri pattern, con i chorus che si inaspriscono diventando più rabbiosi. Il tutto si mantiene su queste coordinate fino ad un maestoso e melodico assolo ad opera di Marino, che va a chiudere in fade out la traccia. Il tema portante è la totale indifferenza che rende prigioniero l'essere umano verso i suoi simili e verso le altre specie, dimenticando la propria natura ed infischiandosene dell'appassimento del pianeta, devastando e sterminando tutto. Un inizio mozzafiato in definitiva. Dopo un inizio incentrato sulla furia, parte in maniera melodica e più sostenuta "The Escape" con Kells al basso e McKay sugli scudi creando una terremotante base ritmica, ma è soltanto l'incipit per un ulteriore assalto a base di tempi velocissimi ed acidissmi scream, conditi dalle solite disgressioni chitarristiche e ritmiche fino a delle tirate aperture melodiche vocali, che faranno da preambolo ad un funambolico assolo, per poi riprendere la melodia iniziale con ancora più convinzione e malinconia, dove troverà spazio un break dove viene vomitata rabbia a non finire, andando a chiudere il tutto in maniera mostruosamente coinvolgente. Si parla delle nuove generazioni cresciute da menti che sono prigioniere del consumismo, esaurendo ogni linfa vitale, trascurando la trasmissione di veri valori morali, incitando quest'ultime all'autocritica per essere finalmente libere da tali restrizioni mentali. Con "Predator and Prayer" si ha a che fare con una delle tracce migliori del platter, che viene scandita da un coro di bambini, per poi prendere forma in maniera incalzante e martellante, con i suddetti cori in sottofondo con la furiosa Gluz che si inacidisce sempre di più fino ai pre chorus in pulito che fanno da contraltare ai chorus dove sfodera una voce arcigna e tagliente come un rasoio, davvero molto coinvolgente e contorta, che farà spazio ad un ulteriore cambio di tempo, su ritmi folli, per poi riprendere il chorus fino ad un fulminante e come sempre ben elaborato assolo, a cui seguirà una sezione sempre più schizofrenica e rabbiosa, che cresce sempre di più fino al termine della traccia, in maniera spettacolare. Questa volta si ha a che fare con una delle cose che più rende prigioniero l'uomo: la religione. Secondo i The Agonist la terra è l'origine di tutto e bisogna fare di tutto per preservarla. Su tempi più dissonanti si staglia "Anxious Darwinians" iniziando con una melodia chitarristica e vocale accattivante per poi battere su sentieri più serrati per poi rallentare nuovamente nei chorus con il duo Kells/McKay a dettare legge, per poi giungere a delle sezioni dove la Gluz utilizza un registro vocale baritonale inquietante, mai usato nelle precedenti produzioni della band. Il tutto si mantiene abbastanza omogeneo per tutta la sua durata, fino ad un ulteriore rallentamento con riff dissonanti con uno screaming sempre più soffocante, intervallato da delle aperture melodiche che ne spezzano l'andamento, per poi riprendere il motivo iniziale in maniera più sentita e rassegnata. L'evoloziune umana fa da tema portante, in quanto si è arrivati ad essere in un vicolo cieco, come prigionieri, incapaci di scorgere il passo successivo oltre al muro costituito della crescita tecnologica. Decisamente diversa "Panophobia", che può essere definita tranquillamente la traccia più furiosa dell'album, in quanto nonostante i soliti repentini cambi di tempo, si batte sempre su tempi velocissimi, tanto è che è scandita da quattro colpi rapidi di rullante, dove si staglierà la furia più assoluta andando a sfociare in blast beat e via dicendo. McKay indubbiamente ha un ruolo da protagonista, variando continuamente pattern, ma mantenendo allo stesso tempo una linea di base grazie al lavoro egregio delle chitarre di Marino e della new entry Joblin, che sciorinano riff con un'ottima perizia tecnica e con una precisione chirurgica. Ovviamente nonostante gli elogi di cui sopra, anche la Gluz svolge sempre ottimamente la sua parte, alternando in maniera quasi disumana i suoi classici registri. Nei chorus quindi continuerà a cullare gli ascoltatori con la sua voce pulita e nelle strofe li sveglierà bruscamente, almeno fino al break melodico, dove ci si ferma per fare un grande respiro aumentando sempre più di intensità