Testament

Live at Dynamo Open Air 1997

2019 - Dynamo Concerts

A CURA DI
DAVE CILLO
27/10/2019
TEMPO DI LETTURA:
7

Introduzione recensione

I Testament, nei primi anni di formazione denominati "Legacy", sono una band delle più rappresentative della scena Thrash Metal californiana e fra le bandiere indiscusse del genere e della scena della cosiddetta Bay Area, la "West Coast" statunitense. Ancor più degli Exodus, con cui condividono molto del percorso e contesto storico, i Testament sono spesso stati paragonati ai Metallica, al punto che il loro leggendario album di debutto "The Legacy" dell'87, ritenuto simile al sound di Hetfield e compagni, ricevette in tal senso un ragguardevole numero di critiche. Con gli anni i Testament sono stati fortunatamente rivalutati del tutto, ed il loro sound è considerato a buon ragione unico all'interno del genere: il loro disco di debutto, appunto "The Legacy", e il successivo "The New Order" del 1988 sono ad oggi indiscutibilmente ritenuti due pietre miliari assolute del genere, e massima espressione del vigore della scena Heavy della seconda metà degli anni '80. I Testament, con i loro 36 anni ininterrotti di carriera, sono fra le band d'eccellenza a non essere ritenute parte dei cosiddetti Big Four del Thrash Metal, una definizione comunque abbastanza a sé e perlopiù collegata ad una serie di concerti che hanno visto andare in scena appunto Metallica, Slayer, Megadeth e Anthrax, con questi ultimi considerati la prima fra le Thrash band provenienti dalla costa est. I Testament delle origini ci hanno proposto un sound assolutamente in linea con le caratteristiche alla base del genere: velocità, aggressività, tremolo picking e chitarre taglienti ed affilate. La voce potente, profonda e raschiata del vocalist Chuck Billy, le incredibili capacità ritmiche e la versatilità di Eric Peterson, e gli straordinari arpeggi in minore e assoli di chitarra del virtuoso solista Alex Skolnick, hanno reso i Testament una di quelle band subito facili da contraddistinguere e, spesso, da amare. In seguito a "The New Order", e quindi a partire dal terzo capitolo discografico "Practice What You Preach" del 1989, la band si è lentamente e progressivamente orientata verso un sound sensibilmente più potente e pesante, contraddistinto da ritmiche più cadenzate, senza però mai abbandonare del tutto le sfuriate tipiche del Thrash ottantiano. Fra le caratteristiche per eccellenza dei "secondi" Testament, la composizione di straordinarie ballad, come appunto "The Ballad" in "Pratice What You Preach" dell'89, "The Legacy" nel quarto album "Souls of Black" del '90, "Return to Serenity" nel quinto "The Ritual" del '92, e la capacità di "sfondare", questo specie nella seconda parte della loro carriera, con un vero e proprio muro di suono incentrato sulla potenza delle chitarre e sulla profondità della voce di Chuck Billy. Con il più melodico "The Ritual" del '92, album certamente più melodico e commerciale e meno aggressivo, i Testament si allineano a quelle numerosissime band Thrash Metal che si riadattano negli anni '90, complice il periodo di crisi del genere e il generale disinteresse delle label discografiche, causa l'avvento di nuove correnti più facilmente ascoltabili e da subito apprezzatissime come la scena Grunge fiorita a Seattle e la cosiddetta "radio-friendly" music. Ma i Testament, band "metallara" per antonomasia, non riescono a tenersi lontani dalla potenza delle chitarre e della loro distorsione, e provano subito ad abbracciare la scena Groove e più tardi Death Metal, certamente più in vigore rispetto al Thrash nel pieno degli anni '90: il sesto album "Low" del '94 è decisamente più lento e cadenzato rispetto a quelli tipici dei Testament delle origini, e riesce a riscuotere molti apprezzamenti anche dopo tanti anni, mentre "Demonic" del '97 è considerato un fallimento ed il peggiore dell'intera carriera della band, a causa del suo sound probabilmente troppo generico e delle sue composizioni mai del tutto convincenti, oltre che dalla proposta musicale forse un po' troppo vaga e a cavallo fra la "vecchia" e la "nuova scuola", quest'ultima mai apprezzata dai fan storici della band. La carriera dei Testament poi continua, la band rilascia altri cinque album, di cui però oggi ci disinteressiamo: è infatti del '97, l'anno appunto in cui viene rilasciato "Demonic", il live della band protagonista della recensione odierna. Il perché della contestualizzazione storica, vi starete forse maliziosamente chiedendo: perché è indispensabile, per comprendere il sound portato sul palco, comprendere in che periodo della propria carriera i Testament si trovassero, e capire se in quel determinato momento la band di Eric Peterson e compagni giunse anche in questo show dal vivo ad un compromesso dal punto di vista stilistico rispetto al periodo delle origini. Il concerto che andremo oggi ad ascoltare, e a goderci, è il "Live At Dynamo Open Air" del 1997: il '97 è un anno che vede a tutti gli effetti l'avvento delle correnti Nu Metal, spesso definito anche "Rap Metal", e del Groove, con un sound di chitarra più grave e accordature ribassate, e ritmiche generalmente più lente rispetto a quelle tipiche del metal anni '80. Al fianco di questi, il grande rilievo della scena estrema con Death e Black Metal in auge. Queste le altre band di rilievo partecipanti, al fianco dei Testament, al "Dynamo Open Air", festival da sempre olandese, del 1997: Within Temptation, Type O Negative, Satyricon, Rage, Moonspell, Machine Head, Korn, Exodus, Cradle of Filth, Entombed, Karma to Burn, Sick of It All. I gruppi in questione sono in gran parte piena espressione del contesto storico metallaro dell'epoca, e certamente appare naturale la curiosità di ascoltare come una band come i Testament si allineò al concerto. Siete curiosi anche voi? In tal caso non posso che augurarvi buon approfondimento e buon ascolto, è tempo di sparare il volume al massimo.

