Testament

The New Order

1988 - Atlantic Records

A CURA DI
DAVE CILLO
21/01/2014
TEMPO DI LETTURA:
9

Recensione

Sette anni prima, un gruppo di cinque ragazzini di Los Angeles appassionati di band come Venom, Diamond Head e Misfits, formarono un complesso e iniziarono a provare rigorosamente, giorno dopo giorno, con il sogno di diventare una delle grandi band al mondo. Presto, un po' come tutti, le loro prove cominciarono a focalizzarsi sulla scrittura di brani propri, dopo che avevano eseguito alcune canzoni dei loro idoli. Ed é proprio qui che i cinque trovarono la formula vincente che poi li rese famosi in tutto il mondo: una fusione tra quella cruda aggressività tipica del punk che aveva indelebilmente segnato nella storia il decennio precedente al sound di quelle band che tanto amavano, quella corrente comunemente conosciuta come New Wave of British Heavy Metal, di cui proprio i loro idoli facevano parte. Per chi non l'avesse capito, si parlava dei Metallica. Perché allora partire dai Metallica in una recensione riguardante un disco dei Testament? Perché non potrebbe essere altrimenti: due anni dopo, ci troviamo nel 1983, a poche centinaia di chilometri di distanza, un gruppo di cinque ragazzini di San Francisco conosciuti come Legacy viene messo su da un giovane chitarrista, Eric Peterson, grande amante della stessa New Wave of British Heavy Metal di cui si é accennato poc'anzi. Ma, dopo aver riprodotto cover di quella corrente per uno/due annetti, l'ascolto di band come gli stessi Metallica e Slayer lo stregarono e la band iniziò a suonare musica più veloce e potente. Ma a loro mancava ancora qualcosa: dopo due anni passati a suonare cover, mentre le prime grandi band del genere iniziavano a conquistare i palchi di tutti gli Stati Uniti, necessitavano di un salto di qualità, per arrivare proprio lì insieme a loro come sognavano. Vennero così a conoscenza di un giovane ragazzo di 16 anni, Alex Skolnick, che prendeva lezioni da un buon maestro di chitarra che per sopravvivere dava lezioni, e non faceva molto altro oltre che suonare. Maestro che poi diventò famoso in tutto il mondo e annoverato come uno tra i più grandi chitarristi di sempre, Joe Satriani, da cui proprio anche Kirk Hammett, il ragazzo che entrò nei Metallica come chitarrista solista, prendeva lezioni. Alex si mostrò come un genio precoce della chitarra, e a 16 anni possedeva una padronanza sullo strumento che anche molti esperti ambivano a raggiungere. Ma soprattutto: era un creativo. Così i Legacy abbandonarono le cover e iniziarono a comporre brani propri, ed erano brani validi, eccome se lo erano. Nel 1985 scrissero e rilasciarono una demo, per attirare l'attenzione delle etichette discografiche della zona, che ne rimasero impressionate. Delle varie proposte che ricevettero, loro scelsero la Megaforce Records. Tuttavia continuarono i loro problemi di formazione, e il cantante, Steve Souza, lasciò la band per unirsi ad un'altra formazione locale, che già con il primo album aveva raccolto una buona fetta di fama, gli Exodus. Steve indicò però come suo sostituto Chuck Billy, cantante la cui potenza sonora incantò gli stessi Eric e Alex sin dalla prima prova. Così nel 1987 entrarono in studio per il loro primo album, intitolato proprio "The Legacy". Mentre erano in studio per lavorare al full length furono però costretti a cambiare il nome della loro band a causa di una omonima jazz band, divenendo così i Testament, su suggerimento del loro amico Billy Milano (altro grande frontman del genere). Il loro album era il risultato di un puro thrash metal rapido e aggressivo, con melodie chitarristiche coinvolgenti ideate da Alex, che nel brano "Over the Wall" scrisse quello che rimarrà conosciuto come uno dei migliori assoli di sempre all'interno del genere: così il disco fece subito innamorare gli amanti di quel filone, e le recensioni furono molto positive, sebbene non mancarono quelle in cui vennero