in maniera spettacolare, con gli strumenti che fanno altrettanto, con un assolo sul rallentamento finale, che lascia il segno su un altra delle tracce più riuscite del platter. L'elemento che rende prigionieri questa volta è la paura che spinge al conflitto le nazioni che fanno morire migliaia di soldati, distruggendo sempre di più la loro moralità ed integrità morale e soprattutto il contraddittorio motivo di disputa: la pace. Nemmeno il tempo di esaltarsi con il brano precedente che ecco l'altro tocco di classe. "Ideomotor" è un altra delle tracce più coinvolgenti della release oltre che una delle più articolate con il suo lungo minutaggio. Infatti è scandita da una maestosa introduzione con delle suadenti melodie, per poi prendere forma lentamente accellerando, con dei break con la voce pulita filtrata, contrapposta ad un cavernoso growl, per poi virare verso dei pre chorus adrenalinici, che faranno spazio a dei chorus a metà strada fra scream e pulito realizzati in maniera superba, fino ad un break down dove il tutto si incattivisce e si estremizza al termine del quale viene allungata la linea melodica dei chorus con una brusca interruzione dove c'è spazio per un incalzante arpeggio di basso che fa da preambolo ad un grandissimo e lungo assolo di chitarra per poi andare a parare in un ulteriore break melodico dove viene ripreso l'arpeggio di basso con le chitarre che tessono malinconiche melodie in fade out, ma è soltanto un'illusione. Da li a poco inizierà l'outro della traccia con un grandissimo lavoro di chitarre e con un assolo veramente spettacolare nella sua ricercatezza melodica che si protrarrà fino al termine della traccia chiudendo in bellezza. Il tema toccato questa volta è l'essere schiavi della mortalità, dell'esistenza, della possibilità di vivere in eterno nei ricordi insieme alla madre terra logorata. Ed ecco di nuovo la violenza più assoluta con "Lonely Solipsist" che inizia con dei blast beats stoppati con dei growls gutturali ad accompagnare l'andamento stagliandosi su un ritmo serrato e d'impatto dove trovano spazio le clean vocals alternate a degli acidi scream introducendo un apertura dissonante che anticipa un rallentamento pachidermico in cui il duo Marino/Joblin inanella riff e melodie veramente pregevoli, fino all'arrivo dei chorus sognanti che alzano il tiro in velocità. Tutti questi fattori vengono mantenuti per tutta la durata in maniera sempre più spinta e coinvolgente fino alla cadenzata chiusura. Particolare il tema trattato, il solipsismo, che è la credenza secondo il quale un individuo stabilisce le proprie regole morali secondo il proprio inconscio e che quindi visto nel contesto dell'album rende prigioniero quest'ultimo. Scandita da un andamento sostenuto fa la sua entrata "Dead Ocean" la traccia più sulfurea e "rilassata" dell'album, con le sue melodie arabeggianti, sia a livello chitarristico che vocale, almeno nelle parti pulite. Un ruolo di rilievo viene assunto dalle chitarre acustiche che acompagnano i suadenti chorus. Tutto funziona come da copione, fino al break melodico verso poco più della metà della traccia, che viene intervallata da un geniale break down fatto su tempi dispari di batteria, che hanno connotazioni quasi jazz, che poi farà spazio ad una bellissima apertura melodica che durerà fino alla fine del brano. Da notare l'originale visione delle persone care che sono passate a miglior vita tutte imprigionate in un immaginario oceano come pesci in attesa dell'amo di un pescatore, anche se poi alla fine si arriva alla conclusione che non rimane altro che una lapite piantata nella terra. "The Mass Of The Earth" parte su delle malinconiche linee melodiche per poi partire alla carica in maniera serrata, con growls ed assalti sonori a tutto spiano, con delle aperture melodiche veramente pregevoli. Notevole il break down posto a metà durata, che va a spezzare un pò il ritmo, che riprende inesorabile fino ad un nuovo break melodico dove la Gluz raggiunge vette vocali che non aveva mai nemmeno sfiorato prima d'ora, per poi fare spazio ad un grande assolo che va a terminare la traccia. Interessante il tema trattato: la totale schiavitù ed assuefazione degli essere umani ai dogmi religiosi, che pensano che un salvatore arriverà