Demonic Refusal

E manco a dirlo, la traccia d'apertura di questo live show dei Testament è "Demonic Refusal" (Rifiuto demoniaco), il brano che apre il su citato e criticato album del '97 della band "Demonic". Subito in primo piano il frontman Chuck Billy, che con la sua voce profonda e gutturale incita il pubblico. Fra le urla estasiate dei fan in attesa della partenza, ecco l'improvviso e cadenzatissimo ingresso di chitarra, potente robusta e ribassata d'accordatura, con il brano che avanza pesante come un mattone lanciato su una tempia e il celeberrimo "muro di suono" dei "secondi" Testament in primissimo piano. La band mostra qui la sua vena più Death Metal ed estrema, senza mai sfociare in velocità particolarmente asfissianti e in ritmiche più tipiche del Thrash Metal ottantiano. Al contrario, e pienamente in linea con il contesto storico, i californiani sfoderano tutta la "grossezza" del loro sound e le loro capacità di tirar fuori groove tendenzialmente lenti e pesanti. E la voce di Chuck Billy, in "Demonic Refusal", nella totalità si allinea alle due chitarre di Eric Peterson e Alex Skolnick: il vocalist infatti dipinge con le sue corde vocali growl cupi ma, tuttavia, mai troppo classici e moderni. Non sarebbe sbagliato, a mia opinione, definire ciò che stiamo ascoltando come il "compromesso" dei Testament: "compromesso" in senso laico, dal momento che da compromessi sono anche arrivati capolavori della storia della musica. Vi aspettavate un brano breve e aggressivo come opener del concerto? Dovrete rivalutare le vostre aspettative: questa "Demonic Refusal", con i suoi oltre 5 minuti di durata, propone all'ascoltatore power chord secchi e ritmi di batteria variegati, i rallentamenti sono presenti, anche se il contrasto con le parti più rapide non è mai eccessivo, dal momento che come detto le velocità estreme non hanno nulla a che vedere con lo stile compositivo del brano in questione. Nel testo di questo brano, il demonio cerca di sedurre la vittima da lui prescelta, conducendola ad uno stato di schiavitù e di perenne assuefazione alla sofferenza e alla malvagità. Tuttavia, il protagonista in questione riesce a resistere e opporre resistenza alle avance del Diavolo, affidandosi alla sua grande forza di volontà e alla sua capacità di rifiutare tutto ciò che è riconducibile all'odio. L'intero brano, dunque, si configura come una presa di coscienza ed una resistenza opposta dall'uomo al male. Interessante ma non certo peculiare la scelta dei Testament di aprire il concerto con un brano del loro ultimo album all'epoca rilasciato, certamente in linea con quella di molte band.