considerati una "band clone" degli stessi Metallica. Era proprio questa la mattonella indispensabile da citare per passare a parlare di "The New Order", il loro secondo album che oggi recensirò: i nostri Testament infatti, dopo queste critiche in cui si videro accusati di clonaggio, decisero di marcare maggiormente le differenze che li avevano contraddistinti nel primo disco, inserendo misteriosi (e a tratti macabri) arpeggi e melodie che poi li avrebbero resi famosi in tutto il mondo come una delle più grandi metal band di sempre, caratterizzandosi per il loro stile barocco negli assoli e per riuscire a creare un vero e proprio muro di suono dall'impatto devastante. Con questo loro secondo full length poterono subito partire in tour mondiale come supporto a band come Megadeth, Judas Priest e Anthrax.  L'album si apre con l'oscura melodia di "Eerie Inhabitants", che incanta l'ascoltatore tenendolo al tempo stesso sul chi va là, mentre il giovane Alex incanta con la sua solista e si esibisce in una lenta e ben studiata sezione di "sweep-picking", per poi partire con il delirio: una robusta e aggressiva base ritmica di basso e batteria e la prorompente voce di Chuck "A World of Chaos, A World Of Fear", i giovani non possono non essersi immaginati il pubblico che impazzisce mentre scrivevano tutto ciò. Poi di nuovo arpeggio, e assolo di Alex, maestoso, unico. Adesso nessuno potrà dire "siete dei cloni". Nemmeno vent'anni e Alex con la sua chitarra faceva ciò che voleva. Dopo la calma, torna la tempesta, con il riff portante del brano dalla indiscutibile e perfetta riuscita: se questo é l'inizio dell'opera, deve essere un grande album. Il testo descrive una situazione del mondo estremamente drammatica, quasi apocalittica, descrivendo il nostro pianeta come una terra dove rabbia, corruzione, dolore e tristezza regnano sovrani. Il pianeta ruota intorno al business e ai milioni, e i bambini che speranzosi si affidano alla preghiera restano inascoltati. Con una società del genere non può esserci alcun futuro, é infatti il male supremo a tenere tutto sotto controllo. Ed ecco che parte niente di meno che la title track, "The New Order", anche stavolta con l'incantevole solista di Alex, per poi lasciare spazio a un incredibile riff dal groove perfetto che presto lascerà strada libera all'attacco di canto di Chuck. Il brano si alterna con dei grandi riff perfettamente valorizzati dal vocalist. Siamo a 2.12 e parte un letale e lento riff da mosh ed headbanging, come non definirlo tale. Ed ecco di nuovo Alex che viaggia sulla sua tastiera, ma per intenderci, non si parla di un viaggiare fine a se stesso: tutto ciò che fa lo fa per incantare, e senza alcun dubbio riuscendoci. Torna la strofa con l'aggressività di Chuck, e anche questo é un grande brano. Nelle lyrics Chuck Billy descrive una società controllata dai potenti, in uno sfogo di pura matrice "complottista" ma fortemente veritiero e reale. Perché, non gli si può dare torto, sono coloro che detengono il potere economico ad avere in mano il pianeta. Così la guerra, descritta come un immortale incantesimo, regna sovrana sui popoli portando la morte, mentre madre natura si chiude nel pianto e il mondo diviene prigioniero, vittima del suo stesso crimine: per la razza umana non resta altro che una corsa contro il tempo. Con "Trial By Fire" si torna ad una arcana e misteriosa apertura d'arpeggio, e come poteva ovviamente mancare uno splendido assolo di Alex ad ottimizzare il tutto. Questo brano ha però la carica del "pezzo forte" dell'album, semmai fosse possibile indicarne uno in un disco come questo. Ed ecco che arriva il momento di un po' di gloria per Greg Christian, che compie un grande lavoro al basso dal primo all'ultimo secondo di questo storico lavoro. Oltre alla sua esecuzione perfetta emerge qui la produzione: non sarà ad alto budget come quella che i grandi del genere potevano in quegli anni permettersi, ma i suoni sono intrisi di