a risolvere tutti i problemi, quando in realtà dipende soltanto ed unicamente da loro stessi, rendere il pianeta un posto migliore su cui vivere. Su delle chitarre acustiche si snoda "Everybody Wants You (Dead)" per poi virare verso un ritmo incalzante con una Gluz veramente incavolata, con un assolo di matrice quasi bluesy in sottofondo, che poi farà spazio ad un andamento quasi schizofrenico con parecchie disgressioni ritmiche. Tutto ciò almeno fino ai chorus, dove ritornano le chiarre acustiche e l'andamento sonoro diventa più rilassato e struggente, con la ripresa della furia che diventa sempre più intensa con l'aumentare dei minuti, ma ecco il colpo di scena. Tutti gli strumenti si interrompono con basso e batteria che tessono una struttura tipicamente blues, con un fischio spensierato, con le soavi vocals della Gluz che cullano l'ascoltatore, ma è soltanto un'illusione in quanto di colpo tutto diventerà pesante ed opprimente con dei riff minacciosi e roboanti, con parecchie urla disperate a rendere il tutto più claustrofobico e funesto, per poi chiudere in maniera devastante. Dal punto di vista delle lyrics c'è soltanto tanta rabbia nell'essere prigionieri sentimentalmente di una persona che ha ferito l'altra parte, causandone la sofferenza e l'odio in cerca di vendetta. Con una frase in francese ("Sont-ils prisonniers? Devrais-je les libérer?") inizia la traccia conclusiva del platter, la multistrato "Revenge Of The Dadaist" che viene scandita da un malinconico arpeggio di chitarra, per poi prendere forma in maniera martellante e dissonante, per poi diventare serrata e sostenuta con la Gluz che fa utilizzo soltanto del growl, alternandosi con dei fulminei solos, fino all'apertura melodica dove ci sono sia chitarre elettriche che acustiche, per poi riprendere il leit motiv precendemente fissato, con pattern di batteria diversi fino ad un nuovo break a metà durata in cui verrà ripreso l'arpeggio iniziale e sul quale prenderà forma tutto il resto della traccia, continuando in maniera ariosa e sognante con la soave voce della Gluz ad accompagnare il tutto in maniera sempre più coinvolgente fino alla fine in cui raggiungera nuovamente notevoli vette vocali, andando a chiudere nuovamente in maniera impeccabile. Anche qui i temi trattati sono particolari, in quanto coinvolgono l'ideologia dei Dadaisti, che di solito erano artisti irrispettosi verso gli altri e le usanze passate, non avendo logica o ragione, creando arte praticamente senza confini mentali o ideologici. Complimenti vivissimi ai The Agonist, che con quest'ultimo parto hanno osato veramente tanto, andando a rendere un sound molto personale ancora più vario e dinamico, grazie alle indubbie doti di ognuno dei membri, andando a realizzare senza ombra di dubbio l'album più completo della loro ancora breve discografia. Inutile dire che con i tempi che corrono essere riconoscibili fra migliaia di band è una caratteristica più unica che rara, visto che in molti tentano di imitare con risultati fallimentari i grandi del passato. Purtroppo come detto in apertura questa piccola perla sarà ignorata dalla stragrande maggioranza della massa, per via della presenza di una frontwoman, ed è davvero un peccato in questo caso, perchè questi giovani ragazzi hanno talento da vendere e precludersi l'ascolto di una band per meri ed inutili motivi sessisti nel 2012 è veramente un offesa verso il gentil sesso e verso il loro grandioso lavoro. Viceversa ascoltare la band soltanto perchè la cantante è gradevole all'occhio è un insulto verso se stessi e verso la musica. Quindi a meno che non rientri nei vostri gusti, quest'album è caldamente consigliato agli amanti del melodic death più sperimentale con qualche vena progressiva, in quanto riesce ad unire in maniera veramente ottimale melodia, aggressività e ricercatezza. Solo il tempo deciderà se consacrare quest'album come un capolavoro o come un'ottima uscita di una band costantemente in crescita. L'attesa verrà ripagata in entrambi i casi.



 



 


1) You're Coming With Me
2) The Escape 
3) Predator and Prayer 
4) Anxious Darwinians 
5) Panophobia 
6) Ideomotor 
7) Lonely Solipsist 
8) Dead Ocean
9) The Mass Of Earth 
10) Everybody Wants You (Dead) 
11) Revenge Of The Dadaists