Low

Dalla traccia d'apertura e probabilmente più rappresentativa di "Demonic" si passa a quella d'apertura e probabilmente più rappresentativa di "Low", il subito precedente album della band del '94. Il brano, che è la title track del disco, si intitola dunque appunto "Low" (In Basso). Il brano è brevemente introdotto da Chuck Billy, che nel giro di pochi secondi lo presenta e lo annuncia al pubblico. La canzone, a sua modo, è certamente più cantata e melodica rispetto alla precedente "Demonic Refusal", conservando ritmiche estreme, lente e cadenzate, perennemente unite alle sonorità di chitarra tanto potenti quanto tendenzialmente cupe. Come suggerito dall'annata, il pezzo è tendenzialmente più vecchia scuola rispetto a quello d'apertura, e i pur presenti frangenti in cui il frontman della band canta in growl sono certamente meno, a favore di uno stile più classico e raschiato. A salire in cattedra nel corso di questa canzone sono da un lato le coinvolgenti linee musicali, aggressive e cantabili al tempo stesso, dall'altro gli ottimi e appetitosi stop and go presenti nella seconda parte della traccia. Molto "rockeggiante" l'assolo di chitarra, che adottando uno stile tutt'altro che veloce cerca di mettere in risalto l'aspetto più gustoso del pezzo. L'assolo è a dirla tutta diviso in due parti e, dal momento che è diviso da qualche secondo di intermezzo, sarebbe tecnicamente possibile parlare di un doppio assolo. Ad ogni modo, concluso questo frangente di chitarra solista, prontamente ritorna in primo piano il cantante che propone, scorrevolmente, le ultime parti vocali e ripete a più riprese il titolo del brano "Low". Il bellissimo e ancora una volta impegnato testo di Chuck Billy è un inno anti militarista e nel nome della pace: nel corso della canzone, in sostanza, il testo dei Testament afferma che l'umanità stia davvero scendendo troppo in basso con tutta questa violenza, e che sempre i più deboli e innocenti ci vadano di mezzo. Le liriche, dunque, non sono altro che una richiesta di comprensione e di pietà, di empatia verso coloro che sempre più spesso soffrono a causa di violenze ingiustamente subite, ma allo stesso tempo una critica feroce e diretta nei confronti nel dilagante imperialismo che da sempre influenza negativamente e macchia di sangue il corso della storia.

Over The Wall

Si passa a tutt'altre atmosfere: i Testament decidono qui di scavare nel profondo del loro passato, con una delle loro tracce più amate di sempre, "Over The Wall" (Oltre Il Muro), il brano d'apertura dell'album di debutto "The Legacy" dell'87. Nessuna presentazione, nessuna smanceria: solo "Over The Wall", il titolo del pezzo, urlato gutturalmente da Chuck Billy per introdurlo. Se le atmosfere ribassate e cupe non sono forse il meglio per valorizzare una canzone talmente tradizionale ed old school, la traccia con i suoi ritmi veloci ed aggressivi e i suoi riff di diritto leggendari possiede sempre un impatto unico, e l'entusiasmo del pubblico non lascia dubbi a riguardo. Anche l'assolo eseguito da Skolnick, nonostante la più grave accordatura, entusiasma e si fa ascoltare: in conclusione, siamo in presenza di una traccia adattata e ciò sarebbe inutile negarlo, come del resto sarebbe inutile negare che, se un brano è unico, unico per molti aspetti resta. La parte del brano che perde di più è certamente quella tagliente e veloce del riff principale, mentre la sezione che nonostante l'accordatura sopravvive meglio è certamente quella bellissima del pre-assolo. Dal vivo, poi, Chuck Billy incita ed interagisce molto con il pubblico, andando a sovrapporsi a riff "muti" in studio e addirittura alla suddetta parte di chitarra solista: caratteristica, questa, tipica di moltissimi vocalist Thrash Metal, al punto che talvolta appare eccessiva. Il testo, capolavoro di metrica e fonetica, parla di un ergastolano che si pone come obiettivo assoluto la fuga, per tornare in possesso della propria vita e dei propri sogni. Citando letteralmente le parole del pezzo, qui "la fuga è l'unica via d'uscita", e deve avvenire al più presto. Il protagonista, ad ogni modo, resta consapevole del fatto che potrebbe essere catturato: se ciò avvenisse, la scelta per lui sarebbe una ed una sola, ovvero provare nuovamente a fuggire. Ascoltato questo ritorno al passato, siamo curiosi di assistere a come proseguirà questo live show dei californiani del '97, ed eventualmente di comprendere come si adatteranno ad un sound più moderno anche altri brani ottantiani per antonomasia.