una aggressività old school da paura, il solo ascolto del suono del basso in una di queste parti potrebbe portare a fitte perdite di sangue ai timpani (in senso positivo per intenderci). E dopo lo stacco parte il riffazzo, e dopo ancora il basso, e la voce di Chuck. Il ritornello ha qualcosa in più rispetto ai brani precedenti, creando un coinvolgimento maggiore come da rituale dei più grandi thrash classics. Che l'assolo é da paura é inutile anche ripeterlo, ma dobbiamo soffermarci sull'adeguatezza delle basi ritmiche da chitarra che vi sono da sotto. La riuscita di ogni singolo spettacolare assolo si costruisce su una perfetta base ritmica che lo sostiene, anche nei suoi momenti di variazione. I Testament hanno raggiunto qui la loro massima maturazione artistica, possiamo dirlo con certezza, e non ci hanno messo molto del resto. L'intero brano é una critica alla società americana e, in particolare, si rivolge contro il suo sistema giudiziario, ritenuto ingiusto e corrotto, definito dai ragazzi niente meno che "desideroso di morte". Com'é dunque possibile confidare in una società, in cui persino la definizione di giustizia non é altro che un inganno? Si rimane privati di tutti i propri diritti, e la vita non diviene altro che un vero e proprio inferno. Parte "Into The Pit", delirio vero e proprio. Il riff é lento e cadenzato e il groove é tipico di quei riff che rimarranno per sempre nella storia del genere, e infatti così sarà. Poi la consueta dose di aggressiva rapidità e così parte la strofa, intervallata da stacchi in cui a tratti viene lasciata prorompere la gran presenza del basso in questa opera. Anche qui il ritornello é uno di quelli da cantare e ricantare, specie la parte in cui i cori innalzano il motto "Into The Pit!" anche se, sebbene il titolo possa far immaginare il contrario, comunque non si scende in un "banale" (ma non per questo meno valido) inno al genere, in quanto ci si concilia comunque in una sorta di astratta analisi sull'umanità, confermando che questo album non é solo importante dal punto di vista musicale, ma anche da quello testuale con un generale impegno sociale che non troppe band hanno deciso di affrontare con la stessa veemenza. Si ritorna poi al grande riff d'apertura e alla ripresa della cruda e quasi "spaccona" scarica portata dalla strofa. Segue "Hypnosis", brano di due minuti interamente incentrato su uno straordinario arpeggio completato dall'ennesimo capolavoro di chitarra solista di un ispiratissimo Skolnick. Qui il suono della chitarra é da paura. L'intento di un brano come questo é quello di "spezzare" l'attenzione dell'ascoltatore da troppi riff capolavoro, in modo da valorizzare gli stessi. E sempre con un arpeggio affine parte "Disciples of the Watch", seguito da un ennesimo capolavoro di scrittura alla chitarra ritmica con un grande riff. Da citare é ancora una volta il grande lavoro del basso nella sezione precedente alla scatenata solista di Alex. E cosa può esserci meglio dopo un assolo, se non un gran riff? Poi parte l'urlo guerresco di Chuck e ancora, riff dopo riff, torna il momento della strofa (anche stavolta di grande riuscita). Il testo é qui un omaggio alla trilogia di "Omen", grande horror cult movie celebre negli anni '70 fino alla prima metà degli anni '80, ma ancora conosciuto oggi e considerato da molti amanti del genere come un lavoro estremamente rappresentativo. Il "Disciples of the Watch", da cui la track prende il titolo, non é infatti altro che un culto satanico di massa narrato nel film. Passiamo a "The Preacher", stavolta l'inizio del brano é sin da subito aggressivo e questa tesi é presto confermata da un urlo, stavolta acuto, di Chuck che deve aver messo seriamente in difficoltà la resistenza dei microfoni messi a sua disposizione durante le registrazioni. L'urlo é seguito da un rapidissimo riff che mette ancora una volta in risalto il gran lavoro dei due axeman alle ritmiche, e un'altra grande strofa che mette in mostra il buon lavoro fatto da Chuck in fase di scrittura delle linee vocali. E' proprio con il nostro vocalist che grida "Preach!" che parte l'assolo, che mantiene il tema portante della song in maniera impeccabile. Fino alla sua conclusione il brano mantiene evidente tramite la sua ottima linea vocale il gran lavoro di melodia della traccia. Le lyrics narrano qui di inascoltate profezie che si stanno avverando, prevedendo per la nostra umanità un avvenire tutt'altro che roseo: durante il tempo degli antichi, secondo il frontman molte cose del nostro futuro erano già state predette per metterci in guardia da ciò che poi si sta effettivamente verificando. Segue "Nobody's Fault", cover degli Aerosmith: l'inserimento della cover é sicuramente frutto di un ragionamento, in quanto la presenza di questa traccia hard rock porta allegria e vivacità alla spettacolare oscurità di questo full length, intervallandone l'ascolto, ma da musicista credo che questa sia in realtà la pecca di questo disco che di questo pezzo ne avrebbe potuto fare a meno. Principalmente per questo il mio voto finale sarà un "9", quando sarebbe potuto essere anche più alto. In un album che non tocca i 40 minuti meglio evitare una aggiunta come questa cover, perché potrebbe portare qualcuno a dire che magari la fantasia era finita, cosa che per'altro é successa. Quindi, per quanto la cover sia gradevole ben fatta e riuscita, a mia opinione resta una bocciatura. Terminato l'omaggio cover, parte "A Day of Reckoning", e come partire se non con la solita stregante solista di Skolnick, che dopo 20 secondi di brano introduce la strofa nel migliore dei modi. Il brano si mostra piuttosto uniforme nella sua ben riuscita aggressività e armonia, confermando sull'assolo il fatto che l'intero full length é una infinita fonte di sapere per captare un po' di ispirazione da questo ragazzo da cui tutti quanti possiamo solo imparare, se ciò che vogliamo é suonare metal alla vecchia maniera. Nell'ultimo testo dell'album le tematiche sociali non vengono abbandonate, confermando il forte impegno politico e la volontà di portare alla riflessione espresse dall'album. Mentre le vite del popolo vengono in questo brano descritte come bacchettate e comandate da chi é a capo del sistema, nelle lyrics si confida nella giustizia che il "giorno dei conti" porterà, stavolta concentrandosi su una lieta e ottimistica visione del mondo dal forte stampo religioso. Ed ecco per l'appunto "Musical Death (A Dirge)", probabilmente il capolavoro assoluto di questo album. L'arpeggio é tra i più grandi mai scritti e la solista di Alex conferma il fatto che se un ragazzo di grande talento prende lezioni da Satriani può succedere qualcosa di grosso, come questa traccia sicuramente é. E' una di quelle melodie che, se vi piace questo genere, proverete almeno una volta a suonare con una chitarra in mano, e lo farete sempre con un brivido di commozione che vi pervade. Perché bisogna per forza provare qualcosa quando si esegue qualcosa del genere. L'intermezzo di chitarra acustica é spaventoso, Skolnick se solo avesse voluto avrebbe potuto registrare un suo disco solista. Ed ecco la chitarra elettrica, per raggiungere l'apice del brano, per poi partire con lo strabiliante assolo alternato tra parti più slow e parti in sweep-picking, in un culmine di saggezza chitarristica che tutti saranno obbligati a riconoscere a questo album. Ci sono due tipi di buoni album, gli album validi e gli album capolavoro: la differenza é che questi ultimi si fanno ascoltare e riascoltare, e "The New Order" é un classico che non tramonterà mai, nel suo  mistico ibrido tra macabro mistero e moshpit da urlo.

1) Eerie Inhabitants
2) The New Order
3) Trial by Fire
4) Into the Pit
5) Hypnosis
6) Disciples of the Watch
7) The Preacher
8) Nobody's Fault (Aerosmith cover)
9) A Day of Reckoning
10) Musical Death (A Dirge)

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