Burnt Offerings

Il ritorno al passato si conferma più che mai con la successiva "Burnt Offerings" (Offerte Bruciate): il brano, con il suo stupendo arpeggio, si apre fra le urla estasiate del pubblico. L'introduzione del brano, il terzo all'interno dell'album di debutto "The Legacy" della band, è di quelle memorabili e che non lasciano mai indifferente chi ascolta. Al misterioso arpeggio di chitarra iniziale, suonato da Peterson, si accompagna la solista di Skolnick, ma ben presto entrambe le sei corde "degenerano" nel potentissimo ingresso di distorsione di chitarra e in una serie di ben rilasciati ed assestati power chord. I crush di batteria battezzano l'ingresso del riff della strofa, e "Burnt Offerings" parte aggressiva più che mai. Piacevole sorpresa: all'accordatura ribassata il pezzo si adegua meglio rispetto ad "Over The Wall", e l'impatto è da subito di quelli devastanti. Il pregevole riff della strofa conduce alla ritmata parte del ritornello, con le squillanti note di intermezzo del riff che mantengono l'ascolto vivo ed estasiante. A dir poco massacrante l'accelerazione della seconda metà del brano: al terzo minuto e trenta i ritmi si fanno rapidissimi ed ancora più ottantiani, il pezzo appare implacabile e gli eccezionali riff ci conducono al breve assolo di chitarra di Skolnick; poi di colpo tutto si ferma, gli strumenti si fanno muti, e tutto di colpo riprende più veloce che mai. Terminato il pezzo, l'entusiasmo del pubblico per la fantastica esecuzione diventa ascoltabile e tangibile, e i Testament vengono acclamati dagli olandesi (e non solo) lì presenti. Nel testo del brano, anche stavolta coinvolgente e bellissimo, un uomo consulta le carte dei tarocchi per scoprire il futuro del suo popolo, che appare come nefasto: a quanto pare, il giorno dell'Apocalisse sta infatti per giungere, con le armate demoniache che si apprestano ad assaltare la popolazione civile con l'intenzione di uccidere. Considerando tale scenario, vi è solo una possibile risposta: radunare tutti gli eserciti del mondo, e prepararsi alla difesa e all'avvicinarsi della Grande Guerra. Non resta solo che il porsi una domanda: le carte dei tarocchi staranno davvero dicendo la verità? E' davvero questo il futuro che attende? Il finale resta aperto.

Into the Pit

E' tempo di un brano talmente celebre fra i fan del genere da avere un titolo "autoesplicativo": siamo ad "Into the Pit" (Nella Fossa), una delle canzoni certamente più note all'interno dello storico secondo album della band, il già citato "The New Order" dell'88. Con l'esibizione di questo brano, i Testament per quanto riguarda questo show dal vivo chiudono definitivamente il conto con i pezzi provenienti dal loro album di debutto. Quando Chuck Billy presenta il nome del brano che la band si appresta a suonare, il pubblico presente comincia subito a rumoreggiare, e l'ingresso del pezzo lascia dal primo millisecondo ben pochi spazi ad ogni tipo di dubbio: "Into The Pit", come ben sappiamo, è fra l'altro un pezzo che si adatta benissimo anche ad accordatura ribassata. Cosa rende questo pezzo magico anche dal vivo? Meno di tre minuti, dove ogni secondo è massacrante, e si alternano ritmi lenti ad altri rapidi e massacranti. Le scariche di plettrata alternata (tremolo picking) dei chitarristi si uniscono alla raschiata ed affilatissima voce di Chuck Billy, la batteria martella in maniera asfissiante, e l'assolo di chitarra di Alex Skolnick scorre in maniera a dir poco magica anche se paragonato ai precedenti. La parte più magnetica dell'intera canzone? Il post assolo, che vede ad un riff rapidissimo seguire il più cadenzato e leggendario riff che, su ben selezionate note di chitarra, causerebbe headbanging compulsivo anche al più restio degli ascoltatori. Ci sono del resto degli ottimi motivi se, "Into the Pit", è stata anno dopo anno costantemente considerata dai fan una delle vere pietre miliari del genere, ed ogni volta che i Testament scelgono di portare questa traccia dal vivo la sua compattezza e consistenza si conferma unica come poche. Come affermato dallo stesso Chuck Billy nel corso di qualche intervista, la canzone parla semplicemente dell'incredibile potenza del Thrash Metal e dell'essere in un mosh pit, magari del buttarsi da un palco. Il riff della band sembrò da subito così veloce e potente al cantante che il testo venne su in maniera estremamente spontanea: "questo è tutto, non serve altro", pensò subito Chuck.

The New Order

E giacché siamo a "The New Order", chissà quale potrebbe essere la successiva traccia suonata dalla band, la terzultima di questo spettacolo dal vivo del '97. L'avete già intuito? Forse non serve questa gran furbizia: i Testament proseguono il loro spettacolo con "The New Order" (Il Nuovo Ordine), appunto la title track del loro secondo album. La batteria dà il quattro, e la stupenda e velocissima introduzione di chitarra solista fra le ritmate incitazioni di Chuck Billy apre il travolgente riff d'apertura del pezzo, inizialmente più rapido, poi più cadenzato e mid-tempo, con armonie coinvolgenti e colori che rimangono stampati in mente a lungo andare. La bellissima canzone possiede, fra l'altro, una linea melodica eccezionale ed una strofa vocale bella da ascoltare a più riprese. Al carismatico ritornello segue il bellissimo e armonioso riff di chitarra, che funge da elegante e scorrevole intermezzo per la seconda strofa di canto: un brano semplicemente perfetto, di quelli che scorrono lisci come l'olio e sembrano essere stati scritti nel giro di dieci minuti. La prima vera interruzione della traccia è al secondo minuto d'ascolto, con il lento e devastante riff di chitarra che con le sue plettrate ed evoluzioni musicali muta e si trasforma, portando all'ingresso dello straordinario assolo di Skolnick, dapprima lento e melodico, musicalmente coinvolgente, poi più veloce, ma nel riprendere la straordinaria linea portante del pezzo che, sulle sue scale minori, mostra il meglio del meglio della composizione Thrash Metal ottantiana; e, manco a dirlo, sempre più rispetto a quanto ascoltato nel corso dell'irrinunciabile "Over The Wall", questo pezzo ben si adatta all'accordatura ribassata. Le liriche di questa canzone, distopiche oltre ogni limite, ci narrano di un futuro in cui una cerchia di potenti faranno di tutto per prendersi, con la forza, il controllo del pianeta: le città diverranno autentici campi di battaglia, come se un incantesimo mortale fosse stato lanciato, e cadaveri su cadaveri crolleranno come preannunciato da un'antica ed inascoltata profezia. Il mondo intero diviene così un prigioniero, incatenato, e vittima del suo stesso crimine: per la sopravvivenza della razza umana, si tratta esclusivamente di una corsa contro il tempo.

Dog Faced Gods

Il live show dei Testament procede spedito come farebbe una Ferrari sui circuito di Monza, le pause sono minime e la musica occupa il 99% di questo live album pubblicato nel 2019. Per il brano successivo, il penultimo dell'esibizione protagonista della recensione odierna, si tratta di un "ritorno al futuro": ascoltiamo infatti "Dog Faced Gods" (Dei dalla Faccia di Cane), pezzo tratto da "Low" del '94. Vi aspettereste un brano più lento e cadenzato, magari cupo e pesante, tutt'altro: "Dog Faced Gods", pur presente all'interno di "Low", possiede ritmiche velocissime e melodie degne di rilievo. Ad essere più mid-tempo, invece, è il riff della strofa, dove l'aggressivo palm muting non manca. Estrema a tutti gli effetti è la voce di Chuck Billy, che a tratti sfocia in un vero e proprio growl, seppure mai stereotipato ed omologato sotto questo punto di vista. La batteria scandisce in maniera secca e puntuale ogni singolo riff della traccia, con l'esplosivo rullante che davvero dona un qualcosa di speciale a quanto qui suonato. La prima vera variazione del pezzo avviene a metà canzone, con i Testament che decidono di rallentare e donarci una serie di sfiziosi power chord: squillante qui Alex Skolnick alla chitarra solista, che sulla pur più lenta base ritmica non abbandona frangenti veloci ed appetitosi. La robustezza del sound, la grossezza delle chitarre, la potenza della voce, e dunque il "muro di suono" è qui in cattedra più che mai. Nella sua ultima parte, il pezzo torna rapido più che mai, ed ancora una volta il pubblico sembra apprezzare. Il pezzo parla di oscure e misteriose divinità appartenenti all'antico Egitto, che nella loro natura ambigua nascondono un'innata tendenza alla violenza: e qui entrano in gioco la stregoneria, i rituali, e pratiche a chiunque sconosciute. Del resto, si sa, poche cose sono misteriose e affascinanti come la storia antica egiziana, certamente unica e che contiene sentieri inesplorati e, proprio per questo motivo, intriganti più che mai. Il ritorno, con questo brano, ad una per l'epoca recente uscita discografica dei Testament è solo una breve parentesi destinata ben presto a chiudersi, e la traccia rimanente alla chiusura dello show è solamente una.

Disciples of the Watch

Proviamo a fare un respiro e ad immaginare, i Testament, da dove potrebbero andare a pescare per l'ultimo pezzo suonato in questa esibizione. La risposta sarà un po' una sorpresa: album comunque rappresentativi come il terzo "Pratice What You Preach", il quarto "Souls of Black" ed il quinto "The Ritual" rimangono infatti del tutto trascurati, come analizzeremo nella fase di chiusura della recensione, perché i californiani qui scelgono di chiudere il concerto facendo tornare in cattedra, ancora una volta, il loro amatissimo secondo album con "Disciples of the Watch" (Discepoli di Guardia), un altro dei pezzi storici dei Testament rimasti perennemente nel cuore dei fan della band. Il brano è introdotto da un profondissimo growl di Chuck Billy, che scandisce il titolo della canzone facendo impazzire il pubblico. L'apertura di velocità media è subito seguita dalla rapidissima strofa, il riff estremamente vecchia scuola e incentrato su scariche di plettrate e power chord con rende purtroppo al meglio in questa sua versione in detune, che ovviamente avrebbe maggiormente giovato da una classica accordatura in MI. Come detto con "Over The Wall", ad ogni modo, resta l'indiscutibile valore del pezzo e il fatto che ascoltarlo sia sempre un piacere, seppur ovviamente nel corso di uno show sia sempre ascoltare quei brani che rendono al meglio con quel determinato tipo di suoni portati sul palco. Questo con "Disciples of the Watch", un classico del Thrash per antonomasia, a dire il vero non accade, e anche l'assolo appare alquanto adattato e non adeguatamente valorizzato. Al contrario, dal punto di vista dell'esecuzione i Testament sono impeccabili dalla prima all'ultima nota, ed in un'analisi innegabilmente questo deve possedere un suo valore. Nel corso del brano il testo è un riferimento, anzi, con maggiore esattezza un omaggio, alla trilogia di "Omen", cult movie dell'horror celebre principalmente negli anni '70, ma da quel momento sempre riconosciuto come uno storico film all'interno del suo genere. Il pezzo, nel corso delle sue liriche, parla di un culto satanico di cui si narra nella pellicola, confermando la "vicinanza" da sempre presente fra il genere Thrash Metal e tematiche provenienti dal cinema horror.

Conclusioni

E' chiaro che, se parliamo come in questo caso di Testament in un contesto musicale a tutti gli effetti anni '90, parliamo comunque di una band che si esprime in maniera parzialmente differente rispetto alle sonorità e al tipo di approccio ce l'ha resa a molti celebre: ciò ovviamente può piacere e non piacere, può lasciare perplesso qualcuno, o addirittura catturare la preferenza di qualcun altro. Una cosa, tuttavia, appare certa e inconfutabile: i Testament dal punto di vista dell'esecuzione si confermano impeccabili, e non una virgola è possibile muovere come critica alle proprietà tecniche dei musicisti del combo californiano. Nel "Live at Dynamo Open Air" del '97 trovare una sbavatura, dunque non un errore, ma una semplice imperfezione, appare un'impresa ardua anche per il più attento e cinico degli ascoltatori. Alla colossale voce di Chuck Billy, versatile ed a suo agio sia in contesti più taglienti, raschiati ed old school, sia in contesti più profondi e gutturali, fino al saltuario sfociare nel growl, si affiancano alla sei corde gli impeccabili Eric Peterson e Alex Skolnick, un duetto da far impallidire chiunque all'interno del genere. Non da meno il lavoro della sezione strettamente ritmica, con basso e batteria che non solo contribuiscono impeccabilmente all'esecuzione, ma fanno da eco nell'innalzare una barriera di potenza e devastazione. Qualcuno potrà criticare i soli 37 minuti di esecuzione della band, ma chi è a conoscenza del funzionamento di grandi festival quali quello protagonista della recensione odierna ben saprà che, casi come questo, sono tutt'altro che un'eccezione. In effetti, tuttavia, può lasciare un po' perplessi la scelta relativa alla scaletta, che merita un'attenta analisi in quanto si tratta, ovviamente, di un elemento di primo rilievo relativamente alla valutazione di questo live. I californiani decidono di aprire il loro show con il brano "Demonic Refusal", come detto brano d'apertura del full "Demonic" del '97, per poi proseguire con "Low", l'opener dell'album subito precedente, appunto "Low" del '94: l'avvio, dunque, è assolutamente in linea con un sound proprio del metal estremo e generalmente più grave e ritmato rispetto agli esordi della band. Si tratta di una parentesi temporanea, perché i Testament rispolverano e sottolineano le proprie origini, e lo fanno con nientemeno che "Over The Wall", la leggendaria traccia d'apertura del disco di debutto "The Legacy" del 1987: il brano, davvero Thrash per antonomasia e old school per eccellenza, tuttavia, non riesce ad esprimere a pieno le proprie potenzialità considerato, in particolar modo, l'approccio delle chitarre. Tale limite, fortunatamente, viene ridimensionato dalle successive "Burnt Offerings" e "Into The Pit", che nonostante la loro cadenza fortemente ottantiana riescono ad esprimersi eccellentemente anche con il più moderno sound portato sul palco dalla band. Conclusa l'apprezzatissima e mai dimenticata "Into The Pit", la band conferma ancora una volta l'idea di portare un brano dal secondo disco, con la title track dell'album dell'88 "The New Order", che fortunatamente non tradisce le sensazioni dei precedenti brani. Un po' a sorpresa, poi, Peterson e compagni optano per "Dog Faced Gods", uno dei brani più veloci e ritmicamente devastanti di "Low": questo brano dal vivo rende qui in maniera a dir poco perfetta, e davvero aggiunge qualcosa di più al livello generale del live, che si conclude poi con una "Disciples of the Watch" anche qui, purtroppo, non perfettamente adattata. Come da me accennato nel corso della recensione track by track, ritengo che alla base di un ottimo live debba esserci non solo un'ottima esecuzione, ma anche un'ottima resa delle tracce, quest'ultima dipendente da vari fattori, primo fra i tanti il sound portato dal complesso sul palco: pur essendo un amante del sound tagliente e affilato del Thrash anni '80, dell'accordatura tradizione in MI e dei riff che macinano come un tritacarne, ho dunque preferito nel caso di questo spettacolo dal vivo i brani più moderni, che davvero hanno reso al meglio delle loro potenzialità e si sono mostrati godibili al 100%. Davvero curiosa la scelta di escludere del tutto brani dallo storico terzo album "Practice What You Preach", apprezzato dai fan, dall'altrettanto amato "Souls of Black" e dal successivo quinto disco "The Legacy": molto spesso le band in questi casi decidono di regalare piccoli spazi ad ogni frangente della propria carriera, cosa che qui con sorpresa non avviene. Non partendo prevenuti, la cosa non è tutto sommato grave, anzi, è possibile considerarla una caratteristica di questo show. Voto complessivo allo spettacolo? Un onesto sette su dieci!

1) Demonic Refusal
2) Low
3) Over The Wall
4) Burnt Offerings
5) Into the Pit
6) The New Order
7) Dog Faced Gods
8) Disciples of the Watch
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